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diretto da Romano Luperini

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Per Franco Loi

franco-loi-2.jpg Il 4 gennaio si è spento, a Milano, Franco Loi. Questo breve saggio è un modo per ricordare e rendere omaggio alla «vûs fina» di uno dei più grandi poeti dialettali del secondo Novecento, la cui morte, forse, è sfuggita all’attenzione di molti.

«Vèss om e vèss puèta»

«I’ mi son un che quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’è ditta dentro vo significando». Così, citando Dante (il riferimento è al canto XXIV del Purgatorio) assai spesso negli anni, Franco Loi ha risposto a chi gli chiedesse di definire i fondamenti del suo discorso poetico, dichiarando apertamente, senza remore, che i suoi versi sono il risultato dell’espressione libera di sé, che rifiuta convenzioni artificiose. L’essenza della sua poesia si dispiega, dunque, dall’«intuizione, dall’osservazione del reale, dalla vicinanza alle cose», dall’«amore per la vita» che genera un movimento, un’emissione di suoni che divengono successivamente significati, quindi parole.

La scrittura non è il risultato di una costruzione mentale del poeta che raccoglie e classifica, ante rem, i contenuti dell’ispirazione, e non ha a che fare con l’intenzione razionale di trasmettere un’immagine idealistica o intellettualistica; nasce, invece, dall’ascolto autentico della propria memoria inconscia e, insieme, del mondo, è una rivisitazione a posteriori di una rivelazione, di una circostanza folgorante, atemporale, «nel momento in cui l’amore induce a esprimersi», e in cui  si fondono una miriade di eventi sparsi, «immagini, frammenti, ombre» («Ma cos’è la poesia? È come il sogno, esprime la nostra parte inconscia, quello che ti viene dettato da dentro […]. A volte le cose sono chiare, altre volte sono immagini, frammenti, ombre a cui a fatica si riesce a dare un significato; «La poesia è il momento in cui ti congiungi con l’ignoto, con il mistero, anche con Dio. Scrivi perché è necessario, la forma viene dopo. Il primo che ha composto in endecasillabi non è partito dalla metrica»).

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Il futuro della scuola sarà la burocrazia?

bd6aa89123dd876bd50de340caa97f96.jpg Fra i libri che mi sono cari, a cui spesso ritorno per riflettere, c’è LTI. La lingua del Terzo Reich, del filologo tedesco Victor Klemperer. Pubblicato in Italia da Giuntina, è uno di quei libri che, senza tema di retorica, possono cambiare la vita, o almeno la prospettiva su molte questioni, non solo linguistiche.

Filologo romanzo, Klemperer fu colpito in quanto ebreo dalle leggi di Norimberga e per questo costretto a lasciare l’insegnamento. Sposato ad una donna “ariana”, si salvò dalla deportazione proprio in virtù di un cavillo presente nelle leggi razziste del 1935. LTI è il frutto delle osservazioni, delle annotazioni, delle riflessioni che Klemperer, privato del proprio mestiere e della propria biblioteca, fece, a rischio della sua stessa vita. La lingua è l’oggetto di studio, e in particolare la vera e propria “occupazione” che il nazismo, col suo carico ideologico, attuò nei confronti del tedesco, incidendo profondamente anche dopo la caduta di Hitler. Perché è la lingua, scrive Klemperer commentando un distico di Schiller, «che crea e pensa per te».  

Dopo aver letto un libro come LTI non si può vedere la realtà come la si vedeva prima. Così è accaduto a me negli anni universitari e così credo possa accadere ancora. Per questo il libro è una lettura che suggerisco spesso ai miei studenti degli ultimi anni e uno strumento che qualche volta ho utilizzato in classe (il capitolo sulla storia del termine fanatish è un saggio esemplare e un utile strumento per affrontare l’Illuminismo in chiave europea).

In questi giorni LTI mi è tornato in mano. Mentre si avvicina il 27 gennaio, mentre le superiori affrontano il terzo mese di DID, ex DAD, mentre si consuma una crisi politica senza precedenti sono tornato quasi per caso al “mio” Klemperer per riflettere sulla scuola, e in particolare su un aspetto che in qualche modo si lega alle riflessioni del filologo, quello della burocrazia.

