L’ultimo è Filippo Caccamo
La prima volta che ho visto un video di Filippo Caccamo è stata qualche anno fa, me lo ha girato su WhatsApp una mia collega che mi scriveva: «guardalo e dimmi chi ti ricorda». Giù emoticon, risate e lacrimoni. Il video era uno dei primi, quelli dove Filippo Caccamo con una t-shirt accroccata in testa imita colleghi e colleghe che sclerano per i corridoi delle nostre scuole. Ho riso pure io, ho iniziato a seguire Filippo Caccamo sui social e come a molti mi sono diventati familiari la preside nevrotica e la collega scoppiata con la borsetta, il Mortillaro rebrandizzato e la (fu) MAD che sbuca come un pop-up all’odore di spezzoni di supplenze, la maestra sepolta dai vomiti dei bambini e quella specie di pipistrelli nelle mutande che sarebbero gli adolescenti delle medie. Per simpatia, perché lui è simpatico e bravo, devo essermi pure fatta andare bene la benedizione rituale alla fine dei video di Filippo Caccamo – «che giornata di merda» – nonostante dopo ventiquattro anni di scuola continui tutt’ora a salutare chi abita con me, quando torno, con un altrettanto rituale «oggi sono stato bene a scuola».
Filippo Caccamo, nel frattempo, è diventato virale, è finito in teatro, in televisione, ha fatto l’appello, da Ragusa a Bolzano, al «collegio docenti più grande d’Italia» e lui, nato nel 1993, quindi a trentatré anni, dopo essere intervenuto anche su temi come la violenza nelle scuole, scritto libri, compare a oggi in rete come ex-insegnante della scuola media. Io ho continuato per un po’ a sorridere con i video di Filippo Caccamo, ma sempre meno, come accade per forza con la comicità macchiettistica che lì per lì contagia e in breve si neutralizza, a un certo punto mi hanno annoiato, ma poi, l’avrei dovuto prevedere fin dall’inizio, mi hanno creato fastidio, rigetto, infine rifiuto.
Dico ovviamente di un rifiuto che non c’entra nulla con Filippo Caccamo, al quale anzi auguro ogni fortuna e che continuo a considerare simpatico e bravo, ma di un rigetto politico (non mi viene altro aggettivo) che qui proverò a spiegare e che nasce dall’evidenza di cosa nei fatti contenga, cosa implichi quella rappresentazione di quel branco di scoppiati e decerebrati che alla fine saremmo noi docenti, di quelle (furono) MAD che strisciano per due briciole d’ora, per non dire di quei mezzi criceti rimbambiti che si lamenterebbero per ogni refolo d’aria e che sarebbero gli studenti, soprattutto di quel mantra – «che giornata di merda» – che sarebbe forma e sostanza dell’ennesima rappresentazione grottesca del mondo della scuola.
Un rigetto che non c’entra nulla con Filippo Caccamo, e nemmeno con «il sì, ma fattela ogni tanto una risata» al quale non mi sottrarrò, un rifiuto di cui Filippo Caccamo (con molti altri come lui) è evidentemente epifenomeno e che invece c’entra con qualcosa che ha che fare con il peso politico di quella rappresentazione, ma soprattutto con Domenico Starnone e i suoi derivati.
Ma il primo è stato Domenico Starnone
Mi commuovo con pochissimi film, e mi vergogno pure un po’ a dire che alcuni film che ancora mi strappano la lacrimuccia sono film da mezza stella sul Morandini. Uno di questi è La scuola di Daniele Lucchetti (che pure qualche stella in più ce l’avrebbe), perché a me l’immagine del professore Silvio Orlando/Vincenzo Vivaldi, in quell’aulaccia con quel muro scrostato e il poster di Vasco mezzo strappato, mi fa sentire ogni volta l’odore, anzi, la puzza della scuola dove anche io ho deciso di stare recluso per una vita, a respirare la stessa aria di studenti sempre giovani e immortali, mentre solo io invecchio come la professoressa Serino filosofò. Ecco, mi piacerebbe parlare adesso di quel film, ma ovviamente, per quello di cui sto dicendo, devo invece parlare di Ex cattedra, il libro di Domenico Starnone del 1987 da cui, insieme a Fuori registro (1991) e Sottobanco (1993), è tratto il film.
Al netto dei millanta saggi sulla storia della rappresentazione scolastica e senza ripartire da Collodi e De Amicis, da Mastronardi e Lodi, da Rodari e Milani (ma suggerisco la lettura agile di questo bel contributo di Stefano Rossetti), vado subito al punto affermando che, per quanto mi riguarda, Ex cattedra – con i suoi figli – è il testo che più di tutti ha condizionato e male, molto male, la rappresentazione e l’immaginario della attuale scuola pubblica italiana.
