Riarmo europeo e rischio nucleare. Intervista al professor D’Orsi
Il blog Laletteraturaenoi, anche in continuità con il tema proposto dal nostro fondatore Romano Luperini per il recente convegno di Montecatini, ospiterà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi interventi di riflessione sui temi della guerra e della pace. I precedenti interventi qui e qui.
Katia Trombetta intervista il Professor Angelo D’Orsi.
Professor D’Orsi, i conflitti in atto in Ucraina e in Medioriente hanno raggiunto da tempo livelli di escalation allarmanti. Intravede rischi concreti di un ulteriore allargamento di questi conflitti?
«L’allargamento non è un rischio; è una realtà sotto i nostri occhi, e siamo noi occidentali, asserviti alla triade USA-NATO-UE a fingere di non rilevarlo».
Dopo l’attacco all’Iran, sono calati i riflettori dei media sulla situazione di Gaza e della Cisgiordania, dove continuano le violenze dei coloni. Come è possibile, a suo avviso, che nemmeno di fronte a un assedio genocidiario come quello cui abbiamo assistito, le organizzazioni internazionali siano riuscite ad assumere iniziative nei confronti di Israele?
«La risposta sta nella forza non militare né politica, ma mediatica di Israele, o meglio della lobby israeliana, che ha ramificazioni possenti in tutto il mondo occidentale. Israele è oggi il cuore di quello che io definisco il “Sistema guerra”: un conglomerato di industria, affari, finanza, produttori di armi, media. Israele vince perché specula sulla Shoà. E l’Europa, specialmente, è preda di tale ricatto, in particolare Germania e Italia che sono i due paesi che, nell’epoca nazifascista, hanno collaborato allo sterminio perpetrato dai nazisti, anche se con diverse responsabilità. È significativo che in Europa siano i due maggiori sostenitori militari dell’entità statuale sionista. E quindi sono pienamente complici del genocidio a Gaza, e dell’oppressione, del furto di terra e case, dell’insopportabile oppressione militare in Cisgiordania, con la costante espulsione dei palestinesi dalla loro terra».
Torniamo al fronte europeo. Il principale argomento che viene opposto a una risoluzione del conflitto russo-ucraino, che contempli una cessione di territori da parte dell’Ucraina, è che si tratterebbe di una “pace ingiusta”. Ciò discende dal fatto che, nella narrazione atlantista, questo conflitto viene inquadrato come una guerra di aggressione. È noto che lei non condivide questo punto di vista. Ci può spiegare quali sono le ragioni storiche del suo dissenso?
«La spiegazione storica è lunga, ma in sintesi sulla base di tutta la documentazione disponibile a cominciare da quella statunitense, gli USA avevano individuato nell’Ucraina il cuneo che avrebbe dovuto infilarsi nel corpo della Russia, prima ancora della caduta del Muro e della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Poi, dal 1991 in avanti, è cominciata una gigantesca operazione volta a inzeppare di armi e laboratori misteriosi l’Ucraina da parte dell’Occidente (USA e NATO, essenzialmente, con il successivo ingresso nell’esercito russofobico della UE e della Gran Bretagna), dentro e fuori dell’Unione, contro ogni accordo preso dai dirigenti russi, da Breznev a Gorbacëv, con gli inquilini della Casa Bianca. Contemporaneamente iniziava la lunga marcia di avvicinamento della NATO ai confini della Russia. Processo culminato prima nelle “rivoluzioni colorate” anche in Ucraina e, infine, con il golpe del 2013-2014, organizzato dalla CIA con l’attiva copertura UE. L’arrivo al potere di Volodimir Zelensky, sulla base di un programma di riconciliazione tra la maggioranza ucraina e la corposissima minoranza russa nel Paese, è stato immediatamente buttato alle ortiche. Stessa sorte ai due “Accordi di Minsk”, mentre era incominciata la campagna militare contro i russofoni e russofili del Donbass. Al che è seguita l’annessione della Crimea e delle due regioni di Lugansk e Donetsk, corroborate da referendum. L’operazione militare speciale ha questa lunga scia di sangue e di inganni che l’hanno preparata. E la Russia, aggressore operativo, è vittima in realtà dell’azione scientemente preparata dall’aggressore strategico (USA-NATO-UE). La guerra per procura continuerà, “fino all’ultimo ucraino”, pare abbia dichiarato Zelensky, sostenuto, follia per follia, dai suoi patron euroatlantici. Usque tandem? L’Ucraina è uno Stato fallito. Fino a quando si vuole far durare questa tragedia, pensando di sconfiggere la Russia? Un obiettivo che, col poeta, possiamo dire: è follia sperar».
Lei ha più volte paragonato la situazione che stiamo vivendo a quella degli anni Dieci del Novecento. Quali sono gli elementi di similitudine?
