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Oliviero Toscani (La nave di Teseo) Inchiesta sul lavoro di editor / 7

Foto_Toscani_bn.jpg A cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato

Con l’intervista di oggi continua l’inchiesta – che ha cadenza quindicinale -  sulla professione dell’editor. Nel corso del Novecento questo “mestiere” è stato svolto da scrittori come Calvino, Vittorini, Sereni che fungevano da mediatori tra società letteraria, case editrici e pubblico; oggi il mondo dell’editoria è stato investito da grandi trasformazioni che sembrano aver dissolto la figura dell’intellettuale-editore e modificato in profondità il lavoro editoriale. Questa indagine mira a sondare come sia mutata, tra dissolvenze e persistenze, la funzione dell’editor all’interno della filiera del libro, coinvolgendo sia case editrici indipendenti sia l’editoria maggiore. Sono state già pubblicate le interviste a Fabio StassiLaura BosioGerardo MasuccioRiccardo TraniAndrea Gentile e Eugenio Lio.

1. Editing e condizioni materiali del lavoro intellettuale. Qual è il suo rapporto lavorativo e quanti libri è chiamato a editare in un anno?

Sono un editor interno alla casa editrice, dunque seguo il lavoro editoriale nella sua quotidianità. La casa editrice è una officina, grande o piccola che sia, in cui si ritrovano specializzazioni diverse, ma anche una grande trasversalità di saperi e sensibilità. Il mio lavoro sui libri e sugli autori si svolge in larga parte fuori dai confini del testo: comincia molto prima che il testo trovi la sua forma, e finisce molto dopo l’uscita del libro. La misura del lavoro di un editor, più che nel numero di titoli editati che varia molto di anno in anno, credo stia nella ricchezza e vivacità del catalogo che coltiva giorno dopo giorno.

2. Su che basi si imposta il dialogo tra l’editor e lo scrittore.  Come viene “associato” un autore a un editor (per affinità tematiche, di generi letterari…); quanto del lavoro di editor può rientrare in queste categorie: semplice revisione (ruolo tecnico), interpretazione (ruolo di critico); riscrittura (ruolo creativo). Quanto e come queste tre funzioni si traducono in un dialogo con l’autore?

Partiamo da una premessa: il dialogo con l’autore non è un dialogo alla pari. L’autore è l’origine di tutto, senza la sua intuizione e il suo talento il libro non esisterebbe. L’editor è talvolta un interlocutore prezioso, ma è sempre al servizio dell’autore. Alla Nave di Teseo ciascun editor non segue una specifica collana o un genere, piuttosto dialoga con gli autori seguendo i rapporti personali consolidati, o secondo le naturali affinità. La ricerca di questa affinità è il primo obiettivo: se l’autore non si fida dell’editore, sarà difficile fargli digerire persino la correzione di un refuso.

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Funzione-Foscolo

foscolo gli archi e gli strali.jpgPubblichiamo oggi un estratto dal volume di recente uscita Gli archi e gli strali. Foscolo inattuale (a cura di Domenico Calcaterra, Aguaplano 2021). Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile concessione.

