Nel 2004 lo studioso americano George Lakoff scrisse Non pensare all’elefante. Indirizzato ai cittadini e ai politici statunitensi preoccupati a causa della perdurante egemonia esercitata dalla destra nel dibattito pubblico, il saggio indicava una via d’uscita: non consentire al Partito Repubblicano di dettare l’agenda della discussione e delle scelte, liberandosi dalla trappola dialettica che aveva costruito con sapienza. Questa costruzione, sosteneva il linguista, era avvenuta attraverso la morbida imposizione di quadri discorsivi, stereotipi dominanti, luoghi comuni pseudo-argomentativi (da lui definiti “frames”, cornici) grazie ai quali qualsiasi tentativo di contrasto veniva neutralizzato, o addirittura portava acqua al mulino che gli oppositori intendevano asciugare. Di recente, il libro è stato pubblicato in una nuova edizione arricchita, perché non è difficile constatare che l’opposizione progressista (qualunque cosa significhi oggi quest’espressione) è ben lungi dall’aver imparato la lezione.
Seguendo l’invito di Lakoff invece, di fronte al decreto che pone un limite al numero di studenti stranieri non italofoni nelle classi della scuola italiana, può essere utile guardare oltre la lettera del testo normativo – eccezioni, distinguo, deroghe, deleghe agli Uffici Scolastici – per cercare di inquadrare il suo significato nella cornice del dibattito pubblico attuale superando l’emotività e la giusta indignazione che alla fine potrebbero fare il gioco di chi l’ha scritto e approvato.
I nemici dell’italiano
Per esempio: se la lingua italiana è uno strumento identitario il cui pieno possesso è requisito fondamentale per esercitare il proprio diritto di cittadinanza e la propria libertà individuale, i nemici della lingua e dell’identità non sono certo da ricercare nelle prime delle scuole di periferie abitate da poveri e stranieri. Furoreggiano infatti in prima serata sulle isole delle tentazioni, nei salotti vip del grande fratello e in ogni talk show che si rispetti, fatto di urla, risate sarcastiche e della più totale indifferenza ad ogni logica e coerenza linguistica.
Per vedere il nemico dell’italiano, quindi, basta semplicemente guardare un reality, ivi compresi molti telegiornali che di giornalistico hanno ormai soltanto più il nome, dedicati come sono a inseguire la pancia e i rancori del pubblico, con l’ovvia conseguenza di ridurre la lingua a una povera rassegna di banalità e luoghi comuni.
Oppure si possono esplorare i profili social di ministri e deputati, di governo e opposizione, dove al discorso pubblico sui problemi reali che toccano le persone reali si sostituisce l’esibizione di sé – dove sarà oggi il ministro? e che cosa avrà mangiato? – e l’ingiuria rivolta a chi la pensa diversamente. Il tutto, ovviamente, con sottotitoli alla Geronimo Stilton per chi non è abituato a ascoltare in silenzio.
Assodato che bisognerà creare un rigido meccanismo che consenta di misurare le competenze linguistiche delle bambine e dei bambini sospettati di “non italofonia” e dei loro genitori, chi controllerà i modelli linguistici (e quindi emotivi e culturali) esibiti ogni sera in televisione?
Non passa lo straniero
Fuori da qualsiasi ironia, l’idea di considerare “diversi” (e potenzialmente pericolosi) gli stranieri perché altrimenti gli italiani si sentirebbero emarginati suona illogica e preoccupante anche se guardata da vicino, con gli occhi di chi l’italiano lo insegna davvero
E questo proprio a causa della cornice culturale e politica della proposta: al centro del dibattito è infatti posto il tema dell’identità; ma questa non è concepita come insieme di valori etici e culturali nei quali riconoscersi, senza divisioni di sangue, acquisendo la capacità di manifestarli nelle proprie parole, dialogare, discutere le differenti idee. Al contrario, difendere l’identità significa proteggersi da un nemico esterno che la insidia con la sua ignoranza e la sua arroganza. Che questo nemico sia una bambina o un bambino – “altri” rispetto a “noi” – è un sostanziale tradimento della Costituzione e dei compiti che assegnarono alla scuola persone che – loro sì – si erano appena liberate dall’oppressione di uno straniero invasore.
Questa impostazione, poi, è assolutamente fuori fuoco rispetto alla realtà. Da una parte, infatti, le situazioni cui la norma fa riferimento come a un rischio diffuso e tangibile sono infrequenti e rarissime (quante bambine in Italia vanno a scuola con il velo integrale?). Dall’altra, il decreto è segnato da una chiara impostazione ideologica: perché se il problema è la supposta “non italofonia” degli studenti, allora è evidente che questa condizione coinvolge molte persone italianissime, di nascita e di cittadinanza. Si realizzeranno allora corsi di Italiano obbligatori per i genitori dei miei studenti che hanno con la lingua italiana un rapporto quanto meno problematico? E quali saranno le sanzioni se non dovessero partecipare?
Rapporto di minoranza
Nei giorni in cui ero Presidente di commissione di maturità in un serale torinese dove studiano tanti stranieri, ascoltavo le parole dell’onorevole Sasso, che nel dibattito parlamentare sulle case popolari lamentava che sui citofoni Francesco, Giuseppe e Maria non ci sono più, sostituiti da Omar, Abdul e Mohammed.