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Nessuno mi può giudicare? Sulla formazione e la valutazione dei docenti

Giano-1.jpg Formo ergo valuto

A ogni docente si richiede trasparenza nelle valutazioni dei propri allievi. Ed è giusto: non è solo un problema di tracciabilità del voto (da dove venga, in base a cosa venga attribuito), ma di investimento formativo nella operazione stessa della valutazione. Per questo ogni docente avveduto sa che a far la trasparenza non è la griglia più o meno fitta di indicatori e descrittori di prova, ma la chiarezza progettuale nella ricognizione dei contesti di apprendimento (situazione iniziale, situazioni attese in rapporto alla classe e a un più ampio standard nazionale), la definizione onesta delle finalità educative, l’individuazione lucida degli strumenti utili a conseguire quegli scopi, il tempo e lo spazio destinati ad allenare gli allievi all’utilizzo di quegli strumenti e per consentirgli la rielaborazione dei risultati del loro lavoro. In assenza di questo – diciamolo chiaramente - la valutazione è un arbitrio. L’insegnante potrà anche aver cura di inserire le voci più raffinate e dettagliate all’interno delle sue griglie, o anche le più intransigenti o sbrigliate; e naturalmente potrà anche attribuire voti attenendosi con scrupolo e rigore alle percentuali che ha stabilito per ciascun indicatore. Resta il fatto che senza quella onestà progettuale la valutazione perderà di attendibilità, di senso, di spessore. In altre parole: possiamo consentirci di valutare serenamente i nostri allievi solo nella misura in cui li avremo formati ad affrontare la prova per cui li valutiamo. Formazione e valutazione – lo vede bene anche chi non sia esattamente addentro a questioni pedagogiche – costituiscono un binomio irriducibile.

Della stessa sostanza dovrebbe essere fatta ogni operazione che puntasse alla misurazione del merito, inclusa la misurazione del merito degli insegnanti. Che non è un tabù, per carità; semplicemente, non è fatta così. Non allo stato.

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Inchiesta sul lavoro di editor /1: Fabio Stassi (Minimum Fax)

12136.jpeg A cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato

Con l’intervista di oggi diamo avvio a un’inchiesta sulla professione dell’editor. Nel corso del Novecento questo “mestiere” è stato svolto da scrittori come Calvino, Vittorini, Sereni che fungevano da mediatori tra società letteraria, case editrici e pubblico; oggi il mondo dell’editoria è stato investito da grandi trasformazioni che sembrano aver dissolto la figura dell’intellettuale-editore e modificato in profondità il lavoro editoriale. Questa indagine mira a sondare come sia mutata, tra dissolvenze e persistenze, la funzione dell’editor all’interno della filiera del libro, coinvolgendo sia case editrici indipendenti sia l’editoria maggiore.

1. Editing e condizioni materiali del lavoro intellettuale. Qual è il suo rapporto lavorativo e quanti libri è chiamato a editare in un anno?

La media di editing annuali è per ora di circa sei titoli l’anno. Ma ci sono continui scambi, e interrelazioni, e il lavoro dell’editor non si limita più soltanto all’editing di un testo, ma spesso accompagna anche la sua promozione. La parte più defatigante è sicuramente l’esame dei manoscritti, che arrivano in numero impressionante e quotidiano, tra i dieci e i quindici a settimana, se si volesse tentare una statistica, ma sono cifre variabili.

2. Su che basi si imposta il dialogo tra l’editor e lo scrittore.  Come viene “associato” un autore a un editor (per affinità tematiche, di generi letterari…); quanto del lavoro di editor può rientrare in queste categorie: semplice revisione (ruolo tecnico), interpretazione (ruolo di critico); riscrittura (ruolo creativo). Quanto e come queste tre funzioni si traducono in un dialogo con l’autore?

L’affinità spesso è una conseguenza della scelta di pubblicare un manoscritto al posto di un altro. Ma non si scelgono soltanto testi affini al proprio gusto; dipende sempre dalla qualità, e per noi dalla qualità di scrittura. Questa parte, la revisione stilistica, è quella che curiamo maggiormente. Se non c’è un tono, il tono giusto, non c’è neppure il libro, di solito. Ma naturalmente è necessario poi esaminare e lavorare insieme su personaggi e trama. Crediamo soprattutto nella centralità del personaggio. Prima della storia come plot, sono fondamentali per noi stile e personaggio. Il ruolo creativo a volte interviene nel montaggio, nella scelta dell’ordine delle parti, nell’attenzione a incipit e finale. Sull’interpretazione di sicuro un editor può essere importante: può capitare di vedere qualcosa che l’autore non vede, dall’interno. Ma questo è sempre un ragionare a posteriori; il senso di un testo, quando si ha la fortuna di intuirlo, arriva alla fine del lavoro, mai prima.