Serve uno sforzo di prospettiva, forse un salto mortale, per Ugo Foscolo, dopo una bibliografia critica sterminata e senza dubbio un certo silenzio militante che sembra averlo abbandonato nei confini pure ampi della scuola, e dunque di un canone accettato senza sforzo ma anche senza particolare entusiasmo. Serve un potente anacronismo, che superi la considerazione per fasi storiche o di gusto, aprendo magari la forbice su due giudizi che considereremo irriducibili l’uno all’altro, da leggere senza curarsi dei contesti in cui sono maturati e di tutte le ragionevolissime considerazioni che in tal caso comporterebbero. E dunque la domanda potrebbe essere ingenuamente posta in questi termini: chi è oggi il poeta esaltato da De Sanctis e sbeffeggiato da Carlo Emilio Gadda? Che ne è della celebre definizione del 1871, quella in cui il critico napoletano lo ergeva a simbolo tutto italiano del poeta: «Voi vi maravigliate che la gioventù italiana ammiri Ugo Foscolo! Eh mio Dio! Ugo Foscolo non rappresenta per noi alcun sistema politico, alcun ordine regolato d’idee. Egli è stato un’espressione poetica de’ nostri più intimi sentimenti, il cuore italiano nell’ultima sua potenza». E che ne è, parallelamente, del “basetta” gaddiano, delle sue parodie in Accoppiamenti giudiziosi dove il personaggio di Giuseppe Vernavaghi si consola del mal di vivere leggendo i Sepolcri, dando modo all’autore di esibirsi in parodie e sarcasmi sull’esule morto quarantanovenne per «cirrosi epatica volgare» e sui debiti contratti a scapito della figlia Floriana, fino a trasformarsi in Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo nell’emblema di ogni fanatico e superficiale turgore, per certi aspetti antenato del “mascellone” di Eros e Priapo, e in questo senso pienamente nel solco della condanna gramsciana che imputava com’è noto ai Sepolcri la fonte della retorica «moderna», vale a dire fascista e bellicista?

Sarebbe troppo facile, oggi che rispetto ai «cuori italiani» e alla passione risorgimentale lo scetticismo fa a gara con lo sciovinismo, in un Paese che si sente bloccato, vecchio e soprattutto preda di un dilagante rancore sociale, concludere che si tratta in entrambi i casi di caricature. Perché se Foscolo non è in nessun modo il Basetta né si può ragionevolmente ridurre al «narcisismo da torero» che nella testimonianza di Alberto Arbasino gli rinfacciava un sempre più iperbolico Gadda (in L’ingegnere in blu), a onta dei suoi ritratti e autoritratti poetici, e del suo debito con Alfieri, lui sì basettone impenitente e forse leggibile con scarsa empatia, a eccezione della Vita, è ben vero che allo stesso modo non può essere più l’eroe pubblico e politico di una gioventù «patriottica» – quella è svanita davvero nei gorghi della storia per ripresentarsi da qualche tempo sulla scena, semmai in una sua estrema degradazione qualunquista e patriottarda, nella retorica sovranista e sciovinista. Ma Foscolo resta. Resta uno di quegli ecrivains de combat che hanno segnato il tempo, prendendo a prestito qui la definizione che fu usata per Stendhal, autore in apparenza molto più vivo nella coscienza dei lettori anche se tutto sommato da lui non troppo dissimile; e pure in questo caso, per nemesi storica, un ecrivain combattente non del tutto estraneo al genere tribunizio che pure miete successi nella nostra contemporanea situazione editoriale.

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Disarmonie di una nazione

51Fmjhgt24L._SR600,315_PIWhiteStrip,BottomLeft,0,35_SCLZZZZZZZ_FMpng_BG255,255,255.png I miei nonni dicevano patria