«All’epoca furono gli intellettuali a spingere verso la guerra a partire da parole d’ordine sconsiderate e folli, che trovarono nel Manifesto futurista del 1909 la loro consacrazione internazionale. La pace era presenta come morte, la guerra come vita, con un incredibile rovesciamento di valori. E perdita di razionalità e di lucidità. E il ceto politico, le cancellerie, le teste coronate si lasciarono docilmente guidare verso la guerra, ammantando di grandi parole interessi imperialistici. Tutti ripetevano “non vogliamo la guerra”, ma tutti contribuirono ad alzare il livello della tensione, fino a che, come è noto, un banale pretesto fu la scintilla che incendiò la prateria. Oggi, peraltro, non abbiamo Marinetti, Papini, D’Annunzio ma Nathalie Tocci, Vittorio E. Parsi, Maurizio Molinari…».
Al di là dalla pura retorica, ci sono segnali concreti che anche l’Italia si stia effettivamente preparando a una possibile futura guerra?
«La normalizzazione della parola e del concetto, il ricorso alla censura verso chi la pensa diversamente, addirittura l’impiego di locuzioni da codice penale militare di guerra (“traditori”, “intelligenza con lo straniero” — locuzione grottesca usata dal senatore Carlo Calenda —, “nemico interno”…), la campagna contro la “disinformazione”, che ovviamente è quella che invita a riflettere per comprendere la situazione, invece di fiondarsi nel risibile esercito dell’ “armiamoci e partite”, e la pseudo mobilitazione politico-legislativa per bloccare la diffusione della “peste putiniana”, l’invito a perseguire gli agenti del nemico in patria, e a metterlo in “condizione di non nuocere”… E quant’altro, insieme con irresponsabili annunci del ceto politico, di governo e opposizione, a favore del “riarmo”, considerato non solo una misura militare necessaria (come se la Russia avesse mai fatto gesti ostili verso di noi, verso l’Europa e l’Italia) ma un “investimento” economico, e molto altro ci sta annunciando che abbiamo già un piede nella guerra».
Secondo lei, la continua evocazione del tema del nucleare nella comunicazione politica e massmediatica fa parte di una strategia meramente retorica o esiste un pericolo fondato di impiego del nucleare? Quali effetti produce sulla popolazione questo costante richiamo al nucleare?
«Il pericolo esiste ed è concreto. La normalizzazione della guerra, ha preceduto quella specifica della guerra nucleare. L’Italia è zeppa di testate nucleari, e il ceto politico e giornalistico sembra del tutto inconsapevole di quanto questo possa significare. Ossia come ci ha avvisato la Federazione Russa, i siti nei quali sono conservate, così come le città sedi di fabbriche di armamenti usati contro il territorio della Federazione sono considerati “obiettivi legittimi”; e ci è stato anche annunciato che è stata modificata la dottrina militare nucleare. Ossia diversamente dal passato, la Russia potrà usare l’arma suprema anche come “first strike”, ossia come colpo (esempio, una “bomba tattica” su Ghedi, Aviano, Sigonella, Brescia, o Pisa…) devastante che metta fine al chiacchiericcio italico sulle “minacce” russe che non sarebbero credibili. Io ritengo siano credibilissime e presto di questo passo Putin e i suoi collaboratori e generali si stuferanno e daranno segnali inequivoci. Peggio per noi».
In questo contesto, sul piano politico internazionale, esiste ancora la possibilità di assumere posizioni autonome e realmente pacifiste da parte dell’Italia? E se sì, quali potrebbero e dovrebbero essere queste azioni, a suo avviso?
«L’Italia deve dire addio al coacervo militar-mediatico-finanziario-industriale che è il “Sistema guerra”: uscire da Nato, e UE, che ormai sono un tutt’uno. Pretendere lo smantellamento di tutte la basi militari straniere sul proprio territorio. Dichiarare la propria neutralità permanente. Azioni impossibili? Certo difficili. Ma sono parole d’ordine da mettere immediatamente nel dibattito pubblico».
Esistono ancora margini per rilanciare l’azione dell’ONU?
«Anche se non vi fossero margini, è un imperativo farlo, pensando tuttavia anche a una sua necessaria, improcrastinabile riforma. Il diritto internazionale può funzionare soltanto se esiste un arbitro, un “Terzo” che abbia non soltanto i crismi della legittimità ma la forza per far rispettare la legge».
Quali sono, invece, le azioni che possono ancora essere praticate dal basso per contrastare questa deriva bellicista?
«Far capire, in innumerevoli assemblee territoriali che la guerra gli italiani non la vogliono, sfruttare il web per diffondere una efficace contronarrazione a quella nato-atlantista e bellicista. Tutti i sondaggi hanno confermato, in misura crescente, che davvero il popolo italiano “ripudia la guerra”».
Angelo D’Orsi è stato ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino fino al 2017. Studioso di Antonio Gramsci, si è occupato e si occupa attivamente anche di militarismo, pacifismo, nazionalismo, e ha collaborato a diverse testate giornalistiche.
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