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diretto da Romano Luperini

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Riflessioni sull’Esame di Stato/1. Analisi della situazione

Pubblichiamo la prima parte di un intervento di Pietro Rosa sull’Esame di Stato. Domani e dopodomani seguiranno la seconda e la terza parte.

Due questioni scottanti

Mentre lo scorso 9 luglio la Camera dei Deputati approvava in terza e definitiva lettura, tra polemiche e clamori mediatici, la legge 107/2015 (cosiddetta “Buona scuola”), le 12005 commissioni istituite dal Ministero dell’Università e della Ricerca per lo svolgimento degli Esami di Stato conclusivi dei percorsi di studio degli istituti superiori avevano da poco ultimato o stavano portando a termine i propri lavori, relativi quest’anno a 24189 classi e – complessivamente – a 489962 candidati. Secondo i dati diffusi il 30 luglio dall’Ufficio stampa del Miur, il 99,4% degli studenti esaminati ha ottenuto la promozione, con un lieve incremento (+ 0,2%) rispetto al 2014. Nello stesso comunicato il Miur ha reso noto che i diplomati con lode sono stati quest’anno lo 0,9% del totale, anche qui in lieve crescita (+0,1%) nei confronti dello scorso anno.

A differenza del recente passato, quando gli organi d’informazione riservavano alle prove di maturità quasi soltanto articoli di colore sulla “notte prima degli esami”, con relativo – e regolarmente smentito – tototemi, e tutt’al più qualche sintetico commento di docenti ed esperti alle tracce d’italiano e alle versioni di latino o greco proposte al liceo classico, quest’anno l’attenzione dei media è stata attirata da due questioni di grande rilievo dal punto di vista didattico e pedagogico: la composizione delle commissioni d’esame, che probabilmente cambierà dal 2016, e la disparità nell’attribuzione delle lodi (ma, più in generale, nella valutazione complessiva dei candidati), tra regioni del nord e del sud del Paese, problemi che, come si vedrà, implicano una serie di riflessioni su tutto il modello dell’Esame di Stato attualmente in vigore e, di conseguenza, sulla didattica scolastica.

Approfondimenti in tal senso non sono mancati, anche al di fuori del ristretto perimetro del mondo della scuola, e su non poche delle questioni accennate si è a lungo dibattuto nello scorso anno scolastico. In particolare, molte delle osservazioni che seguono sono state stimolate da un proficuo pomeriggio di studio, organizzato dall’AICC di Bologna il 24 febbraio presso il Liceo Galvani del capoluogo emiliano, che ha visto discutere sull’Esame di Stato docenti universitari e di istituti superiori, dirigenti scolastici e la dott.ssa Carmela Palumbo, dirigente per gli Ordinamenti scolastici e l’autonomia del Miur.

Economia o didattica?

Già in un’intervista rilasciata a Zunino de La Repubblica il 15 settembre 2014, la ministra Giannini affermava (corsivi miei): «siamo avanti nella definizione di una nuova maturità. Non abbiamo voluto inserirne i dettagli nel dossier presentato il 3 settembre [2014], ma non è detto che non possa entrare nel decreto legge che vareremo a inizio gennaio [2015]. […] Ho una proposta, la metterò a disposizione di sottosegretari e collaboratori. L’esame di maturità deve perdere quell’aspetto di giudizio divino, che tra l’altro lo ha fatto diventare costoso. Deve riprendere un ruolo di appuntamento di sintesi di un anno scolastico, addirittura di un ciclo. […] Nella stagione 2015-2016 dovremo tornare ai commissari interni, niente più convocazioni da lontano. E un presidente di garanzia, che non deve arrivare per forza da fuori provincia».

