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fondato da Romano Luperini

Registro elettronico, un bilancio da fare

“Ciao Marco, ecco la tua dashboard”

Immediatamente sotto questo amichevole saluto leggo: ultime valutazioni, media generale, assenze, esito scrutini, comunicazioni in Bacheca…

Una dashboard – non lo sapevo, mi sono documentata – è una schermata/pannello di controllo, un cruscotto digitale che visualizza in modo sintetico e grafico le informazioni principali di un processo. Il termine deriva dal contesto automobilistico/aeronautico dove il cruscotto esibisce lo stato del veicolo; slittato nel contesto informatico e aziendale, il termine indica una schermata che aggrega dati essenziali e li rende disponibili in modo immediato. La stessa parola viene oggi utilizzata nel contesto didattico/educativo, ad esempio nei registri elettronici più aggiornati. Slittamenti semantici significativi.

L’altro giorno ho eseguito l’accesso al registro elettronico (d’ora in poi RE) di mio figlio e subito dopo, per comparazione, anche a quello di mia figlia (rispettivamente terzo anno della secondaria di primo grado, terzo anno della secondaria di secondo grado). Abitualmente accedo al RE dal mio PC, una volta a settimana perché ho deciso, all’inizio del loro percorso scolastico, di non scaricare l’app  sul mio telefono: volevo e voglio evitare la tentazione di poter controllare facilmente e ripetutamente tutto quel che accade ai miei figli mentre sono a scuola. Un aggiornamento del loro RE mi pone di fronte una nuova schermata: come accade a tutti, mi sento leggermente spaesata, ma il mio temporaneo disorientamento passa subito; non sfuma, invece, il fastidio/l’inquietudine che provo, da mamma e docente, osservando la nuova schermata.

Come insegnante della Secondaria di secondo grado ho a che fare con il RE ogni giorno, più volte al giorno, sin dal suo esordio. Trattandosi di un rapporto quotidiano e di lunga data capita non di rado che al RE ci parli, ma sempre più spesso il rapporto tra noi è caratterizzato da una tensione diffusa, da ripetuti momenti di insofferenza.

La dashboard in primo piano mi ha finalmente convinta a scrivere quanto da tempo mi ripromettevo di scrivere: una breve rassegna di riflessioni indirizzata a studenti, docenti, genitori, MIM relativamente alla natura, all’uso e agli effetti prodotti dal RE sul lungo termine.

Nel proporre questa breve rassegna seguirò quest’ordine:

– un veloce richiamo alla natura giuridica del RE,

– una serie di provocazioni rivolte ai differenti soggetti che interagiscono con il RE,

– una riflessione finale sul RE come dispositivo di rimozione dell’Opaco.

1. Il RE, opzione metodologica o strumento obbligatorio?

In prima battuta sarà bene ricordare che il RE è uno strumento digitale che è stato introdotto con il Decreto Legge n. 95 del 2012, convertito nella legge n. 135 dello stesso anno, per “implementare” – nell’ottica dell’efficienza e della trasparenza – la dematerializzazione e la digitalizzazione  della documentazione scolastica e facilitare la comunicazione con le famiglie. Nonostante le previsioni contenute nel D.L. n. 95/2012, l’obbligo di utilizzo del registro elettronico non è mai stato pienamente formalizzato: la mancanza del piano attuativo ministeriale, previsto entro 60 giorni dalla conversione in legge, ha di fatto reso questa innovazione priva di una base giuridica cogente. Ancor oggi, infatti, l’adozione del RE è, o dovrebbe essere, un’opzione metodologica deliberata dal Collegio dei Docenti.

Ritengo al contempo essenziale ricordare che l’art. 33 della Costituzione italiana garantisce la libertà di insegnamento e tale diritto comprende anche la libertà metodologica: il docente deve poter scegliere strumenti e modalità didattiche affini al proprio stile pedagogico. Il registro di classe, in questo contesto, non è un mero strumento di certificazione burocratica, ma parte integrante del metodo professionale. Questo strumento, nel suo complesso e relativamente ad ogni sua sezione, porta con sé una certa idea di scuola (che traduce una certa idea di società), una particolare visione delle relazioni tra le differenti componenti della comunità scolastica, una peculiare visione della didattica, tutti elementi che avrebbero dovuto essere indagati a monte, ma che almeno oggi, dopo un significativo periodo di sperimentazione sul campo, andrebbero ripresi e interrogati.

