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Percezione poetica e incontro con l’altro

L’accostamento alla dimensione poetica è una delle sfide che nell’insegnamento della letteratura ci si trova ad affrontare. E non tra le più semplici. Questo scritto si propone di presentare una attività didattica che pone al centro la percezione poetica della realtà, intesa come scoperta di una dimensione propedeutica allo studio dei testi poetici. L’assunto di fondo è il seguente: la percezione poetica della realtà non è esclusivo dominio dei poeti che scrivono versi o degli artisti capaci di darle espressione nelle loro opere creative. La percezione poetica della realtà è una esperienza disponibile a ciascuno di noi, anche se non scriveremo mai un verso nella nostra vita.

In questa proposta didattica si fa ricorso a due testi poetici appartenenti a due diverse tendenze letterarie, di cui però non si indagheranno le poetiche, perché la finalità cui si tende non investe le conoscenze di carattere storico-letterario, ma gli aspetti formativi che favoriscono una comprensione più approfondita della realtà, attraverso  l’insegnamento della letteratura e l’accostamento al mondo poetico.

L’attività prende le mosse dalla lettura deLa trombettina di Corrado Govoni (da Il quaderno dei sogni e delle stelle, Arnoldo Mondadori, 1924)

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Il testo presenta un’immagine: una bambina che cammina, scalza, suonando una trombettina di latta colorata, da cui fuoriesce una nota stonata. Ma è proprio questa nota stonata a determinare una insolita percezione: da quel suono scaturiscono oggetti, suoni, colori che rinviano a quanto poco prima ha avuto vita in quel luogo: una fiera con i suoi pagliacci, la banda di ottoni, la giostra coi cavalli, l’organo e i lumini. Una piccola nota stonata, contiene tutto un mondo da poco passato di lì. Non è un dato oggettivo, ma non per questo meno reale. Tutt’altro. Per chi vive quella esperienza percettiva (Il poeta? ciascuno di noi?) essa è pienamente data, esistente nella dimensione dell’interiorità.

Da una percezione sensoriale (la nota stonata) si mette in moto un doppio meccanismo associativo. La prima associazione richiama un suono: lo sgocciolare di una gronda; la seconda associazione rinvia ad una sorgente luminosa (una lucciola), a sua volta associata analogicamente alla incerta luminosità di un cerino umido.

Ma l’accostamento degli elementi coinvolti (la nota stonata, lo sgocciolare della gronda, l’incerta luminosità d’una lucciola) non esaurisce la sua funzione al primo livello associativo; ciascuno di essi include un mondo ben più ampio, che  si rivela all’ io lirico che li ha associati: così, se la nota stonata della trombettina riesce ad evocare la magia di una fiera appena disfatta, lo sgocciolare di una gronda ha la facoltà di suscitare lo spavento generato da una bufera o quella di richiamare la bellezza di un cielo attraversato dai lampi e da un arcobaleno; analogamente la pallida luminosità di una lucciola, destinata a sfarinarsi su una foglia di brughiera, contiene in sé la sorprendente forza vitale della primavera.

Possiamo dunque comprendere che il variegato procedimento associativo espresso in questi versi scaturisce da un preciso assunto concettuale: esiste nella realtà un legame profondo tra le cose, che si rivela a chi (il poeta? ciascuno di noi?) sa andare oltre l’apparenza superficiale di ciò che esiste e aprire la percezione di sé e del mondo ad una dimensione più profonda,  che lo mette nella condizione di poter scorgere le affinità tra diverse manifestazioni della natura e dell’uomo, percepite in relazione armonica tra loro. Vi è infatti in questo sentimento poetico del reale una componente pacificatrice, perché all’effimero destino delle cose (Ecco che cosa resta/ di tutta la magia della fiera…) fa da contrappeso una permanenza che sfida il tempo (Ma, in quella nota sforzata/ ci son dentro…).

Veniamo adesso al secondo dei testi letterari da proporre: Forse un mattino andando…, di Eugenio Montale (da Ossi di seppia, Mondadori, 2017, pagg. 93-95).

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Questa volta il nostro punto di partenza, dopo la lettura attenta dei versi, è un commento critico: quello elaborato da Floriana d’Amely, nella edizione degli Ossi di seppia curata in collaborazione con Pietro Cataldi e pubblicata negli “Oscar” Mondadori. Scrive d’Amely:

“[…] all’attesa dell’incanto armonioso nel rapporto con la realtà che segna quel testo più antico [ci si riferisce al plazer Quasi una fantasia, della sezione Poesie per Camillo Sbarbaro, inclusa negli Ossi di seppia] si sostituisce qui il presagio angoscioso di un istante rivelatore in cui avverrà la scoperta del nulla. Il successivo risorgere dell’illusoria realtà consueta non potrà cancellare la scoperta, che il poeta dovrà chiudere in se stesso: gli altri uomini la ignorano e vogliono ignorarla.”

