Passa al contenuto principale
Logo - La letteratura e noi

laletteraturaenoi.it

fondato da Romano Luperini

Giovani donne insegnano

Se sei una donna non ti puoi mai dimenticare di avercelo, un corpo. Puoi al massimo prendere delle decisioni su come e quanto mostrarlo, e le prenderai, con maggiore o minore successo, e puoi essere sicura che non saranno mai soddisfacenti, come puoi essere sicura che tutti vorranno avere un’opinione in merito.

             Giulia Blasi, Brutta: Storia di un corpo come tanti, Rizzoli, Edizione Kindle, p.7.

Ogni corpo è politico, ma quello delle donne è politicizzato

Ogni corpo è politico, fin tanto che esercita una pressione sulla società e può essere esibito o opposto all’altro da sé. Tuttavia, quello delle donne è storicamente politicizzato, spesso contro il loro consenso. Che la ragione di questo sia culturale è dimostrato da quasi ogni scritto femminista dell’ultimo secolo: ciascuna di noi eredita insieme ai cromosomi X una tara materna di preoccupazione smisurata sul proprio apparire. Questa tara si autoalimenta nel corso dell’esistenza di ciascuna e il luogo di lavoro è occasione prediletta per le sue manifestazioni. Questo discorso, dunque, si applica a ogni contesto professionale, ciascuno con le sue peculiarità, ma mi piacerebbe approfondire quelle specifiche delle docenti nella scuola pubblica, unicamente perché sono quelle che direttamente ho sperimentato.

Una delle mie prime preoccupazioni, nei primi giorni in cui ho messo piede in un’aula scolastica dall’altra parte della cattedra e ancor più quando sono entrata di ruolo, era nascondere la mia età. Mi sembrava una sorta di peccato originario da espiare il prima possibile: eppure i miei colleghi dell’università, che nello stesso momento delle nostre vite stavano attraversando il medesimo ingresso nel mondo della scuola, non avevano preoccupazioni legate a questo aspetto. Non consideravano una questione sul tavolo quanti anni dimostrassero, poiché non legavano il proprio aspetto alla propria competenza e all’autorevolezza che sarebbe stata loro associata. Pur considerando i limiti che questa osservazione personale ha, è certamente vero che, se si prendono in considerazione ambienti di lavoro anche molto diversi, essere una giovane donna costituisce un fattore significativo della propria figura professionale.

Laddove, volendo necessariamente generalizzare, i colleghi di qualsiasi età si presentano a scuola in modo disinvolto e presentano il proprio corpo come oggetto indiscutibile e slegato dalla propria professionalità, la maggior parte delle docenti presta parte della propria attenzione al suo apparire come figura con un valore anche estetico. Più si teme di essere inadeguati, più ci si affanna nel tentativo di apparire professionali, eleganti ma non troppo, disinvolte, ma non sciatte. Sarebbe interessante enumerare nel corso di una settimana quanti apprezzamenti sul corpo dei docenti vengano fatti tra colleghi e quanti su quelli delle docenti: anche il semplice commento, seppure gentile e fatto in buona fede, su un vestito, un dettaglio della persona, dimostra un’attenzione sottile ma continua per l’apparenza femminile. Un’insegnante di liceo, dunque, finisce per costituire il proprio habitus professionale proprio a partire dalla scelta di una gonna piuttosto che un paio di pantaloni, nel tentativo di definirsi nella propria autorevolezza.

Sembri una studentessa

Ѐ fuor di dubbio che costituisca una questione avere meno di trent’anni e insegnare in un liceo, dove studenti e studentesse che frequentano il quinto anno si ritrovano ad avere una docente che non ha nemmeno dieci anni in più di loro; tuttavia non è chiaro che tipo di ostacolo costituisca. Il problema nasce probabilmente da una lunga tradizione, anche macchiettistica, che lega la saggezza all’esperienza e quindi preclude necessariamente la conoscenza ai giovani. Un giovane può, al massimo, imparare qualcosa, certamente non insegnarlo. Eppure si può avere quarant’anni e farsi curare l’appendicite da un dottore di trent’anni, farsi riparare l’auto da un meccanico di ventitrè e comprare da un panettiere di ventisei. Il fatto è che la scuola continua a conservare quel velo di autorevolezza, benché scalcagnata, di sacralità inviolabile. Mi sembra quasi un problema geografico: il dilemma non è tanto se la persona che insegna sia abbastanza preparata o abbia abbastanza esperienza per ricoprire il suo ruolo, ma che l’insegnante giovane vìoli con la sua giovinezza quel confine invalicabile fra docente e studente. Quello che un tempo era reificato nella pedana che soprelevava la cattedra e che oggi sembra sempre più sottile.

Poniamo un esempio piuttosto frequente: un collega entra nella mia classe, mentre io sono malauguratamente infiltrata nella compagine dei miei studenti e ho valicato la linea banchi-cattedra, e si chiede sconcertato se non siano rimasti incustoditi, al che io do segni perché si accorga della mia presenza e mi riconosca come corpo estraneo nel magma adolescenziale. Non è una situazione drammatica e sottolinea più un’abitudine che un dogma.

