Proposte per giovani lettori: “La formica rossa” di Émilie Chazerand
Un assaggio di lettura
Inspiro profondamente. Potrei dire tutto, ora, in questo momento. Sì, potrei parlargli come non ho mai parlato in tutta la mia vita a nessun essere umano che non sia frutto della mia immaginazione. Ma le abitudini sono dure a morire.
“Non fiamo mica fatti tutti allo fteffo modo. E poi da quando fei uno fpecialifta di quefto foggetto, tu?”
“Non fare così Vania”
“Cofì come?”
“Che ti rinchiudi in te stessa. Mi mandi via. Non è bello. Ricordati: ci meritiamo di meglio”
Questo…è tutto da vedere.
Lui forse. Anzi, lui innegabilmente.
Ma io non mi merito granché. Lo so, lo sento. Lo constato.
“Van, guardami! Noi due non viviamo una relazione normale, lo sai bene. Vania e Pierre -Rachid è…un’epopea! La gente parlerà di noi anche tra mille anni! Racconteranno le nostre avventure ai figli, un giorno, e quelli non ci crederanno!
A volte è incredibile quanto siamo più belli nello sguardo di un altro che nel nostro stesso riflesso. Sono colpita, toccata.
Devo alzarmi. Non posso restare qui, così.
“Fado. Ho freddo e fono ftanca. E poi defo andare dalla dentifta domani”
Pirach mi afferra la mano e mi costringe a sedermi. È più deciso del solito. Più fermo. Mi inquieta.
“Non ho finito. Devo andare fino in fondo, ok?
Non l’ho mai visto cos’ serio. Mai. Cioè è vero che Pirach non è che sia il tipo più solenne di tutti ma inquesto momento mi sta quasi intimidendo. Emana un’autorità molto mirile. Non che mi dispiaccia.
“Ok”
“Sono innamorato di te, Vania. Sono innamorato di te da quando abbiamo otto anni. E te lo dico ora che mi hai appena mandato al campo di laicizzazione. Te lo dico ora che ti manca un dente essenziale. Ma è così: ti amo dal giorno stesso in cui ti sei trasferita qui e mi hai spiegato della tua ptosi. Ti ricordi cosa ti avevo chiesto?”
“Fì.Fe mi facefa male quando fbattevo le palpebre.”
“Esatto. In realtà era a me che faceva male quando sbattevi le palpebre. E anche quando ti sistemavi i capelli dietro l’orecchio, quando portavi i bermuda azzurri che lasciavano scoperte le ginocchia. Capisci, quando appiattivi le caramelle Carambar con super concentrazione, per farne poi dei piccoli origami, mi faceva un male terribile da quanto ti amavo. Non avevo mai provato una cosa simile. Per nessuno. Appena ti vedevo, mi sentivo le maracas nella pancia.”
“Quefto non è amore, è una gastrite”
Suppongo che la cosa peggiore che ti possa succedere quando metti il tuo cuore ai piedi di qualcuno, è che questo qualcuno ci salti sopra a piè pari facendo la coreografia di Gangam Style,no?… È quello che io, simbolicamente ho fatto con Pirach
Ma lui non si lascia scoraggiare. (pp.201-202)
La storia
Questo è un libro i cui protagonisti sono molto giovani, paiono avere tutto per possibilità e tutto esposto, sul confine sottile tra grandi drammi e felicità improvvise, come capita spesso a quindici anni. Si tratta di un racconto pieno di quella leggerezza che ti fa afferrare e comprendere le cose sul serio: la protagonista e voce narrante si chiama Vania Strudel, ha 15 anni, affronta il primo anno del liceo, non esattamente una passeggiata («Domani comincio il liceo e penso che preferirei una colonscopia al giorno per un anno», p. 24), ha qualche amico (per la precisione due), un padre tassidermista che è parte del problema e una madre che non c’è: per sopportare tutto Vania usa un’ironia sferzante e aggressiva. Tutte queste cose non sono esattamente un grande biglietto da visita per iniziare il prestigioso liceo del centro città: fortuna che c’è Pirach, l’amico storico, l’amico di una vita, quello cui si può confidare tutto… ah no, perché Pirach si è improvvisamente fidanzato con la nemica storica di Vania e non ha occhi che per lei. Insomma, un settembre che declina in catastrofe. Eppure in questo clima da tragedia, le risate superano di gran lunga il dramma, ed è proprio questa la forza del libro: trattare con estrema ironia la complessità che ci sta intorno, evitare pietismi e lacrima facile.