C’è poco da aggiungere ad un commento così chiaro, che si sofferma subito dopo sulle possibili fonti letterarie e sui modelli più consueti per il Montale degli Ossi. Ma l’orizzonte di senso entro il quale adesso ci muoviamo fa centro su altro: si concentra su quell’istante rivelatore, che costituisce per noi quella extra-ordinaria esperienza percettiva da cui si genera la poesia, di cui abbiamo già parlato a proposito de La trombettina. In questo testo di Montale l’istante rivelatore presagisce quell’angosciosa scoperta del nulla, che conferisce alla realtà consueta lo statuto di ingannevole illusorietà . Si deve a questa “scoperta” il destino di solitudine che spetta al poeta (e soltanto a lui?), detentore di un segreto che non può essere colto da gli uomini che non si voltano.

La lettura e il commento di questi due testi poetici, compiuti in successione, ci offrono due manifestazioni dell’interiorità di segno opposto: ad una disposizione emotiva, per quanto velata di malinconia, decisamente indirizzata a cogliere un legame profondo tra le cose, tale da conferire alla realtà un carattere armonico , si contrappone una percezione angosciata del mondo, in cui tutto ciò che esiste appare come una illusione volta a mascherare il nulla della nostra condizione esistenziale.

La percezione poetica che presiede ai due testi è il filtro attraverso cui il soggetto entra in relazione con il mondo intorno a sé e lo colora emotivamente. Questa percezione poetica della realtà non è esclusivo dominio dei poeti che scrivono versi o degli artisti capaci di darle espressione nelle loro opere creative. Questa percezione poetica della realtà, è bene ribadirlo, non è preclusa a ciascuno di noi.

Non è un caso che Natalia Ginzburg in uno scritto dedicato alla poesia  abbia affermato che Ben prima di diventare un’attività dell’ingegno, la poesia è una condizione dello spirito, e come condizione dello spirito è impossibile pensarla separata dalla condizione umana (in Vita Immaginaria, Einaudi, 2021, pag. 140). Se dunque anche noi assumiamo che la poesia sia una condizione dello spirito, propria della comune condizione umana, potremo certo ben riconoscere che tale condizione sia cosa ben distinta (ancorché presieda alla loro origine) dalla creazione di versi, dal “fare poesia” in forma scritta o orale; o da tutte le manifestazioni in cui la condizione dello spirito che definiamo “poetica” è riconoscibile all’interno di opere di diversa natura artistica (dalla musica alle arti figurative, al cinema, alla danza). La percezione poetica della realtà è allora una esperienza accessibile a tutti, anche a chi non la trasforma in un atto creativo, attraverso i linguaggi di cui le arti dispongono.

“Ogni mimesis, scrive Nicoletta Salomon (La zattera di mimesis, Marsilio, 2001, pag.19) presuppone un modo di <vedere> – sentire, annusare, toccare, gustare – che non è mai dato, né oggettivo o condiviso universalmente. […] Si può vedere in modi infiniti e mutevoli quanto il numero di occhi che vedono, i momenti in cui vedono e le loro combinazioni. L’artista vede in modo diverso e < fa vedere> ciò che ha visto, spezza in un punto la catena del linguaggio che regna signore, abituale, comune senza impedire il riconoscimento, anzi provocando riconoscimento nuovo da cui egli stesso è trascinato come in un <errare>.

Tuttavia, aggiungiamo, le infinite combinazioni che possono scaturire dalle percezioni individuali solo in casi eccezionali danno vita ad un atto mimetico-creativo; esse generalmente rimangono inespresse e non entrano in un processo comunicativo tra soggetti diversi: permangono a diversi livelli di coscienza nella interiorità del soggetto che ha vissuto quella extra-ordinaria percezione del reale.

Sotto il profilo didattico questo assunto può fare da guida ad una attività di insegnamento in cui gli studenti siano sollecitati a riconoscere, nei testi poetici che verranno loro proposti, le particolari percezioni poetiche da cui quei testi sono stati generati. Si tratta ovviamente di un approccio didattico parziale, che non esclude lo studio formale del linguaggio poetico, con tutto l’armamentario stilistico-retorico che questo comporta né altri tipi di approccio alla conoscenza delle opere letterarie. Ciò che qui si intende privilegiare è la scoperta di una dimensione personale nel rapporto con la realtà, che si manifesta attraverso la funzione emotiva del linguaggio. Il carattere formativo di tale attività scaturisce dal convincimento che la scoperta dell’interiorità abbia un ruolo insostituibile nella crescita di ogni individuo. Si creerà così un nuovo spazio di confronto e di scambio all’interno del gruppo classe, in cui sollecitare ciascuno a porre attenzione alla percezione del proprio mondo interiore, in relazione con il mondo esteriore nel quale si vive e si agisce. La lettura di nuovi testi poetici contribuirà ad affinare questa disposizione percettiva e potrà condurre a maturare una cognizione più complessa della realtà. Educare alla complessità riconoscendola in se stessi è inoltre un presupposto essenziale per ogni apertura verso il nuovo; l’incontro con la diversità smorza la carica di inquietudine che comunemente l’accompagna e si dispiega alla possibilità dell’incontro, nella consapevolezza che lo straniero è dentro di noi. ( cfr. Julia Kristeva, Stranieri a se stessi, Feltrinelli, 1988, pagg. 174-175): nel convincimento che bisogna continuare a lavorare affinché la cultura letteraria contribuisca alla formazione di una cittadinanza consapevole, aperta al dialogo democratico, anche con l’aiuto della poesia.

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