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fondato da Romano Luperini

Le mie poesie non salveranno il mondo. Leggere e vivere Patrizia Cavalli: dialogare tra poesie, immagini e classi.

Si riporta qui una sintesi della lezione tenuta per due quinte del Liceo Paolo Giovio di Como all’interno del progetto  Sguardi sul Novecento. Durata della lezione 2h Strumenti: slide, video, piccola antologia di poesie di Patrizia Cavalli suddivise in macrotemi (una poeta dell’io/una poeta fisica e metafica/ una poeta delle parole esatte/una poeta d’amore) realizzata dalla docente e distribuita agli studenti

Una foto

C’è una foto di Patrizia Cavalli che risale probabilmente a fine anni Settanta, la poeta è in piedi di fronte a una parete con il gomito appoggiato a un cassettone, alle sue spalle uno specchio e a sinistra, lasciato sul mobile e quindi appena visibile, c’è un dipinto che ha in comune con Cavalli lo stesso sguardo tra il sornione e l’interrogativo. La poeta mette in bocca un bastoncino, azzardo di chupa chups, la posa è noncurante e affettata insieme, l’altra mano è in tasca: pare sul punto di parlare, di muoversi e di agire ma al contempo è ferma e ci guarda. In questa foto e in questo sguardo (che poi tornerà costante in tutte le foto, anche nelle ultime) c’è tutta Patrizia Cavalli: il suo essere poeta di oggetti, di cose, di sensazioni e di un io che non è personale, ma grammaticale; il suo descrivere vita come marasma, gioia, confusione e delicata malinconia; il suo mostrarci un’anima che è tutta fuori, tutta sensazioni, come negli eroi omerici. Una foto non basta certo a incarnare e spiegare una persona, ma ci dice molto, soprattutto quando, come in questo caso, pare giocosa, occasionale, semplice ed è invece studiata, precisa e affilata come la sua poesia.

Per la mia lezione aperta su Patrizia Cavalli sono partita proprio da questa foto e ho posto agli studenti delle due classi quinte presenti tre semplici domande:

  • Cosa vedi? cioè quale è la prima cosa che ti colpisce, qual è l’elemento da cui ti senti attirato;
  • Cosa noti? A un secondo sguardo quali elementi in più puoi sottolineare, come dialogano tra loro? Ci sono particolari a un primo sguardo ininfluenti ma che potrebbero avere un senso a un lettura più profonda dell’immagine?
  • Come lo interpreti? Cosa ci racconta dell’ambiente e della persona ritratta questa foto? Come la fotografia dialoga con chi la osserva ?

Alla fine della discussione ho chiesto loro di dare un titolo all’immagine: solo a questo punto ho iniziato a parlare di poesia.

Premessa al lavoro

Io non insegno letteratura, io insegno letteratura a studenti del 2026 a Como: è una distinzione importante. Giacché si insegna sempre in situazione, del contesto bisogna essere consapevoli, non per farsi sovrastare da questo, ma per cercare di interpretarlo e usarlo. Per mediare e tradurre un testo bisogna conoscere sia l’opera sia ichi legge: è questo il motivo per cui per lavorare su Patrizia Cavalli partirò da come gli studenti reagiscono ai versi, per poi guidarli a un’interpretazione che non sia solo frutto di un coinvolgimento immediato ed emotivo, ma consideri il contesto, la forma, la tecnica, la poetica e l’immaginario in cui i testi nascono. L’obiettivo è “liberi di interpretare”, che è l’opposto dell’interpretazione libera: non si tratta, infatti, di abolire la distanza tra autore e fruitore ma di inserirsi in questa alterità e farne premessa di collaborazione attiva. Immaginiamo infatti di lanciare una pietra in uno stagno, il sasso cadrà in profondità e si formeranno delle onde sulla superficie la cui entità dipenderà dalle caratteristiche degli argini, delle rive. Uscendo di metafora:  Il sasso è l’opera e noi siamo le rive. Ed è il nostro posizionamento, la nostra localizzazione storico, geografica e culturale a determinare la lettura o le letture, tra le tante possibili, dei libri e dei fenomeni. Il sasso saltella nel bacino dell’acqua dell’interpretabilità delle increspature, delle “onde interpretazionali” […] è per questo che nel leggere i fenomeni del reale o anche i testi, conta molto più l’infrangersi dell’onda sull’argine che il sasso colpevole di averlo scatenata. E Terrinoni La letteratura come materia oscura, Treccani 2024. Si tratta quindi di costruire gli argini per realizzare quella letteratura democratica di cui parlava Spinazzola in cui ai lettori si chiede non un’ accettazione subalterna ma un consenso partecipato: dunque non si colloca dall’altro e da lontano, a sollecitare un moto di adorazione reverenziale, ma neanche si adopera per ottenere un coinvolgimento immediato e irriflesso.” ( V. Spinazzola  La democrazia letteraria goWare 2018).

E con queste premesse, tra argini, sassi nello stagno, ottimismo della volontà e pessimismo della ragione gettiamoci tra le poesie di Patrizia Cavalli in una mattinata (non a caso il 17 aprile) con una quarantina di studenti.

