Quando l’autore diventa “interlocutore”. Dialogo, esposizione e conflitto nell’ecosistema digitale
Premessa
Che cosa accade quando un autore cessa di essere soltanto autore e diventa interlocutore? Quando la distanza che per lungo tempo ha separato l’opera da chi l’ha prodotta si assottiglia sin quasi a scomparire?
Sono domande che investono una trasformazione culturale ben più ampia: il progressivo venir meno delle mediazioni che per lungo tempo hanno regolato l’incontro tra un contenuto culturale e il pubblico.
Per gran parte del Novecento, la parola di scrittori, giornalisti, artisti, intellettuali ha raggiunto il pubblico attraverso una filiera di mediatori strutturati: la critica, il canale editoriale, le istituzioni culturali. Ciò che circolava era anzitutto l’opera. La figura che l’aveva prodotta rimaneva spesso collocata a una certa distanza, sullo sfondo, schermata da una soglia che separava la sfera dell’elaborazione da quella dell’esposizione personale.
Oggi quella distanza sembra essersi progressivamente ridotta, sino a dissolversi quasi del tutto. I social network hanno ridefinito radicalmente le modalità attraverso cui la parola pubblica circola, viene recepita e contestata, rendendo i protagonisti della produzione culturale costantemente accessibili e potenzialmente coinvolti in un flusso dialogico permanente con il pubblico. Si tratta di una mutazione che ha di certo ampliato le possibilità di confronto, ma che ha anche modificato in profondità le forme del dissenso e della legittimazione reciproca.
È stata una circostanza che si può definire a tutti gli effetti “ordinaria” a rendere ineludibili gli interrogativi da cui prende avvio questo intervento. Da lettrice e collezionista di «Topolino», mi capita spesso di seguire online recensioni e commenti dedicati alle uscite settimanali dell’albo. Nel corso di una di queste consuete ricognizioni, mi sono imbattuta nella vicenda che ha coinvolto lo sceneggiatore Roberto Gagnor e il direttore editoriale di «Topolino» Alex Bertani. I fatti, per quanto ormai noti, meritano di essere richiamati brevemente: la pubblicazione di alcune storie legate all’universo del personaggio di PK ha suscitato le critiche – non sempre formulate nei termini di un confronto costruttivo, va detto – di una parte dei lettori; alle contestazioni ha fatto seguito una replica dello sceneggiatore Gagnor sui social, giudicata da alcuni utenti inappropriata. La discussione si è rapidamente estesa al di fuori dell’ambito strettamente fumettistico, coinvolgendo forum, piattaforme digitali e organi di informazione specializzati, sino a culminare nella decisione del direttore Bertani di porre fine alla ventennale collaborazione con l’autore.
Al di là delle responsabilità individuali o delle determinazioni aziendali – aspetti che esulano da questa riflessione e rispetto ai quali, per altro, non si dispone degli elementi necessari per formulare valutazioni circostanziate –, l’episodio si rivela sintomatico di un fenomeno culturale ben più denso: la straordinaria rapidità con cui una controversia sviluppatasi nello spazio digitale può trascendere il perimetro del contesto che l’ha generata, trasformandosi in un’occasione di riflessione su dinamiche ben più ampie e complesse, che potremmo definire sistemiche. La questione pertanto non pertiene al merito delle rispettive posizioni; bensì alla morfologia della relazione odierna tra autore e pubblico: laddove la parola dell’uno e quella dell’altro sembrano poter circolare, convergere e, spesso, collidere in assenza di qualsivoglia istanza mediatrice.
Fine della mediazione?
In passato, il rapporto tra chi produce cultura e chi ne fruisce è stato regolato da una forma di distanziamento che, lungi dal tradursi in un’assenza di dialogo, ne costituiva, paradossalmente di primo acchito, una delle condizioni essenziali. L’opera rappresentava il principale luogo d’incontro; mentre la critica, le riviste e l’intero circuito editoriale contribuivano a strutturare il confronto, a scandirne i tempi e a perimetrarne le forme.
Tale distanziamento, inoltre, recava in sé una dimensione immaginativa che oggi la sensibilità contemporanea tende, forse, a sottovalutare. Per il lettore di un romanzo, per l’appassionato di fumetti o per il fruitore di qualsiasi altra forma espressiva, non conoscere il volto, il timbro di voce, le attitudini e le consuetudini dell’autore significava lasciare che fosse l’opera stessa a occupare interamente la scena. La figura che ne stava all’origine conservava qualcosa di sfuggente, talvolta persino di enigmatico. Esisteva, in altri termini, una “soglia d’invisibilità” che alimentava il fascino dell’incontro con il testo e contribuiva a preservarne l’autonomia rispetto alla biografia di chi lo aveva prodotto.
Non è casuale che la letteratura abbia colto molto presto questa particolare forma di distanza. Nella Recherche di Proust, ad esempio, il giovane narratore, in All’ombra delle fanciulle in fiore, immagina lungamente e infine incontra lo scrittore Bergotte. Prima ancora che una figura in carne ed ossa, lo scrittore si offre alla sua immaginazione come una fascinosa presenza interamente costruita dalla mediazione della parola letteraria. Ciò che resta nell’ombra – il volto, il corpo, la voce, l’indole, i gesti quotidiani – non costituisce una lacuna da colmare, ma il presupposto stesso che rende possibile una particolare forma di esperienza estetica. L’incontro successivo con l’autore non dissolverà completamente quell’idolo, ma di certo ne metterà in tensione la tenuta, introducendo inevitabilmente uno scarto di portata tutt’altro che trascurabile tra la figura idealizzata (idolatrata, per molti versi) e la persona reale.