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Alla ricerca del tempo che non abbiamo perduto

277f2b1aa5c3d3a014d4a925d5c1ff8b.jpg  Sulla retorica della sconfitta

Il discorso pubblico sulla scuola è stato dominato, negli ultimi mesi, da metafore di perdita e di sconfitta.

Un potente esempio di questo genere di retorica, e della sua scarsa utilità per comprendere la realtà e risolverne i problemi, è costituito da molte riflessioni sui giovani.

I media (e chi ha cercato visibilità attraverso di essi) hanno scelto spesso di partire dalla metafora potente del “furto di futuro”: ne sono derivati racconti di giovani ingannati, sofferenti, abbandonati, vittime. Come logica conseguenza, si sono cercati colpevoli e responsabili, prevalentemente nella didattica digitale (per un breve momento personaggio positivo, poi la “cattiva” della storia”), nelle istituzioni (unite in un complotto per escludere gli studenti), talvolta nei docenti (comodamente seduti a casa, mentre i giovani fremevano dal desiderio di andare a scuola).

Naturalmente, questi racconti non sono privi di una piccola parte di verità; sono però ben lontani dall’esaurirla e anzi in larga misura la tradiscono. Lo attestano con evidenza alcune autorevoli voci fuori dal coro: la giornalista Selvaggia Lucarelli si è soffermata più volte su ciò che i giovani imparano dalla pandemia nell’ambito della loro socialità; lo psicanalista Massimo Recalcati ha sviluppato una seria riflessione sul significato e sul ruolo del dolore nel percorso di crescita di ciascuno di loro.

Un esempio più specifico della costruzione di un nesso automatico e indiscutibile fra emergenza e perdita è costituito dagli articoli ed interviste a tema didattico che quantificano i danni subiti dal sistema, in vista di futuri interventi di “ristoro formativo”; un’espressione in cui, in modo molto significativo, agli studenti e alle loro famiglie si riconosce un indiscusso diritto ad un risarcimento per un grave danno subito.

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Borges, Leopardi e l’infinito

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Ad Antonio Prete

Ho vissuto in due città che hanno concepito e pensato l’infinito in modo diverso, se non contrapposto. Si tratta di due città differenti, per lingua, dimensioni e complessità, ma ciascuna, attraverso i suoi autori principali, ha dato un’idea di sé in modo tale che oggi è impossibile pensarle senza tenere conto di questo fatto. In una, l’infinito è rappresentato da un punto che contiene l’intero e inconcepibile universo, con tutte le sue possibilità, anche quella di vedere il proprio volto riflesso in quel segmento inesteso, scoperto nella concretezza di un luogo preciso; nell’altra, invece, è l’immensità dello spazio, attraverso l’immaginazione, a raffigurarlo: quell’orizzonte lontano che convoca dentro di sé, nei timori del cuore («ove per poco il cor non si spaura»), l’idea d’eternità. Uno di questi autori ha concepito l’infinito in una città malinconica, quando era un quarantenne e cominciava a imperversare il buio della sua cecità; l’altro, l’ha concepito nella sua prima giovinezza, osservando gli spazi sterminati oltre la siepe, in una piccola città arroccata sul crinale di una collina. Il primo si chiama Borges ed è nato a Buenos Aires allo scadere del XIX secolo; l’altro Leopardi ed è nato a Recanati, quasi un secolo prima. A Buenos Aires non si può pensare l’infinito senza tenere conto di quel punto che contiene ogni cosa, anche sé stesso, e che Borges ha raffigurato in un Aleph, ovvero in un «luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli». L’ha scoperto nel diciannovesimo gradino di una scala nei sotterranei della casa dove abitava Beatriz Viterbo, in via Garay. Si tratta di un infinito separato dal soggetto che lo contempla, quindi, esterno all’osservatore, eppure, in quel minuscolo frammento Borges scopre il suo stesso volto e il suo stesso sguardo. Non lo scopre nella sua interiorità, ma vede sé stesso dentro quel punto. Allo stesso modo, a Recanati, non si può pensare l’infinito senza tenere conto di quel confine spaziale, la siepe che lo «sguardo esclude», lassù, sul Monte Tabor, che si affaccia verso sud e dal quale, nelle giornate con poca foschia, si riescono a scorgere le cime innevate dei monti Sibillini, perché è a partire da quella barriera che la poesia di Leopardi, L’infinito, composta presumibilmente fra la primavera e l’autunno del 1819, prende il volo verso gli «interminati spazi». Dunque, parliamo di un infinito rappresentato da un universo interiore, che nello sguardo dispiega i propri sentimenti. Un anno dopo L’infinito, nella prosa poetica dello Zibaldone chiarirà un punto fondamentale:

L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.

