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Inchiesta “A scuola con gli autori”/1: “Morte di un uomo felice” di Giorgio Fontana

Abbiamo chiesto ad alcuni autori e autrici di descrivere e raccontare come un loro preciso libro è stato affrontato a scuola, dando conto dell’incontro avvenuto con giovani lettori e lettrici: con la serie di testi che ci avviamo a pubblicare, infatti, non desideriamo realizzare un compendio di opinioni generiche su come un autore “entra a scuola” ma speriamo di dare il senso di una ricezione attiva nella quale il lavoro di preparazione che si svolge in aula trova una realizzazione nel dialogo reciproco. (Nella foto, Giorgio Fontana a Casa Fenoglio)

Quando l’autore o l’autrice entra a scuola incorre subito in un pericolo: fraintendere la propria presenza episodica e ritenere di sostituirsi — almeno per un poco — ai docenti. Così non è, ovviamente, e vorrei chiarirlo a mo’ di cautela introduttiva: essere ospite per un paio d’ore, con il vantaggio della novità (o dell’interruzione delle normali lezioni) implica anzi una responsabilità ulteriore, poiché si inserisce in un rapporto a lunghissimo termine, complesso e fragile, del quale bisogna avere il massimo rispetto. Detto più concretamente: occorre non sfruttare tale asimmetria per spiegare la vita ai ragazzi, atteggiarsi a maestro di vita, o esercitare la peggior retorica; occorre invece rammentare la preziosa occasione in sé: essere lì per ragionare insieme di un testo.

Fin dai primi incontri nelle scuole mi sono dunque posto pochi obiettivi (anche alla luce dei pochissimi “incontri con autore” cui assistetti da ragazzo): non annoiare; non essere paternalista; parlare in modo estremamente chiaro; rispettare gli interlocutori. Con Morte di un uomo felice (Sellerio 2014) ho svolto decine di incontri con classi secondarie di II grado, in particolare — ma non solo — con istituti professionali e tecnici; e di loro vorrei parlare.

Se perdura un certo orrendo mito classista, per cui “i licei sono un’altra cosa”, c’è anche un mito simmetrico, accondiscendente e bonario: quello per cui basterà spargere graziosamente qualche chicco di sapere a becchi affamati, e mutar loro la vita. Per quanto mi riguarda preferisco sempre il realismo delle situazioni prese una alla volta: in certi casi la platea è stata attenta e partecipe, in altri parecchio più svogliata e casinista; ma nulla di più. Certo nei licei è tendenzialmente più semplice avere accesso a determinati incontri e possibilità, sia per il curricolo di studi in sé sia per la maggior disponibilità da parte degli ospiti — “i licei sono un’altra cosa”, appunto — quindi ho sempre cercato di andare altrove, e soprattutto in provincia e periferia, anche per una ragione personalissima: mi piace di più.

Morte di un uomo felice (Sellerio 2014) è un romanzo che incrocia due storie: gli ultimi mesi di vita di Giacomo Colnaghi, sostituito procuratore a Milano nel 1981, ucciso da un gruppo armato di sinistra, e gli ultimi due anni di vita di suo padre Ernesto, operaio e partigiano comunista a Saronno durante la Seconda guerra mondiale. I nodi, come si vede, vengono subito al pettine: i ragazzi affrontano un testo che parla di periodi remoti per loro (il 1981 e il 1943-1944) ma didatticamente appetibili, diciamo, motivo per cui il libro ha avuto una buona circolazione nelle scuole: sono però anche periodi soggetti a revisionismi, distorsioni, semplificazioni.

Questo mi imponeva di fornire subito un minimo di contesto storico, senza dare per scontata la preparazione degli allievi. Tralascio i casi più virtuosi, dove gli insegnanti di Storia avevano lavorato magnificamente affidando ai ragazzi compiti di approfondimento: nella maggior parte delle occasioni le classi avevano quel minimo di infarinatura che si può ragionevolmente dare lottando contro il tempo e le esigenze dei programmi. A ciò si aggiungeva la presenza di molti alunni dal cosiddetto background migratorio, cui manca l’eventuale sostegno del racconto orale — i ricordi di famiglia, banalmente — e per i quali può essere importante fornire alcune notizie ulteriori. In generale, soprattutto parlando della Resistenza, è vano attingere alla retorica istituzionale: trovo più utile ricordare che i partigiani erano quasi sempre giovani, spesso giovanissimi, e si sono presi sulle spalle un carico ideale immenso nel vuoto completo delle istituzioni.

Restava però un nuovo rischio: trasformare la discussione collettiva di un romanzo nell’ennesima lezione frontale. Volendo evitarlo ho elaborato, nel corso del tempo, un discorso di dieci minuti dove ripercorro le coordinate storiche indispensabili, per poi chiarire di aver scritto un’opera di finzione e non un saggio o un manuale.