Certo, visti dalla luna, siamo tutte formiche. Ma tu puoi essere la formica rossa tra quelle nere. Cosa stai aspettando a vivere?
Un giorno Vania riceve questa mail, assurda e bizzarra, inizialmente pensa un errore, lei più che una formica si sente uno degli animali impagliati del padre, ma quel “formica rossa” diventa il motore per scrollarsi di dosso una certa indolenza, meditare vendetta e guardarsi allo specchio davvero. Insomma per crescere. Seguiamo la vita di Vania lungo un anno, solo attraverso la sua voce e il dialogo con noi lettori che vuole conquistare, irretire e ingannare. Questo è un libro in cui piccoli colpi di scena si susseguono, ma ciò che spinge ad andare avanti è il tono, è la voce di Vania che spiazza, fa innervosire, commuovere e sorridere. Un libro in cui il mondo va in pezzi, viene ricostruito e si cercano nuove parole, come sta scritto in una delle frasi finali: Non mi nascondo più dietro a niente, neanche ai capelli, lo vede?
Il titolo
Che possa essere una formica rossa è ciò che la mail anonima augura a Vania, che in un certo qual modo diversa si sente già da tutta la vita. Ma la formica rossa non è solo di un colore diverso dalle altre nere, la formica rossa punge e può far male. Un’altra delle caratteristiche della protagonista.
I personaggi e il narratore
Vania ha una dote: quando tutto sta per mettersi in tragedia e potrebbe reagire in modo tragico e vittimista, lei si ferma prima, ingrana la marcia, si distacca e la butta in ironia. Non fa scenate, ti fa ridere ma, per dirla alla Pirandello, contemporaneamente provi sentimento del contrario e la risata si ferma quindi a mezza via. La lingua pungente è il suo marchio di fabbrica e la sua difesa, ma è anche il modo con cui descrive il mondo. Le sue frasi sono tutte costruite in questo modo: racconto, descrizione leggera e buffa cui segue una frase finale che chiude il discorso e potremmo dire “non perdona”
Parlando della famiglia del suo migliore amico Pierre Rachid, meglio conosciuto come Pirach, ad esempio, ci dice:
L’integrazione. Hocine, suo padre, non parlava d’altro. Voleva essere più francese dei francesi con le baguette sottobraccio che si riproducono in Francia ai tempi di Vercingetorige. Portava giacche corte, occhiali da banchiere e un orologio finto fuori misura. Si guardava spesso nello specchio dietro la porta d’ingresso del loro piccolo appartamento, una copia perfetta del nostro, e sorrideva al suo riflesso, soddisfatto, prima di dichiarare: “Voilà: così somiglio davvero a uno Stephane o a un Nicolas, accidenti!”
Però era in Francia da soli tre anni e pronunciava “Niculas” (p.19)
Il narratore parla in prima persona e ci sbatte in faccia un sarcasmo sferzante e aggressiva, si prende gioco di noi e così si difende e mette distanza. Io ci ho trovato molto del modo di porsi e di parlare degli adolescenti, acuti e acuminati, che spesso sono narratori inattendibili (in primis per loro stessi).
Vania è una che scappa, che si crea un mondo, magari brutto e minuscolo, ma in cui ogni cosa funziona e le permette di soffrire meno: la bugia o il mondo alternativo che si costruisce è una forma di difesa, una corazza, destinata a non durare.
I dialoghi sono sferzanti e velocissimi, il ritmo gioca costantemente con accelerazioni improvvise e momenti di calma: insomma pare di stare sull’ottovolante della narrazione.
Nel corso della vicenda le certezze granitiche del narratore si crepano, l’ironia lascia spazio alla malinconia, alla consapevolezza della necessità di affrontare le proprie zone d’ombra e di non poterlo fare da sola. Così un narratore inattendibile, che si prende gioco dei lettori, realizza un vero e proprio percorso di crescita e di verità.
