Passa al contenuto principale
Logo - La letteratura e noi

laletteraturaenoi.it

fondato da Romano Luperini

Ripassiamo il latino? Resoconto di un esperimento di didattica a stazioni.

Premetto che non sono mai stata una grande fan del lavoro a gruppi: da studentessa non lo amavo neanche un po’; da insegnante lo trovo poco utile e dispersivo in moltissime situazioni, non mi piace progettarlo e mi annoio durante lo svolgimento – sì, anche se osservo e seguo ciò che i ragazzi stanno facendo. Nonostante ciò, da diversi anni lo uso, con discreti risultati, nelle classi di biennio in cui insegno latino, nei momenti di ripasso-consolidamento-recupero, generalmente prima di una verifica. In questo caso, prediligo i gruppi di livello omogeneo, così che chi già se la cava abbastanza autonomamente possa lavorare più speditamente, o su richieste più alte e impegnative, mentre io dedico più tempo a chi ha maggiori difficoltà o lacune.

Qualche tempo fa mi sono imbattuta, sui social, nella descrizione di alcune lezioni impostate secondo la metodologia della “didattica a stazioni” (trovate numerosi esempi in rete e anche pubblicazioni specifiche della casa editrice Erickson), in cui ogni gruppo svolge, a rotazione e per un tempo limitato, un’attività diversa all’interno di una cornice coerente e comune. I vantaggi di questo tipo di metodologia dovrebbero essere il mantenimento di una buona soglia di attenzione, anche grazie alla varietas; l’attivazione di abilità e competenze diverse per ogni stazione; il potenziamento dell’autonomia e la responsabilizzazione degli studenti.

Ho quindi deciso di buttarmi anch’io nella sperimentazione, complici le giornate distese delle vacanze natalizie, che mi hanno permesso di progettare con calma e attenzione le diverse attività.

Gli obiettivi dell’attività

Qualunque docente di Lettere con esperienza dell’insegnamento del latino in un liceo “debole”, delle scienze umane o linguistico, in cui le ore di latino, a partire dalla Legge Tremonti-Gelmini sono state drasticamente ridotte, sa bene quanto sia difficile motivare allo studio di questa disciplina e far raggiungere gli obiettivi previsti dalle Indicazioni Nazionali (su questo tema, alcune interessanti riflessioni di Daniele Lo Vetere e Matteo Zenoni) a classi che la percepiscono come secondaria (soprattutto se essa viene abbandonata nel triennio) o che la considerano solo un inutile, e faticoso, orpello di indirizzi di studio che mirano a tutt’altro.

Nel mio caso specifico (biennio del liceo linguistico), ho sempre più l’impressione che uno dei nodi che rendono il latino una materia indigesta sia lo squilibrio tra il monte-ore della materia e la difficoltà della stessa. Credo che chiunque insegni una disciplina linguistica sia consapevole che con sole due ore la settimana non si riesca ad ottenere granché, tanto più quando la lingua, soprattutto nelle fasi iniziali del suo apprendimento, prevede un grosso carico di studio mnemonico (immagino che lo stesso possano dire, ad esempio, i colleghi di Tedesco); di certo, poi, nella scuola di oggi, richiedere molte ore di studio ed esercizio domestico, anche ripetitivo (le sfilze di declinazioni e coniugazioni), a ragazzi impegnati in mille attività e con scarsa motivazione estrinseca (lo studio come dovere) è sempre più difficile.

Soprattutto grazie alle osservazioni svolte durante quei momenti di lavoro a gruppi in cui gli studenti traducono autonomamente, ho sviluppato la convinzione che uno dei problemi principali che impediscono alle mie classi di avere buoni risultati diffusi in latino sia proprio la mancata sedimentazione delle conoscenze di base in termini di declinazioni, coniugazioni verbali e complementi: molti studenti, a metà della seconda, non hanno ancora interiorizzato la corrispondenza tra perfetto e passato remoto; confondono l’indicativo futuro semplice della III e IV coniugazione con il presente; di fronte a terminazioni che possono appartenere a declinazioni, casi e generi diversi (ad esempio -a o -i) vanno nel panico perché non le hanno ben memorizzate – nonostante io fornisca, fin dalle prime settimane della classe prima, diversi supporti per lo studio come tabelle, mappe, ecc…

Quindi, all’interno delle attività di recupero di latino che, come Dipartimento di lettere, quest’anno abbiamo deliberato di svolgere in itinere nel mese di gennaio (al posto del tradizionale corso di recupero, i cui risultati non ci hanno mai pienamente soddisfatte), ho pensato che il primo passo avrebbe dovuto essere, necessariamente, un momento dedicato al ripasso teorico di declinazioni, coniugazioni verbali, complementi, lessico ed espressioni di base. Mi sembrava però francamente impossibile entrare in classe dicendo «Bene, adesso, per la prossima ora, testa bassa su libri e quaderni e studiate!».