Sottolineo questo punto perché c’è ancora, soprattutto a scuola, un’idea della letteratura come bene morale da preservare o al più sollecitare alla ricerca di risposte precise. Io credo invece che il romanzo sia l’esplorazione di esistenze immaginarie, le quali come ogni altra esistenza non sono mezzi per un fine personale bensì fini in sé; detto più chiaramente, credo che la narrativa vada considerata innanzitutto (benché non solo) in termini estetici. Quel che mi interessava, e che ritengo sia più interessante per i ragazzi, è interrogare il testo come dispositivo formale: mostrare come funziona una storia, perché ho scelto un aggettivo in luogo di un altro, come ho introdotto un personaggio e così via. Di “poetica” ne hanno già abbastanza, credo.

E qui la palla passa a loro. Dopo aver rotto il ghiaccio, le domande che mi hanno posto si possono dividere in tre categorie:

a) ovvietà: e cioè questioni banali, piatte, evidentemente fatte perché si dovevano fare: ad esempio “Cosa la ispira?”, “Perché ha scritto proprio questo romanzo?”, “Cosa sta scrivendo adesso?”. A essere rivelatore è più che altro il tono svogliato e monocorde. Non sono mai troppe e in ogni caso ho sempre risposto puntualmente, senza ironizzare o liquidare. (Aggiungo un monito a chi si straccia le vesti di fronte a questi casi, puntando il dito contro le nuove generazioni: i cliché abbondano anche nelle presentazioni in libreria, e in bocca a professionisti di una certa età).

b) domande intelligenti: la maggioranza. Si tratta per lo più di questioni relative alla fede di Colnaghi, al rapporto fra legge e giustizia — un tema molto sentito — e alla “felicità” evocata dal titolo. Davvero possiamo ritenere il protagonista felice? E come si può essere felici se si rischia costantemente la vita? E in che modo una vita soddisfacente si combina con l’adempimento del dovere? Eccetera. Non sono rovelli astratti e spesso nelle famiglie o nelle esperienze degli allievi si sono presentate situazioni dove le scelte individuali avevano un peso immenso: nonostante le grandi distanze storiche, ideologiche e personali, non è difficile stabilire un lessico comune.

c) domande molto intelligenti e originali; a volte, benché di rado, domande che mi vengono poste per la prima volta. Spesso si concentrano su quello che per me è il vero tema del libro: il rapporto padre-figlio. Cosa avrebbe pensato Ernesto Colnaghi di Giacomo? In che modo Giacomo ricostruisce e idealizza, anche al prezzo di amarlo più dei viventi, la figura del padre mai conosciuto? È possibile provare affetto per chi non esiste — e addirittura, ragioniamo, per un essere inventato? Eccetera, eccetera.

Quasi sempre con l’avanzare del tempo le voci si fanno più audaci. Gli allievi più intrigati alzano di nuovo la mano e tornano sulle mie risposte. Da parte mia provo a rilanciare: vi ricordate il dialogo fra Colnaghi e il terrorista? Vi sembra scritto bene? Perché rileggendolo, dico, trovo un bel po’ di difetti. Poi aggiungo di averlo riscritto ventun volte — è la verità — e ne approfitto per aggiungere che la buona scrittura è sempre riscrittura, benché nemmeno questo, come hanno appena visto, ci metta al sicuro dalle imperfezioni.

E ancora: ragazzi, parliamoci con onestà: voi leggete al di là degli impegni scolastici come questo? E cosa leggete? E se non leggete narrativa, perché? Vi piacciono i fumetti? (La mia esperienza come sceneggiatore di Topolino qui torna utile). A qualcuno o qualcuna piace scrivere? E secondo voi quanto guadagna l’autore in percentuale sul prezzo di copertina? (Molti hanno già avuto esperienze lavorative, o comunque conoscono bene la realtà professionale, e un franco discorso economico li interessa: perché no, del resto? Aiuta a dissipare l’idea che i romanzi maturino in un iperuranio estetico, lontano dai bisogni della quotidianità).

Fra i problemi più tipici, e facilmente risolvibili, segnalo invece le presentazioni iniziali troppo lunghe (non è necessario elencare vita morte miracoli dell’autore, o tenere una mezza prolusione) e gli interventi da parte degli insegnanti, volti — per quanto in buona fede — a correggere o parlare sopra agli allievi (è umiliante). Ma è tutto. In dodici anni d’esperienza con Morte di un uomo felice le mie conversazioni sono andate complessivamente molto bene, o almeno così mi è stato detto, e credo per due ragioni essenziali: i docenti erano bravi, e c’erano vari allievi interessati. Infine, per me è stato e resta estremamente gratificante: in un contesto intellettuale spesso caratterizzato da cinismo e vanità, discutere con i ragazzi di storie e stile aiuta a ricordare ciò che davvero importa del mio lavoro.

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