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«Guardare a sé stessi dall’esterno». Lavorare nei margini, ovvero: dialogo con Alfredo Palomba

Non so cosa ci sia nelle teste dei colleghi e delle colleghe insegnanti o di cosa siano capaci – in fin dei conti le loro ore di lezione restano sempre un arcano –, quindi sento da tempo il bisogno di confrontarmi con loro circa la nostra professione. Dopo aver parlato con Tazio Brusasco del libro Voci lontane, nato dalla sua esperienza di docente nel carcere delle Vallette di Torino, questa volta ho deciso di conversare con Alfredo Palomba, autore de Il cuore dell’uragano. Lettera a un ministro dell’istruzione sulla scuola che meritiamo, edito da Bompiani nel settembre del 2024. Palomba insegna Italiano e Storia nella scuola secondaria di secondo grado, ma in passato è stato anche docente di Sostegno. Oltre a quello succitato, ha pubblicato altri tre libri (due dei quali sono stati candidati al Premio Strega): Teorie della comprensione profonda delle cose (Wojtek, 2019), Quando le belve arriveranno (Wojtek, 2022) e La piccola gente (Tetra, 2022). Collabora con «Il Foglio» e «Il Sole 24 Ore» scrivendo acute recensioni e intelligenti riflessioni sulla sua esperienza a scuola.

1. Caro Alfredo, prima di tutto grazie di essere in questo spazio virtuale insieme a me e grazie del tempo che metti a nostra disposizione. All’inizio de Il meraviglioso mago di Oz di L. Frank Baum, la protagonista, Dorothy, viene trasportata a Oz nell’occhio di un ciclone. Forse non tutti ricordano che Dorothy e Toto, intrappolati in casa, perché non hanno fatto in tempo ad andare in cantina, vivono in modo antitetico il volo che li porterà nel mondo di Oz: la bambina trova il viaggio piuttosto piacevole, quindi rimane seduta paziente a terra in attesa di vedere cosa succederà; Toto, al contrario, non fa altro che correre su e giù per la stanza abbaiando, addirittura a un certo punto casca dentro la botola ancora aperta (per fortuna c’è la spinta di Archimede che lo riporta su!). Leggendo il tuo libro sulla scuola mi pare di capire che il tuo ciclone è la vita da insegnante, il tuo occhio del ciclone è (anche) l’aula, mentre la cantina da ciclone che ti mette al riparo dal mondo è quella che definisci “prospettiva Dunder Mifflin”, in onore della famosissima serie televisiva The Office (p. 19). Ti domando: nel cuore dell’uragano chi pensi di essere? Dorothy o Toto? O sei piuttosto la zia Em che se la svigna in fretta e furia? E chi è la tua malvagia Strega dell’Ovest?

    Volendo insistere sulla metafora che dà il titolo al libro, non credo di potermi paragonare del tutto a nessuno dei personaggi dell’episodio: zia Em fugge, Toto impazzisce: atteggiamenti che non depongono a favore di una sana e duratura carriera da insegnante—sebbene alcuni insegnanti (e troppi scrittori) tendano ad agire proprio così.

    Dorothy, sì, potrei avere qualche punto di contatto con lei, con quel suo sedersi, stare a guardare, lasciarsi cullare… il mio atteggiamento, però, è stato solo in parte simile, scrivendo il libro. La verità è che il cuore dell’uragano io l’ho cercato, l’ho evocato e mi ci sono rifugiato dentro, perché sentivo il bisogno di descrivere l’uragano nel quale vivo da anni. Se l’uragano è la vita scolastica, il quotidiano tran tran che spesso non lascia agli insegnanti nemmeno il tempo di andare in bagno tra una lezione e l’altra, l’occhio del ciclone è un momento (e, al tempo stesso, un luogo) di stasi, che mi era vitale quando ho avuto l’opportunità di raccontare quel mondo. C’era bisogno di scendere dalla giostra per il tempo necessario, al contempo restandoci dentro: trovare un posto sicuro, riparato ma al centro di tutto, che potesse consentirmi di osservare la girandola cui ogni giorno prendo parte anch’io, e indagarla nel silenzio: un’aula vuota, casa mia quando non c’è nessuno, una cantina semibuia (nel periodo in cui ho lavorato al libro vivevo in un appartamento dotato, appunto, di una taverna accatastata come cantina in cui ho scritto molte pagine).