Impiego sempre moltissimo tempo a traghettare la quarta (quando ce l’ho; e quest’anno ce l’ho) dall’Illuminismo al Romanticismo. Forse dovrei imparare a prendere un bel respiro e fare un agile salto, uno di quelli a quattro, cinque, sei rimbalzi che fanno i sassi piatti se uno li sa lanciare su uno specchio d’acqua calma: Cuoco, Beccaria, Parini, Alfieri, Foscolo e finalmente via, un bel tuffo dentro Manzoni. Ma non ci riesco, non ci riesco mai. È uno snodo troppo importante, un crocevia dove ogni strada diventa utile da percorrersi, perfino irrinunciabile. Uno snodo dove “le questioni” mi sembrano tutte urgenti perché mi sembrano ancora aperte, e dove (absit iniuria verbis) quelle questioni mi sembrano a volte perfino più importanti degli autori; non solo perché (non dico certamente cosa nuova) è lì, in quell’incrocio, che si definisce il terreno su cui si gioca la partita della modernità, inclusiva di audacissimi slanci e vertiginose cadute, ma perché per noi, per l’Italia, si definisce l’idea di nazione, e non sono mai tanto sicura (anzi: sempre meno lo sono) che questa parola sia per i miei allievi referente degli stessi contenuti che ha per me. Certo, leggo i giornali e mi guardo intorno, se non con cinismo, con una desolazione a cui soltanto l’antica militanza e il mestiere che faccio impongono di non scivolare in rassegnazione. Ma agisce in me non tanto il ricordo del sussidiario della mia infanzia, con l’immagine di Garibaldi ferito in Aspromonte e tutto l’eroico repertorio precedente e conseguente, non solo il ricordo maturo delle pagine della Storia della letteratura italiana desanctisiana e poi di tanti romanzi che mi hanno fatto italiana (L’Agnese va a morire, La storia, Conversazione in Sicilia…), quanto piuttosto e soprattutto il racconto familiare: nonni (classe 1901), genitori, zii e cugini di ogni grado, amici cari, un intreccio di vicende dolorose e straordinarie, umanissime sempre, che attraversano l’Italia letteralmente dal Cenisio alla balza di Scilla. E capisco allora che per me nazione non è contenitore asettico: i miei nonni la chiamavano patria, e queste sono cose che lasciano il segno. Sicché mi chiedo sempre se io sia buona a fare da traghettatore alla mia quarta, con queste stimmate, se io debba fasciarmele prima d’impugnare il remo o esibirle con onestà. Sicuramente sento il bisogno di un radar, non m’imbarco mai senza. Quest’anno ne ho sperimentato uno nuovo e utile, che mi ha aiutato a intercettare rade, secche e correnti: Disarmonie di una nazione. Sguardi letterari del secolo decimonono (Le Monnier Università, 2020) di Duccio Tongiorgi.

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Cultura visiva e Transmedialità/ Il cinema è il cinema

dcdf4f1c5e7d694a8d32f763da439141.png Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


Si sa che fin dalla sua nascita il cinema ha dovuto convivere con chi lo reputava la Settima Arte e chi un fenomeno da baraccone destinato a durare ben poco. Questa sua doppia natura – di forma d'arte e di spettacolo – è diventata nel corso del Novecento anche la sua forza, se è vero, come sostiene Francesco Casetti ne L'occhio del Novecento (Bompiani, 2005), che «il cinema, nel catturare la realtà, abbia finito con il delineare un tipo di sguardo sulle cose, su se stessi e sugli altri, che il secolo ha fatto proprio, o perlomeno con cui si è identificato». Del suo potenziale furono senz'altro consapevoli i dittatori, che subito misero le mani sul cinema per influenzare le masse e manipolare le loro coscienze. Artistico o meno, da strumento di divertimento il cinema divenne velocemente uno strumento potenzialmente pericoloso, sulle cui specificità si soffermarono molti studiosi, alcuni dei quali presi in prestito anche da altri ambiti – dalle arti plastiche, dalla filosofia, dalla semiotica, dalla psicanalisi e via dicendo.

Si sa anche che alcuni famosi letterati non la presero bene quando il cinema fece la propria comparsa: lo consideravano una cosa senza futuro, che con l'arte aveva poco a che fare – di qui il tentativo di difendere la sua artisticità da parte di alcuni teorici, come Rudolf Arnheim, che in Film come arte, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1960  da Il Saggiatore, predicava la necessità di non integrare il sonoro e il colore per non rischiare di trasformare il cinema in un mero riproduttore della realtà.

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Perché leggere “Giorni luminosi”, di Aharon Appelfeld

Scan10485.JPG Alla fine della guerra Theo decise in cuor suo che sarebbe tornato a casa da solo, in linea retta, senza deviazioni. Era un lungo cammino, qualche centinaio di chilometri, e tuttavia aveva l’impressione di vederlo ben delineato davanti a sé.

Sapeva che questa decisione lo avrebbe allontanato dai suoi compagni e lo avrebbe costretto a trascorrere molti giorni nei campi deserti e fra i monti muti, ma era determinato: solo, in linea retta, senza deviazioni. E così partì, senza salutare nessuno.

Aveva intenzione di procedere a passo regolare, badando bene a andare dritto, ma le gambe assetate di marcia non gli obbedivano. Dopo un’ora scarsa era già stanco e si sedette.