Intorno a Vania c’è un microcosmo di persone: i compagni, i vicini di casa, i professori, i genitori, gli amici. La sua vita sociale è un disastro: i suoi unici amici sono Victoire, un’altra esclusa a causa della sua malattia metabolica che la fa puzzare e Pierre-Rachid, il vicino di casa «Eravamo emarginati, come due gemelli pestiferi. Lui perché era arabo, io perché ero io. Ci proteggevamo l’un l’altra. Bastava stare insieme, fianco a fianco, sempre», p. 21. Non c’è l’idillio e l’esaltazione dei buoni sentimenti: tutto è sempre a un passo dal grande disastro, dal litigio, dallo scontro. Questo libro mette in campo la complessità dei sentimenti e delle relazioni: niente è semplice, eppure c’è qualcosa di vivo e umano nel modo in cui tutti si avvicinano, si feriscono e si perdonano.
I temi
Questo è indubbiamente un libro in cui i ragazzi e le ragazze possono specchiarsi e allenare il pensiero controfattuale, ma lo stile ironico e iperbolico concorre a mantenere una certa distanza tra il vissuto di Vania e quello degli ipotetici lettori. Uno dei temi chiave è il corpo, che diventa limite e risorsa: Vania affronta le prese in giro dei compagni, le etichette che le vengono imposte (e che impone lei stessa ad altri) a causa del corpo imperfetto e delle sue stranezze; ma il corpo è anche lo strumento che le permette di conoscere e sperimentare l’amore. In lei c’è una certa tendenza all’autocommiserazione: In fondo il mio vero handicap è la propensione irrefrenabile a fare tutto in modo sbagliato: non porto i vestiti giusti, non ascolto la musica giusta, non ho gli hobby giusti. Qualsiasi cosa faccia, sono fuori strada. È così da sempre. Ma per una volta mi dichiaro non colpevole: è una questione di genetica, una tara di famiglia. (p. 12)
Si tratta di un racconto di amicizia, di amore, di fiducia e di crescita, intesa come accettazione della realtà e di se stessi.
In tutto il romanzo si sviluppa la relazione con i genitori: quella conflittuale ma complice con il padre e quella cinica e rabbiosa con la madre assente e il suo ricordo.
Come e perché portarlo in classe
Si tratta di un libro che ben si adatta al biennio e all’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado per i temi, di cui si è lungamente parlato sopra, per la struttura e le scelte narrative: lo stile è semplice e paratattico, la scrittura veloce e la mimesi con il parlato adolescente efficace, ma non sciatta e banale. Uno dei motivi per cui portare questo libro in classe è a pagina due e si intitola “colonna sonora”: ad ogni capitolo è assegnata una canzone, il legame tra i fatti narrati e la canzone diventa un’ulteriore pista di lavoro, che permetta di mettere in relazione due linguaggi diversi per rispondere alla domanda “come dialoga con questa canzone con il capitolo assegnato? Ne sottolinea il racconto o costituisce un’antitesi?”
Interessante sarà poi esplorare il sistema dei personaggi e come siano tenuti insieme dallo sguardo di Vania, la narratrice, che non abbandona mai la sua focalizzazione: vediamo tutto attraverso i suoi occhi e questo punto di vista è decisamente asfittico.
Di fronte questo io narrante varrà la pena di chiedersi perché si esprima in quel modo caustico, quali effetti provoca negli altri personaggi e nei lettori. Altra questione da porre all’attenzione sarà l’attendibilità del narratore: Vania vuole convincerci che la sua verità sia la sola possibile, che lei sia vittima, tragicomica ma vittima, alla fine del romanzo si esplorerà la curva di crescita del personaggio, come cambia il suo modo di raccontare e la relazione con gli altri.
Questo è certamente un libro che ha grani punti di contatto per stile e ambiente con un’altra autrice francese Marie- Aude Murail di cui si potrebbe proporre la lettura i Mio fratello Simple e Nodi al pettine.
Informazioni editoriali
La Nuova Frontiera
Traduzione dal francese di Silvia Turati
Pagine 285
Finalista al Premio Andersen 2025 e al premio Orbil 202 , vincitore premio Mare di libri 2025 per la narrativa Young adult.
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Caporedattore
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Editore
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