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fondato da Romano Luperini

Proposte per giovani lettori – Frances Hardinge, “La voce delle ombre”

Un assaggio di lettura

Dopo la luce delle lanterne, l’oscurità era scioccante. Makepeace non udiva altro che i suoi stessi ansiti. Mise un piede in fallo su un cespuglietto e quasi cadde, mordendosi la lingua mentre la scossa le percorreva la colonna vertebrale. Un altro passo falso avrebbe significato una slogatura, ma se avesse rallentato avrebbe rischiato di venire catturata. Corse avanti, assordata dal suo stesso ansimare, affidandosi totalmente all’Orso.

E l’Orso, che era stato stordito dalle folle, dalle strade, dalla medicina e dagli odori umani, capiva adesso che correvano. Era un concetto che la mente dell’animale conosceva. Avrebbe voluto mettersi a quattro zampe, ma comprendeva che Makepeace non era capace di correre in quel modo.

Vista con gli occhi dell’Orso, l’oscurità era assoluta. C’erano dettagli che si coglievano, si stagliavano grigi come nubi tempestose contro il nero. Solchi e fosse. Collinette di terrapieni in costruzione. Sagome di alberi in lontananza, che fiancheggiavano il sentiero.

Makepeace proseguì serpeggiando tra i tumuli, fino al sentiero bordato di alberi, e continuò a camminare e continuò a correre. Solo quando rimase completamente senza fiato si fermò un momento (F. Hardinge, La voce delle ombre, Mondadori, p.256)

La storia

Premetto che è molto difficile scrivere la trama di un romanzo basato su intreccio e colpi di scena senza togliere a chi legge il gusto della scoperta e dell’abbandono nella storia, cercherò dunque di dare solo le coordinate generali di un libro che si muove con equilibrio tra ricostruzione storica, fantastico, horror e romanzo di formazione.

Il romanzo è ambientato in Inghilterra durante la seconda metà del Seicento, a ridosso della Gloriosa Rivoluzione che avrebbe portato alla deposizione del re cattolico Giacomo II. Makepeace e sua madre vivono nel villaggio puritano in cui si sono rifugiate dopo che la donna è fuggita da un luogo non ben precisato e da un padre di cui non si nulla: la laconicità sul passato è solo uno dei motivi della continua tensione tra madre e figlia, che vivono come paria in un villaggio che le addita e le giudica, nonostante le due provino in ogni modo ad adattarsi alle rigide regole della comunità. Entrambe è come se avessero una sorta di marchio invisibile addosso: non sono originarie di Poplar, vengono da fuori, non c’è un padre con loro e dunque le accompagna il sospetto che si tratti di una ragazza madre con la figlia, a ciò si aggiungono gli incubi notturni con cui Makepeace sveglia la casa della zia in cui vivono; vivono costantemente con la paura di essere accusate di stregoneria. La ragazza, infatti, fin da piccola è tormentata da sogni terribili e da presenze soprannaturali: la madre conosce questa sua abilità e cerca di insegnarle a dominarle, a prezzo di lunghe notti solitarie passate in un cimitero, a nulla servono le preghiere di Makepeace, il suo terrore, le suppliche di lasciarla stare; secondo la madre deve conoscere il mondo delle ombre, per poterle dominare. Sono questi alcuni dei momenti più inquietanti del romanzo, che lasciano i lettori interdetti; è chiaro che madre ami la figlia, voglia proteggerla e tenerla lontana dalla famiglia d’origine ma lo fa in modo distaccato, duro e davvero poco comprensibile per una bambina: la relazione tra le due si interrompe bruscamente a Londra durante una sommossa, in cui la donna resta vittima della calca. Rimasta sola, Makepeace viene prelevata dalla famiglia di suo padre, i Felmotte, ricchissimi proprietari di un maniero antico e bellissimo,che nascondono un inquietante segreto, condiviso con tutti i membri della famiglia: possono contenere dentro di loro le anime dei defunti. In questo modo la stirpe è sopravvissuta per secoli, sfruttando i membri più giovani e ritenuti indegni di portare avanti il sangue della famiglia come contenitore per i più anziani. Makepeace è una Felmotte, figlia naturale del conte, e possiede, suo malgrado, il dono: casualmente accoglie dentro di sé lo spirito di un Orso, con il quale inizialmente ingaggerà una lotta di sopravvivenza, ma che poi diventerà il suo migliore amico. Da questo momento in un clima che alterna orrore e desiderio di riscatto, Makepeace si troverà a combattere su più fronti, contro la famiglia Felmotte che vorrebbe fare di lei un contenitore degli antenati, contro gli eserciti impegnati nella guerra civile e contro se stessa e il suo dono. In una climax di avvincenti e rocambolesche imprese Makepeace non solo imparerà a gestire il suo dono, ma a farne una possibilità di crescita e di bene per gli altri.