    La prospettiva Dunder Mifflin è un gioco letterario ma non è poi così lontana dalla mia esperienza personale, e suppongo siano in tanti a utilizzarla—a me capita quando la fatica e l’insensatezza di un lavoro spesso folle raggiungono il livello di guardia: prendersi qualche momento al di fuori del proprio corpo e fingere di lavorare, nel mio caso, alla Dunder Mifflin, un’azienda in cui regnano il buonsenso, il rispetto, la collaborazione. Provateci, aiuta ad affrontare le molte Streghe dell’Ovest di cui il libro è pieno.

    2. Ti invito a evocare subito i due demoni che infestano il modo in cui vengono ancora oggi rappresentate la scuola e le vite che lì s’annidano (e di cui in qualche modo ha parlato recentemente anche Roberto Contu su questo blog); tu, ben consapevole di banalizzare, individui due percezioni piuttosto nette, tra loro però comunicanti, permeabili, ricche entrambe di narrazioni: da una parte quello che tu chiami il “corredo libro Cuore” (p. 71), dall’altra “il buco nero” (p. 72). Vorrei che ce ne parlassi non come farebbe un osservatore esterno (ce ne sono già troppi che arringano le folle nei talk show e nei reel: sono quelli che dentro la scuola non ci sono stati, se non da alunni, quelli che, se va bene, hanno presente la teoria, ma non hanno mai sperimentato il privilegio e l’onere della pratica), ma come chi ne è coinvolto ogni ora di ogni giorno in ogni lezione; vorrei che ci spiegassi il posizionamento del tuo libro all’interno di questo campo di tensioni a partire – e qui inevitabilmente semplifico – tanto dal contenuto (cosa raccontare?) quanto dalla forma (come raccontarlo?). Tu stesso, ad esempio, definisci questo libro come «uno schizofrenico ibrido» di alcuni generi (saggio, memoir, narrativa pura). E poi: perché il lettore non troverà nel tuo racconto né i buoni sentimenti di De Amicis né gli strali di Mastrocola?

    C’è un episodio legato alla genesi dell’uragano che mi fa sorridere e, in un certo senso, ha a che fare con la tua domanda. Una sera, a cena, la editor Giulia Ichino mi ha chiesto come avessi in mente di sviluppare il libro in cui avevo deciso di imbarcarmi. Ho posato la forchetta, ho blaterato e Giulia, credo perplessa ma con la consueta grazia, ha risposto: «Tu un saggio puro non me lo consegnerai».

    Aveva ragione, perché per me parlare di scuola significa inevitabilmente parlare di me nella scuola, di come questo lavoro modifichi anzitutto la mia percezione delle cose e il mio atteggiamento. Se detesto le recenti posture aziendalistiche che alla scuola si chiede di assumere, è anche perché non riesco a considerarla un’azienda, ma un apparato umano che non si può definire se non raccontando cosa vi avviene, dunque arrivando a una rappresentazione da un lato verissima, dall’altro parziale, soggettiva. È come per la parabola orientale dei ciechi che tentano di descrivere un elefante: ognuno ne tocca una parte diversa, ognuno lo descrive in base alla sua esperienza sensoriale. La mia idea di scuola, di cosa dovrebbe rappresentare per chi ne è fuori e per chi la vive da dentro, della sua utilità, di ciò che da lei dovrebbe scaturire, sarà di certo diversa rispetto all’idea di un collega che pensa e agisce in aula in modo diverso da me. Dunque, Il cuore dell’uragano è il racconto personale di un uomo che insegna letteratura in un istituto superiore, ha facoltà di pensiero e cerca di capire e comunicare il significato del proprio lavoro. Dopodiché, Bompiani ha avuto l’avventatezza di chiedere un libro sulla scuola all’autore di un romanzo come Quando le belve arriveranno: quanto ai buoni sentimenti, direi che non c’è altro da aggiungere.

