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I convitati di pietra di Michele Mari: scendere a patti con il futuro per non vivere

Una «cena fatale» e un «patto sciagurato»

I convitati di pietra sono gli ex studenti della III A del liceo classico Berchet di Milano, che, un anno e un giorno dopo l’esame di maturità, decidono di organizzare una cena per ritrovarsi e ricordare insieme, come spesso accade, gli anni liceali. È il 22 luglio 1975 quando tutto ha inizio, quando qualcuno «reggendo in mano una fotografia della loro classe e scrutinando i volti […] doveva aver buttato là il commento secondo il quale nella mente di Dio o più laicamente nel fato o ancora più laicamente nel caso era già previsto chi di loro sarebbe morto per primo e chi per secondo e terzo e così via fino all’ultimo superstite» (p. 3-4).

Da questa «cena fatale» e dal «patto sciagurato» di cui nessuno «nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro» (p. 3), prende le mosse un’avventura che prevede, per i trenta componenti di questa classe, la possibilità di «rivedersi a cena una volta all’anno nella stessa data di quella cena, che si stava svolgendo» (p. 5). Occasione durante la quale ognuno di loro avrebbe versato una somma di denaro in un conto comune che poi sarebbe stato messo a frutto in modo da generare negli anni a venire «un’autentica fortuna» che sarebbe rimasta in possesso degli ultimi tre sopravvissuti.

Ancora nessuno immagina che questo progetto, salutato inizialmente come una trovata geniale e divertente, possa rivelare una «disumana spietatezza», eppure I convitati di Pietra di Michele Mari, uscito per Einaudi nel 2025 e finalista al Premio Strega 2026 – che a breve proclamerà il vincitore – preannuncia fin dalle prime pagine un intento noir: «All’inizio si sentivano immortali, ma il modo con cui si illusero di celebrare quella condizione divina introduceva nelle loro vite il tema della mortalità» (p. 7).

Dal luglio 1975 inizia un percorso che arriverà fino al 2053, con il settantottesimo incontro, quando ormai molti personaggi sono scomparsi e il numero dei partecipanti alla «riffa della morte» è drasticamente, ma comprensibilmente, diminuito.

La grande protagonista: la morte

Morte e denaro diventano, man mano che si sviluppa la narrazione, i due grandi protagonisti della storia, tanto da rubare la scena agli altri personaggi, i convitati al banchetto annuale, i quali, fin dalla prima cena non saranno più gli stessi: «i loro reciproci sguardi non furono più innocenti, come se ciascuno di loro fosse diventato un coroner, o un archeologo scopritore di mummie, o un redattore di necrologi» (p. 4). Tuttavia il denaro, che all’inizio potrebbe sembrare al lettore e ai personaggi stessi l’obiettivo della riffa, diventa nel corso della narrazione soltanto un pretesto per il gioco. Del resto che senso può avere diventare ricchi da vecchi, quando le iniziative o le occasioni su cui investire si sono ridotte drasticamente? «In fondo a quel peggio c’era un premio, ma a quel punto, sarebbe importato qualcosa?» (p. 43).

Ciò che tiene unito il gruppo non è infatti il denaro, non è il pensiero o la speranza di potersi arricchire, ma poter sopravvivere agli altri diventando i vincitori di una macabra competizione che non fa altro che smascherare ipocrisie, avidità, ed egoismi individuali. Ogni volta che si siedono a quella tavola, anno dopo anno, sembra che ognuno cerchi «nei volti altrui i segni dell’invecchiamento se non della malattia, come se ogni ruga, ogni macchia della pelle, ogni canizie e calvizie fosse, per chi osservava, un presagio di vittoria» (p. 14). Nulla appare fuori luogo o estremo in questo gioco che diventa una roulette senza più nessun criterio morale, e dove si possono fare macumbe o addirittura uccidere, perché a giustificare tutto è il desiderio di vincere. E la vittoria risiede essenzialmente nella possibilità di sentirsi vivi, condizione raggiungibile soltanto restando in gioco fino all’ultimo istante possibile.

Ma anche questa è un’illusione, e lo rivela l’ultimo sopravvissuto: ora che può disporre di un cospicuo montepremi costituitosi nel corso di settantotto anni, «che pesavano come un macigno sopra ai loro anni liceali, quando davanti a sé avevano la Maturità e non quella cosa mostruosa che aveva condizionato le loro vite» (p. 157), egli prova imbarazzo, disagio, rimpianto, e rinuncerebbe alla vincita pur di riportare in vita alcuni compagni. Perché il vero premio, la vera vittoria risiede nella giovinezza, che gli ex studenti della III A hanno scelto di sacrificare in nome di una sfida abietta e insensata: «Quanto erano stati superficiali ed ingenui! Concepire quella gara mostruosa quando il premio era già in loro, con loro, ed era la giovinezza, semplicemente» (p. 43).

