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Ereditiamo anche il dolore: “Malbianco” di Mario Desiati

L’eredita emotiva

Tra le acquisizioni più recenti delle neuroscienze c’è il concetto di eredità emotiva, formalizzato nel 2022 da Galit Atlas: secondo la psicanalista israeliana, ereditiamo dai nostri antenati non solo il DNA, ma anche i traumi, che vengono trasmessi alle generazioni future pur senza averli vissuti. Nel saggio L’eredità emotiva, citato da Desiati tra le sue fonti ne La libreria di Malbianco (pp. 381-388), Atlas sottolinea come le persone che amiamo e che ci hanno cresciuto vivano all’interno di noi, condizionando la nostra vita in modalità che non è sempre facile elaborare in autonomia; secondo la psicanalista, «i segreti della mente non includono soltanto le nostre esperienze di vita personali, ma anche quelle che inconsapevolmente portiamo dentro di noi: ricordi, sentimenti e traumi che ereditiamo da generazioni precedenti» (G. Atlas, L’eredità emotiva. Una terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022, p. 16).

Tali dinamiche caratterizzano la storia di Marco Petrovici, protagonista di Malbianco, ultimo romanzo di Mario Desiati; il personaggio che dice io, nel capitolo Asini e lupi, davanti al suo psicanalista formula infatti questa riflessione su sé stesso e uomini:

La vera ragione dell’interesse sul mio caso è che in fondo ci sono due grandi ferite che i miei antenati non hanno mai davvero elaborato. La guerra e le migrazioni, i grandi eventi che sconvolgono le vite di tutti, ferite che si tramandano di generazione in generazione come i nomi che vengono dati ai figli (M. Desiati, Malbianco, Einaudi, Torino 2026, p. 215).

Una trama a incastro

Marco Petrovici è un tarantino vicino ai cinquant’anni, uno spatriato che vive a Berlino dove prepara «contenuti per un’agenzia americana che li rivende a siti, blogger e influencer vari» (p. 7); la sua vita è caratterizzata dalla precarietà, dalla paura della perdita e, soprattutto, dalla nevrosi. Dopo una serie di svenimenti inspiegabili, decide di tornare a Taranto per alcuni esami clinici; qui il percorso di cura col dottor Lipari, «illustre neuropsichiatra romano, specialista in fobie, ossessioni, ansia e panico» (p. 49), si intreccerà però con uno scavo nella storia di due familiari, il nonno Demetrio e il prozio Vladimiro «Pepin», la cui storia è stata occultata dai genitori «Use» e «Tonia». Sarà il ritrovamento di un quaderno, in cui lo zio, anche lui di nome Marco, annotava gli eventi vissuti dal padre in guerra, a consentire al protagonista di togliere il malbianco dall’albero genealogico della famiglia e a liberarsi da questi fantasmi raccontandoli.

La narrazione in Malbianco è a incastro: al racconto delle vicende che coinvolgono il Marco quasi cinquantenne si alternano flashback dell’infanzia trascorsa a Taranto nella casa nel bosco della zia Ada, vedova di Marco, ma soprattutto lunghe analessi storiche. Queste ci trasportano a fine Ottocento, al tempo dei pogrom nella Russia di Zar Alessandro III, da cui sfuggì la madre dell’antenata Addolorata, ma soprattutto negli anni Quaranta del Novecento, quando il nonno Demetrio, maestro elementare, venne prima chiamato per combattere in Francia e poi deportato nel campo di prigionia di Schöneweide a Berlino, mentre il prozio Vladimiro «Pepin», musicista, venne coinvolto nella disfatta dell’Armir, in Russia.

