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Michele Farina, Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi

È recentemente uscito per Mimesis Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi, di Michele Farina. Ne pubblichiamo una parte dell’Introduzione, ringraziando autore ed editore, e ricordando anche che nel 2027 si celebrerà il centenario malerbiano.

Le righe che seguono costituiscono la parte finale del capitolo introduttivo del volume. Nella loro brutale semplicità sono state pensate e scritte per fornire al lettore una chiara mappatura degli argomenti affrontati nel libro. Le righe finali sono dedicate a tutti gli insegnanti che vogliano sperimentare la lettura di Malerba in classe. Questo libro è stato scritto anche per loro [M. F. ]

Questo libro si divide in quattro capitoli, così articolati: il primo è l’introduzione che avete quasi finito di leggere; il secondo ripercorre la genesi del rapporto di Malerba con le forme brevi a partire dal suo doppio esordio come narratore letterario: quello “sommerso”, Le lettere di Ottavia, e quello ufficiale, La scoperta dell’alfabeto.

Trattando della raccolta di racconti d’esordio – fondamentale nell’economia della mia proposta critica –, ho ritenuto opportuno menzionare anche il repertorio lessicale Le parole abbandonate per evidenti ragioni di continuità tematica, nonché per mostrare un altro

volto del rapporto di Malerba con la brevità. Chiude il secondo capitolo un paragrafo dedicato alle Rose imperiali, la raccolta di racconti ad ambientazione cinese, che condivide con La scoperta dell’alfabeto un’aspirazione al macrotesto che mancherà alle raccolte di racconti successive, più rispondenti a una logica ciclico-seriale.

Il terzo capitolo affronta quella che, a posteriori, possiamo considerare la quadrilogia dei racconti borghesi di Malerba, che, aperta da Dopo il pescecane e Testa d’argento, giunge fino a Ti saluto filosofia e alla raccolta postuma Sull’orlo del cratere, curata da Gino Ruozzi ma già approntata dall’autore nell’ultimo anno di vita. I motivi per riunire la trattazione di questi libri nello stesso capitolo sono molti: dalla comune matrice giornalistica dei singoli racconti, riuniti in volume solo in un secondo momento, alla continuità di misure, stile e temi. Nel complesso le quattro raccolte danno vita a una corposa anti-epopea per frammenti della borghesia italiana negli anni del benessere.

Infine, il quarto capitolo affronta panoramicamente i libri anfibi di Malerba, vale a dire la sua ibrida produzione per l’infanzia, cercando di valorizzarne lo specifico ma anche i motivi di affinità con le opere maggiori, nella convinzione che questo aspetto della sua attività costituisca un capitolo importante del suo rapporto con le forme brevi e in generale della sua fisionomia di narratore. Collateralmente, ho cercato di ricostruire anche i termini della collaborazione di Malerba con alcune riviste letterarie del secondo Novecento che si innestano nella tradizione della bizzarria, della satira e dell’umorismo.

Ne emerge un percorso secondario coerente, che ha condotto Malerba a pubblicare prose e racconti sul “Caffè” di Giambattista Vicari, sul “Cavallo di Troia” di Paolo Mauri, riviste di cui fu anche redattore, sull’almanacco “Il semplice” di Celati e Cavazzoni e, infine, sul “Caffè illustrato” di Walter Pedullà. Analogamente al quotidiano, la rivista di taglio letterario è per Malerba un luogo dove proporre (e, in certi casi, riproporre) singole tessere narrative che troveranno la loro collocazione in volume solamente in un secondo momento, inserite in questo caso all’interno di un discorso culturale di respiro più ampio, assente nei periodici generalisti.

Nel corso della trattazione non ho rinunciato a una valutazione esplicita delle singole opere esaminate, talvolta di singoli testi. Cercare di mettere in prospettiva i titoli del corpus analizzato, gerarchizzandoli, è stata una profilassi necessaria per provare a restituire il profilo dell’autore nelle giuste proporzioni, evitando agiografie che avrebbero aggiunto poco al discorso critico, non avrebbero smosso i lettori più scettici e non avrebbero invogliato eventuali curiosi ad avvicinarsi.