Era un campo aperto, incolto, con alcuni automezzi carbonizzati e delle scatole di conserva vuote sparse qua e là. Quelle spoglie di guerra non lo colpirono. Aveva voglia di camminare, ma la debolezza e la stanchezza lo trattenevano.

Non aveva altra scelta che sedersi e riposare. Le immagini degli ultimi tempi facevano capolino nei sui occhi, ma lui con un gesto brusco le cacciò via e si alzò.

Era un ampio pianoro che si estendeva sino all’orizzonte. In lontananza c’erano delle colline che parevano delle grosse macchie. Nessun segno di vita.

Verso sera il paesaggio cambiò drasticamente: niente più pianoro a perdita d’occhio ma uno spazio ondulato, costellato di collinette. C’erano querce alte e folte, la cui ombra gli ricordava un laghetto presso il quale i contadini andavano a riposare. Anche qui il silenzio assoluto, nessun cinguettio di uccellini né un muggito di animale. Il cielo azzurro si andava scurendo sopra di lui. Si sedette e lo osservò, e più lo guardava più si sentiva pesante. Solo un attimo, si disse chiudendo gli occhi.

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La donna gelata di Annie Ernaux

i__id1464_1x.jpg «Donne fragili e vaporose, fate dalle mani dolci, aliti leggiadri della casa che in silenzio fanno nascere l'ordine e la bellezza, donne senza voce, sottomesse: nel paesaggio della mia infanzia, per quanto mi sforzi, non riesco a vederne molte di donne così».

È così che ha inizio il quarto romanzo di Annie Ernaux, La donna gelata, uscito in Francia nel 1981 e oggi, nel 2021, in Italia per L'Orma Editore, nella traduzione di Lorenzo Flabbi. Ancora una volta è partendo dalla propria memoria soggettiva, di figlia di una famiglia appartenente alla classe lavoratrice di un piccolo centro della Normandia, che la scrittrice offre ai lettori pezzi di memoria collettiva. Le prime immagini che affiorano alla superficie della memoria individuale della scrittrice sono figure femminili della famiglia, donne dell'infanzia di Ernaux, capaci di parlare soltanto a voce alta, con corpi trascurati e volti senza trucco o, al contrario, truccati in modo eccessivo, donne che in cucina non si spingono oltre il coniglio in umido e sono abituate a sgobbare con gli uomini.

In antitesi con questo mondo e con queste immagini di forza femminile e di autodeterminazione si pongono le altre donne, le madri delle sue compagne di scuola, gli angeli del focolare che spadellano in cucina con il grembiule, o che nei giorni di festa invadono la casa con il profumo dei dolci.

Tra tutte queste immagini femminili si colloca lei, la “donna gelata”, con il suo apprendistato al patriarcato e all'insoddisfazione.

Ormai adulta e salva, Annie Ernaux racconta in prima persona le tappe di un percorso che ha inizio nell'infanzia di una bambina felice e prosegue nell'adolescenza, quando avverte le prime contraddizioni tra l'estrazione sociale della sua famiglia di semplici “bottegai” in cui è cresciuta, e quella borghese delle compagne del liceo. Sarà la volta, poi, degli anni intrepidi di una studentessa universitaria fuori sede, e infine di una giovane donna che, pur sentendosi emancipata e desiderando la libertà e l'indipendenza, andrà a sbattere contro le norme imposte al genere cui appartiene, e quindi si sposerà, avrà due figli e diventerà una “donna gelata” espropriata delle proprie aspirazioni e dunque di se stessa.

