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Le promesse mancate di Trump (e di Meloni)

La sconfitta di Trump alle elezioni di midterm è stata schiacciante. Gli analisti hanno parlato di “ondata blu” dal colore del Partito Democratico, ma in realtà è stata anche “un’ondata rossa”, che è il colore del Partito Repubblicano, perché molti elettori repubblicani hanno votato per i candidati dem. Il Partito Democratico ha conquistato la maggioranza dei seggi alla Camera (andrà oltre i 250 seggi in base alle proiezioni disponibili) e al Senato ha ribaltato la precedente maggioranza repubblicana, assicurandosi almeno 54 seggi ed espugnando alcuni stati simbolo (Texas, Iowa, Maine, Kansas, North e South Carolina).

Secondo gli analisti i motivi della sconfitta di Trump sono stati due: il malcontento per la situazione economica (il caro prezzi e in particolare il prezzo del petrolio, che fa impazzire gli americani, gli USA sono da soli i consumatori del 20% del petrolio mondiale) e la guerra contro l’Iran. Sono due fattori tra loro intrecciati a causa della crisi dello stretto di Hormuz e soprattutto perché evidenziano le promesse mancate di Trump, che in campagna elettorale si era impegnato a fare più grande l’America, arrestandone il declino: lo slogan MAGA era Make America Great Again. Aveva affermato di essere un “uomo di pace”, candidato al Nobel (affermazione che sinistramente richiama quella propagandistica di Hitler e Mussolini alla conferenza di Monaco del 1938), poiché aveva promesso di chiudere le guerre in corso in particolare quella russo-ucraina, che ancora dura. Ha invece acceso la guerra contro l’Iran, sobillato dal fido alleato, l’Israele di Netanyahu, che continua sfiorare la deflagrazione nucleare. Hanno giocato a suo sfavore la corruzione del presidente e della sua famiglia e il coinvolgimento nello scandalo degli Epstein Files, in cui Trump sarebbe citato un milione e mezzo di volte. L’accusa principale degli elettori è che “lui si è arricchito e noi siamo impoveriti”.

In Italia gli alleati “storici” di Trump, oggi al governo a cominciare da Giorgia Meloni, tentano di salvare la faccia, negando di esserne stati gli alleati servili. Il governo Meloni è scosso da un movimento diffuso di lavoratori e studenti contro il carovita e per la pace, che riguarda un elettorato tradizionalmente di destra come gli autotrasportatori. L’unica difesa tentata dal governo è stata la criminalizzazione securitaria, strumentalizzando le frange minoritarie “violente”. La legge finanziaria conferma la tendenza altaglio i servizi a cominciare dal taglio ulteriore (oltre a quello dello scorso anno) di 7.000 posti tra docenti e personale ATA, mentre si dedicano 14 miliardi al riarmo. Il punto sta nella capacità delle opposizioni, ancora incerta, di costruire l’unità del movimento sugli obbiettivi costituzionali. Il cosiddetto Campo Largo dovrebbe interrogarsi sulla possibilità di seguire l’esempio dei dem americani, che tengono al proprio interno un fronte che va dai progressisti fino ai socialisti più estremi alla Sanders.

Siamo in una fase di guerre inter-imperialiste per l’accaparramento delle fonti energetiche fossili nell’epoca del loro esaurimento, fase iniziata dagli anni Novanta con le guerre del Golfo. La guerra imperialista tra le superpotenze, anche “per delega”, è la conseguenza inevitabile delle guerre commerciali e comporta la necessità di controllo autoritario del fronte interno secondo le logiche securitarie e la diffusione propagandistica dell’odio dello straniero, le cui migrazioni sono spesso provocate dalle guerre stesse. Ciò introduce un elemento teorico nuovo rispetto alle ipotesi novecentesche: la fascistizzazione della società non sembra essere la reazione alla rivoluzione socialista montante, del tutto assente dal panorama, ma una tendenza spontanea del capitalismo che nella sua crisi trova troppo stretti i vincoli delle democrazie “liberali”. Le contraddizioni tra le superpotenze sembrano essere diventate il motore regressivo della storia. Viene da chiedersi che fine abbia fatto il concetto della lotta di classe come motore della storia. In realtà la lotta tra le classi sta nel sordo scontro per l’accaparramento delle risorse, nelle crescenti disuguaglianze sociali, nell’enorme contraddizione tra il Nord ricco del pianeta in declino demografico e il Sud povero e affollato, che preme ai confini dell’impero in declino.

La sconfitta di Trump, insieme alle recenti vittorie di Lula in Brasile, del movimento degli studenti in Serbia e dei progressisti in Bulgaria la scorsa primavera, mostra come l’”onda nera” su scala planetaria sia resistibile come più volte affermato su queste pagine. Il punto decisivo è che, mentre la cosiddetta “Internazionale nera” è organizzata e soprattutto foraggiata dal gruppo degli oligarchi della rete, che detengono le ricchezze del pianeta, quella non dico “rossa”, ma almeno democratica non trova un punto di coagulo su scala internazionale, mentre le organizzazioni del diritto internazionale, come l’ONU, sono ridotte quasi al silenzio.

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