L’Occidente e il suo doppio
Ich will es zurücknehmen
Thomas Mann, Doktor Faustus (1947)
Con i primi giorni di settembre la televisione pubblica colombiana ha inaugurato un nuovo format: il discorso presidenziale con cadaveri.
Il neo-eletto presidente colombiano Abelardo – “El Tigre”– de la Espriella si è, infatti, prodotto più volte, a favore di telecamere, nel macabro spettacolo di passeggiate tra sacchi di plastica contenenti i corpi dei narcotrafficanti uccisi nel corso di operazioni di rastrellamento, il tutto accompagnato da improperi contro i morti, cui si augura di andare diritti all’inferno, e invocazioni a Cristo Rey, sotto il cui mantello protettore il Tigre ama porsi nei suoi discorsi.
La funerea messa in scena è in realtà la pittoresca manifestazione di un progetto politico su scala continentale che vede negli Stati Uniti di Trump e, soprattutto, di Marco Rubio, il proprio regista: lo “Shield of the Americas”, lo “Scudo delle Americhe”, nato lo scorso 7 marzo a Doral, in Florida, con la firma di una dozzina di capi di Stato latinoamericani e caraibici. Un ambizioso piano di lavoro in cui lotta al narcotraffico, contrasto all’influenza cinese e lotta al ‘comunismo’ si fondono in una visione machista dell’Occidente.
Quella stessa visione che il vicepresidente Vance ha contrapposto alle ‘mollezze’ europee nel corso della Conferenza di Monaco dello scorso anno e di cui l’America Latina sembrerebbe destinata a essere il laboratorio.
Di fronte a questa appropriazione identitaria, diventa urgente chiedersi di cosa parliamo. Il concetto di “Occidente” è, infatti, per sua stessa natura ambiguo – uno di quei “concetti essenzialmente contestati”, avrebbe detto Norberto Bobbio, di cui è meglio diffidare e da usare con cautela.
Un concetto geografico (e per di più relativo: in un mondo sferico si è sempre l’Occidente di qualcuno) trasformato in un concetto valoriale. Sotto questa categoria, non a caso, si sono celate, nella storia, narrazioni tra loro profondamente divergenti: l’Occidente delle cancellerie imperiali dell’Ottocento non è quello dei movimenti nazionali; né l’Occidente delle costituzioni nate dalle macerie del totalitarismo è lo stesso dei golpe e delle dittature anticomuniste.
Se esiste però un nocciolo duro capace di trasformare l’Occidente da semplice blocco geopolitico in Civiltà, questo non risiede nel cinismo della Realpolitik né nella brutalità delle armi, ma nel solco tracciato dall’Illuminismo e dal Costituzionalismo moderno; nel primato dello Stato di diritto, della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
Una pianta dalle molte radici: dall’habeas corpus, che subordina la legittimità del potere al suo essere limitato e vincolato prima ancora che autorizzato, alle battaglie ottocentesche — anche italiane, anche risorgimentali — per trasformare i sudditi in cittadini titolari di diritti opponibili allo Stato.
Un’idea che trova nel costituzionalismo del secondo dopoguerra, dopo l’esperienza dei totalitarismi, la sua formulazione più esplicita: la dignità della persona come limite assoluto, non negoziabile nemmeno in nome della sicurezza collettiva. Il nemico — anche il criminale, anche l’avversario più feroce — non smette mai di essere titolare di un diritto minimo: quello a restare soggetto di un giudizio e non semplicemente oggetto di un’esecuzione.
Da questa genealogia lunga e tutt’altro che lineare discendono lo Stato di diritto, i diritti umani, la democrazia rappresentativa, le libertà individuali. Non sono un pacchetto ideologico intercambiabile con altri: sono la traduzione istituzionale di un’unica intuizione morale, quella per cui nessun potere, per quanto legittimo nella sua origine, può arrogarsi la facoltà di decidere unilateralmente chi ha diritto a un processo e chi no. Ma quel principio, da solo, non basterebbe a reggersi: ha bisogno dell’empatia morale che lo alimenta dal basso, la capacità di riconoscere nell’altro, chiunque sia, qualcuno che non può essere ridotto a bersaglio. È questa la radice più profonda, emotiva prima ancora che giuridica, del “regno della Legge”.