Soglie paratestuali e rimozione

- Dov’è adesso questo castagno? Non l’ho mai notato…
- Non c’è più, se l’è mangiato il malbianco.
- Il malbianco?
- Un fungo, un parassita, assomiglia alla nebbia che scende sulle foglie, sui germogli e sui frutti, riveste l’albero con un feltro bianco e ne fa sparire i colori. Il malbianco è come un velo sotto cui spariscono gli alberi.
- Anche gli alberi genealogici, - dice amara Ada.
- Non ci avevo pensato.
- Anche l’omertà è un velo bianco». (Ivi, p. 360)

Sulla copertina del romanzo sono presenti un albero immerso nella neve, con a fianco un uomo che trascina un asino. La similitudine che sorregge l’intero romanzo è infatti quella tra gli alberi genealogici e gli alberi del bosco dove si sono ritirati i genitori. Il malbianco del titolo è una malattia fungina che, creando una patina bianca e farinosa, porta alla progressiva morte della pianta: questa patina bianca è simile a quella che i genitori di Marco hanno steso sulle vicende di Demetrio e Vladimiro, con quest’ultimo bollato come disertore.

Anche l’asino e la neve non sono elementi casuali: la capostipite Addolorata, rimasta sola durante la guerra, verrà soprannominata “l’asinania” di Martina Franca, mentre la neve rimanda a una delle scene più struggenti del libro, con il canto dello zio Vladimiro nel mercoledì delle ceneri del 1987:

Il bianco intorno, la città immobile, un sipario di ghiaccio che nasconde le navi del porto e le ciminiere del Siderurgico […]. Chi suona avanza in fondo al ponte della città vecchia. Procede verso la parte nuova portandosi dietro il passato del luogo da cui proviene, o forse solo lo spettro di una visione. […] Il musicista sospeso sul ponte di ferro con un violino di abete rosso, tra le farfalle di ghiaccio della storica nevica del 1987, era Pepin Petrovici. Il fratello di mio nonno Demetrio Petrovici, anche lui reduce. Pepin Petrovici fu fante dell’VIII Armata della Seconda guerra mondiale, l’Armir, sconfitta dai russi dopo l’operazione Barbarossa» (Ivi, pp. 16-18).

Un romanzo oltre lo steccato dei generi

In Malbianco è ravvisabile un grande lavoro preliminare sulle fonti storiche e, in particolare, su quelle relative alla partecipazione italiana alla campagna di Russia tra il 1941 e il 1943. A queste vicende, raccontate in letteratura in pagine memorabili da Mario Rigoni Stern ne Il sergente della neve, si affianca, nella terza parte del romanzo, intitolata Una canzone Yiddish, la storia del complesso di Schöneweide a Berlino, in cui venne deportato il tenente Demetrio Petrovici. Dopo la firma dell’armistizio, questi «Italienski badogliani» (p. 289) che decidono di non continuare a combattere con i nazisti e la Repubblica di Salò vengono trasportati su vagoni e fatti prigionieri in campi di lavori forzati costruiti dal famoso architetto Albert Speer. A Desiati va dato il grande merito di aver portato alla luce una storia nascosta, sommersa, occultata, anche per la vergogna dei detenuti coinvolti.

Le vicende della ritirata in Russia, raccontate nella prima parte, intitolata Il ramo spezzato, sono invece quelle che, a mio avviso, intrecciano maggiormente ricostruzione storica e lirismo, grazie a un personaggio quasi mitologico, Vladimiro «Pepin» Petrovici, secondogenito di Addolorata che, «arruolato nell’Armir come semplice fante» (Ivi, p. 68), dopo la ritirata dell’esercito italiano, dalla fine del dicembre del 1942 vaga per la Russia come disertore, sopravvivendo grazie alle sue doti da musicista: 

Le notti erano piccole pause di un estenuante viaggio verso nord. Vladimiro entrava nei villaggi suonando la chitarra e attirando l’attenzione con qualche melodia che lo rendeva per alcuni giorni musicante di quei posti sperduti nella neve; chiedeva ospitalità e cibo, conservava le provviste nel tamburo della chitarra (Ivi, p. 129).

Sarebbe però riduttivo ascrivere Malbianco al solo genere del romanzo storico, perché una parte considerevole della narrazione è occupata dalle riflessioni del protagonista sulla malattia e la sua condizione di spatriato senza stabilità né lavorativa né sentimentale: dopo anni di fidanzamento con Luisa Montieri, scultrice italo-svizzera intraprendente e risoluta, Marco paga la sua aspirazione a una vita semplice e frivola, senza impegni. Incapace di creare, per usare la metafora dell’albero, un ramo suo, inizia però ad analizzare, nel senso psicanalitico del termine, le storie dei suoi familiari.