    Riguardo agli strali di cui parlavi, potrebbero perfino essere utili. Del resto, da parte mia, provo a insegnare ai ragazzi a lamentarsi poco e vedere di fare ciò che devono fare. Da un racconto onesto della scuola, è inevitabile che vengano fuori molte criticità—peraltro, spesso legate proprio a noi insegnanti. Il resto, però, deve servire ad aprire prospettive, a fornire spunti, a costruire.

    3. L’«aura aziendalista» di cui parli qui e nel libro (p. 142) è un discorso molto serio e possiamo comprenderlo fino in fondo soltanto se lo inseriamo all’interno di uno scenario più ampio, quello delle trasformazioni della scuola nella società neoliberale (la bibliografia è ampia, ma se ne sono occupati ultimamente tre libri, uno di Mario Pomini, l’altro di Fabrizio Capoccetti, infine quello del collettivo coordinato da Mimmo Cangiano). Proprio in virtù del fatto che ognuno di noi descrive la scuola in base alla propria esperienza (tra l’altro il libro Disegnare un elefante del collega Marco Vacchetti, recensito qualche tempo fa su questo blog, si ispira proprio, a partire dal titolo, all’apologo indiano che menzioni), chi non lavora a scuola fatica a capire cos’è successo a questa istituzione negli ultimi venti-trent’anni, eppure la direzione è evidente, così come sono evidenti i mutamenti. Due esempi di «ottusità burocratica» (p. 272): la moltiplicazione di ruoli, incarichi e responsabilità (funzioni strumentali, coordinatori, referenti di ogni tipo, animatori digitali, team, staff, nuclei, commissioni tutor, orientatori ecc.) e la proliferazione di verbali, piani di lavoro, programmazioni, relazioni, certificazioni, le insopportabili scartoffie «destinate ad accumularsi in Segreteria senza che nessuno le leggerà mai» (p. 257). A queste considerazioni si aggiunga un’aggravante, direi un’eterogenesi dei fini: l’ingenua ed entusiastica convinzione che la digitalizzazione e l’informatizzazione dei documenti avrebbero diminuito la pretesa di misurare prestazioni alleggerendo il lavoro sotto la luccicante insegna dell’efficientismo. Mentre accade questo, c’è un dettaglio non trascurabile: i ruoli aumentano, i soldi diminuiscono (e non soltanto quelli degli stipendi dei docenti, com’è tristemente noto). Il Fondo d’Istituto, destinato nella norma a potenziare l’offerta formativa, viene prima dimezzato e poi usato per pagare figure di sistema che suppliscono alle carenze strutturali dello Stato. Così la didattica si impoverisce (e questo va di pari passo con l’evaporazione del tempo dedicato ai contenuti disciplinari), la collegialità si svuota e la scuola diventa un luogo dove si chiede sempre di più a chi ha sempre meno. Ora, io so bene che tu non hai poteri taumaturgici, so anche che in educazione, come con le persone, formule magiche e risolutive di tutto in fretta non esistono (contano piuttosto osservazione, costanza, studio e pratica), ma ti domando comunque: come affrontare le sorti di questo nostro vitale mestiere che «andrebbe annoverato tra i compiti più alti, in una società civile»? (p. 119). Oppure, usando il titolo di un bel capitolo del tuo libro: perché mai Daniela, un’ipotetica studentessa-tipo, dovrebbe diventare insegnante oggi?