Le motivazioni addotte per l’adozione di una commissione tutta interna, in sostituzione di quella attuale, composta da tre docenti interni, tre esterni più un presidente, anch’egli esterno1, sembravano quindi oscillare tra l’urgenza di rendere meno temibile un esame che promuove oltre il 99% dei candidati e – ma in seconda battuta, derubricato ad un «tra l’altro» – il fatto che questa formula avrebbe reso la prova troppo costosa. Singolari risultavano per altro i riferimenti alle «convocazioni da lontano» dei commissari e ai presidenti di «fuori provincia», pressoché esclusi per legge già dal 19952.

A fronte di un’evidente operazione economica prospettata dal governo e ufficiosamente quantificata da fonti politiche e giornalistiche nel risparmio di 140-180 milioni di euro3, insegnanti, dirigenti scolastici, ricercatori e docenti universitari promuovevano dunque nell’ottobre scorso una petizione on line per scongiurare la formazione di commissioni con soli interni, raccogliendo in pochi giorni oltre cinquemila firme. Nell’elencare le ragioni contrarie al provvedimento prospettato, G. Allulli, docente alla Sapienza di Roma e dirigente dell’Isfol (Istituto nazionale per lo sviluppo della formazione dei lavoratori) rilevava soprattutto la palese contraddizione tra un sistema educativo che mira sempre più ad affermare l’importanza della valutazione e certificazione esterna degli istituti scolastici come garanzia di qualità (si vedano soprattutto le cosiddette prove Invalsi) e una scelta completamente autoreferenziale, che consegue inevitabilmente ad un esame condotto solo dai docenti interni, secondo una formula tra l’ altro già sperimentata con esiti negativi negli anni 2002-2006. Secondo Allulli – inoltre – una simile commissione si porrebbe in aperta contraddizione con le indicazioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che ha sottolineato gli aspetti positivi degli esami svolti da commissari esterni sui livelli di apprendimento degli alunni, nonché con le pratiche in uso nei principali sistemi educativi europei (cf. infra).

Reagendo a tali obiezioni, il 4 novembre il Presidente del Consiglio Renzi, in risposta ad una studentessa romana che lo interpellava in merito, affermava: «l’esame di maturità lo farete con le regole dello scorso anno. So che c’è una discussione interna tra quelli che volevano la commissione interna o esterna, una decisione sarà presa, ma l’importante è che non avvenga su basi economiche» (corsivo mio). Con tali parole la questione pareva chiusa. Invece, durante la discussione parlamentare sulla Legge di stabilità (la vecchia Legge finanziaria), il 26 novembre veniva approvato in Commissione Bilancio della Camera un emendamento a firma Palese, Centemero, Brunetta (Forza Italia), che proponeva una «razionalizzazione» del sistema di valutazione degli alunni, impegnando il Miur a disciplinare la composizione delle commissioni di maturità con un decreto, da emanare entro 60 giorni dall’approvazione della legge stessa (quindi entro la fine di febbraio 2015), «tenendo conto dell’esigenza di valorizzare i principii dell’autonomia scolastica e della continuità didattica, assicurando la coerenza degli standard valutativi e garantendo uno sviluppo ottimale della professione di docente in termini di conoscenze, competenze e approcci didattici e pedagogici e di verifica dell’efficacia delle pratiche educative»4. Una formulazione tutt’altro che cristallina, come si vede, che non riusciva però a mascherare più di tanto il vincolo, per il Miur, di istituire commissioni con docenti solo interni già dal 2015. Così, per altro, la norma veniva intesa dal Senato, dove l’emendamento in questione era approvato senza alcun ritocco il successivo 10 dicembre dalla VII Commissione, e poi, con tutta la legge, subito prima di Natale, dall’aula, fatte salve le uniche perplessità del relatore Conte sul fatto che la modifica della commissione d’esame non dovesse applicarsi all’anno in corso, considerato che le nuove modalità avrebbero finito per essere conosciute dalle scuole in una fase molto avanzata dell’anno scolastico5. In effetti il Miur, recependo tali perplessità, non ha emanato quest’anno alcun decreto e l’esame si è svolto con la commissione mista in vigore dal 1999.