Per diverso tempo, il rapporto tra pubblico e produzione culturale ha conservato qualche elemento di questa distanza: una distanza feconda, che non impoveriva la conoscenza, che non coincideva né con l’ignoranza né con l’estraneità, ma garantiva all’mmaginazione uno spazio essenziale, uno spazio sovrano, permettendo all’opera di precedere sempre lo statuto identitario di chi l’aveva creata.
L’ecosistema digitale, come si diceva, ha profondamente modificato questo assetto: oggi il pubblico non si limita più alla fruizione; può commentare, aprire discussioni e spesso interpellare direttamente l’autore sui social. Parallelamente, l’autore è un interlocutore permanente, poiché abita un flusso quotidiano esposto, in ogni istante, alla reazione diretta e – va sottolineato ancora una volta – disintermediata di chiunque.
La questione, pertanto, non investe semplicemente l’aumento delle possibilità di interazione, ma il mutamento della natura stessa di questa relazione.
Dalla parola all’esposizione
In teoria, tale trasformazione dovrebbe favorire il dialogo. E, almeno in parte, è così. Mai come oggi lettori, spettatori e appassionati in genere hanno avuto la possibilità di rivolgersi direttamente ad autori di ogni sorta: giornalisti, fumettisti, romanzieri, ecc.
Eppure… questa accessibilità permanente produce effetti ambivalenti.
Quando ogni intervento viene commentato, contestato e rilanciato in tempo reale, il confine tra l’analisi e la discussione dell’opera e il giudizio sulla persona tende progressivamente ad assottigliarsi. L’attenzione – chiaramente non sempre – si sposta dal contenuto al soggetto che lo ha prodotto; il confronto critico rischia di trasformarsi in una dinamica in cui ad assumere un peso specifico è proprio la componente identitaria. È in tal modo che la divergenza interpretativa può acquisire rapidamente i contorni dello scontro personale.
Ma attenzione: non si tratta necessariamente di una degenerazione; bensì di una possibilità strutturale inscritta nelle logiche stesse delle piattaforme digitali, che privilegiano la compulsione della reazione immediata, la visibilità dei like e il coinvolgimento continuo.
Una differenza qualitativa
Si potrebbe tuttavia osservare che la visibilità pubblica di scrittori, intellettuali e operatori culturali precede di molto l’avvento delle piattaforme digitali. È una tesi certamente fondata: nel secondo Novecento figure come Pasolini, Calvino, Fortini, Sciascia, Eco, Moravia o Biagi intervenivano regolarmente sui giornali, partecipavano a trasmissioni televisive, prendendo posizione su questioni culturali e politiche di grande rilevanza, non di rado orientando l’opinione pubblica.
Tuttavia, a me pare che l’elemento dirimente non risieda nell’intensità quantitativa della presenza, bensì nella sua dimensione qualitativa. Anche quando apparivano in televisione o sulle colonne dei principali quotidiani, la loro esposizione rimaneva saldamente ancorata a un principio di mediazione: la televisione generalista, la stampa e le riviste culturali specializzate non eliminavano la distanza tra autore e pubblico di cui si è detto, poiché la organizzavano e la regolavano. La parola pubblica si collocava infatti entro contesti riconoscibili, scanditi da tempi relativamente lenti e da forme discorsive definite. Un articolo presupponeva un processo editoriale; un dibattito televisivo era inserito in uno spazio e in una cornice ben precisi; e persino la polemica intellettuale si sviluppava secondo ritmi che lasciavano margine alla replica, alla riflessione e alla sedimentazione delle rispettive posizioni. La distanza non impediva il confronto, non era un ostacolo alla comunicazione: ne costituiva invece la condizione formale.
Dialogo o conflitto?
Una risposta univoca sarebbe probabilmente fuorviante. Se da una parte appare sterile indulgere nella nostalgia per assetti comunicativi appartenenti a una stagione storica che le trasformazioni tecnologiche e mediali hanno ormai profondamente riconfigurato, dall’altra sarebbe ingenuo considerare automaticamente ogni incremento dell’interazione in termini di progresso.
Se una conclusione, sia pure provvisoria, può essere tratta dalle considerazioni svolte sin qui, possiamo affermare che il problema non risiede nella maggiore accessibilità alla parola pubblica in quanto tale, ma nell’indebolimento, nella progressiva rarefazione di quelle forme di mediazione che per lungo tempo hanno reso possibile distinguere tra critica dell’opera e giudizio sulla persona, tra confronto e tentativo di delegittimazione, tra (sacrosanto) dissenso e polemica, spesso gratuita.
A mio avviso la questione decisiva non consiste nella scelta tra distanza e prossimità, come se l’una dovesse necessariamente escludere l’altra; ma nel comprendere quali forme di mediazione possano ancora rendere possibile un confronto autentico, in un contesto che tende sempre più spesso a trasformare ogni interlocuzione in esposizione e ogni dissenso in polemica. Perché non è affatto scontato che una comunicazione immediata e disintermediata produca in modo automatico una comprensione più profonda. Talvolta, come sembra suggerire la storia culturale dell’ultimo secolo, è proprio una certa distanza a rendere possibile il dialogo, il dibattito, il sano conflitto.
Certamente una delle sfide più significative del presente consiste proprio nel recuperare il valore della mediazione, da intendersi non come ostacolo alla comunicazione, bensì come condizione primaria e irrinunciabile del confronto. Perché una cultura che rende tutti permanentemente visibili rischia, se smarrisce questa consapevolezza, di sostituire progressivamente la discussione delle idee con l’esposizione – che spesso è sovraesposizione – del singolo sui social.
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