Da ultimo: la giurisprudenza ha ribadito che il docente può scegliere il formato del registro, cartaceo o digitale, purché lo compili in modo corretto e trasparente. L’imposizione unilaterale del RE da parte del Dirigente scolastico si configura come limitazione indebita della libertà d’insegnamento, salvo che non sia supportata da norme attuative chiare e specifiche. I pronunciamenti giudiziari più significativi confermano l’assenza di obbligatorietà del RE:

  • Cassazione Sez. V, Sent. n. 47241 del 21/11/2019: ribadisce che, in assenza di un piano attuativo, l’obbligo previsto dal D.L. 95/2012 resta inattuato e quindi non vincolante.
  • Tribunale del Lavoro di Catania, 8 e 9 settembre 2020: riconosce il carattere programmatico delle disposizioni sul registro elettronico, privo di valore precettivo in assenza di regolamentazione.
  • Tribunale del Lavoro di Catania, 2 dicembre 2020: annulla una sanzione disciplinare inflitta a docenti che si erano rifiutati di usare il registro digitale.

Occorre infine chiarire che il singolo docente non può scegliere in totale autonomia quale strumento usare: se il Collegio Docenti delibera l’adozione del RE e la scuola garantisce dispositivi e connessione, l’uso dello strumento diventa vincolante per il singolo.
Ma la differenza è sostanziale: l’adozione del RE non è obbligatoria e non dovrebbe risultare, come accade nella maggioranza dei casi, un passaggio scontato; servono una decisione formale, infrastrutture adeguate, procedure applicabili e, soprattutto, servono scelte coerenti con una visione pedagogica esplicita. Solo così l’innovazione digitale può risultare compatibile con la validità degli atti scolastici e con una consapevolezza metodologica che non dovrebbe mai venir meno.

2. Alcune provocazioni sotto forma di domande (non si salva nessuno, nemmeno chi scrive)

Al MIM

– Perché le scuole devono acquistare da aziende private uno strumento che non è obbligatorio (utilizzando parte del già esiguo fondo di istituto)?;

– Perché non esiste un RE ministeriale, fornito gratuitamente a tutte le scuole pubbliche, di ogni ordine e grado?

– Perché la struttura del RE, uno strumento amministrativo, ma, al contempo, un medium didattico (una commistione tipica del nostro tempo e tutta da indagare) viene determinata da aziende private e non dal Ministero competente attraverso un costante confronto con i docenti?

– Perché accade che nel RE acquistato da aziende private compaiano, in modo diretto e senza mediazione degli istituti stessi, comunicazioni del MIM?

– L’architettura di una piattaforma non è un fatto digitale neutro, essa definisce un ambiente digitale che plasma e costruisce la nostra esperienza e, quindi, condiziona il nostro modo di stare al mondo: la costruzione del “sé digitale” di bambini/e e studenti/esse passa anche attraverso l’interazione quotidiana con il RE. Alla luce dell’odierna e vasta letteratura che indaga questi aspetti, quali precauzioni adotta il MIM al fine di garantire, in tutte le scuole pubbliche, l’uso di uno strumento che si fondi su criteri pedagogici condivisi e tesi a rispettare il delicato processo di crescita e formazione degli studenti?

Ai Docenti

– Perché, all’inizio di ogni anno scolastico, adottiamo l’uso del RE senza passare attraverso alcun processo di confronto e di deliberazione?

– Perché, come corpo docenti, non pretendiamo che uno strumento digitale della scuola pubblica sia gratuito?

– Perché, come corpo docenti, accettiamo che l’architettura del RE, in quanto strumento didattico, sia determinata da aziende private?

– Perché, come corpo docenti, non sentiamo l’urgenza di riflettere sugli effetti dell’uso del RE relativamente nostro mestiere?

– Perché, come corpo docenti, non sentiamo l’urgenza di riflettere sugli effetti dell’uso del RE relativamente all’esperienza degli studenti?

– Perché, come corpo docenti, non avvertiamo l’urgenza di aprire un confronto approfondito in merito all’uso del RE, un confronto che porti ad un bilancio critico (luci e ombre, vantaggi e svantaggi, costi e benefici, rilevanza pedagogica, etc.)?

– Quali abitudini e quali comodità introdotte dal RE siamo disposti a mettere in discussione in favore di un uso consapevole dello strumento (in ordine alla sua rilevanza pedagogica)? Un solo esempio: caricare/scaricare la pagella finale o consegnarla personalmente allo studente e alla famiglia sono atti/situazioni che si equivalgono?

Ai genitori

– Perché, come genitori, accettiamo che uno strumento digitale della scuola pubblica non sia gratuito?

– Perché, come genitori, accettiamo che l’architettura del RE, in quanto strumento didattico, sia determinata da aziende private?

– Perché, come genitori, non sentiamo l’urgenza di riflettere sull’influenza del RE nel rapporto con i nostri figli e con la Scuola?

– Perché, come genitori, non sentiamo l’urgenza di riflettere sugli effetti dell’uso del RE relativamente all’esperienza quotidiana dei nostri figli?