Uno degli obiettivi di questo lavoro è quello di colmare almeno in parte quel “difetto di contestualizzazione” di cui ha parlato Barenghi anche in riferimento al caso di Malerba. Nel fare ciò, ho cercato di storicizzare la figura dell’autore e di valorizzare l’influenza esercitata sulla sua opera da alcuni maestri (su tutti, Pirandello e Svevo), fratelli maggiori (Moravia, Zavattini), autorevoli compagni di viaggio (Calvino), interlocutori più giovani (Celati) e simbolici eredi (Benati e Cavazzoni). Anche per svolgere questo compito, il libro è suggellato da un’appendice, aperta da una breve nota critica, di lettere inedite inviate e ricevute da Malerba.

In generale, mi sono sforzato di mettere in dialogo fra loro le opere analizzate, cercando di evidenziare il ricorrere di temi e stilemi che attraversano tutta l’opera breve e non breve di Malerba; quando opportuno, ho cercato di allargare la rete dei riferimenti intertestuali anche ai romanzi dell’autore, per evidenziare la circolazione di motivi e soluzioni fra la sua produzione lunga e quella breve. Partendo da un aspetto specifico, ho cercato insomma di lavorare in direzione di una proposta critica che potesse valere non solo per l’opera breve di Malerba, ma che aiutasse a leggere anche la sua produzione romanzesca.

Per richiamarmi alla premessa da cui ero partito, l’obiettivo del mio lavoro non è stato, dunque, quello di convincere il lettore della canonicità dell’opera di Malerba nel panorama del nostro Novecento o di darla comodamente per presupposta. Ho trovato più interessante partire da un’ipotesi di segno opposto, anche più pessimistica se vogliamo: quello del canone, comunque, è un problema da tenere presente, ma dal quale è meglio non farsi troppo ossessionare. È un punto sul quale il singolo, ed è bene che sia così, ha una capacità di azione limitata: altri dovranno maturare la propria idea a riguardo, soprattutto i lettori. A parziale sollievo di chi scrive, i canoni imposti ex cathedra, infatti, sono oggetti dalle gambe fragili, qualora non intervenga una reale validazione da parte del pubblico.

Più modestamente, l’ambizione che ha guidato la mia ricerca è stata quella di offrire una ragionevole ipotesi di lettura della parabola di questo autore a partire dal suo rapporto con le forme brevi. Da ultimo, la mia speranza è che questo lavoro in futuro possa diventare uno strumento utile a chi volesse provare (o riprovare) a proporre questo autore in sede didattica. A costo di ripetermi, il fatto che esista un Malerba per ogni ordine scolastico, dalla scuola primaria fino all’università, non andrebbe sottovalutato, ma anzi dovrebbe costituire la ragione principale di un suo rilancio.

Molti dei suoi migliori racconti possono essere utilizzati con soddisfazione dagli insegnanti, che hanno l’esigenza di mettere a profitto con la lettura e il commento di un testo integrale un’ora scolastica già rosicchiata dalle burocrazie di rito e dagli inciampi quotidiani della vita in aula; oltre a ciò, per la loro natura artigianale, i testi brevi di Malerba hanno un ottimo potenziale didattico, se considerati come spunti per ulteriori manipolazioni e riscritture.

I racconti di Malerba assomigliano a un ritrovato, a metà fra l’oggetto magico e il trucco da fiera, che fa capolino di quando in quando in alcuni suoi testi: il recipiente “piccolo di fuori e grande di dentro”. Non so se per miracolo o per truffa, ma nello spazio di poche pagine, talvolta di poche righe, è possibile ritrovare miniaturizzato l’intero Malerba e, come spero di mostrare nelle pagine che seguono, le tracce di una lunga tradizione letteraria, che ancora oggi sopravvive.

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