 

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Dante&Me/ 6. Cinque domande a Francesco Spera

1309463774.jpg Il 2021 vedrà moltissime iniziative nel nome di Dante Alighieri, nella ricorrenza dei settecento anni dalla sua morte. La redazione de Laletteraturaenoi ha voluto dedicargli uno spazio di riflessione che possa essere luogo di incontro fra università e scuola, proponendo a studiosi e studiose d’Italia di rispondere a cinque domande-chiave per entrare nell’universo dantesco. Pubblicheremo periodicamente le loro risposte. Sono già state pubblicate quelle di Pietro CataldiGiulio FerroniLoredana ChinesNicolò Mineo e Alberto Casadei

A cura di Luisa Mirone

D1. Cosa ha significato, cosa significa nel suo percorso di studioso di letteratura l’incontro e la frequentazione con Dante Alighieri?

R1. Ho cominciato a studiare seriamente Dante quando il mio maestro, Giorgio Bàrberi Squarotti, cambiò cattedra passando dall’insegnamento di Letteratura moderna italiana alla Letteratura italiana generale. Io ero ricercatore e mi ero laureato con lui anni prima sul secondo Ottocento, quindi collaboravo guidando seminari e partecipando agli esami su autori dalla Scapigliatura al Novecento. Potevo restare con il nuovo professore, ma ero ormai troppo legato al maestro e quindi lo seguii. Avevo però sottovalutato qualche aspetto di tale passaggio: il patrimonio di letture di opere e di critica che avevo accumulato nel corso di anni non era più sufficiente, ma dovevo in fretta mettermi a studiare i nuovi autori dei corsi monografici per poter continuare seminari ed esami: erano soprattutto Dante Boccaccio Machiavelli Tasso Manzoni, i suoi autori preferiti. Ma l’autore più frequente nei programmi d’esame era Dante, che gli studenti portavano anche a parte, cioè anche quando non era l’oggetto del corso monografico. A me toccava immancabilmente di porre domande di storia letteraria e di interrogare su qualche passo della Commedia. E qui sorgeva il problema perché, mentre io dovevo valutare lo studente chiedendogli la parafrasi e il significato delle terzine dantesche, mi sentivo fatalmente anche valutato da chi stava seduto accanto a me interrogando un altro studente, ma poteva pure ascoltare come conducevo l’esame.

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Perché leggere Uomini e topi di John Steinbeck

9788845282980_0_0_626_75.jpg Poche miglia a sud di Soledad il fiume Salinas arriva a lambire i fianchi delle colline e scorre verde e profondo. La sua acqua è tiepida, perché prima di raggiungere quella stretta pozza è passata scintillando sopra le sabbie gialle alla luce del sole. A un lato del fiume la collina dorata sale verso i possenti e rocciosi monti Gabilan, ma lungo l’altro lato l’acqua è delimitata da una fila di alberi: salici freschi e verdi ad ogni primavera, con le forche dei rami più bassi cariche dei residui delle piene invernali, e sicomori con i rami ricurvi screziati di bianco e fronde che si inarcano sopra la pozza. Sulla riva sabbiosa sotto agli altri alberi le foglie formano uno strato così spesso e crocchiante che se una lucertola lo attraversa di corsa produce un forte fruscio. Di sera i conigli escono dalla macchia per accoccolarsi sulla sabbia, e le lacche umide vengono ricoperte dalle impronte notturne dei procioni e da quelle più larghe dei cani dei ranch, e dai cunei bisulchi dei cervi che col buio arrivano a bere. Fra i salici e i sicomori c’è un sentiero, ben battuto dai ragazzi che sciamano dai ranch per nuotare nella profonda pozza, ma battuto anche dai vagabondi che di sera arrivano stanchi dalla statale per accamparsi vicino all’acqua. Di fronte al basso ramo orizzontale di un sicomoro gigantesco c’è un mucchio di cenere dovuto a molti fuochi; e il ramo è diventato liscio tanti sono gli uomini che vi si sono seduti sopra. […]

Per un attimo il posto fu inanimato, quindi, sbucando dal sentiero, due uomini arrivarono allo spiazzo di fianco alla pozza verde. Sul sentiero avevano camminato in fila indiana, e anche all’aperto rimanevano uno dietro l’altro.