Il titolo

Questo è un romanzo pieno di voci, siano esse parole, sussurri o ruggiti. Ogni voce nasconde un’ombra, una sfumatura, un significato inquietante che Makepeace si ritrova ad ascoltare. Le ombre sono, quindi, sia gli spiriti che ospita dentro di sé, sia i segreti oscuri che si nascondono dentro la famiglia Felmotte, solo all’apparenza fedele e devota al re e alla causa inglese. Il titolo originale è A Skinful of Shadows che si traduce come “Una pelle di ombre” o “ Piena di ombre”, legato al dono della famiglia Felmotte, ma rimanda anche al significato tutto britannico di Skinful, che indica una sbronza, indicando forse come questo potere sia per chi lo ha qualcosa di destabilizzante, che porta fuori da sé.

I personaggi

Makepeace è sulla scena per tutta la durata della narrazione, eroina inizialmente suo malgrado, poi sempre più consapevole: il suo nome “Portatrice di pace” è stato scelto dalla madre nel momento in cui la donna si è trasferita a Poplar dalla sorella, convinta – a torto-  che dare alla figlia un nome connotato in termini religiosi avrebbe garantito loro un’accoglienza migliore.

Nei primi capitoli del libro la ragazza è ignara del suo dono, spaventata e intimorita dalle conseguenze dell’essere considerata negromante in un modo di Puritani; poi il veloce avvicendarsi degli eventi la rende sempre più consapevole e padrona della propria identità. Makepeace accetta la sua diversità, ma sceglie di usare il suo dono per il bene: lascia libere le anime, costruisce con loro un legame; dice infatti in uno dei punti finali del libro, al cospetto di un nuovo spirito appena trapassato: Non sei costretta a restare se non vuoi, sei la benvenuta, puoi viaggiare con noi per tutto il tempo che vuoi. Noi crediamo nelle seconde opportunità per le persone che di solito non ne hanno. Sei a casa Hannah, sei fra amici.

La vita di Makepeace inizia in solitaria e poi si riempie di relazioni non convenzionali: con un Orso, che diventa il suo spirito guida, con James, il fratellastro che scopre di avere a casa Felmotte, e con lo spirito del medico e del soldato che abiteranno dentro di lei e le daranno conoscenza astuzia e coraggio. Makepeace cresce non solo accogliendo il suo dono, ma aprendosi agli altri, alle loro contraddizioni e alla fatica della relazione: non è un caso che all’inizio sia sempre sottomessa e dimessa, poi piano piano acquisti fiducia e coraggio, anche quello di dire quello che pensa, ed è allora che diventa la guida per gli altri, che si trasforma da succube in eroina.

Con lei c’è Orso che si trova senza averlo voluto ad “abitare la ragazza”: la loro relazione nasce sotto il segno dell’incomprensione, Makepeace è inizialmente convinta si tratti del demone della madre, solo a poco capisce che è l’anima di un orso da circo. Orso porta con sé il ricordo dei traumi, la paura, le botte e un senso di solitudine, per questo si scaglia contro Makepaece e la costringe a compiere azioni incomprensibile per una ragazza (distrugge, rovina, morde): piano piano, con pazienza, la ragazza si prende cura dell’orso e ne coccola la disperazione, l’orso dal canto suo le dà forza, quiete e un legame con la natura che non avrebbe mai potuto avere. Gli altri spiriti che prende con sé hanno una funzione più limitata, ma tutti concorrono a determinare la scelta di Makepeace: lasciarli liberi, non farne schiavi. Ecco perché insieme riusciranno a combattere contro i Felmotte, che invece si pongono come padroni e dominatori degli spiriti.

Menzione a parte merita James, il fratellastro, che MaKepeace conosce solo nel palazzo dei Felmotte, coraggioso, ardito e un po’ sbruffone, inizialmente è lui a guidare la sorella, a trattarla da gregaria, poi anche il loro rapporto si evolve e cresce: i due ragazzi impareranno ad ascoltarsi e fidarsi l’un dell’altro e sarà proprio Makepeace a salvare il fratello, illuso e stordito dal miraggio del potere e della guerra.

All’opposto della generosità di Makepeace ci sono i Felmotte, non solo perché antagonisti, ma perchè sono un vero personaggio corale: nonostante compaiano con nomi e vicende diverse, si muovono in realtà con un solo obiettivo, mantenere il loro potere, la loro discendenza e il predominio sugli altri, per questo sono disposti a sacrificare i membri della loro stessa famiglia per conservare gli antenati; sono ossessionati dal potere e dall’immortalità. Nessun Felmotte è libero, anche chi sembra sottrarsi all’avidità della famiglia e si comporta in modo buono e generoso è tuttavia sottomesso al proprio destino e deve accettare di essere solo un contenitore degli antenati, di doversi sacrificare al bene della famiglia.

In ultimo ci sono le Ombre di cui abbiamo in parte già parlato, ma per definirle credo valga quello che dice Makepeace Non tutte le ombre nascondono l’oscurità, alcune custodiscono storie che il mondo ha dimenticato. Gli spiriti di questo romanzo non sono solo spaventosi e terrificanti, molti sono spaventati, insicuri, terrorizzati a loro volta e sono alla ricerca di aiuto, esattamente come gli uomini e le donne di carne.

