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Quel pasticciaccio brutto del latino alle medie

Premessa: le Indicazioni nazionali e la nota 1312

«Latino alle medie, alle elementari la Bibbia come l’Odissea e la storia basata sull’Occidente». Prima di fare la sua apparizione nei documenti normativi, il “ritorno” del latino alle medie era stato pomposamente anticipato dalle dichiarazioni a mezzo stampa del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, in un ampio florilegio di altre annunciate “innovazioni” (da cui mancava, a ben guardare, solo il melodramma, giusto di recente riscoperto). Ma le virgolette sono d’obbligo per due motivi. Primo, perché il latino in moltissime scuole secondarie di primo grado è sempre stato presente nel PTOF, come ampliamento dell’offerta formativa; secondo, perché occorre verificare se il pacchetto di norme riferite al LEL (Latino per l’educazione linguistica) introduca effettivamente dei cambiamenti sostanziali, tali da giustificare le roboanti dichiarazioni che hanno preceduto gli interventi. Ma andiamo con ordine. Di LEL nei documenti ministeriali si parla per la prima volta nelle Nuove Indicazioni Nazionali (DM 221/ 2025), operative dall’anno scolastico 2026/ 2027, quello in corso (ma alcune problematicità erano parse evidenti già prima, come anticipato dal nostro blog in questo articolo dello scorso gennaio). Fatta la premessa relativa all’utilità del latino, nel testo si legge che «tale insegnamento è avviato nel corso degli ultimi due anni della scuola secondaria di primo grado, in modo curricolare e opzionale». Di là dal merito delle argomentazioni a sostegno dell’intervento, sulle quali pure si potrebbe discutere, le Indicazioni nazionali suggerivano in modo del tutto irrituale come modulare la didattica per un insegnamento che, a quella data, ancora non era previsto (e non lo è) nell’ordinamento della secondaria di primo grado. Non solo. L’ambigua formula «curricolare e opzionale» è foriera di problemi organizzativi di non poco conto. Il DM 221 (articolo 2, comma 3) stabiliva comunque che per l’anno 2026/ 2027 gli istituti potessero — e non dovessero — avviare l’insegnamento del latino, nelle more dell’integrazione del quadro orario della secondaria di primo grado: «L’insegnamento del latino per l’educazione linguistica (LEL) può essere avviato, in via di prima applicazione, a partire dalle classi seconde e terze funzionanti nell’anno scolastico 2026/ 2027, utilizzando gli spazi di autonomia, flessibilità e ampliamento dell’offerta formativa, nelle more dell’integrazione del quadro orario settimanale e annuale della scuola secondaria di primo grado, di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89». Quindi, di là dalle dichiarazioni, piena discrezionalità alle scuole e nessuna modifica del quadro orario, dunque nessuna effettiva formale reintroduzione del latino, almeno per l’anno scolastico 2026/ 2027. La seconda apparizione del LEL nei documenti normativi è datata 12 marzo 2026 (nota ministeriale 1312, relativa alle Indicazioni per il curricolo). La nota ribadiva che l’attivazione dell’insegnamento per l’anno scolastico 2026/ 2027 era delegata alla volontà degli istituti, sempre «nelle more dell’integrazione del quadro orario annuale e settimanale», e entrava nel merito degli aspetti organizzativi, contribuendo però più a creare confusione che a chiarire la situazione. Si suggeriva, infatti, che l’insegnamento fosse previsto almeno per un’ora settimanale, fornendo a titolo puramente esemplificativo alcune presunte soluzioni: «potrà essere utilizzato, laddove possibile, lo spazio di approfondimento in materie letterarie, ovvero le attività potranno essere organizzate in orario extracurricolare per l’intera classe o per gruppi di alunni anche di classi diverse». Sulla base della nota, inoltre, si stabiliva che l’insegnamento dovesse essere affidato a docenti in possesso di adeguate competenze. Se assenti, si prevedeva la possibilità di stipulare convenzioni con gli istituti secondari per il loro reperimento.

