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Che cosa resta. I percorsi formativi iniziali e il lavoro dell’insegnante

Dalla formazione alla classe

In questo articolo vorrei soffermarmi sul rapporto tra il percorso formativo che mi ha condotto a diventare insegnante e l’esperienza didattica pratica che sto vivendo. Come spesso accade, infatti, nel mio caso il percorso formativo e l’effettiva pratica didattica non si sono susseguiti esattamente in quest’ordine: sono approdata all’insegnamento, con la mia prima supplenza, prima di seguire i percorsi abilitanti pensati per formare i nuovi docenti, con le sole conoscenze fornite dall’università e i pochi strumenti metodologici derivanti da qualche sporadico corso di didattica; nel caso di quelli che ho seguito, corsi dedicati più allo studio delle grammatiche in uso nei licei nei decenni del secolo scorso che a una concreta riflessione su quali competenze occorrano davvero a chi vuole diventare insegnante e sta per entrare in classe, per la prima volta dall’altro lato della cattedra, con l’entusiasmo di chi ha scelto la professione che ama. Solo dopo le prime supplenze ho frequentato altri corsi di formazione e poi il percorso abilitante, che promette di fornire gli strumenti più adatti per costruire la “cassetta degli attrezzi del docente”.

Contenuti e metodi: un equilibrio difficile

Se durante l’università l’approccio ha favorito i contenuti, i percorsi abilitanti presentano invece un forte sbilanciamento pedagogico. Le lezioni di tali percorsi si sono infatti concentrate sulle metodologie, trattate spesso a livello teorico, fornendo un elenco di pratiche didattiche dai nomi altisonanti che prospettano innovazione, inclusività ed efficacia, senza però permettere ai docenti alle prime esperienze di comprenderne veramente punti di forza e possibilità di applicazione, in base alle situazioni. Ritengo invece che le metodologie didattiche dovrebbero essere calate nei contenuti, attraverso esempi concreti di argomenti didattici affiancati dalle metodologie con le quali possono essere affrontati in base a gruppo classe, contesti e obiettivi. Molte lezioni dei percorsi abilitanti sono trasversali e frequentate da docenti di diverso ordine e grado e dunque quanto trasmesso non tiene conto di diverse situazioni e condizioni di partenza. Solo sporadicamente la formazione metodologica è stata arricchita da riflessioni sulle specifiche materie, che andrebbero però declinate a seconda dei contesti e del grado di scuola. Forse questa è una delle sfide maggiori per noi docenti alle prime esperienze che, freschi di università, conosciamo i contenuti ma trarremmo senza dubbio giovamento dall’opportunità di riflettere su esempi virtuosi e pratiche didattiche effettivamente replicabili, pensate per le specifiche realtà nelle quali ci troviamo a insegnare.

In questo senso, un’esperienza fondamentale è stata per me quella del tirocinio: sia durante il percorso abilitante sia durante l’anno di prova, esperienze didattiche virtuose e replicabili mi sono state mostrate dal mio docente tutor che, attraverso una grande attenzione al coinvolgimento degli alunni e una forte spinta all’attualizzazione dei contenuti, mi ha fornito diversi spunti su come trattare gli argomenti in modo efficace avvicinandoli al vissuto e alla realtà degli studenti senza snaturarne il valore culturale.

Una dimensione fondamentale: il rapporto fra colleghi

Se le lezioni dei percorsi abilitanti sono risultate talvolta troppo teoriche, i percorsi formativi hanno però avuto un risvolto fondamentale: il costante confronto tra colleghi si è rivelato infatti fortemente arricchente. Il tirocinio e il confronto con docenti che frequentavano il medesimo percorso provenienti da istituti, contesti e realtà diverse, hanno permesso di perseguire un obiettivo spesso difficile da raggiungere nelle sedi che sarebbero più opportune – ad esempio, il collegio dei docenti di ogni singola scuola – a causa dell’elevato numero di punti all’ordine del giorno: la costruzione di un dialogo autentico. Spesso infatti i colleghi vivono o hanno vissuto situazioni simili alle nostre e il confronto e la condivisione di metodologie, idee e pratiche didattiche già sperimentate offre l’opportunità di declinare nelle nostre classi soluzioni sperimentate e rivelatesi efficaci.

Un esempio virtuoso di formazione per docenti che tiene conto di questi aspetti è un corso di aggiornamento a cui ho avuto l’occasione di partecipare grazie al programma Erasmus+, che è stato nel mio caso un’esperienza altamente formativa non soltanto per via della multiculturalità dei partecipanti, ma soprattutto in quanto corso di formazione in sé, per via delle sue peculiari caratteristiche. Concentrato sulle metodologie didattiche e sulle strategie volte a suscitare la motivazione all’apprendimento negli studenti adolescenti, il corso a cui ho partecipato si è rivelato particolarmente efficace per diverse ragioni. Prima fra tutte, ha fornito indicazioni pratiche per suscitare la curiosità, l’interesse e il mantenimento dell’attenzione con strategie specificamente pensate per gli alunni di questa fascia d’età: a differenza dei precedenti corsi di formazione a cui avevo preso parte in precedenza, rivolti a docenti di entrambi i gradi della scuola secondaria, questo corso era dedicato in particolare ai docenti del secondo grado, e ha permesso quindi di analizzare bisogni specifici legati all’età degli studenti.

La caratteristica a mio avviso più interessante è stata la modalità con cui tali strategie sono state presentate: non si è trattato di un mero elenco teorico, ma noi docenti le abbiamo vissute e sperimentate in prima persona. L’insegnante formatrice, dall’indole vivace e coinvolgente, ci ha accolti in classe ogni mattina e ha catturato la nostra curiosità sull’argomento del giorno utilizzando nel concreto le medesime strategie oggetto del suo insegnamento teorico. Siamo stati così veri protagonisti delle tematiche affrontate, ne abbiamo compreso l’importanza, abbiamo vissuto e sperimentato l’efficacia di una lezione ben strutturata, con inizio e fine coinvolgenti, abbiamo messo in pratica strategie efficaci ed inclusive di consolidamento e ripasso.

Nonostante l’esperienza fosse pensata per insegnanti di diverse materie, l’applicazione pratica delle metodologie didattiche proposte, affiancata alla riflessione continua e all’invito costante a chiederci come renderle efficaci nelle nostre classi e nella nostra disciplina di insegnamento ci ha permesso sia di comprenderne a fondo le potenzialità sia di immaginare contesti reali di applicazione. Anche in questo caso dunque, la possibilità di confrontarsi con i colleghi che insegnano altre materie, provenienti da numerosi paesi d’Europa e quindi da sistemi scolastici differenti dal nostro, ha prodotto effetti estremamente positivi: la provenienza da diversi contesti e la pluralità delle materie di insegnamento non sono state affatto causa di appiattimento dei contenuti proposti, ma al contrario hanno determinato un arricchimento significativo. La condivisione di buone pratiche didattiche e la proposta di soluzioni a dubbi manifestati da noi docenti è spesso giunta dai vicini di posto, oltre che dalla docente che ha fornito numerosi spunti interessanti.

Anche nell’ottica di un costante aggiornamento in servizio, la collaborazione e il dialogo tra colleghi costituisce un fondamentale strumento di arricchimento e di formazione. Questa prospettiva si può realizzare attraverso la creazione di gruppi di lavoro e di momenti di condivisione, ma anche tramite la reciproca osservazione in classe: lungi dal sentirci giudicati, dovremmo accogliere tale opportunità per migliorarci costantemente.

L’illustrazione di questo articolo è di Stefania Melotto

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