Ѐ evidente che qualsiasi neoimmesso in qualsiasi professione necessita dell’appoggio di chi quel mestiere l’ha esercitato per molto tempo, che il confronto sincero e aperto sia una risorsa preziosissima. Questo vale soprattutto per un lavoro come quello dell’insegnante, nel quale, a discapito di moltissimi corsi teorici su metodologie, prassi e modelli, di fatto alla prima supplenza ci si ritrova gettati nel nuovo ruolo senza nessun accompagnamento formale. Chiunque, alla prima supplenza, entra in classe pieno di buona volontà e ideali spesso irrealizzabili, ignorando gran parte delle tecnicità e dei doveri quotidiani di un docente. In questo, un dipartimento e dei consigli di classe accoglienti, disposti a pazientemente accompagnarlo nelle più piccole questioni fanno la differenza. Tuttavia il punto è proprio questo, il sistema non è orientato all’accoglienza strutturata di chi conosce poco il mestiere, perciò questo compito è lasciato a chi ha la buona volontà di farlo. In un paese in cui l’ageismo è una vecchia malattia cronica, la quale dimostra una diffusa paura di essere spodestati, l’avvento di una giovane docente da una parte è un problema da risolvere, poiché raramente quest’ultimo è davvero preparato a svolgere il suo ruolo, dall’altra non fa altro che palesare il pericolo della permeabilità del confine tra docente e studente: chi poco fa era l’altro diventa l’uno e, dunque, si incrina quel mito di saggezza lontana e inarrivabile del professore, quell’aura di alterità superiore e si riduce a soggetto apprendente in fase di sviluppo. L’infiltrato, cioè, rischia di aprire enormi crepe nel sistema.

Intersezionalità

Kimberlé Crenshaw, nel processo alla General Motors del 1976, ha dimostrato l’importanza della prospettiva intersezionale in molti contesti. Prendendo in prestito questa postura, la particolare situazione della giovane insegnante pone questioni ontologicamente rilevanti. Come fa notare Jennifer Guerra:

Il mondo vuole delle donne trasparenti, che si facciano da parte per ritirarsi in una stanza privata in cui mortificare il proprio corpo finché non aderirà allo standard della perfezione. O collasserà. La stanza privata è quella del monitoraggio abituale del corpo. Un lavoro immenso, fisicamente e psicologicamente logorante, che ci trascina inesorabilmente verso l’autocensura e che sottrae tempo, risorse ed energie alla nostra dimensione pubblica.

J. Guerra, Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà, Tlon, 2020

L’insegnamento è forse una delle professioni più pubbliche che esistano e se è vero che molte giovani insegnanti sono spesso meno efficienti ed efficaci dei colleghi con più esperienza, è anche dovuto al fatto che impiegano troppe delle loro energie a giustificare la propria posizione, mascherare la propria natura, e si preoccupano di dettagli socialmente rilevantissimi, ma che nulla hanno a che fare col loro ruolo.

Immaginate una donna che cerchi di fare un lavoro e di avere un rapporto paritetico e soddisfacente con altre persone, ma intanto si sente fisicamente debole, perché non ha mai tentato di essere forte; esaurisce tutta la sua energia cercando di cambiare faccia, figura, capelli, odore, cercando di uniformarsi a qualche modello ideale stabilito dalle riviste, dai film, dalla televisione; si sente disorientata e si vergogna […] Se impariamo a capire, ad accettare, a essere responsabili della nostra identità fisica, possiamo liberarci da alcune di queste preoccupazioni e possiamo cominciare a fare uso delle nostre energie disinibite. L’immagine che abbiamo di noi stesse avrà una base più solida, saremo migliori come amiche e come amanti, come persone; avremo più fiducia in noi, più autonomia, più forza, saremo più complete.

                               The Boston Women’s Health Book Collective, Noi e il nostro corpo. Scritto dalle donne per le donne, Feltrinelli, Milano 1974, p. 13

Come spesso accade, tutto parte da una forte presa di coscienza, che risulta particolarmente complessa in una società di donne che, in gran parte, sono turbate dalla sindrome dell’impostora e credono di non meritare il ruolo che ricoprono, anche quando hanno più titoli, più capacità e competenze dei corrispettivi colleghi uomini. Giocando nel campo del quasi impossibile, fintanto che le energie delle giovani donne sono profuse a camuffarsi, tradendo la propria essenza, difficilmente miglioreranno come professioniste. Se poi si considera che nelle aule spesso le ragazze sono le più brillanti, si laureano con voti più alti e più in fretta dei compagni (come rilevato dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea nel Rapporto di genere 2026), ma poi faticano proprio come le loro docenti appena entrano nel mondo del lavoro, questa presa di coscienza diventa un imperativo non solo per il proprio benessere lavorativo, ma soprattutto un impegno didattico.

Sempre Jennifer Guerra sottolinea: «È necessario ripartire dal corpo, il bene che nessuno può toglierci. Questo è il mio corpo, che non offro in sacrificio per nessuno. Questo è il nostro corpo, tanti corpi che ne fanno uno solo».

Quando si parla di far della scuola luogo di formazione della coscienza politica e di cittadinanza, si intende anche questo e, come docenti giovani e non, dovremmo riprenderci la responsabilità di porre il corpo come questione nodale a scuola, soprattutto se si considera anche l’enorme significato che la sua definizione ha per gli adolescenti. Parlare di educazione sessuo-affettiva in una scuola in cui quasi nessun docente intende indagare e sovvertire attivamente il ruolo della propria corporeità nello spazio pubblico del suo mestiere è quantomeno ingenuo.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti recenti

Colophon

Fondatore

Romano Luperini

Redazione

Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Giulia Falistocco, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato

Caporedattore

Roberto Contu

Editore

G.B. Palumbo Editore