    Credo fermamente nel senso di responsabilità personale che dovrebbe accompagnare chiunque si imbarchi in questa nave troppo spesso traballante. Personale, più che collettivo: purtroppo non vedo un “corpo docente”, almeno a livello macroscopico: hai letto il libro e sai come uno dei punti su cui batte è la constatazione abbastanza desolata di come noi docenti siamo la causa di tanti nostri problemi e il più delle volte siamo incapaci di costituire un corpo compatto. Troppe nevrosi, troppi metodi anche radicalmente opposti, troppe oscillazioni tra un pericoloso lassismo – a volte, lo dico con enorme dispiacere, anche nei confronti del benessere dei ragazzi – e un’altrettanto pericolosa tendenza a lasciarsi sovraccaricare e sopraffare. Fanno eccezione tanti Consigli di classe, gruppi minimi di persone non di rado allineate anche eticamente e in grado di lavorare con grande correttezza e senso di giustizia. Del resto, qualsiasi chat con più di dieci, dodici insegnanti insieme può assumere toni grotteschi. Come entità collettiva non solo non funzioniamo: non esistiamo, e di questo si approfittano le agenzie che, appunto, stanno trasformando la scuola in un sistema burocratico ad altissimo tasso di responsabilità da caricare sulle nostre spalle. Essendo dotati di una scarsa consapevolezza di “classe” e di strumenti poco adatti a difenderci, non siamo in grado di evitare i colpi. Il risultato è la svalutazione degli insegnanti nella percezione altrui, soprattutto di studenti e famiglie, di cui si fa un gran parlare.

    L’argine, per me, è del singolo: la differenza la fanno gli individui. Sarebbe opportuno che ognuno, nel suo, trovasse o si svegliasse ogni mattina con la principale preoccupazione di cercare una via di equilibrio: da un lato, mettere sempre al primo posto gli studenti e, dall’altro, tenere davvero fede al ruolo di guida autorevole e affidabile. Non dovremmo togliere spazio alla qualità delle nostre lezioni esaurendo tutte le energie in orrori grigi come certificazioni di competenze, progetti, UdA, “capolavori”, performance e altra simile paccottiglia. Faccio una provocazione, dedichiamo a queste cose il tempo che meritano: pochissimo, il minimo indispensabile per non essere reprensibili. Ecco una forma di protesta che dovremmo tutti adottare: la mediocrità passiva. Adempiere ai compiti compilativi non utili con la maggiore sciatteria possibile, un’aurea mediocritas che ci permetta di attendere con molta più cura alla crescita umana e culturale dei nostri studenti.

    Lo scorso 6 giugno, ultimo giorno di scuola, un’alunna che ho avuto in seconda e ora sta per diplomarsi mi ha regalato una lettera bellissima, piena di fuoco e piena di luce. Tra le altre cose mi ha detto che, di fronte ai suoi mostri, non mi sono fatto intimidire, non ho ignorato, non ho abbandonato. Ancora una volta, è stata un’alunna a farmi riflettere sul senso del mio e tuo mestiere, e allora ecco perché la nostra ipotetica Daniela potrebbe trovare la sua strada facendo l’insegnante: perché è un lavoro per temerari, che ti invita a non ignorare gli altri, a non abbandonarli.

    4. Tra poco parleremo degli alunni, ma adesso approfondiamo la questione degli insegnanti inadeguati, che per te è un nodo centrale. Nell’Uragano questo discorso ruota intorno a un perno fondamentale, che emerge gradualmente per exempla, vale a dire la certezza che al centro della relazione educativa tra docente e studente non ci sono solo l’uno o solo l’altro o la materia o le metodologie didattiche, ma la relazione stessa tra i due soggetti. Ti pongo, allora, tre domande: 1) Qual è il confine tra la cura come necessaria e fondamentale competenza professionale dell’insegnante e la cura come auto-sacrificio, come prova morale con un costo altissimo (non a caso nel libro non trascuri i numerosi casi di burnout che sempre più frequentemente colpiscono gli insegnanti), insomma, come vocazione e missione (queste le ingenue parole-chiave dell’opinione pubblica)? Che sistema è quello che regge perché alcune persone compensano strutturalmente le mancanze istituzionali attraverso un investimento emotivo personale? Sembra quasi una pedagogia dell’eccezione permanente (o dell’«emergenza costante», p. 283)molto diffusa nei lavori educativi, sanitari e socialiche, tra l’altro, sottrae alla vista le condizioni materiali del lavoro educativo e neutralizza il conflitto politico perché l’attenzione si sposta dall’organizzazione alla moralità del singolo. 2) Perché quando un insegnante si dimostra inadeguato al proprio ruolo (e il tuo libro è ricco di esempi in tal senso) «non è solo una persona a cadere, è la scuola intera» (p. 54)? Perché a questo proposito parli addirittura di un danno al «capitale simbolico della scuola»? 3) Infine, come deve avvenire la selezione del personale docente? Chi decide chi può insegnare e chi no? Sulla base di cosa? Tu sei inequivocabile: «La sola eventualità di non essere una presenza positiva e costruttiva, per i ragazzi, dovrebbe squalificarci dalla possibilità non dico di provare a insegnare loro qualcosa, ma proprio di frequentarli» (p. 55).