Ed è proprio a questo punto che è entrata in gioco la didattica a stazioni.

La progettazione delle stazioni

La classe seconda per cui l’attività è stata pensata è molto numerosa poiché conta 28 studenti: li ho dunque suddivisi in sette gruppi da quattro, perché ritengo che i gruppi troppo numerosi siano poco produttivi; avrei preferito gruppi da tre, ma ciò avrebbe significato organizzare non sette, ma ben nove attività diverse – tornerò più avanti su questa questione. Ho anche deciso, contrariamente alle mie abitudini, di formare gruppi eterogenei, perché sapevo che un gruppo omogeneo di livello basso avrebbe potuto trovarsi in difficoltà, mentre almeno uno studente più a proprio agio con la lingua di Cicerone avrebbe potuto indirizzare meglio il lavoro di tutti e svolgere un ruolo di supervisione dell’attività.

Innanzitutto ho pensato attentamente a che cosa volevo che ripassassero, ed ho suddiviso gli argomenti nelle sette stazioni di lavoro:

  1. Correzione degli esercizi svolti durante le vacanze natalizie;
  2. Ripasso delle cinque declinazioni;
  3. Declinazione di sostantivi accompagnati da aggettivi della I e II classe;
  4. Ripasso dei paradigmi e dei significati di una cinquantina di verbi del lessico di base;
  5. Coniugazione di voci verbali nei modi indicativo e imperativo;
  6. Ripasso dei complementi e delle congiunzioni subordinanti (subordinate all’indicativo);
  7. Ripasso del lessico di base, di espressioni fatte e di reggenze verbali ricorrenti.

Immediatamente, mi sono resa conto che, ipotizzando una durata di circa 15 minuti a stazione, e calcolando anche il tempo per sistemare i banchi ad isole all’inizio e alla fine della lezione e un po’ di agio per il passaggio da una stazione all’altra, avrei avuto bisogno non meno di due ore affinché tutti i gruppi le potessero completare.

Ho poi dovuto pensare alle attività vere e proprie per ogni stazione, e preparare il relativo materiale: elenchi di sostantivi, di aggettivi e di verbi, tesserine da pescare, flashcards, una specie di “tombola dei verbi”… È stata sicuramente la parte più creativa, ma anche la più impegnativa del mio lavoro. Infine, ho radunato tutti materiali suddivisi in buste e predisposto i “segnatappa” numerati (uno per ciascuna isola) con indicazioni di lavoro dettagliate, prevedendo anche del lavoro aggiuntivo in caso di errori (a questo link una descrizione puntuale dei materiali e delle indicazioni di lavoro).

Il lavoro in classe e il feedback degli studenti

Ho avvisato anticipatamente la classe che avremmo utilizzato le due ore consecutive del primo lunedì dopo il rientro per lavorare sul ripasso, ed ho chiesto che tutti portassero gli schemi e le mappe già condivise ed utilizzate fin dalla prima, oltre al libro di testo, che è corredato da un utile pieghevole di sintesi di declinazioni e coniugazioni: sarebbero stati usati come materiali per il controllo delle attività e delle risposte.

Nei primi dieci minuti ho dato le indicazioni di lavoro e abbiamo adattato il setting di classe unendo i banchi a quattro a quattro formare sette isole numerate; su ciascuna ho collocato il segnatappa e i materiali che avevo preparato. Dal momento dell’inizio dell’attività, ho cronometrato i 15 minuti necessari a completare la stazione, dando il segnale per la turnazione. Essendo un’attività nuova, sono serviti un paio di cambi di stazione per prendere confidenza con il lavoro e l’utilizzo dei materiali (ovviamente, sono intervenuta dove era necessario per ulteriori spiegazioni e una “prova” dell’attività proposta), ma poi i gruppi hanno lavorato in modo abbastanza autonomo ed ordinato.

Nei minuti rimanenti al termine delle sette stazioni, ho chiesto alla classe una restituzione sull’attività svolta: purtroppo, si tratta di una classe non particolarmente comunicativa, e che non manifesta grande entusiasmo per alcun tipo di proposta didattica, indipendentemente dalla disciplina e dal tipo di lavoro, quindi non ho ottenuto grandi attestati di apprezzamento. Un paio di studentesse, però, hanno affermato di aver imparato delle nuove strategie di memorizzazione e “come si studia il latino” (triste nota da prof: come se la sottoscritta non avesse più e più volte dato indicazioni, fornito materiali, suggerito strategie…).