Indossavano entrambi calzoni di tela, e di tela erano le camicie, con i bottoni d’ottone; entrambi avevano un cappello nero e informe, entrambi portavano sulle spalle delle coperte strettamente arrotolate. Il primo uomo era piccolo e lesto, scuro in volto, con occhi acuti e irrequieti, e lineamenti affilati e marcati. Ogni suo tratto era definito: mani piccole e forti, braccia sottili, naso stretto e ossuto. Dietro a lui procedeva il suo opposto: un uomo enorme, dal volto senza forma, con occhi grandi e chiari, e ampie spalle ricurve; camminava pesantemente, quasi strascicando i piedi, al modo in cui un orso trascina le zampe. E anziché dondolargli ai fianchi, le braccia gli pendevano fioche.

(J. Steinbeck, Uomini e topi, Milano, Bompiani, 2019, traduzione di Michele Mari, pp. 23-24)

 

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Il potere dell’Amore. Giacomo notaio di Federico II

da-lentini-amor-cortese.jpg Crociate

Verso la fine del secolo XI, nelle corti della Francia meridionale, sboccia la poesia trobadorica che deve la sua originalità alla elaborazione della fin’amors: «una delle creazioni certamente più singolari del codice morale cavalleresco» (M. Bloch).

Ma fu la ferocia della guerra, in cui sono specializzati i cavalieri, a spazzare via la langue d’oc e la voce della lirica. Una sporca guerra per vent’anni insanguinò il Mezzogiorno francese in nome della difesa dell’ortodossia insultata dai Catari.

L’eco di quella voce ancora viva fu raccolta da Federico II, che volle, con un implicito ed evidente valore polemico, farne il modello su cui edificare la sua corte di poeti.

La scuola poetica siciliana nasce, infatti, nel 1230: l’anno successivo alla conclusione della crociata contro gli Albigesi, l’anno della sconfitta militare e politica di Gregorio IX, costretto a San Germano a togliere la scomunica al condottiero della sesta crociata e a consentirgli l’unificazione della corona imperiale, di Germania e di Sicilia. Il fatto che Federico, nuovo re di Gerusalemme, nel momento in cui ha sbaragliato il suo acerrimo avversario, decida di dar corso ad una ‘scuola poetica’ potrebbe forse considerarsi casuale, ma sarebbe difficile credere che lo sia richiamarsi alla lirica nata nella terra di eretici sconfitti e massacrati in una crociata voluta dal papa.

Tenzoni

L’invenzione del sonetto è attribuita a Giacomo da Lentini, il più famoso dei lirici siciliani, che, come è noto, di professione faceva il notaio, ed era funzionario presso la corte dell’imperatore come Jacopo Mostacci e Pier delle Vigne. A questi tre giurisperiti dalle capacità poetiche dobbiamo la tenzone sulla natura dell’amore, che può svelarci qualcosa di uomini, di cui sostanzialmente non sappiamo nulla.

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Ivo Andrić a scuola. Letteratura, storia… e anche geografia

81ukkZ-OuKL.jpg Di solito è molto difficile non assecondare un’intuizione didattica, specie se l’intuizione ha a che fare con la possibilità di leggere un’opera di letteratura, o una sua parte, anche laddove la lettura rischia magari di aprire più problemi di quanti ne possa risolvere. Nel caso specifico si tratta della possibilità di impiegare in una lezione di storia/ geografia — con tutte le ricadute del caso — uno dei primi capitoli di quel capolavoro di Ivo Andrić che è Il ponte sulla Drina, in cui si narra la storia della cittadina bosniaca di Višegrad dall’inizio del dominio ottomano fino alla prima guerra mondiale.

Siamo in una classe seconda della secondaria di primo grado che ha appena affrontato in storia la costituzione dello stato ottomano e che, in geografia, sta iniziando lo studio della regione dei Balcani. La scelta di correlare esplicitamente i due temi si fonda proprio sul tentativo di conferire una dimensione di profondità a quella serie di drammi contemporanei che gli alunni della classe seconda si trovano di fronte in modo alquanto brutale e disorganico e che solitamente sono derubricati sotto la dicitura di «guerre jugoslave». Tanto più che i piccoli studenti devono già superare un vero e proprio gap cognitivo per tutto ciò che riguarda la geografia politica europea, dal momento che, molto banalmente, gli eventi più recenti che determinano gli attuali confini politici del continente si affrontano approfonditamente in terza media.