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Papaveri e Paper

 

251.png C’era una volta il saggio. Negli scambi di mail fra gli studenti e i docenti, sui sillabi e sulle piattaforme universitarie, nei gruppi WhatsApp e sui social da qualche anno è tutto un ridondare di papers: il prof. chiede un paper, i dottorandi alla fine del primo anno devono consegnare un paper, verrà valutato per l’approfondimento un paper, il paper non dovrà superare i 6000 caratteri spazi inclusi, il paper dovrà esser corredato da un abstrat e da una bibliografia. Ci si fa abitare, passivamente, dal nuovo termine, della cui oggettiva neutralità non si dubita dato che il senso comune considera in modo unanime ogni innovazione di per sé come un miglioramento, un adeguamento funzionale: il paper è figlio del 3+2, la madre di tutte le semplificazioni funzionali, e sta al saggio come le tesine triennali stanno alla “vecchia” tesi di laurea.  Pronunciando la parola lo studente si sente europeo, dato che chi è stato in Erasmus, ha udito anche lì pronunciare quel termine. E, girovagando in internet, trova molti rassicuranti tutorial che gli spiegano come fare un paper, simili a quelli che danno le dritte su come redigere un CV per le aziende. I più sofisticati fra i laureandi e i dottorandi scoprono da soli l’intima analogia tra la forma del paper di successo e quella di un progetto (per il dottorato, per una borsa europea, per un’istituzione culturale) redatto in buon “progettese” standard, con tanto di stato dell’arte, obiettivi, metodi e risultati attesi.

L’eclisse del termine saggio, del resto, è già avvenuta da tre decenni sugli scaffali delle librerie: l’editoria non pubblica quasi più saggi, a meno che non siano finanziati dai fondi di ricerca o destinati al pubblico ristretto e al circuito chiuso delle adozioni. Nemmeno la valutazione (VQR) ha troppo in simpatia i saggi intesi come volumi: meglio gli articoli su rivista specializzata di fascia A, che per la pubblicazione lancia a sua volta un apposito Call for Paper a cui si risponde con un abstrac in inglese. Si tratta della fine del genere saggio nel sistema universitario, ben messa in luce, a esempio,  da Federico Bertoni che ha argomentato l’incompatibilità  della forma saggistica stessa entro gli standard degli abstract e dei papers oggi in vigore,  intesi come pseudo-dimostrazioni di  calcoli aritmetici o di teoremi matematici: “E ti dici che in questo mondo uno come Lukács è ormai un marziano, quando descriveva la forma del saggio come un percorso di esplorazione e di scoperta, una tensione verso una meta non ricercata, perché “il saggio tende alla verità, esattamente, ma come Saul, il quale era partito per cercare le asine di suo padre e trovò un regno.” (Federico Bertoni Universitaly. La cultura in scatola, Roma-Bari, Laterza, 2014, p. 7)

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Eroi al supermercato

clerks_1994-678x381.jpeg Dopo l'intervento di Roberto Contu, continuiamo una riflessione di redazione sul rapporto tra educazione civica e letteratura.

Un percorso letterario di educazione civica

L’intreccio fra educazione civica e formazione letteraria è al centro di una riflessione importante, che promuove la condivisione di esperienze e ipotesi di lavoro ed assume il valore di una significativa proposta culturale.

A questo scambio di idee e di punti di vista vorrei dare il mio contributo, attraverso il racconto di un progetto didattico realizzato con la prima di quest’anno.

Nuovo formato, vecchi valori 

Insegnare in prima è stata un’esperienza molto particolare, in un tempo di emergenza: alla consueta difficoltà nel formare un nuovo gruppo, fra ragazze e ragazzi abituati ad approcci anche molto differenti fra loro, se ne sono aggiunte altre, determinate dal continuo avvicendarsi di modelli organizzativi/ orari differenti, e dalla sostanziale impossibilità di creare una continuità nel ritmo di attività, verifiche e valutazioni.

Tuttavia, un consiglio di classe collaborativo ha consentito di affrontare la presenza di una nuova disciplina curricolare in modo creativo e rigoroso. Non ci si è riproposti di inventare nuovi metodi o argomenti, ma di calare – con la maggiore naturalezza possibile – le nostre pratiche didattiche in un contesto istituzionale diverso da quello consueto. In questa prospettiva, è progressivamente emerso un problema reale: dare alla programmazione di Educazione Civica una continuità e un’omogeneità che non si traducesse semplicemente nella giustapposizione di “pezzi” di attività affidati alle singole materie, ma che interpretasse – alla luce della fisionomia di ciascuna disciplina e della storia di ogni insegnante – finalità condivise.

