Inchiesta sulla letteratura Working class / 6 – Pia Valentinis
Prosegue l’inchiesta sulla letteratura working class, avviata qualche settimana fa: dopo i poeti diamo spazio a una illustratrice e fumettista, Pia Valentinis, che ha al suo attivo molti albi illustrati per l’infanzia per le migliori case editrici del settore italiane e straniere (Orecchio Acerbo, Topipittori, Fatatrac, Gakken, Grimm Press, solo per nominarne alcune). È stata insignita della XXI edizione del premio Andersen nella categoria Miglior Illustratore ed è entrata nella lista d’onore IBBY per le illustrazioni. Si ricorda che la pubblicazione dell’inchiesta ha cadenza quindicinale.
D. Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
R. Faccio l’illustratrice e la fumettista di mestiere. Non scrivo spesso, perchè sono insicura. Non mi sento una scrittrice, sto imparando. Mi capita di illustrare molto più frequentemente testi di altri. Il mio è un mestiere molto “artigianale”. Lavoro a cottimo, come mia mamma che ribatteva giacche (a casa) per una sartoria industriale.
D. Come autrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
R. Io vivo di illustrazione, diciamo. In realtà faccio diversi mestieri: disegno, scrivo, insegno. Tutto ha a che fare con i libri. La più grande difficoltà del conciliare queste attività è che per tutte servirebbe un tempo più lento, cioè dovrebbero essere pagate di più per poter avere il lusso di lavorare di meno e meglio.
D. Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
R. Ho fatto una graphic novel, più di 10 anni fa. Si chiama Ferriera, e racconta la storia di mio padre metalmeccanico e molto altro. Prima di fare un libro di qualunque tipo, studio. Non sono laureata, e dico sempre che il mio mestiere è un modo privilegiato di studiare. Studiando per Ferriera, ho scoperto molte cose: perfino le precise mansioni di un “attrezzista al laminatoio” (questo faceva mio padre). Non avrei mai pensato che la ricerca per il “MIO” libro sarebbe stata così complessa.
In generale, mi interessano i libri disegnati e scritti. Mi entusiasmo quando mi rendo conto di piccole nuove cose a proposito del rapporto testo-immagine. Testo e immagine insieme fanno un linguaggio a parte, che permette di raccontare qualunque cosa.
D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
R. Un libro che per me è stato fondamentale, quando stavo realizzando Ferriera, è stato Amianto, di Alberto Prunetti. A proposito di letteratura working class, un libro che ho trovato irresistibile è Alla linea di Joseph Ponthus (scoperto sempre grazie a Alberto Prunetti). Un libro inaspettato, che parla di fabbrica in forma di poesia. Ho regalato a tutti coloro che amo il libro di John Berger Un uomo fortunato. Storia di un medico di campagna.
In generale, per quanto riguarda la lettura sono onnivora. Leggo saggi soprattutto sull’arte, romanzi di ogni tipo, gialli… Non faccio differenza tra autori italiani o stranieri e neanche tra scrittori uomini e scrittrici donne.
D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
R. Non sento questo problema. Ossia: probabilmente ho incanalato la mia necessità di raccontare attraverso il disegno proprio perchè è un’attività artigianale. Uso spesso il tratteggio: penso che anche mia mamma tratteggiasse con il filo, quando cuciva le giacche.
D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
R. Disegno per me. Faccio il lavoro che mi piace /i lavori che mi piacciono. Spero solo di avere la possibilità-fortuna di farlo/farli ancora a lungo, tutti i giorni della mia vita. È una passione che ho sviluppato e coltivato negli anni, all’inizio era molto più inconsapevole.
Ho iniziato a disegnare nella cucina della casa dei miei. La cucina era l’unica stanza della casa in cui c’era il riscaldamento, e bisognava stare lì, possibilmente senza fare troppo rumore. Che cosa c’era di meglio del disegno?

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