La prima reazione al testo

Quando incontriamo un testo esso suscita sempre in noi una reazione estetica, che in classe può diventare un efficace trampolino per l’interpretazione, dal momento che spinge gli studenti a riflettere sulla loro prima relazione con l’opera e fornisce a noi docenti una cartina al tornasole sulle loro impressioni (sui loro argini) da cui poi partire per costruire l’interpretazione:

Quindi spiego loro questa semplice strategia:

colore che associo a questa poesiaUna parola/un’espressione che mi colpisceDomande che mi pongo
     
PerchéPerché        

Dovranno associare e spiegare un colore e una parola a questi versi, che, ovviamente, leggerò due volte ad alta voce:

Qualcuno mi ha detto

che certo le mie poesie

non cambieranno il mondo.

Io rispondo che certo sì

le mie poesie

non cambieranno il mondo.


Da La mie poesie non cambieranno il mondo Einaudi, 1974

Si tratta di una riflessione veloce ed estemporanea che però può fornire spunti interessanti, soprattutto a partire dalle domande: potete decidere di ascoltare le risposte in plenaria oppure di farli discutere a coppie. In questo caso mi colpisce che i colori individuati siano stati sostanzialmente due, così spiegati: il rosso, perché c’è un velo di rabbia e di passione che appare, e il grigio perché emerge una certa malinconia. Le parole che invece hanno colpito gli studenti sono state qualcuno-certo-sì: non un caso direi, visto la posizione che occupano all’interno dei versi.

A questa punto propongo l’analisi formale della poesia che si apre con il pronome indefinito “Qualcuno” a cui si contrappone l’io della poeta; alla domanda di un generico qualcuno, formulata al passato prossimo, la poeta risponde con il presente. Cambia però la struttura del verso: i primi tre versi sono uniti da  enjambement al pari degli ultimi tre, tuttavia la frase ricorsiva “certo le mie poesie non cambieranno il mondo” è spezzata in modo diverso. Se nei vv. 1-2 abbiamo qualcuno mi ha detto/che certo le mie poesie , i corrispondenti 4-5 si costruiscono con  io rispondo che certo sì/ le mie poesie, identico è invece il verso che chiude entrambi i periodi non cambieranno il mondo. Si tratta di una poesia simmetrica costruita per cola paralleli, ma in cui le differenze  minime e sostanziali stanno lì a dirci che la poeta rivendica una propria specificità: nel verso 4 a inizio e fine verso c’è tutta la poetica di Patrizia Cavalli, io e mie poesie. Perché è vero che certo (e non certamente), avverbio ben sostenuto dall’avverbio affermativo “sì”, le poesie non cambieranno il mondo,eppure questa sembra una risposta data a qualcuno per rabbonirlo, per chiudere la questione. Proprio perché la poesia non cambierà il mondo, la poesia esiste e continuerà ad esistere.

A questo punto ho chiesto agli studenti quali fossero le domande che sono nate a partire dalla poesia, eccole: “Chi è questo qualcuno? Cosa vuol dire per la poeta “cambiare il mondo”? Ma la poesia può e deve cambiare il mondo?”

Dopo aver proposto un’analisi formale, proprio da queste domanda partiremo per  analizzare il contesto.

Contesto e immaginario de Le mie poesie non cambieranno il mondo, Einaudi 1974

Ma chi è questo qualcuno a inizio poesia? Certo non è un caso che ci sia un pronome  indefinito, che rimanda a una certa universalità: ci sarà sempre qualcuno che potrà affermare che le poesie non  cambiano il mondo e siano quindi qualcosa di accessorio. Ma possiamo facilmente identificare questo pronome con la stessa donna con cui Cavalli, in un gustoso aneddoto contenuto nell’unico testo in prosa da lei scritto (Con passi giapponesi,  Einaudi 2019) racconta di aver festeggiato Capodanno comprando cinque chili di carne da distribuire ai gatti della Piramide di Roma. Nel periodo degli slogan “Potere a ….” gettando questa carne ai gatti, la donna gridava “potere ai gatti”: la lei in questione è Elsa Morante, che Patrizia Cavalli aveva conosciuto nei primi anni Settanta e che la spingeva a non cercare il consenso, a essere dissidente e a trovare la propria voce poetica e non i complimenti degli altri. In uno di quei pomeriggi dei primi anni Settanta in cui la giovane studentessa passeggiava con Morante per le vie di Roma, la scrittrice si era girata e l’aveva guardata con aria sorniona e le aveva chiesto “Ma tu si può sapere cosa fai?” Cavalli, che studiava filosofia alla Sapienza, aveva risposto senza nemmeno troppa consapevolezza “scrivo poesie”, “Allora portamele da leggere” aveva risposto Morante subito. Ne era seguito poi un periodo di ansia, scrittura e riscrittura in cui Patrizia Cavalli, che fino ad allora non aveva mai scritto sul serio poesia, aveva dato il via a una costruzione poetica, a un lavoro su di sé e sulla sua voce in versi. Lette poi le poesie, Morante aveva esclamato: “Sono felice Patrizia, sei una poeta.” [qui il racconto dell’episodio dalla voce della poeta] Il legame tra le due donne diventa, a questo punto, fortissimo: è Morante a portare le poesie  di Cavalli in Einaudi, a decidere il titolo e la successione dei componimenti ed è alla scrittrice che Patrizia dedica la raccolta le 1974 Le mie poesie non cambieranno il mondo.