– Perché, come genitori, non avvertiamo l’urgenza di aprire un confronto approfondito in merito all’uso del RE, un confronto che porti ad un bilancio critico (luci e ombre, vantaggi e svantaggi, costi e benefici, rilevanza pedagogica, etc.)?

– Quali abitudini e quali comodità introdotte dal RE siamo disposti a mettere in discussione in favore di un uso consapevole dello strumento (in ordine alla sua rilevanza pedagogica)? Un solo esempio: scaricare la pagella finale o riceverla personalmente sono atti/situazioni che si equivalgono?

A studenti/studentesse

– Perché, come studenti/esse, accettiamo che uno strumento digitale della scuola pubblica non sia gratuito?

– Perché, come studenti/esse, accettiamo che l’architettura del RE, in quanto strumento didattico, sia determinata da aziende private?

– Perché, come studenti/esse, non sentiamo l’urgenza di riflettere sull’influenza del RE  sul nostro vissuto quotidiano?

– Perché, come studenti/esse, non sentiamo l’urgenza di riflettere sugli effetti dell’uso del RE relativamente alla nostra relazione con la scuola e la famiglia?

– Perché, come studenti/esse, non avvertiamo l’urgenza di aprire un confronto approfondito in merito all’uso del RE, un confronto che porti ad un bilancio critico (luci e ombre, vantaggi e svantaggi, costi e benefici, rilevanza pedagogica, etc.)?

– Quali abitudini e quali comodità introdotte dal RE siamo disposti a mettere in discussione in favore di un uso consapevole dello strumento (in ordine alla sua rilevanza nel nostro percorso formativo)? Un solo esempio: scaricare la pagella finale o riceverla personalmente sono atti/situazioni che si equivalgono?

A me stessa

Evitando di riproporre tutte le domande che, come docente e genitore, coinvolgono direttamente anche me, mi chiedo: perché non mi sono data da fare prima? Perché non ho cercato di condividere tutti i dubbi, le perplessità, le stonature che pure avverto da tempo e che, forse, molti altri avvertono in modo più o meno simile e assillante?

Mi sembra di arrivare troppo tardi, ma, come si sul dire per rassicurarsi… meglio tardi che mai.

3. Opacità, una lezione per il nuovo millennio?

Dopo aver richiamato la natura giuridica del RE e aver sollevato una serie di questioni relative al nostro rapporto con lo strumento, vorrei chiudere con un ultimo giro di riflessioni. Mi soccorre qui l’immagine di un Italo Calvino redivivo che, dopo aver sperimentato i nostri registri elettronici e analizzato le piattaforme dedicate alla gestione della didattica, è tentato di integrare le sue Lezioni americane dedicandone una all’Opacità (in rapporto dialettico con la Trasparenza).

Lo vedo scrivere la parola piattaforma sul foglio bianco, vedo la mano che corre e fissa appunti preziosi. Un filo si dipana a partire dall’analisi dei significati della parola. In ordine sparso e non senza un pizzico di ironia: una superficie più o meno ampia, piatta o spianata artificialmente; nome generico per strutture piane e resistenti, per lo più orizzontali, rigide e fisse che rendono possibili determinate manovre; piattaforma di estrazione petrolifera; ripiano delle vetture tranviarie (i passeggeri sono pregati di non sostare sulle piattaforme) e ancora, si rincorrono i rimandi alla dimensione militare, navale, sportiva, geologica, meccanica, politica, informatica, digitale… Occhio, penna e mano dello scrittore individuano termini ricorrenti, espressioni che suggeriscono interessanti accostamenti.

Nel caso specifico della piattaforma digitale, il nostro caso, la piattaforma che regge il RE e i vari software didattici si presenta come una struttura che in effetti permette una serie notevole di manovre più o meno estrattive, una struttura con una sua architettura che permette di aggregare e rendere visibili/accessibili i dati essenziali al monitoraggio del percorso scolastico. Ecco che ritorna la dashboard iniziale, il cruscotto che, con un rapido colpo d’occhio, permette di visualizzare/monitorare lo stato del veicolo che, in questo caso, sarebbe mio figlio: è presente a scuola, non ha preso note disciplinari, sta svolgendo una lezione di Storia dedicata alla Rivoluzione americana, la sua media attuale è… E così via. E quel che vedo io lo vedrà anche lui, appena varcata la soglia del RE, anzi, nella sua app la modalità di visualizzazione è diversa: la media generale del profitto è collocata al centro, esibisce caratteri più grandi, spicca smaccatamente. Ogni nuova valutazione contribuisce ad aggiornare il profitto complessivo che lo studente vede sempre come prima cosa, ogni giorno, più volte al giorno. E io che parlo di valutazione formativa da anni? E le ore perse a cercare di convincere figli e studenti che loro non sono i voti che prendono, che il profitto conta, sì, ma relativamente, che viene dopo, infinitamento dopo una sacco di altre cose… Oltre il danno, la beffa: le scuole pagano profumatamente per utilizzare un medium didattico che forse semplifica la vita del docente (ne siamo proprio sicuri?), ma di sicuro incide sulla qualità della vita scolastica in tanti modi che, ancora, non sono stati approfonditi.