Una pletora di problemi

Ora, i problemi che pongono simili indicazioni, sono numerosi. Primo: destinare al latino l’ora di approfondimento, dato che questo si configura come opzionale, significa prevedere anche delle attività alternative per gli alunni che decidono di non avvalersene. Secondo: cosa si intende per docenti in possesso di specifiche competenze? La nota non lo chiariva, forse volutamente. Non tutti i docenti di materie letterarie della scuola secondaria di primo grado, infatti, possiedono l’abilitazione per l’insegnamento del latino; non solo, non tutti conoscono il latino, di là delle abilitazioni, non avendo i relativi esami nel loro piano di studi universitario. E se si decide di andarli a prendere nei licei, bisogna capire con quali fondi retribuirli. Prima di impantanarsi nell’ora di approfondimento, dunque, è ovvio che la cosa più ragionevole per gli istituti che hanno voluto attivare l’insegnamento del latino già da quest’anno sia stato seguire la seconda delle indicazioni della nota ministeriale, che è poi quello che in molte scuole, come accennato in apertura, si è sempre fatto: prevedere dei corsi pomeridiani per gli alunni delle classi seconde e terze, tenuti da docenti che conoscono il latino. Tuttavia, non sono state poche le scuole che, oltre ad attivare l’insegnamento già da quest’anno (cosa, come detto, non necessaria), hanno scelto di farlo utilizzando l’ora di approfondimento. In alcuni casi, nel farlo, è stata prevista la firma di un modulo da parte dei genitori. Così, a esempio, in un istituto comprensivo della provincia di Roma, che ha chiesto alle famiglie di scegliere tra l’inserimento nel percorso del LEL o una rapida comunicazione in caso di «motivate esigenze ostative alla partecipazione», in un contesto in cui l’insegnamento è stato pensato in modo «strutturato e unitario per la classe» — si legge nel modulo — ritendendo la partecipazione degli alunni una «componente qualificante del percorso formativo complessivo». Si tratta evidentemente di modalità volte a spingere le famiglie all’adesione, affinché il latino venga scelto da tutto il gruppo classe, nel tentativo di evitare che si possa presentare il problema di una classe divisa in due gruppi. Per quest’anno dunque, in un contesto in cui, di là da quanto comunicato propagandisticamente l’attivazione dell’insegnamento non era obbligatoria, le scuole hanno proceduto in ordine sparso.

Il DL 170: una non soluzione

Veniamo ora all’ultimo documento normativo in cui si fa menzione del LEL. Si tratta dell’ormai famoso — o forse sarebbe il caso di dire, famigerato — DL 170 (per una ricognizione complessiva e una riflessione sulle presunte motivazioni d’urgenza si veda questo recente articolo del nostro blog). Il testo, in attesa di conversione, prevede che «a decorrere dall’anno scolastico 2027/ 2028, a partire dal secondo anno di scuola secondaria di primo grado, gli alunni possono avvalersi dell’insegnamento facoltativo di Latino per l’educazione linguistica (LEL), per un’ora settimanale aggiuntiva, corrispondente a 33 ore annue». L’intervento si configura come obbligatorio per le scuole, ma l’insegnamento continua a essere opzionale per gli alunni: possono avvalersi. Né si capisce come questa ora possa considerarsi «aggiuntiva» se il quadro orario non viene contestualmente aggiornato. Ma quanto meno stavolta vengono precisate le competenze richieste ai docenti: devono appartenere alla classe di concorso A12 e avere sostenuto almeno un esame annuale o due semestrali di lingua o letteratura latina, o conseguito almeno 12 CFU nel nel settore scientifico disciplinare L-FIL-LET/04. Il docente così individuato partecipa alla valutazione degli alunni che si avvalgono dell’insegnamento. E qui si apre un ulteriore problema. Se questo significa, come sembrerebbe, che il docente di latino debba valutare chi si avvale dell’insegnamento, proprio come i docenti di Religione cattolica, si creerà una situazione del tutto singolare, dato che non esiste al momento una disciplina sulla valutazione del latino: il docente di latino dovrà mettere un voto? Farà media? Si avrà una valutazione a parte? Fermo restando che per molte scuole, come detto, sarà certamente un problema trovare all’interno del proprio organico docenti in possesso delle competenze necessarie. Appare evidente, dunque, che un serio intervento finalizzato al reinserimento strutturale del latino nella secondaria di primo grado avrebbe dovuto comportare una modifica del quadro orario e un qualche intervento sulla configurazione delle classi di concorso. In assenza di una simile assunzione di responsabilità sembra che i provvedimenti fin qui inanellati servano sostanzialmente a creare la maldestra copertura di un’operazione meramente propagandistica. Il tutto, ovviamente, a costo zero, dato che «si provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente». Come se, tra le altre cose, insegnare una materia in più non rappresentasse un aggravio del carico di lavoro dei docenti.

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