Il problema pare insomma soltanto rinviato: fonti ministeriali e parlamentari concordano nel ritenere certo, per il 2016, il varo del decreto previsto dalla Legge di stabilità 2015, sollevando altre discussioni e polemiche, fino alla proposta, già avanzata da più parti, di abolire un esame evidentemente privo di alcun valore6, se svolto con commissari solo interni, senza considerare, fra l’altro, che un simile drastico provvedimento richiederebbe una modifica costituzionale, di non agevole realizzazione e dai tempi molto lunghi, certo poco graditi a chi avverte l’esigenza di tagliare rami secchi per far subito cassa.

L’intera vicenda, come si vede non ancora conclusa, sollecita alcune osservazioni di ordine generale e, in seconda battuta, di natura rigorosamente didattica. Va in primo luogo ribadita la macroscopica anomalia per cui un provvedimento di così forte impatto sul versante educativo viene adottato nel contesto di una legge di natura prettamente economica come la Legge di stabilità, senza che ad esso si faccia invece il benché minimo cenno nel corposo documento – divenuto poi legge – denominato “Buona scuola”7. Ciò dà la misura di quanto poco siano considerate le ragioni di chi, forte anche dell’esperienza del quinquennio Moratti, ribadisce l’inutilità di un esame con soli docenti interni, che si risolve inevitabilmente in una replica sbiadita e svogliata delle ultime prove dell’anno scolastico, senza considerare che una simile modalità di verifica fa fisiologicamente venir meno quelle cure particolari che i docenti pongono nella preparazione delle classi all’esame, quando sanno che un collega esterno (non si sa chi) verrà a saggiare conoscenze e capacità degli alunni, per non parlare poi della salutare attenzione che il singolo studente, o anche intere classi, rivolgono al lavoro scolastico dell’ultimo anno, spinti come sono, nel caso di commissari esterni, a cambiamenti spesso radicali di cattive abitudini scolastiche contratte negli anni precedenti, sia verso lo studio, sia nei comportamenti, per i quali si registra comunemente, mano a mano che ci si avvicina all’esame, una maggiore responsabilizzazione e una più regolare applicazione al lavoro.

Per questo va respinta l’obiezione di chi considera l’Esame di Stato solo come un fardello di spesa, a fronte di esiti così massicciamente positivi a cui pervengono gli studenti. Sarebbe «come dire che i controlli sul rispetto dei limiti di velocità sono inutili perché solo l’1% va troppo veloce: proviamo a togliere l’autovelox e vediamo cosa succede» sintetizzava Allulli presentando la propria petizione. Ma c’è dell’altro: in un contesto sociale che implica una sempre maggiore omologazione dei modelli educativi continentali e in cui gli studenti di scuole e università fruiscono sempre più spesso di programmi di scambio, che consentono loro di confrontarsi con i coetanei di altri Paesi, parrebbe a dir poco singolare che solo l’Italia adottasse un esame conclusivo del ciclo scolastico superiore privo di qualsiasi verifica esterna a garanzia e controllo del lavoro svolto8.

Su questo punto, dunque, tra chi propugna l’abolizione dell’Esame, chi vorrebbe solo commissari esterni e chi ha già praticamente deciso che saranno solo interni, la soluzione più sensata e razionale sembra proprio quella di mantenere la formula della commissione mista, procedendo semmai ad un’auspicabile messa a punto di dettagli tecnici, sui quali si potrebbe intervenire senza soverchie difficoltà di natura giuridica o economica, migliorando uno strumento che può essere ancora utile alla formazione degli studenti, in una fase assai delicata del loro percorso educativo nel passaggio dalla scuola all’università, e ascoltando per una volta davvero – e non in termini meramente propagandistici – gli addetti ai lavori, dirigenti scolastici e docenti, ogni anno impegnati nella preparazione e nello svolgimento degli esami finali. Nella seconda parte saranno avanzate alcune proposte concrete.