Non è dunque il denaro, e nemmeno il gioco in sé, nonostante la plausibile soddisfazione della vittoria, il vero protagonista del romanzo, ma la morte, che si costituisce come il topos su cui ruota l’intera vicenda. Perché i convitati, che all’inizio credono di poterla sfidare o irridere attraverso il patto sciagurato, in realtà si vincolano alla morte e al meccanismo cinico che hanno istituito:

«Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione agli altri, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso della sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto» (p. 6-7)

Un tempo pietrificato

Il pensiero della morte lega dunque i personaggi, le vite dei quali sono a loro volta intrinsecamente unite l’una all’altra, poiché ciascuno di loro sembra esistere soltanto in funzione del gruppo. Conosciamo alcuni aspetti relativi alle abitudini, alle ossessioni, persino ai luoghi frequentati da ognuno, ma la vita che Mari ci racconta è esclusivamente quella condivisa con il gruppo, o che ha qualche ripercussione all’interno di questa comunità di trenta individui, composta da personaggi eterogenei per caratteristiche e comportamenti, alcuni dei quali escono di scena quasi subito, mentre altri procedono avanti nel tempo e nella narrazione. Alcuni dalle caratteristiche più sfumate, altri che diventano facilmente riconoscibili per le passioni, le azioni e le abitudini, pur non rappresentando complessità psicologica individuali, quanto piuttosto tipi, o modelli sociali di una borghesia milanese che l’autore conosce dall’interno. Tra tutte spiccano le figure di Brodo e Semprini, ai quali Mari affida alcune delle sue stesse passioni e caratteristiche. In particolare, Semprini è senz’altro quello più corrispondente all’autore, ossessionato dai fumetti e dalla morte di Gene Hackman, e capace di istituire nel corso della narrazione un importante dialogo tra la memoria cinematografica e la tradizione letteraria.

La classe descritta in questo libro non è quella frequentata dall’autore, e probabilmente nessuno dei suoi ex compagni potrebbe riconoscersi in uno dei personaggi. L’idea di questo libro nasce tuttavia dagli anni liceali di Mari, dalla volontà di conservare la memoria di un tempo che inizia e si esaurisce all’interno delle aule scolastiche. Ai suoi compagni di scuola – dichiara lo scrittore in un’intervista – non ha mai attribuito nessuna possibilità di vita fuori da quel contesto. E quando, ormai trascorsi molti anni, non riesce a riconoscerli nei panni delle mamme, dei nonni e degli adulti che sono diventati, preferisce relegarli a quella condizione ormai passata, facendoli rimanere per sempre gli studenti di quella classe. Per questo anche i convitati vivono esclusivamente in quanto compagni di scuola, e cristallizzano, attraverso la riffa, la loro esistenza in questa dimensione. Diventando protagonisti di un tempo pietrificato che li tiene bloccati al passato del gruppo facendoli rinunciare all’evoluzione e condannandoli all’immobilità. Ma è solo il tempo psichico e interiore che si ferma, quello biologico continua a scorrere, rendendoli consapevoli, ormai troppo tardi, del tempo perso dietro a quella “cosa mostruosa” che ha preso il controllo delle loro vite e li ha resi una sorta di automi, dei burattini senza tempo che si illudono di poter tenere lontana la morte.

Sebbene sia stato paragonato, non senza ragione, alle atmosfere di Dieci piccoli indiani, dove ogni protagonista è attento a studiare gesti e comportamenti di ogni sospettato con l’intento di individuare il colpevole, o alle scene di Squid game, dove i partecipanti cadono a turno e ognuno è pronto a scommettere chi sarà il prossimo, I convitati di pietra va oltre il gioco letterario. Attraverso una scrittura precisa, ironica e spietata, capace di giocare con le parole senza concedersi alle sentenze moralistiche, Mari costruisce una vicenda noir, che è anche metafora della vita e della scelta di scendere a patti con il futuro.

Non c’è epoca per quanto viene narrato, è la natura dell’essere umano ad essere raccontata, quella che non conosce contesto, che esiste al di là della storia. Gli anni sono scanditi, ma soltanto per ricordarci lo scorrere del tempo, non c’è traccia di nessun evento storico, ogni personaggio esiste oltre la macrostoria, si potrebbe dire soltanto per vivere questa avventura. Che nel finale sembra capace, però, di suggerire all’essere umano una possibilità per sottrarsi all’indifferenza e al nichilismo assoluto: «sentiva che solo in quei giorni di fervore tanti discorsi fatti e ascoltati al liceo sul patrimonio dell’umanità e sulla memoria storica e sul fine della ricerca e sulle arti e sulle tecniche e sul genio e sul canone trovano un senso» (p. 159)

Non sappiamo se il libro di Mari sia favorito per la vittoria finale del Premio Strega, di sicuro sappiamo che si è già aggiudicato il Premio Strega Giovani 2026. Riconoscimento che testimonia la necessità, per i lettori più giovani, di confrontarsi con la verità che c’è dietro ai legami, anche, o forse soprattutto, quando non si tenta di addomesticare, ma di svelare e raccontare la vita.

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