Torno alla fantasia iniziale: mi diverto ad immaginare la password che avrebbe potuto scegliere Calvino, non fatico a visualizzare lo sguardo che scruta la dashboard e mi pare quasi di intravedere rughe sottili increspare l’inconfondibile fronte.

Che cosa ci avrebbe potuto dire in merito alla Trasparenza, idolo invocato in tutti documenti, saldatura ideologica della tecno-amministrazione scolastica, incarnazione luminosa dell’efficenza operativa del RE? Quali virtù dell’Opacità sarebbe stato in grado di stanare ed esaltare in relazione all’assolutizzazione tirannica della Trasparenza che invade ogni pertugio dell’infanzia e dell’adolescenza?

Sull’Opaco Calvino ha in realtà scritto in un contesto letterario diverso e che qui ci potrebbe pure aiutare se soltanto gli potessimo dedicare uno spazio adeguato, cosa che, ahimè, non si può fare[1].

Proseguo con la mia fantasia: immagino lo scrittore, novello paladino della linea d’ombra, costruire un elogio letterario di tutto quanto si sottrae all’esemplificazione del dato velocemente reperibile, al rischiaramento ossessivo della documentazione immediatamente disponibile, all’illusione della certificazione di processi che non possono essere ridotti a procedure; insomma, una lode dell’Opaco che potrebbe entusiasmare tutti coloro che, con moto istintivo, ripugnano la luce da sala operatoria/tavolo anatomico del cruscotto digitale.

E non per fanatica adesione all’ideologia dell’Opaco, no, che le ragioni ragionevoli della Trasparenza verrebbero considerate dal Nostro, ma solo in virtù di un equilibrio (ah, la cara bilancia di Maat!) che tiene in considerazione e soppesa le ragioni dell’Opaco.

Tendono alla chiarità la cose oscure… Eh già, ma questo tendere presuppone l’esistenza dell’oscuro, dell’opaco, del fuori fuoco e la lentezza, lo sforzo, lo smarrimento, la caduta, il rischio che un bambino e un ragazzo dovrebbero poter sperimentare dentro e fuori la Scuola, come condizioni che permettono di muoversi verso la sempre relativa chiarezza dell’età adulta.

Ma se il mio essere presente a scuola è immediatamente verificabile, potrò mai assumermi la responsabilità dell’assenza? Se l’esito delle mie prove raggiunge attraverso una notifica i miei genitori, perennemente coinvolti nel monitoraggio del mio percorso formativo, potrò mai avere la responsabilità (gioiosa o meno) di comunicare questo esito? Di decidere se comunicarlo, quando e come? Se tutto quello che i miei docenti mi chiedono di fare è salvato nell’Agenda digitale di classe ed è sempre reperibile, come farò a sviluppare tutte quelle capacità organizzative (la famosa autonomia) essenziali a scuola e altrove?

Quali spazi reali di libertà e quindi di responsabilizzazione rimangono a studenti e genitori? Quali zone opache consentono la costruzione di una relazione di fiducia tra le parti in gioco? Quali fessure buie, quali interstizi permettono lo svolgimento di tutti quegli esercizi, spesso fallimentari, di allenamento alla libertà?

Gli adulti – genitori e insegnanti, compresa la sottoscritta – tendono oggi a rimuovere celermente e assiduamente le cose oscure e incerte che dell’infanzia e dell’adolescenza sono compagne preziose; una rimozione collettiva che, senza considerare le ragioni ragionevoli dell’Opaco, mira a rendere trasparente ogni istante, ogni frammento della vita di bambini e ragazzi: fotografati continuamente, osservati e controllati in ogni occasione, accompagnati ovunque, geolocalizzati, espropriati di spazi e tempi esclusivi, privati di autentici margini di libertà (quella vera, sempre rischiosa), trattati come utenti e consumatori ai quali erogare servizi che devono rispondere alle logiche di una pseudo-personalizzazione (spesso ridotta a profilazione), destinati a ricevere/subire una cura che si riduce ad accudimento.

Peccato, davvero, non avere tra le mani e poter sfogliare questa immaginaria lezione americana dedicata alle virtù dell’Opacità, forse ci avrebbe aiutati a sostare sulla piattaforma.

Un grammo in più di nostalgia sul piatto della bilancia, una possibilità in meno di mettere in discussione la tirannia della Trasparenza.


[1]     I. Calvino, Dall’opaco, in Adelphiana, Adelphi, Milano 1971.

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