    Sono difficilissime, le tue domande a grappolo! Mi viene in mente l’istruzione che troviamo su qualsiasi libretto di sicurezza a bordo degli aerei, riguardante la mascherina dell’ossigeno: prima indossare la propria, poi infilarla al vicino di posto in difficoltà. Ho imparato molto presto l’importanza della salvaguardia del proprio tempo libero, dei propri spazi fisici e mentali, di evitare per quanto possibile di portarsi le preoccupazioni al di qua della porta di casa. La cura per gli altri di cui spesso parlo nel libro può scivolare e degenerare in incuria di sé, in trascuratezza per il proprio benessere. Niente di più dannoso. Per quanto mi riguarda, anche a fronte di preoccupazioni importanti che a volte, inevitabilmente, seguono me come molti fuori dalle mura scolastiche, mi forzo a staccare la spina, a pensare ad altro, diversificando il tempo in cui non mi dedico alla scuola. So che farlo migliorerà la qualità del mio lavoro e la mia tenuta psicofisica in quella gara a esaurimento risorse che è un anno scolastico. Come hai ricordato anche tu, il sistema in cui la scuola è immersa, per non dire impantanata, ricava uno strutturale vantaggio dall’approfittarsi di un lavoro sommerso che ammonta a più di duemila ore l’anno, mediamente, per insegnante. La sensazione è, forse, quella di poter aggiungere sempre un pezzo sugli altri pezzi in bilico sulla testa dei docenti, e a volte sono pezzi davvero piccoli: crocette, verbali, rendicontazioni, relazioni, organizzazione gite, partecipazione non remunerata a gite, mail dei genitori, a volte insensate, a cui quasi sempre tendiamo a rispondere, e così via. Il problema è che, a forza di affastellare, i pezzi cominciamo a perderli: ci dimentichiamo di terminare questo o quello, saltiamo le scadenze, trascuriamo un impegno o l’altro, non leggiamo la tal circolare e, cosa peggiore, magari, siamo meno concentrati a lezione, meno attenti agli alunni. Alla fine, il danno maggiore lo subiscono sempre loro, non certo un file che non verrà mai aperto da nessuno. E questa trascuratezza, a lungo e in largo andare, lede l’immagine di un’istituzione intera che per cadere non cade, ma sembra sempre più un cavallo azzoppato. Poi ci sono persone che per carattere, a mio avviso, non sono adeguate al lavoro. Colleghi troppo fragili, non stabili dal punto di vista psicologico, non in grado di tenere una classe. Le classi vanno accompagnate ma anche ‘governate’: con modi gentili ma con fermezza, sorridendo seriamente, giocando ma da adulti. Lungi da me stabilire chi può e chi non può. Chi dovrebbe? Persone appassionate, curiose, con spalle larghe e molta lucidità. E mentalmente stabili. Nel libro racconto di una ex collega che parlava da sola, con cui condividevo una prima media: gli alunni, una mattina, mi confessarono che ne avevano paura, perché a volte urlava senza motivo. Ecco, dal punto di vista umano provavo molto dispiacere per quella collega in difficoltà, ma anch’io non mi sentivo sereno quando si chiudeva la porta alle spalle, in una classe di undici-dodicenni. I ragazzi sono una responsabilità troppo grande e una risorsa troppo preziosa. Credo che non sarebbe sbagliato sottoporci tutti, a cadenza periodica, a un monitoraggio psicologico.  