Osservazioni e conclusioni provvisorie

Dal mio punto di vista, è stato sicuramente un esperimento interessante, su cui credo sia utile fare una serie di osservazioni e riflessioni.

Innanzitutto, è una metodologia didattica che richiede tempi molto lunghi di progettazione e di preparazione dei materiali, a fronte di tempi di realizzazione in classe piuttosto brevi: per quanto mi riguarda (metto in conto anche un po’ di inesperienza), per questa specifica attività ho calcolato otto/dieci ore di lavoro di preparazione a casa per due ore di lavoro in classe. Ovviamente, più stazioni diverse si progettano, più laborioso è il tutto. Dunque (poiché credo che sia importante trovare un equilibrio tra i tempi di lavoro a casa e quelli in classe) potrebbe essere sensato, in caso di classi numerose, proporre un numero minore di stazioni, ma con più percorsi di svolgimento in parallelo dividendo la classe in due o più sottogruppi: ad esempio, la classe viene divisa in 8 gruppi, che turnano su 4 stazioni identiche; in tal caso, però, i materiali vanno preparati in doppia copia. Altra strategia “minima spesa, massima resa”, seppur sul lungo periodo, è pensare a questo tipo di attività per argomenti che siano tra i “fondamentali” della disciplina, così da poterla riproporre nelle future classi: sarebbe uno sciupìo di tempo impiegare ore e ore di lavoro domestico per qualcosa che si farà una tantum.

Per quanto riguarda il lavoro in classe, è stata una buona idea lasciare un margine di tempo per la sistemazione dell’aula all’inizio e alla fine e per eventuali piccoli tempi morti o imprevisti: mi sento di sconsigliare di riempire tutto lo spazio orario con il “giro” delle stazioni. Rispetto al lavoro dei ragazzi, credo che il variare periodico delle attività abbia facilitato il mantenimento di un buon livello di attenzione, cosa che non accade quando si chiede di lavorare a gruppi su una sola richiesta: di solito, dopo un inizio serio e concentrato, l’atmosfera si rilassa, comincia qualche chiacchiera o un po’ di disordine ed è necessario richiamare la classe agli obiettivi di lavoro. Proprio per questo, credo che la didattica a stazioni sia una metodologia che si adatta meglio ad attività di tipo pratico, e che possano essere avviate e concluse in 15-20 minuti massimo: pensando alle mie discipline, oltre alla grammatica latina credo che si adatterebbe abbastanza bene alla grammatica italiana, oppure ad attività di lettura e analisi testuale molto molto strutturate. Mi pare invece meno applicabile allo studio della storia o a delineare dei quadri di contesto letterari, ma magari mi sbaglio e ci sono colleghi capacissimi di progettare attività efficaci anche in quei campi.

Però, ecco, il dubbio più rilevante che continua a punzecchiarmi è quello sulla reale efficacia di questo tipo di attività. Nel caso di quella specifica classe, la prova di recupero del trimestre, consistente in una tradizionalissima versione dal latino, è stata soddisfacente (circa i due terzi degli insufficienti hanno recuperato), ma è stata preceduta, dopo le due ore di ripasso a stazioni, da altre sei ore di lavoro estremamente strutturato per consolidare ed esercitare il metodo di traduzione, Invece, una verifica di verbi somministrata qualche settimana dopo, nonostante io avessi sollecitato gli studenti ad utilizzare le strategie messe in pratica durante l’attività a stazioni, e che loro stessi avevano trovato efficaci, ha avuto un esito a dir poco disastroso.

Non riesco a scrollarmi di dosso l’impressione che molte metodologie “attive” come questa siano molto gradite alle classi, ma non siano in grado far sedimentare realmente i fondamenti teorici delle discipline, che hanno bisogno anche dei tempi più lunghi, e talvolta ripetuti, del lavoro domestico. Di certo, non sono due ore di ripasso intensivo, benché ludico e “attivo”, a poter costruire solide conoscenze linguistico-grammaticali che siano funzionali alla costruzione di reali competenze in un’altra lingua: lo studio dovrebbe essere costante e distribuito nel tempo anziché concentrato in vista dell’obiettivo-verifica (come credo qualunque insegnante ripeta fino a sgolarsi), ma ho il timore che il mondo, reale e virtuale, in cui i nostri studenti sono immersi renda sempre più difficile praticare quello che Antonio Gramsci definiva «un mestiere molto faticoso».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti recenti

Colophon

Fondatore

Romano Luperini

Redazione

Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato

Caporedattore

Roberto Contu

Editore

G.B. Palumbo Editore