L’ho riletto la scorsa settimana, a quarant’anni esatti dall’anno scolastico raccontato in quel libro (1985/1986), e se le rappresentazioni di Filippo Caccamo da cui sono partito, dopo avermi stufato mi avevano suscitato il rifiuto di cui sopra, quella scuola lì, quella di Starnone, quella da cui nasce anche il film di Lucchetti che per anni mi ha fatto scendere – e credo continuerà a farmi scendere – la lacrimuccia, in quel romanzo mi si è di nuovo mostrata, con il nitore dato dal tempo passato, come un buco nero primordiale dove tutto a un certo punto ha iniziato a essere miseramente inghiottito, a franare, a crollare.
Eh sì, perché a rileggerlo oggi Ex cattedra, che è stato e resta un buon libro da tanti punti di vista, si capiscono tante delle magagne che hanno permesso che, per come la rigiri, oggi della scuola e dei suoi immaginari non si possa che parlare, discutere, pensare come fa Filippo Caccamo, ma anche tutti i filippicaccami che alla fine potremmo essere diventati noi altri.
«Sinistre patetiche», matematici «in totem»
Ma andiamo al libro, a Ex cattedra, con un repertorio sintetico di alcune rappresentazioni del mondo della scuola che sono diventate malamente archetipiche. Non è nemmeno semplice scegliere qualche esempio, perché di fatto mi ritrovo con sotto gli occhi un testo che ho sottolineato praticamente per intero, una sorta di catalogo delle navi omeriche di una scuola totalmente devastata, persa, andata, popolata di mostri e di cui Ex cattedra è una specie di summa.
A volere sintetizzare, sono tre i grandi sguardi disseminati nel libro che a mio giudizio portano la responsabilità del grande danno: la rappresentazione degli insegnanti, quella degli studenti nel rapporto con gli insegnanti, quella delle dinamiche di comunità, a partire da quelle democratiche degli organi collegiali.
Anzitutto la raffigurazione degli insegnanti proposta da Starnone, che poi è anche quella transitata più naturalmente nel film di Lucchetti, ma io dico anche nel sentire comune: un collegio docenti di scoppiati, variamente connotato. Da una parte i presunti migliori, professori come lo stesso protagonista frustrati per un destino che alla fine non avrebbero voluto, malati terminali in una lenta agonia di quella «sinistra patetica e malinconica» che negli anni Settanta, sentenzia Vivaldi, «ha perso» e che si ritrova sbadigliare le ultime lotte per finta in attesa delle vacanze («stremati dal vuoto e dalla ribellione al vuoto, insegnanti e studenti andiamo in vacanza»). Dall’altra i presunti peggiori, come gli Sparanise/Mortillaro, tenuti in vita dal loro dividere ab aeterno il mondo tra chi è «nato per studiare e chi è nato per zappare», o la collega fedifraga Taddeo, che tresca con il collega e che si fa portare in salvo perché inseguita dalla suocera che strilla di lei contro il preside, mentre stava progettando faticosamente «il suo corso sperimentale sulla nozione di spazio nella produzione scritta degli studenti». Dulcis in fondo, ovviamente il re di tutti gli scoppiati, il preside che strilla pure lui ma orgogliosamente matematico perché, «colleghi, siamo pratici, non facciamo poesia, questa scuola va riformata in totem». «In totem?», «sì, in totem».
Da una parte e dall’altra, in realtà tutti dalla stessa parte: tutti mostri, mostri tutti. Mostri simpatici, quasi teneri: tutti mostri teneri. Dai migliori ai peggiori, dal preside al bidello che «trascina rotoli di italie antiche», tutti pupazzi messi in scena per farci pena, nonostante nella premessa (Allucinazioni dell’ultima ora), Starnone ci avesse tenuto a ribadire che «la scuola di cui si racconta nelle pagine seguenti non l’ho inventata io».
Mah, insomma.
Studenti da odiare, o al limite da annoiare
E gli studenti? Si definiscono in Ex cattedra per contrasto con i loro insegnanti tutti mostri. Segarelli Matteo, il secchione che ripete a ogni fiato del docente «a mo’ di registratore, un fedele rispecchiamento della mia missione nel mondo che alla fine vorrei tagliarmi la gola» è in realtà uno dei più innocui. Anche Martinelli Stefy, «assente da qualche giorno», per la famiglia perché in gita a Pescara con la scuola, ma in realtà in fuitina altrove con «il giovane di periferia» e scoperta dal padre per l’allarme acqua alta a Pescara, ci potrebbe stare in questo paese dei balocchi.
Ma ciò che è colpevole, che ha sedimentato e che magari a qualcuno continuerà ad andare bene, anzi, a solleticare accorati «ma certo, solo voi insegnanti non vi rendete conto che è così», è quando Starnone mette la pietra al collo alla scuola vera, inventandosi una relazione studenti insegnanti tutta sua, dove solo e soltanto nel giorno di sciopero o generico casino c’è qualche segno di vita a scuola, mentre nel quotidiano «la norma è la noia, la fatica e il naturale manifestarsi lungo tutto l’arco dell’anno scolastico di una sorda inimicizia tra scuola, docente e studente». Una scuola dove una studentessa brillante come Ketty è per fortuna sopravvissuta alla scuola, sì, Ketty che «spirito ribelle, intelligente, colta come questa scuola non riuscirebbe mai a rendere colti in cent’anni, sarebbe stata così anche se io non fossi mai stato il suo insegnante».