Scelto il macrotema sul quale lavorare – il concetto di democrazia, le sue istituzioni, i suoi luoghi e valori -  il percorso è stato quindi costruito partendo dall’aggregazione dei contributi delle discipline storiche, artistiche e linguistico/ letterarie. Nel quadro dei contenuti e dell’articolazione del programma di ciascuna disciplina, si sono individuate alcune finalità trasversali nella formazione linguistica, critica e civile degli studenti, caratterizzate secondo il consiglio di classe da una forte proiezione verticale: in grado, cioè, di supportare l’insegnamento della nuova materia anche al di là del singolo anno di corso:

  • consolidare la capacità di comprendere racconti, immagini, documenti e fatti, ampliando il patrimonio lessicale e consolidando il metodo di studio e analisi dei testi
  • riprendere il lavoro di storicizzazione svolto negli anni della secondaria di primo grado, rafforzando negli studenti la consapevolezza dei suoi principi e dei suoi metodi
  • stimolare la capacità di ciascuna ragazza e ragazzo di riportare i contenuti e i testi studiati alla loro esperienza, valorizzandone il potenziale conoscitivo anche in rapporto a se stessi e al mondo che li circonda

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Inchiesta sul lavoro di editor /6: Eugenio Lio (La Nave di Teseo)

1009202011045714705.jpg A cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato

Con l’intervista di oggi continua l’inchiesta – che ha cadenza quindicinale -  sulla professione dell’editor. Nel corso del Novecento questo “mestiere” è stato svolto da scrittori come Calvino, Vittorini, Sereni che fungevano da mediatori tra società letteraria, case editrici e pubblico; oggi il mondo dell’editoria è stato investito da grandi trasformazioni che sembrano aver dissolto la figura dell’intellettuale-editore e modificato in profondità il lavoro editoriale. Questa indagine mira a sondare come sia mutata, tra dissolvenze e persistenze, la funzione dell’editor all’interno della filiera del libro, coinvolgendo sia case editrici indipendenti sia l’editoria maggiore. Sono state già pubblicate le interviste a Fabio StassiLaura BosioGerardo MasuccioRiccardo Trani e Andrea Gentile.

1. Editing e condizioni materiali del lavoro intellettuale. Qual è il suo rapporto lavorativo e quanti libri è chiamato a editare in un anno?

Sono socio, fondatore e editor in chief della Nave di Teseo. Seguo tutti i libri di Nave di Teseo non dal punto di vista redazionale ma di editing in senso più largo del termine.

2. Su che basi si imposta il dialogo tra l’editor e lo scrittore. Su che basi si imposta il dialogo tra l’editor e lo scrittore.  Come viene “associato” un autore a un editor (per affinità tematiche, di generi letterari…); quanto del lavoro di editor può rientrare in queste categorie: semplice revisione (ruolo tecnico), interpretazione (ruolo di critico); riscrittura (ruolo creativo). Quanto e come queste tre funzioni si traducono in un dialogo con l’autore?

Alla Nave di Teseo c’è un iter abbastanza definito. Il testo viene considerato, letto, commentato dal Direttore editoriale - Elisabetta  Sgarbi - con l’autore, e poi va in mano ai redattori e poi ritorna al Direttore editoriale. Ovviamente le cose cambiano tra narrativa e saggistica italiana, per le quali La Nave di Teseo è la prima pubblicazione, e la narrativa e saggistica straniere per le quali il libro, in genere, non sempre, arriva già pronto per la pubblicazione. Nel qual caso il lavoro consiste nell’individuare un corretto publishing (traduzione, revisione, copertina, presentazione ai librai, tiratura, ufficio stampa etc).

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Geometrie tascabili e cosmiche. Su Somiglianze di famiglia di Matteo Pelliti

WhatsApp-Image-2021-02-28-at-21.58.46.jpeg Una poesia piena di cose e persone

Mi sembra che Matteo Pelliti sia annoverabile fra i poeti che credono fermamente nell’esistenza del mondo: mondo che il linguaggio non potrà mai dissolvere, né l’interiorità divorare; alberi case colli non sono uno schermo ingannevole oltre il quale, in rari momenti di verità, balugini il nulla.