    5. In effetti la galleria degli orrori tra docenti è varia: tu ne descrivi più d’uno e nessuno di loro è un insegnante sufficientemente buono. Il tuo dubbio, allora, è legittimo: «Mi chiedo spesso cosa faccia di un professore, un buon professore» (p. 59). Le tue risposte più efficaci, secondo me, sono quelle in cui ti lasci andare all’analogia e al parlar figurato: la vita lavorativa del docente è come un «idra a cui tagliare teste che, immancabilmente, domani ricresceranno» (p. 29); «dobbiamo lavorare nei margini, nelle intercapedini, insinuarci nei momenti di crepa con la nostra polvere dorata, provare a non mandare niente in cocci e a non andare in cocci noi» (p. 175). Consentimi di toccare la più stretta attualità. A me pare che un altro grande pericolo generato da noi insegnanti, di cui molti ancora non si rendono conto, si nasconda nei TeachToker, «ovvero quei docenti della scuola pubblica che, sulle principali piattaforme social (in particolare Instagram e TikTok), spettacolarizzano la professione trasformandola in leva di visibilità, prestigio e potere personale, adottando lo stesso modello di business e la medesima grammatica comunicativa di influencer e content creator» (Dario Alì). I rischi sono molteplici: 1) la mercificazione dell’insegnamento e dell’apprendimento (i TeachToker lucrano sulla pelle dei minori per alimentare il proprio brand personale attraverso collaborazioni con aziende private e sponsorizzazioni camuffate da attività divulgativa); 2) la sicurezza e la privacy degli studenti minorenni, che dovrebbe essere la questione centrale, ma sembra importare a pochi; 3) la compromissione dell’autenticità della relazione educativa, giacché le aule vengono così ridotte a veri e propri set e palcoscenici per la produzione di contenuti da far diventare virali); 4) la progressiva erosione della credibilità e dell’autorevolezza della figura del docente, così sempre più immersa tra autopromozione, adv e ricerca di visibilità a ogni costo, con un’evidente confusione tra ruolo pubblico e interessi privati; 5) infine, un pericolo deontologico: in una società che inizia a percepire i TeachToker come i “docenti ideali” che ogni famiglia vorrebbe per i propri figli, quanto è concreto il rischio, per l’intera categoria, di conformarsi sempre più a ciò che la società considera desiderabile?

    Naturalmente pensiamo entrambi, come retroterra di pensiero, al recente scandaletto riguardante il famoso docente di fisica a suo dire dipendente dai social, di cui già non parla più nessuno (dello scandaletto, non del docente, che credo continui a macinare visualizzazioni). Il discorso che ha destato scalpore riguardava la probabile, secondo quel collega, mutazione della figura del docente e la previsione che molti professori, in futuro, lavoreranno part-time a scuola per potersi dedicare alla produzione e commercializzazione dei propri contenuti “aggiuntivi”. In un contesto talmente poco serio da diventare serissimo – e volendo tacere della reazione scomposta alla valanga di sacrosante critiche (“Ce l’hanno tutti con me perché sono invidiosi”) reazione che, per quanto mi riguarda, dice molto già da sola – quel gigantesco passo falso mediatico ha avuto il merito di aprire un dibattito importante. Il vero problema e la superficialità delle parole del docente in questione non risiedono nell’idea di vendere i propri contenuti in spazi privati: il problema è semmai l’indifferenza verso la riduzione dello spazio pubblico, un depauperamento di quello spazio e quel tempo che devono restare condivisi, gratuiti e in presenza e, anzi, si dovrebbe semmai ambire a potenziarli. Tra i molti, complessi bisogni delle nuove generazioni, ne sono certo, c’è la necessità di restare a contatto il più a lungo possibile con altri esseri umani, senza la mediazione di uno schermo. Ben venga che le nuove tecnologie aggiungano e integrino una presenza fisica; ma se tutto ciò diminuisce o addirittura sostituisce l’interazione privata, dal vivo, allora si crea solo distanza. Mi pare un’erosione, un impoverimento contro cui qualsiasi insegnante decente dovrebbe combattere, non assecondarlo per tirarci su visibilità e soldi. Del resto, immagino la prima manifestazione della cultura umana con persone sedute intorno a un fuoco e qualcuno che racconta una storia. Non dobbiamo dimenticare il valore della dimensione fisica della cultura e della formazione.