Insegnante, insegnanti: pietre al collo.
Uno, almeno uno, fammelo bocciare
Infine, va detto per forza qualcosa sulla tabula rasa che Starnone fa in Ex cattedra della sostanza stessa della vita democratica della scuola: la sua dimensione collettiva. Nel testo c’è l’imbarazzo della scelta. Al netto dei numerosi «ma è così, non te ne rendi conto solo tu», e del fatto che non sia l’evidenza, quanto l’intenzione in questo caso a contare nel discorso, pesco giusto qualche macina al collo del capitale simbolico del valore democratico della scuola contenuta in Ex cattedra.
Le ore di programmazione sono «ore che non sono di insegnamento, bensì di spreco di tempo in asfittiche riunioni collegiali» («Ma ha ragione!», «aspetta, fammi finire»). Durante le riunioni per materie «la gran parte dei convenuti o sonnecchia o guarda l’orologio» («Ma ha ragione!», «aspetta, fammi finire»). «I consigli di classe si fanno nel pomeriggio e servono a dirsi tra insegnanti della stessa classe, che non se ne può più» («Ma ha ragione!», «aspetta, fammi finire»). E gli scrutini? Beh, gli scrutini: «uno, almeno uno, fammelo bocciare».
Ah, no, quello è Mortillaro.
Sì, ma fattela ogni tanto una risata
Me la sono fatta una risata, l’ho fatta con Filippo Caccamo, qualcuna continuerò senz’altro a farmela con lui, alla fine l’ho fatta pure con Domenico Starnone e i suoi derivati (anche qualche lacrimuccia), ma avrei l’imbarazzo della scelta per farmi qualche risata di questo tipo sulla scuola. Me la potrei fare con i mille filippicaccami e i domenichistarnone che popolano oggi la rete, i social, i reel, ma me la potrei fare per mille vite ancora con il florilegio dei gruppi WhatsApp, i film, le serie, con i suoi contributori volontari ma anche involontari, il collega che ti dice «ma hai visto che hanno scritto su quel gruppo? Hai visto che disagio?», l’arte di massa, nazional popolare, facile eh, delle grasse e malinconiche risate sulla scuola, insomma, me le potrei fare così tante di risate che alla fine, se invece dicessi «ma anche no, non ho proprio più voglia di farmela una risata», non cambierebbe troppo, e alla fine nessuno, proprio nessuno, lo noterebbe.
Però una cosa, almeno ogni tanto, andrebbe detta.
Non è neutro, non lo è mai stato, non potrebbe mai esserlo, questo ridere sulla scuola. Non è neutro, non lo è mai stato, non potrebbe mai esserlo, questo svilire l’insegnante come uno scoppiato frustrato e gli studenti come alieni in prigione. Non è neutro, non lo è mai stato, non potrebbe mai esserlo, questo accusare la dimensione collettiva della scuola come la replica sistematica delle dinamiche di un CIM. Perché alla fine questo ridere, questo svilire, questo accusare malamente la scuola, messo qui a tema tirando in ballo uno degli ultimi operai, Filippo Caccamo, e un padre, forse il padre nobile degli ultimi decenni, Domenico Starnone, è a tutti gli effetti un atto politico, ovvero che riguarda la polis, cioè tutti, cioè me e te.
Decidere di guardare sistematicamente gli insegnanti come mostri non è la leggerezza dell’umorismo, è forma che sedimenta in contenuto, e il contenuto è che è una cosa che ci riguarda tutti, cioè me e te, ed è penosa quando va bene. Decidere di giudicare gli ultimi luoghi dove si pratica la democrazia, i consessi dove ci si guarda in faccia per farsi carico delle persone attraverso la pratica culturale della formazione, dalla classe all’assemblea, dal consiglio al collegio, studenti e insegnanti come mostri, come un consesso di scoppiati, di succursali dei servizi psichiatrici, non è la leggerezza di ridere dei tic che si innescano nelle relazioni, ma è dire, decidere, trasmettere la ridicola pretesa della politica di quelle relazioni, di quei corpi e di quelle menti insieme. Significa decidere un fallimento, giudicarlo, socializzarlo. Significa dire che la scuola pubblica è fallimento.
E allora, se per quanto mi riguarda fallimento non è, ma piuttosto il potere è del popolo, è democratico, perché è degli studenti e degli insegnanti, è della scuola, è di tutti, di me, di te, «ma fattela ogni tanto una risata» sì, ma così, oggi, a questo punto, anche no.
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