Io all’esame incontravo ogni giorno persone che rientrano in questa rappresentazione generica del “nemico”, diverso per nascita, religione, cultura, abitudini, ed ero stato colpito dalle loro storie
Quella della ragazza che insegna l’italiano al nonno arabo che l’ha appena raggiunta per aiutarlo a capire il mondo che lo circonda. E anche per questo ha deciso che cambierà lavoro: basta pizzeria, farà la maestra.
Del ragazzo che invece la nonna ce l’ha in Russia, e vive alla giornata come manovale sognando di diventare ricco. Per questo studierà Economia: vuole godersi i guadagni, ma i primi soldi li manderà alla nonna.
La storia di chi vorrebbe ricongiungersi alla mamma e al fratello, perché da anni è qui soltanto con il padre. Dice che il suo è il Paese più corrotto del mondo, e non ci tornerebbe mai. Ma quando sarà educatrice – perché “i bambini sono l’inizio di tutto” – li porterà qui.
O quella struggente della giovane donna che lotta ogni giorno per difendere il suo diritto a studiare, per sfuggire a un matrimonio deciso dai genitori. Ma sa che nessuno può costringere una donna italiana a un destino non voluto, e lei si sente una donna italiana.
Queste storie le confrontavo con quelle dei giovani, donne e uomini italiani, della stessa classe, non meno difficili, non meno piene di sogni.
Pensavo che in queste classi abitate da persone di periferia, né gli stranieri né gli italiani sono i “diversi”, la minoranza oppressa da una maggioranza seduta al loro fianco ma loro nemica. Al contrario, gli uni e gli altri, insieme, sono minoranza in quanto giovani, in un Paese che dei giovani si occupa solo a parole. Intrappolati in stereotipi psicologici e economici – il vittimismo, il sogno di fondare una start-up – sono minoranza in quanto lavoratrici e lavoratori in un mercato selvaggio e feroce, che li vuole selvaggi e feroci. Inquadrati in una propaganda bellicista che non avrebbe nessuna remora a farne carne da cannone, hanno bisogno che la scuola di tutti insegni loro a difendersi dalla manipolazione.
Prima fra tutte, l’idea che il nemico debba per forza essere chi ti sta accanto, così che tu possa immediatamente sfogare su di lui la tua rabbia e il tuo risentimento. Senza pensare a chi ti sta offrendo un facile capro espiatorio.
L’immagine ad illustrazione del pezzo è di Stefania Melotto.
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Editore
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L’articolo non va oltre i limiti di una virtuosa e impotente difesa dello stato presente della scuola italiana. Da questo punto di vista, pur in modo distorto, regressivo ed abnorme, il decreto del governo sulla composizione delle classi scolastiche appare invece capace di delineare un’alternativa e di suscitare quel consenso popolare che rimane precluso ad un’impostazione inficiata da un generico multiculturalismo e dalla rinuncia ad affrontare e sciogliere il vero nodo che sta al centro di questo problema. Si tratta dell’allarme sullo stato catastrofico del rapporto tra la conoscenza della lingua italiana e le nuove generazioni, lanciato qualche tempo fa da 600 docenti universitari in una lettera aperta indirizzata alle istituzioni, che ha giustamente occupato un posto di rilievo nelle prime pagine degli organi di comunicazione del nostro paese. La questione sollevata tuttavia non era affatto nuova, poiché esiste da alcuni decenni ed è andata progressivamente aggravandosi negli ultimi anni. La realtà era da tempo sotto gli occhi di tutti, a cominciare da istituzioni prestigiose come l’Accademia della Crusca e da studiosi altrettanto prestigiosi come Tullio De Mauro. Alle une e agli altri va forse attribuita, assieme ai meriti, qualche responsabilità non solo per la passività e l’acquiescenza dimostrate verso questo preoccupante fenomeno di regressione culturale, ma addirittura per l’ottica ottimistica con cui, in certi momenti, hanno invitato a considerare tale fenomeno. Sotto questo profilo, va rammentato uno scritto dello studioso testé citato, dal titolo Scripta sequentur (‘gli scritti seguiranno’), in cui veniva tessuto l’elogio del primato del linguaggio orale sul linguaggio scritto come asse di un’educazione linguistica innovativa… Si è trattato, in realtà, di una forma di populismo linguistico che, insieme con la rivalutazione del dialetto, l’abolizione del latino e l’enfasi sproporzionata posta sull’inglese, ha spianato oggettivamente la strada alla deriva localista e ‘neo-primitiva’, inficiando una corretta e completa formazione linguistica delle nuove generazioni e determinando le perniciose conseguenze che sono ora oggetto di una denuncia tanto accorata quanto tardiva, così come di provvedimenti demagogici e retrivi. Come sempre, le forze liberali e ‘progressiste’ con la loro politica ipocrita, cosmopolita e piccolo-borghese portano acqua al mulino delle destre, estendendo a dismisura lo spazio della mobilitazione reazionaria in corso e accelerando il galoppante processo di fascistizzazione.
Il commento non va oltre l’esposizione talvolta esibita di informazioni risapute e interpretazioni politiche, in quanto tali ovviamente discutibili.
Nonostante l’evidente cultura e i buoni intenti che lo caratterizzano, è animato dalla più tiotale indifferenza alle intenzioni comunicative e all’impostazione argomentativa di chi ha scritto l’articolo.