Di fronte allo spettacolo delle salme esibite nelle borse di plastica lo Stato perde la propria legittimità morale. La superiorità dello Stato di diritto non sta nel dimostrarsi spietato quanto i criminali che combatte, ma nella sua fedeltà incrollabile alle garanzie processuali. Quando l’autorità pubblica cede alla ferocia e trasforma la giustizia in spettacolo di brutalità, accettando la logica dell’annientamento, non difende più la civiltà: ne abbatte i pilastri. E quando quella stessa logica pretende di giustificarsi in nome dell’efficacia securitaria, viola l’imperativo categorico su cui si fonda la democrazia liberale: la persona possiede una dignità intrinseca, non un prezzo, e va trattata sempre come fine, mai soltanto come mezzo. Ridurre l’avversario a nemico da eradicare in una “guerra totale” significa smantellare l’idea stessa di persona su cui si regge il patto democratico.
È vero che questa logica dell’annientamento si nutre di una disperazione reale, figlia dell’incapacità storica delle istituzioni di garantire la sicurezza di base — e sarebbe disonesto liquidarla come semplice barbarie. Ma l’illusione che la sicurezza si compri barattando libertà e garanzie individuali resta una trappola antica, che la storia ha già pagato a caro prezzo.
Un ordine che si fonda sulla negazione sistematica della legge, della dignità della persona e del dubbio metodico non è una variante dell’Occidente, ne è la negazione. È il suo doppio oscuro — quello che si mette in scena, letteralmente, ogni volta che il Tigre passeggia tra i sacchi di plastica: la forza esibita come virilità, la vendetta spacciata per giustizia, il lutto altrui trasformato in trofeo. Non importa quanto possa ammantarsi dei simboli della democrazia e persino di un consenso popolare genuino.
Come nel più scontato dei romanzi distopici, i regimi più inquietanti raramente rinnegano apertamente libertà e diritto; più spesso, come una maschera, ne conservano il lessico svuotandolo di contenuto: parlano di ordine e di civiltà mentre ne rovesciano il significato fino a renderlo irriconoscibile. La parola resta la stessa, ma ciò che designa è diventato il suo esatto contrario.
È un meccanismo che la storia europea del secolo scorso ha conosciuto fin troppo bene.
Al contrario, se la parola Occidente conserva ancora un significato che vale la pena difendere, quel significato non può che essere questo: che la forza non genera diritto, che la dignità della persona non si sospende per decreto presidenziale o per acclamazione plebiscitaria, che la legge vale anche — anzi soprattutto — quando protegge chi è indesiderabile.