Così, dinanzi alla complessità della regione balcanica, i docenti della secondaria di primo grado si trovano di fronte a un enigma dal punto di vista didattico, lo stesso che forse con intensità ancora maggiore devono affrontare nel momento in cui si confrontano con la questione israelo-palestinese, o con tutta una serie di temi talmente complessi da essere tentati di affidare al futuro percorso di studio degli alunni anche solo un loro primo inquadramento. Ci si potrebbe quindi limitare — e sarebbe comunque una scelta legittima, se consapevolmente meditata — ad enunciare che nel 1453 Costantinopoli cade e che la gran parte dell’Europa orientale diventa dominio degli Ottomani. Oppure si può provare a seguire un’intuizione, chiedendo aiuto a un’opera di letteratura, nella consapevolezza che la dialettica che si è aperta nel XV secolo in quella regione continua a essere un nervo scoperto della storia europea. Non si tratta chiaramente di travestire un’opera di letteratura da documento storico, quanto di provare ad aprire un varco nella bidimensionalità degli eventi anche recenti, attraverso un immaginario che possa consentire ai piccoli studenti — anche se confusamente, non importa — di pesare nel proprio animo un po’ della complessità della storia dei Balcani.

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Perché leggere Aspettando i barbari di J. M. Coetzee

8559104.jpg Mai visto niente del genere. Due dischetti di vetro cerchiati di metallo davanti agli occhi. È cieco? Capirei se fosse cieco, se volesse nascondere occhi che non vedono. Ma non è cieco. I dischetti sono scuri, dall’esterno sembrano opachi, però lui ci vede attraverso. Mi spiega che sono un’invenzione nuova. – Proteggono gli occhi dal riverbero del sole, – dice. – Sarebbero utili qui nel deserto. […] Siamo seduti nella stanza migliore della locanda, davanti a un fiasco e a una ciotola di nocciole. Non parliamo del motivo per cui è venuto. È qui a causa dello stato di emergenza e tanto basta. Invece parliamo di caccia. Mi racconta dell’ultima battuta a cui ha partecipato: migliaia di cervi, di cinghiali, di orsi abbattuti. Talmente tanti che hanno dovuto lasciare lì a marcire una montagna di carcasse («un peccato»). […]

Si muove a tentoni tra l’arredo che non conosce ma non si toglie gli occhiali scuri. Va a letto presto. Alloggia qui nella locanda perché è il posto migliore in città. Ho spiegato bene al personale che si tratta di un personaggio importante: – Il colonnello Joll è della Terza Divisione, – ho detto. – E la Terza Divisione oggi è la sezione più importante della Guardia civile –. O almeno questo è quanto ci dicono le voci che ci arrivano con molto ritardo dalla capitale. (Aspettando i barbari, Traduzione di M. Baiocchi, Einaudi, 2016, pagg.3-4)

Nel 1980 esce il terzo romanzo di Coetzee, che scrive la sceneggiatura del film omonimo del 2019. Evidentemente questo libro continua a voler dire qualcosa anche a chi l’ha scritto. Sembra che la tensione non si sia depositata sulla pagina: la scrittura sembra non abbia trovato compimento nella quiete della stampa. La storia - anche per l’autore - deve continuare ad essere raccontata. Il racconto ci riguarda, in effetti, come esseri umani e come specie: dal tempo arcaico della preistoria, in cui agricoltori stanziali si contrappongono a cacciatori nomadi, e «Quelli che chiamiamo barbari in realtà sono nomadi» (pag.63), fino ai nodi contorti dell’attualità, a quell’odio insensato che tinge la storia di razzismo, di violenza gratuita nei confronti di qualsivoglia diverso. Il barbaro è l’oscura perenne minaccia che giustifica l’aggressione più crudele: è accaduto ieri, accade oggi. Per questo il romanzo è collocato in un tempo indeterminato ed in uno spazio che è il confine, di fronte al deserto, nell’attesa di una apocalisse, che non si sa se sarà una palingenesi o soltanto una fine. È il mito della nostra storia alla ricerca di una rivelazione di senso.

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