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diretto da Romano Luperini

Inchiesta sulla letteratura Working class / 12 – Angelo Ferracuti

L’inchiesta sulla letteratura working class dedicata alle narratrici e ai narratori prosegue con le risposte di Angelo Ferracuti, autore di libri come Le risorse umane (Feltrinelli, 2006), Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia (Einaudi, 2013), I tempi che corrono (Alegre 2013), Addio. Il romanzo della fine del lavoro (Chiarelettere, 2016), Viaggio sul fiume mondo. Amazzonia, con il fotografo Giovanni Marrozzini (Mondadori 2022).

Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro l’autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala (2022) di Alberto Prunetti, curatore tra l’altro della collana “Working Class” per Alegre, è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso.

La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione dedicato a coloro che, a vario titolo, potrebbero  rientrare nei campi di scrittore/scrittrice “di classe operaia“ o di letteratura working class.

D. Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?

R. Una parte della mia produzione di reporter ha riguardato il racconto del mondo del lavoro dalla parte dei soccombenti, quindi credo di potervi rientrare, ma non limitatamente a una appartenenza sociale di classe, che a volte mi sembra la discriminante sbagliata. La letteratura è immaginazione, anche sociologica, qualcosa che va oltre l’esperienza e l’appartenenza a un mondo sociale, nessuno meglio di un aristocratico come Orwell ha saputo raccontare la classe operaia inglese. Altrimenti la cosiddetta letteratura working class prodotta “internamente” rischia di diventare a volte solo documentazione, testimonianza, che comunque va benissimo. Uno come Luigi Di Ruscio si considerava un poeta, non un poeta operaio, che riteneva limitativo rispetto alla sua scrittura. Insomma, Volponi era figlio di un artigiano ed è stato il responsabile delle Risorse umane all’Olivetti, ma senza le sue opere visionarie non riusciremmo a capire cosa è stata l’industria. Secondo me non è tanto il problema di chi produce immaginario e letteratura ma il valore estetico e politico di quest’ultima, che poi sono la stessa cosa, che certe opere riescono a creare.

D. Come scrittore svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; laltro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?

R. Come ho scritto in un recente articolo su “Lettura” del “Corriere della Sera”, sono stato per quarant’anni un ladro di tempo, cercando di poter scrivere nonostante svolgessi un lavoro da reddito. Ora non lavoro più da un anno e posso scrivere e leggere molto di più, ma non è stato facile. La nostra condizione sociale e di classe costringe a una limitazione dell’attività creativa.

D. Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?

R. Non saprei dire quale sia la più efficace, forse il cinema; da parte mia pratico il reportage come forma di cittadinanza attiva, per raccontare storie sommerse, persone che non hanno voce, ultimamente per esempio i braccianti indiani schiavizzati nella provincia di Latina, terra meloniana di “fascismo rurale”, per esempio. Il reportage è anche una forma di vicinanza politica e di prossimità umanistica, quello che chiamo racconto vivente e il grande Ryszard Kapuściński definiva “storia viva”.

D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?

R. Ho avuto un corso di studi molto irregolare, quindi mi sono costruito la mia biblioteca da solo, soprattutto da ragazzo, leggendo disordinatamente soprattutto quella letteratura, ma anche il teatro, la saggistica, che ritenevo necessari alla mia ricerca. Da ragazzo leggevo Jack London, Stevenson, Conrad, i romanzi d’avventura, Salgari, poi negli anni della formazione sono stati per me molto importanti Fenoglio, Volponi, Pasolini, e ancor di più gli “arrabbiati” Mastronardi e Bianciardi, narratori del contro boom, ma anche stilisti come Romano Bilenchi. Ho amato molto anche il teatro, dai classici (Ibsen, Strindberg) fino a Beckett, Ionesco e il grandissimo Pinter, narratori come Handke, Bernhard, Camus, la beat generation, e la poesia (Caproni, Sereni soprattutto). Nella mia seconda vita ho letto molto scrittori di reportage e ibridi narrativi come appunto Kapuściński, Sebald, Mailer, Berger, Kapuściński è stato un costante punto di riferimento stilistico e ideale.

D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”.  Come vivi questa situazione di ambivalenza?

R. Sono rimasto sempre legato ai ceti popolari, frequento un bar in un quartiere multietnico, dove vanno muratori croati, molta working class non solo europea, sono figlio di una camiciaia che non è mai andata per tutta la vita dal parrucchiere, mio padre era un antiborghese come stile di vita e comportamento, gente che viveva in modo francescano. I miei amici non sono intellettuali e mi tengo molto alla larga dalle conventicole, dai circoli degli scrittori, che trovo luoghi molto noiosi. Quindi sono sempre rimasto legato alle mie origini umili, non ho mai avvertito un sentimento di questo genere. Anche se la mia, pur essendo per niente consumistica, al contrario di moltissime famiglie operaie, non era propriamente working class, venivano tutti dalla civiltà contadina.

D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?

R. Ho cominciato a scrivere negli anni della militanza politica, e la considero una specie di naturale prosecuzione, non so fare altro che viaggiare e raccontare. Ho sempre scritto della mia generazione e per la mia generazione, i ragazzi che negli anni ’70 si rivoltarono contro i poteri, e che immaginavano un mondo più giusto, più libero. Sul “misery porn” forse ha ragione Prunetti, ma il problema vero è che la letteratura è ormai così marginale che purtroppo tutti questi discorsi restano comunque in una cerchia ristretta di addetti ai lavori, working class o non working class che siano.

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