    Riguardo alla definizione di “docente ideale”, chiediamoci se l’ideale sia ficcare una musica struggente sotto ogni reel per dare caratura sentimentale a discorsi se va bene di semplice buonsenso, se va male banali. A me pare un tentativo di manipolazione emotiva e, al solito, di potenziamento del proprio brand; capisco che contenuti simili possano affascinare una fetta anche larga di pubblico, giacché viviamo in un’epoca in cui è sempre più difficile separare il grano dal loglio: tanto più è deprimente e fa rabbia vedere chi in teoria dovrebbe alzare il livello, contribuire invece a tenerlo così basso, e lucrarci.

    Cosa fa di un professore un buon professore? Tanti elementi diversi, tra cui, quantomeno, non considerare i propri alunni un pubblico e non approfittarsi della propria posizione.  

    6. Come promesso, vorrei ora parlare dei ragazzi e delle ragazze. Vorrei che tu ci parlassi del rapporto con le tue classi attraverso due lenti (che poi non sono altro che le nostre materie): la lingua e la letteratura. Cominciamo dalla lingua, anzi, dal linguaggio, tanto il tuo, quindi quello del docente, quanto quello degli studenti. Gli e le insegnanti hanno il dovere di selezionare con cura le parole da contrapporre alla violenta, sciatta e ammiccante lingua del mondo circostante—politico, pubblicitario, mediatico ecc. Dall’altra parte ci sono le parole dei ragazzi: penso alle riflessioni sull’alluvione in Romagna, al bellissimo tema di Nicole, che conservi a casa, ma anche al «progressivo oblio della forma scritta del linguaggio» (p. 229). Per quanto riguarda, invece, la letteratura, ti chiedo: perché? Perché ostinarci a incontrare ancora Il Cantico di Frate Sole, I Promessi sposi, Se questo è un uomo, La strada di McCarthy? Sicuramente non perché la letteratura serve a fondare, o rinsaldare, l’identità nazionale o a perfezionare le competenze linguistiche o a rafforzare l’educazione etica («ragioni da sempre scadenti e oggi scadute», come ha sostenuto recentemente Pellini). Forse perché è invece indocile (famosa formulazione di Zinato), mossa com’è dal dovere etico di «rifuggire a ogni costo i tentacoli di un pedagogismo moraleggiante» (come affermi tu: p. 206). E poi c’è la lettura: per molti studenti «un libro è un oggetto ostile, un nemico giurato», ma «poi mi ascoltano leggere quel passo col fiato sospeso» (p. 168). Perché davanti a certe storie «smettiamo di essere spettatori e diventiamo, tutti, ammiratori» (p. 265)? E per quale motivo questo fatto deve succedere proprio a scuola?

    Uno degli errori credo comuni di chi “insegna lingua italiana” – concetto già di per sé strano, stranissimo – il quale, per come la vedo io, ha tra le sue prerogative trasmettere un’idea di lingua, è considerare la propria lingua più riuscita, “migliore” rispetto a quella degli alunni. Che è una lingua in parte diversa, non altrettanto ricca, ma da osservare con attenzione e con una curiosità che io trovo addirittura necessaria. I giovani hanno – hanno sempre avuto, abbiamo sempre avuto – una lingua propria, differente, scostumata, contrapposta alla lingua degli adulti, ed è una fattispecie imprescindibile per l’evoluzione della lingua stessa. Per fortuna, il dantesco “volgare perfetto” non esiste: prova ne sia il fallito tentativo di imbrigliare l’italiano in una forma stabile, in categorie troppo rigide, peraltro da parte di personaggi ben più illustri dei moderni legislatori etici, così tanto sensibili alle parole e risoluti nel prescriverne il corretto utilizzo.

