Inchiesta sulla letteratura Working class / 11 – Valentina Baronti
L’inchiesta sulla letteratura working class dedicata alle narratrici e ai narratori prosegue con Valentina Baronti, autrice de “La fabbrica dei sogni” (Alegre, 2024), libro nel quale narra, a metà tra testimonianza e finzione, della lotta operaia alla ex GKN di Campi Bisenzio (FI).
Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro l’autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala (2022) di Alberto Prunetti, curatore tra l’altro della collana “Working Class” per Alegre, è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso.
La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione dedicato a coloro che, a vario titolo, potrebbero rientrare nei campi di scrittore/scrittrice “di classe operaia“ o di letteratura working class.
D. Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
R. Vengo da una famiglia operaia e contadina e ho un lavoro impiegatizio nella fascia più bassa della pubblica amministrazione. Quindi direi di sì, rientro nella letteratura working class, anche se non mi definirei scrittrice. Ho scritto un solo romanzo, perché ho avuto la fortuna di partecipare direttamente a una lotta operaia straordinaria, che è quella della ex Gkn di Campi Bisenzio. Non avevo mai pensato di scrivere un romanzo, è il conflitto ad avermi spinto a farlo. L’idea di poter contribuire alla lotta anche con un’opera che potesse portare il più lontano possibile quel messaggio di riscatto, quella visione di un futuro diverso.
D. Come scrittore/ scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
L. Lavorando nella pubblica amministrazione questa conciliazione per me è più facile che per altre lavoratrici. Nel mio settore se c’è una cosa che non manca è il tempo. Lavoriamo 36 ore alla settimana e questo ci dà modo di dedicare tanto tempo non solo ai nostri affetti ma anche a impegni sociali, politici e sindacali. La scrittura, per me, rientra tra questi. È un modo per sentirmi viva in una routine fatta di pendolarismo, cartellini timbrati, procedure burocratiche, lavoro di cura e uno stipendio sempre meno in grado di rispondere ai bisogni della mia famiglia. È una vita che ti schiaccia, fino a toglierti il respiro, ma la scrittura per me non è evasione, è lotta. È un modo per provare a costruire una vita diversa per tutte.
D. Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
R. Credo che la graphic novel sia uno dei mezzi più efficaci, perché è in grado di arrivare anche a chi non ha tempo o voglia di leggere. Difficilmente una lavoratrice precaria, che magari fa due lavori part time e il resto del tempo cerca di gestire la famiglia, ha tempo di mettersi a leggere un libro. Il libro può essere uno strumento che spaventa e invece penso che la letteratura working class debba avere l’obiettivo di parlare alle classi popolari. Purtroppo, io non ho gli strumenti per una graphic novel e ho scritto un romanzo, solo in parte autobiografico, che comunque ha un linguaggio molto semplice ed è corto, due elementi fondamentali per sperare di essere letti dalla classe operaia.
D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
R. La mia base culturale è scolastica e ho avuto la fortuna di avere bravissime insegnanti di italiano. Quindi, la tradizione letteraria mi ha formato e continua a essere fondamentale, anche se la vita mi ha portato poi a riflessioni diverse, a pensare innanzitutto al perché nella tradizione siano emersi determinati autori al posto di altri. Non è sempre questione di capacità, ma di privilegio. Sicuramente ne hanno avuto gli uomini al posto delle donne e le classi dominanti rispetto a quelle oppresse. Questa consapevolezza mi ha aperto verso altri generi, compreso quello della letteratura working class. Ma l’autore del cuore rimane sempre soltanto uno, ormai da una trentina di anni: Gabriel Garcìa Màrquez. Penso di aver letto almeno dieci volte Cent’anni di Solitudine e ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo.
D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
R. Io non mi sono mai allontanata dalle mie origini, non ne ho avuto nemmeno l’opportunità e comunque sto bene nella mia classe. I problemi pratici sono tanti ma non mi cambierei con chi non ne ha, perché con i soldi può comprare tutto, dall’assistenza familiare al sacro diritto a staccare la spina andando in vacanza ai Caraibi. Non ho la possibilità di andare in vacanza e mi arrabatto ogni giorno per gestire minori e anziani di casa, ma poi vado a un corteo o partecipo a un’iniziativa del Collettivo di Fabbrica e sento che la vita forse non la sto spendendo invano.
D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
R. In realtà ho scritto solo una volta. Ho iniziato a scrivere perché ne avevo bisogno, troppe erano le emozioni, le domande, i dubbi, le prospettive aperte dalla lotta del Collettivo di Fabbrica Gkn. Avevo bisogno di mettere un po’ di ordine nel turbine che avevo nel cuore. Poi a un certo punto ho capito che non avevo parlato di me, ma che, per puro caso, avevo creato dei personaggi letterari capaci di parlare a tante altre donne come me e contribuire così alla lotta operaia. Questo è l’unico motivo per cui mi sono decisa a proporre il mio manoscritto per la pubblicazione. Non è una scrittura vittimistica, non lo è mai quando a scrivere è chi viene dalle classi subalterne, perché c’è un orgoglio di far parte di questa classe che lotta e perché noi siamo capaci di ridere. L’ironia i padroni non ce l’hanno, è questo il vero paradigma della working class.
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