Pietro Finelli è Direttore Scientifico della Domus Mazziniana di Pisa e Docente incaricato di Storia internazionale dell’età contemporanea – Università di Pisa
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Nelle formazioni economico-sociali in cui predomina il modo di produzione capitalistico e nelle costituzioni materiali di tipo liberal-democratico in transizione verso forme di centralizzazione del capitale e di concentrazione del potere sempre più marcate (definibili come altrettanti gradi del processo di fascistizzazione in corso), l’azione del ceto politico, sia esso di governo o di opposizione, si applica a compiti urgenti di mediazione sociale; in tal senso prescinde dalle classi solo perché deve riconnettere una società capitalistica istituzionalmente frammentata e allo stesso tempo adoperarsi per ottenere il consenso plebiscitario e sostenere, sia pure a livelli sempre più decrescenti come avviene attualmente per effetto delle guerre imperialistiche e della crisi economica mondiale, il consumo delle masse oppresse. Il ceto politico cui spetta il compito di garantire la ‘governance’ necessita, in linea di principio, di un certo grado di autonomia rispetto alla classe borghese proprio perché la funzione connettiva resta esterna (e necessaria) al processo immediato di produzione (una necessità che si impone anche quando tale autonomia tende a ridursi con l’ascesa al potere di figure di imprenditori e dei loro circoli di affari e con la conseguente saldatura fra lo Stato in quanto capitalista collettivo e gli imprenditori appartenenti ad una particolare sezione del capitale complessivo). Orbene, i fautori delle ideologie dei diritti umani (civili, politici, sociali ecc.), la cui proliferazione coincide non a caso con la presente fase di imputridimento della società capitalistica e imperialistica, concepiscono in termini radicalmente individualistici il rapporto con le istanze di liberazione dei rispettivi gruppi sociali e lo risolvono attraverso la rivendicazione giuridica, ignorando sia che tale rapporto non è di sovranità più o meno illuminata, ma di secca dominazione, sia che è il soggetto stesso a costituirsi quale effetto del potere. Ciò che sfugge ai fautori di queste ideologie e di altre ad esse similari, forme di “falsa coscienza” a livello soggettivo e di “coscienza necessariamente falsa” a livello oggettivo, è in definitiva il fatto che sovranità e disciplina sono due facce della stessa medaglia, cioè che il diritto della sovranità e il meccanismo disciplinare sono due parti assolutamente costitutive dei meccanismi generali del potere nella nostra società, sicché la normalizzazione sociale, anche quando tende ad essere massimamente inclusiva, non può essere impugnata da un soggetto costituito in virtù dello stesso processo di potere da cui traggono origine la normalizzazione e il meccanismo disciplinare. L’individualità personale che i fautori delle ideologie dei diritti umani vogliono salvaguardare contro il potere e in nome del diritto è solo il prodotto residuale e spettrale di una stessa logica atomistico-giuridica. Essi fanno appello a “libertà e garanzie individuali”, come fa l’autore di questo articolo, e invocano la mediazione di un apparato pluralistico che è illusoriamente il diritto contro lo Stato o, più realisticamente, lo stesso ordinamento statuale democratizzato in quanto Costituzione. In tal modo conferiscono legittimità a un meccanismo di cui si spaccia la natura liberaldemocratica in contrapposizione alle pratiche totalitarie del capitalismo monopolistico nella sua fase imperialistica. Ma da quanto esposto dovrebbe risultare evidente che non ha la benché minima valenza oppositiva far leva sull’indipendenza e sulla concretezza dell’individuo in quanto “persona” contro il “sistema”, giacché il sistema è tale proprio perché ha già sussunto alla sua logica l’indipendenza dell’individuo insieme con la sua “immediatezza” e con la sua “spiritualità”. Così, né dal punto di vista del ‘comportamento’ né da quello del ‘bisogno’, peraltro categorie entrambe del consumo, il ‘soggetto’ riesce a far valere una propria realtà capace di sottrarsi alla trama delle sue relazioni costitutive. Dal canto suo, lo sfruttamento capitalistico sviluppa forme sempre più organiche di dittatura politica a livello dello Stato, integrando in tale dittatura gli stessi codici discorsivi dello Stato di diritto e del liberalismo, per costringere la classe operaia a rinunciare al ruolo sociale di classe dominante. In tal senso lo sviluppo del potere statale della borghesia, il rafforzamento dei suoi mezzi materiali e l’estensione dei suoi interventi non hanno niente a che vedere né con semplici necessità tecniche ed economiche né con una fatalità intrinseca alla potenza politica in generale, ma sono direttamente funzione della attuale o possibile costituzione storica del proletariato come classe. Lo Stato dell’epoca imperialistica non è soltanto il prodotto dell’antagonismo di classe ìnsito fin dalle origini nel rapporto capitalistico: esso è lo Stato dell’epoca delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni, che si organizza direttamente, come accade sia nelle forme più brutali che in quelle più sofisticate, in quanto Stato della controrivoluzione preventiva. L’Occidente e il suo doppio non sono altro che il “doppio Stato”.