Su questo mondo che gli preesiste e che, nel bene e nel male, lo accoglie, Pelliti posa il proprio sguardo, allo stesso tempo simpatetico e analitico. La sua poesia può essere avvicinata a quella dell’(amato) Valerio Magrelli, cui aggiungerei forse quella di Valentino Zeichen: ma l’intelligenza che antiliricamente distingue, ordina, riconnette, il lucido acume, sono sempre accompagnati da fermezza etica e gentile pudore.

Di raccolta in raccolta, scopriamo una poesia curiosa e ricettiva, «piena di cose […] di visi, di corpi e di parole» (Fabio Pusterla): «sellini, catene e pedivelle», cambi Shimano, «fèmori, pèroni, òmeri», «designatori rigidi» (termine tecnico della filosofia del linguaggio), nervi infiammati, pendolari anziani, i quadri di Mario Sironi, l’11 settembre, Sanguineti e Sabrina Salerno (nella stessa poesia), la moglie Giulia e i figli Sara e Pietro, le biro, i dagherrotipi, i Kalašnikov, i calepini, il Tempo, la poesia (nei frequenti componimenti metapoetici), risonanze magnetiche e le vertebre L5-S1, il suonatore afghano Nazar Gul ucciso dai talebani, il caporalato nelle campagne meridionali, le bestemmie come bestiario, la zia Graziella e le sue ceneri, un madrigale dedicato a una porta, la felicità e il tremore di essere padre, farfalle adesive decorative per la camera della figlia, Celan, Szymborska, catasti e anagrafi, un petrarchesco Zefiro che «non torna» a causa dei vetri spessi e della porta blindata, Facebook, Verdone in Un sacco bello, l’«Universo», il «Cosmo» e il «Creatore», un giovane portuale morto sul lavoro, il cogito e l’ago magnetico, il Battistero di Pisa, il gatto nero, la prima auto del padre, il Tractatus Theologico-Politicus di Spinoza, le parole d’amore della moglie in un ritorno a casa a tarda notte, l’«uomo più vecchio del mondo».

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E se la facessimo finita con gli eventi?

spectacle-1080x700.jpg Il linguaggio non è neutro né innocente: è sempre saturo di ideologia. Le parole egemoni veicolano la visione del mondo dominante in modo tanto più pervasivo quanto meno riconosciuto dai parlanti. Per questo si può dire che siamo tanto più “parlati” dalle forme del dominio quanto più queste ultime si danno linguisticamente come naturali. Tutti noi usiamo supinamente termini come governance, webinar, implementare, spalmare, risorsa, competenze, eccellenza, merito, spendibilità. Ogni volta che li impieghiamo si accende nella nostra mente una spia rossa, sempre più debole, con cui dovremmo viceversa illuminare di più il nostro dizionario e i nostri archivi.

Soprattutto chi insegna dovrebbe operare una costante verifica delle parole, specie di quelle più pervasive o “virali” (sic).

Fra questi moltissimi termini-concetti finto-neutrali vi è anche il lemma eventi, percepito per lo più come allusione all’ambito del creativo e del conviviale. A titolo di esempio, prendiamo una sola frase del tutto condivisa dal senso comune: 

“Speriamo che presto tornino possibili tutti gli eventi sospesi per la pandemia: concerti, mostre, festival letterari, teatri, cinema”.  

Qualche anno fa uno degli organizzatori più intelligenti del Festival di Mantova mi diceva che stava cercando di arginare la passiva moltiplicazione del termine evento sulle locandine del festival a proposito degli incontri con gli autori, a favore di concetti più vicini a un’idea di sedimentazione dell’esperienza e meno implicati con i consumi culturali. Credo fosse, da parte sua, un chiaro segno di consapevolezza politico-culturale, non un eccesso “purista” o cruscante.

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