1 Dal 1999 (legge 425/1997, ministro Berlinguer) l’esame finale delle scuole superiori non si chiama più “di maturità”, ma “di Stato”. Si compone di tre prove scritte, di cui la terza è predisposta dalla commissione, e di un colloquio orale su tutte le discipline dell’ultimo anno. Tra il 2002 e il 2006 (legge 448/2001, ministro Moratti) la stessa modalità di esame fu affidata a commissioni composte da soli docenti interni, con un unico presidente, esterno, per tutte le commissioni di un singolo istituto scolastico. Dal 2007 (legge 1/2007, ministro Fioroni) si è tornati alla commissione mista. Per altre notizie sulla storia degli esami di maturità in Italia cf. I. Belforti-M. Ciai, Maturità addio! Storia e storie dell’esame di Stato, Roma1999.

2 Legge 724/1994, ministro D’Onofrio: al fine di limitare le spese di trasferta i commissari vengono selezionati fra quelli disponibili nello stesso commune della commissione o, in subordine, nella stessa provincia o regione, e solo come ultima possibilità nelle altre regioni

3 Cf. V. Santarpia, Commissari interni alla maturità, scatta la rivolta dei professori, Corriere della Sera scuola 16/10/2014; S. La Porta, Gli Esami di Stato e la valutazione del lavoro degli insegnanti, La Tecnica della scuola on line 20/10/2014, con l’intervista a M. Bastico, ex viceministro dell’Istruzione. La ministra Giannini, in visita a Palermo il 18 ottobre 2014, dichiarava in merito: «con quello che risparmieremo si potranno mettere in pratica investimenti necessari che finora non sono stati fatti. Bisogna uscire dai cliché, tagliando i rami secchi si sceglie dove risparmiare e il risparmio è produttivo».

4 Emendamento 350 della legge 190/2014 (Legge di stabilità). Nel decreto del Miur, secondo il testo di legge, «di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro lo stesso termine, sono definiti i relativi compensi nel rispetto di quanto eventualmente previsto in sede di contrattazione collettiva del comparto del personale della scuola, in coerenza con le finalità del Fondo “La buona scuola” di cui ai commi 4 e 5».

5 Non mancano i precedenti: il modello di esame anteriore a quello attuale entrò in vigore nel luglio 1969, dopo essere stato approvato dal Parlamento ad inizio aprile: legge 119/1969 del 5 aprile 1969, ministro Sullo. Esso prevedeva una commissione composta da commissari e presidente esterni con un solo interno. Le prove scritte erano due, il colloquio orale si svolgeva su due discipline scelte, su una rosa di quattro comunicate dal Ministero in primavera, una dallo studente, una dalla commissione. La valutazione delle prove prevedeva la stesura di giudizi e la votazione finale era in sessantesimi. Introdotta in via sperimentale, l’applicazione di questo modello fu prorogata dalla legge 146/1971 «sino all’entrata in vigore della legge di riforma della scuola secondaria», rimanendo quindi in esercizio fino al 1998.

6 Si vedano in merito anche le osservazioni formulate da A. Gavosto, direttore della “Fondazione Agnelli”, su La Stampa del 29/9/2014.

7 Nella legge 107/2015 l’unico riferimento all’Esame di Stato è nel comma 30 che recita: «nell’àmbito dell’Esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado, nello svolgimento dei colloqui la commissione d’esame tiene conto del curriculum dello studente».

8 Nella petizione Allulli si ricorda che in Francia i commissari degli esami di Baccalauréat (l’esame conclusivo del liceo) sono esterni alla scuola e vengono nominati direttamente dal Recteur d’Académie (corrispondente del nostro Ufficio scolastico regionale). In Gran Bretagna, a conclusione del ciclo secondario superiore gli studenti affrontano prove scritte preparate da examining boards indipendenti, i cui ispettori curano la somministrazione e la correzione delle prove. In Germania, l’Abitur (equivalente alla nostra maturità) prevede regole diverse a seconda dei diversi Länder, ma vi è sempre un presidente e spesso commissari esterni, con un forte ruolo del Preside dell’istituto.

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