Un romanzo di nomi

Tra le frasi più spiazzanti pronunciate dal dottor Lipari c’è sicuramente quella che recita così: «Cosa si prova a chiamarsi come un fantasma?» (p. 49). Per dipanare la matassa dei nomi presenti in Malbianco è di grande aiuto l’albero genealogico collocato alla fine della prima parte del romanzo: qui ritroviamo ben tre personaggi col nome di Marco. Si tratta di un aspetto che riconduce alle tradizioni popolari del meridione che suggerivano di assegnare al nascituro il nome di un parente scomparso. Il primo Marco, soprannominato da Addolorata «chindelino, che secondo lei significava “bambino”» (p. 191), è un neonato morto in circostanze drammatiche; il secondo Marco è, invece, una sorta di “doppio” del protagonista del romanzo: è lui a raccogliere in un quaderno-diario, la storia dei due parenti-soldati, approfondita e svelata grazie all’aiuto di zia Ada, che condivide col Marco Petrovici degli anni Duemila il desiderio di verità, una sollecitudine genealogica per usare le parole di Desiati.

Nel romanzo i nomi, sulla scorta delle teorie di Jung, sono legati al destino e portano con sé le aspirazioni, i desideri, ma anche le frustrazioni di chi l’ha scelto: all’origine della dinastia Petrovici c’è infatti Addolorata, una neonata esposta registrata all’ufficio anagrafe di Taranto nell’aprile 1887: «Il nome scelto dal funzionario è quello che darebbe un maschio di inizio secolo a una trovatella ricoperta di stracci insanguinati: la bambina è stata partorita in condizioni difficili, così la chiamano Addolorata» (p. 160). E questa neonata dai natali incerti attraverserà, davvero, una vita dolorosa: figlia di ebrei orientali, dalla vita sessuale libera, oltre a Marco, avrà due figli, Demetrio e Vladimiro, dai nomi russi, che staranno lontani dalla madre per ben 5 anni, dal 1942, al 1947, data del loro ritorno, avvolto dalla vergogna, in Puglia.

Un bilancio di lettura

Andrea Cortellessa, nell’articolo Contro la fiction, uscito a giugno su «Le parole e le cose», osservava il recente dilagare di romanzi cosiddetti ombelicali, ovvero «Libri che prendono le mosse dalla soggettività di chi li ha scritti, dal complesso idiosincratico di punti di vista squisitamente personali, per indagare sulle ragioni e le irragioni delle cose-del-mondo: tanto del mondo esteriore, della vita di relazione e di quella che un tempo si chiamava società […], quanto della nostra vita interiore e psichica». Un esempio di tale narrativa, che per Cortellessa non è ascrivibile al genere del romanzo, è costituito da Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, vero e proprio caso editoriale del 2026 e il cui protagonista condivide, con il Marco di Malbianco, la malattia mentale e l’utilizzo regolare di psicofarmaci.

Desiati, però, «non rinuncia a ogni fiction per parlare in prima persona dalla prima all’ultima pagina» (Cortellessa, art. cit.), ma compie un’operazione diversa: la sua è una difesa della forma romanzo, strumento attraverso cui comprendere non solo un passato, ma anche i traumi ereditati; in Malbianco le diverse voci narranti avvolgono il lettore immergendolo in micro e macro storie raccontate con un’oggettività storica che si mescola al lirismo. La lingua è sempre sorvegliata e la predilezione per frasi brevi, caratteristica della narrativa italiana contemporanea, non frantuma la narrazione. I salti temporali e spaziali sono ben studiati e non interrompono mai il fluire dell’intreccio, che trasporta il lettore da Berlino a Taranto, ma anche nelle isbe russe e nel campo di Schöneweide, sempre con l’obiettivo di coltivare la memoria, uno dei temi della grande narrativa, in cui può essere incluso questo romanzo.

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