    Interessante e secondo me utile, nella comunicazione quotidiana con gli alunni, è considerare la lingua allo stesso tempo come laboratorio aperto e sistema che può e deve essere dispiegato ed esplorato valorizzandone i diversi registri, recapitando il messaggio che il pregio di una lingua passa anche per la sua varietà, per la sua duttilità, per gli usi molteplici che se ne possono fare. C’è bisogno che i ragazzi ne percepiscano, giorno dopo giorno, il potenziale, e siano invogliati a padroneggiare la propria lingua. La sfida è proprio cambiarne la percezione, farne intravedere le sfumature, le ambiguità, la potenza, i colori. La lettura e il commento di testi letterari, in questo senso, ci corre incontro, anche quando si tratta di una lingua non immediata: penso a Rosso Malpelo o ai Malavoglia, ma si tratta di un esempio su mille (valgano tutti quelli citati da te qui e da me nel libro, anche in traduzione): quanto dolore, quanta meraviglia, quanta emozione passa attraverso l’uso della lingua in Verga? Le mie lezioni di letteratura, più o meno, sono dedicate all’acquisizione di questa consapevolezza. Attraverso la lingua definiamo noi stessi e il mondo che ci circonda. È il primo strumento, il più importante, chi la usa bene può compiere imprese straordinarie. E, aggiungo, questo “usarla bene” ha eccome un valore etico: tanto più la scuola deve farsi custode della lingua ma non in senso conservativo né, inutilmente, giovanilistico. La scuola deve ascoltare la lingua, provare a comprenderla nel suo cambiamento, comunicarla nella sua complessità e nella sua bellezza.  

    7. Concludo questa nostra conversazione salutandoti con due domande. La prima è: di quali libri consigli la lettura per conoscere meglio, nel bene o nel male, il mondo della scuola? La seconda è una curiosità da lettore: stai scrivendo qualcosa in questo momento? Continueremo a leggere le tue riflessioni sulla scuola soltanto sui quotidiani o potremo trovarle anche in un nuovo libro?

    Intanto, e non per piaggeria, mi piace ricordare il tuo Oltre l’ora di lezione. Un precario diario di bordo, racconto intimo del precariato che ho trovato sentito e pieno di delicatezza; notevole è poi Il banco e la cattedra di Roberto Contu, cronaca scolastica sincera e molto ben scritta; ancora, Una cosa che non parla. Intellettuali e studenti contro la scuola, a cura di Giuseppe Nibali, compie un’operazione importante: lasciare la parola agli studenti, in dialogo con studiosi di grande calibro sulle questioni più attuali del mondo scolastico; la recente raccolta che anche tu hai menzionato Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, curato da Mimmo Cangiano, già dal titolo manifesta il posizionamento e l’atteggiamento di forte critica alla progressiva privatizzazione e aziendalizzazione del “sistema scuola”; tornando al discorso che facevamo prima sulla lingua, Graziano Gala ha curato Controdizionario della lingua italiana. Case possibili per dispersi della parola: vocabolario terremotato, compilato a partire dall’uso degli alunni, che apre squarci vividissimi sulla materia lessicale in mutamento—Gala, peraltro, scrive ottimi contributi a tema scuola: segnalo, in particolare, Di cosa hanno paura gli insegnanti, sulla rivista “Lucy. Sulla cultura”; infine, ho trovato molto bello un capitolo dedicato all’architettura scolastica in Città foresta umana. L’empatia ci aiuta a progettare della giornalista Serena Uccello insieme all’architetto Mario Cucinella, in cui si riflette su come l’integrazione degli edifici scolastici con l’ambiente circostante sia fondamentale per una fruizione virtuosa dello spazio scolastico. Quanto a me, sto con fatica scrivendo un nuovo romanzo, che però non tratta di scuola. Mi piace pensare sia una satira sul ridimensionamento delle ambizioni e sulla crisi, anche della parola, di fronte a eventi più grandi di noi. Il protagonista e il mondo che lo circonda sono emblema di questa crisi, che si manifesta in un’esasperazione grottesca in cui, da scrittore, mi sento da sempre a mio agio. È un testo che ha elementi dei miei primi due romanzi ma, allo stesso tempo, ha un passo diverso rispetto a entrambi. È un progetto ambizioso che spero di riuscire a portare a termine, e non ti nascondo che la sua difficoltà mi spaventa. Spero di riuscire a portare a termine l’impresa.

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