I temi

Questo romanzo è costruito per prendere chi legge per mano e portarlo sull’ottovolante della vicenda, grazie a continui colpi di scena e un ritmo che alterna momenti di quiete ad accelerate improvvise. Ciò nonostante sottotraccia possiamo distinguere alcuni temi portanti già a partire dallo sfondo storico, da cui emergono chiaramente le disuguaglianze sociali e le pressioni sull’individuo che impone una società chiusa e integralista, come viene descritta la comunità del villaggio puritano di Makepeace. Quando la ragazza si trasferisce nel palazzo dei Felmotte viene messa a lavorare nelle cucine: qui il lavoro è duro, il rapporto con gli altri servi è basato sulla sopraffazione e sulla paura. Makepeace troverà una chiave, quella dell’alleanza con gli altri, spiriti e non, per sfuggire al destino di violenza cui pare designata. Altro tema storico è la guerra civile, che vede scontrarsi Puritani (Roundheads, fedeli al Parlamento) e Realisti (Cavaliers, fedeli a Carlo I), e che rimane sullo sfondo costituendo il terreno di conflitto in cui agiscono Makepeace e i Felmotte, ufficialmente alleati del re ma in realtà in segreta combutta con entrambi gli schieramenti per mantenere potere e alleanze.

Il libro è permeato di speranza e forza di volontà, non però una speranza passiva, ma attiva, fondata sul coraggio e sull’azione: Makepeace cresce e prende in mano il proprio destino, capisce che le sue debolezze possono diventare punti di forza e che la vera forza consiste non nel sottomettere e imprigionare gli altri per farne marionette, come fanno i Felmotte, ma nel lasciarli liberi. Da questa consapevolezza nasce il collettivo, il gruppo di alleati con cui sconfiggerà i Felmotte: inizialmente spiriti e umani agiscono in solitaria, ciascuno portando avanti il proprio bisogno, è solo a seguito del complicarsi degli eventi e dell’aumentare della fiducia tra loro che comprendono che solo un’alleanza può garantire loro una possibilità di salvezza.

Come e perché portarlo in classe

Si tratta di un romanzo che ben si adatta al primo anno del biennio e ai lettori e alle lettrici forti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado per i temi, per la struttura e per il linguaggio: è un libro che permette di affrontare in modo per quell’età sostenibile il diritto al libro difficile. La complessità non è tanto nella trama, anzi la sua linearità e i suoi colpi di scena permettono di avanzare senza troppo sforzo, ciò che può essere difficile e sfidante è l’accuratezza delle parole e la scelta con cui l’autrice plasma le immagini nella testa di chi legge. Riprendere in classe alcuni passaggi può essere stimolante e costituire un vero e proprio modello di scrittura, si veda a puro titolo di esempio:

Di notte la chiesa pareva cento volto più grande, il campanile un rettangolo implacabile di nero assoluto. L’erba era morbida sotto i piedi e grigia alla luce delle stelle. In un angolo del camposanto c’era una piccola cappella di mattoni, abbandonata da tempo. La madre la spinse dentro, e gettò delle coperte in un angolino della cappella buia. “Possiamo andare a casa adesso?” Makepeace sentiva un formicolio sulla pelle. C’era qualcosa di vicino, avvertiva un formicolio sulla pelle. Ne sentiva il brulicare inquieto, come zampette di ragno nella sua mente.

In questo brano appare evidente l’uso della descrizione sensoriale (il tatto: erba morbida sotto i piedi, formicolio sulla pelle; la vista la chiesa pareva più grande,il nero assoluto,l’erba griglia, la piccola cappella di mattoni), di un linguaggio per immagini (la metafora il campanile era un rettangolo implacabile di nero assoluto e la similitudine come zampette di ragno nella sua mente) e il ricorrere a un lessico e un’aggettivazione non convenzionali (implacabile, camposanto, formicolio, brulicare, inquieto).

Interessante sarà poi esplorare il sistema dei personaggi, gli incontri, i conflitti e gli scontri tra loro, tutti presentati da un narratore esterno onnisciente, che però limita al massimo i propri commenti: nel prevalere odierno di una narrazione per ragazzi in prima persona scegliere romanzi con un narratore di tipo classico è un buon trampolino per le letture che si proporranno negli anni successivi.

La presenza delle digressioni storiche e di una certa alternanza di descrizioni certamente rallentano il ritmo ma costituiscono un banco di prova per i lettori che va sostenuto con il lavoro in classe: sono parti che chi legge è tentato di saltare, importante è quindi mostrare loro il senso, sia sul piano della tecnica narrativa sia del contenuto, di tale scelta da parte della scrittrice.

Questo è certamente un libro che ha grandi punti di contatto con i romanzi storici e fantasy e che permette di lavorare sulla trama, sul concetto di verosimiglianza e sospensione dell’incredulità, sul perturbante e sul grottesco. Ma anche di ragionare su come in periodi oscuri (e non) è la forza del gruppo che possa aiutarci a rimanere umani e a scegliere di essere buoni.

Informazioni editoriali

La voce delle ombre, titolo originale The Skinful of Shadows (2017)

Casa editrice: Mondadori, Milano 2020

Traduzione dall’inglese di Giuseppe Iacobaci

Pagine 432

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