Quando si erano incontrate la prima volta, Cavalli era ancora organica al ’68 , partecipava alle assemblee e agli scioperi della Sapienza; Morante stava da un’altra parte e vedeva nel ’68 un periodo confuso, con troppe certezze e troppi slogan. Nel 1968 aveva pubblicato la raccolta composita Il mondo Salvato dai ragazzini (Einaudi 1968, qui ben raccontato da Luisa Mirone), di cui, forse, compare un’eco nella poesia di Cavalli che usa cambieranno il mondo in luogo di salveranno il mondo. Il rapporto tra le due è saldo e ironico: sono due donne che non si prendono troppo sul serio e non danno troppo peso alle verità espresse dal loro tempo (o forse questa è solo una postura). Nel giugno 1974 esce La Storia per Einaudi, Morante legge a Cavalli il testo e insieme a lei assiste alla feroce critica di Nanni Balestrini che definisce  il romanzo una scontata elegia della rassegnazione, funzionale all’ideologia della classe sfruttatrice e Morante una mediocre scrittrice. Il 26 novembre di quell’anno sarebbe poi uscito la prima raccolta di Cavalli Le mie poesie non cambieranno il mondo.

Per costruire gli argini è fondamentali allargare lo sguardo: da Roma, all’Italia, al mondo. La realtà dei primi anni Settanta è violenta, confusa e piena di ribollire sociale: un mondo lontano e sconosciuto alla maggior parte degli studenti odierni. Ho quindi tratteggiato attraverso alcuni fatti il 1973 (la crisi energetica, la fine delle ultime tre dittature europee in Spagna, Portogallo e Grecia) e il 1974, segnato dallo stragismo nero (il 28 maggio bomba di piazza della Loggia a Brescia, 4 agosto bomba  sul treno Italicus), da attentati di matrice politica (13 e 15 marzo 1974 contro la sede del “Corriere della Sera” e il liceo “Vittorio Veneto”, il 23 aprile contro esattoria comunale e contro  la sede del PSI Lecco e dell’olio “Topazio” a Bologna da parte del gruppo di estrema destra Ordine nero e rapimento del sostituto procuratore di Genova Mario Sossi da parte delle Brigate rosse), da due tentativi di golpe nell’estate, ma anche da vittorie per i diritti civili come il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio del 12 maggio 1974. Insomma davvero un mondo in cui sembrava che le cose dovessero cambiare e molte forze, nel bene e nel male, agivano per farlo, tra queste, a detta di Cavalli non c’è la sua poesia.

Va bene il contesto in cui nasce, ma che poesia è?

In questa conferenza ho deciso di lavorare con quello che i lettori e le lettrici percepiscono e da lì ricostruire il contesto prima, la poetica di conseguenza. A questo punto ho mostrato due testi: uno multimodale e cioè il video della canzone  da Al cuore fa bene far le scale (Voland 2012) tratta dall’omonimo album scritto con Diana Tejera, il secondo sempre dalla raccolta del 1974:

“Se di me non parlo

e non mi ascolto

mi succede poi

che mi confondo.” 

da Le mie poesie non salveranno il mondo 1974

Ho posto quindi le seguenti domande su cui hanno discusso a coppie per alcuni minuti:

  1. Come ti sembrano le parole di questi testi? Sono facili da comprendere?
  2. Cosa vuole dire la poeta in entrambe?
  3. Il messaggio è esplicito o pensi ci possa essere qualcosa di nascosto?
  4. Come ti sembra il tono?

“Prof ma sono poesie buffe, ironiche, molto semplici” – e a me colpisce sempre negli adolescenti questo bisogno che la poesia sia altro da noi, che abbia parole difficili e segrete. – “La poetessa nella canzone parla del cuore (è lui il protagonista), nella seconda di sé: ma il cuore è comunque il suo. Tutte e due li testi parlano di movimento e azione, nella prima far le scale (che è una metafora), nella seconda  di parole (se di me non parlo)”. “Il tono è divertito, sembra ci prenda in giro. Per me è lo sguardo della foto.” Queste alcune delle risposte e da lì siamo ci siamo mossi per provare a spiegare, attraverso i suoi testi, come Patrizia Cavalli sia una poeta:

  • che dice io, ma un io grammaticale e non solo personale
  • che vuole essere vista (e non vuole essere vista)
  • fisica e metafisica: che celebra gli oggetti proprio come oggetti e non come correlativi
  • della parola esatta, innocente, leggera
  • dell’amore che è ineluttabile, ma ritmico, giocoso e musicale.

[per un’attenta analisi di Patrizia Cavalli si legga il bell’articolo di Daniele Lo Vetere]

Un io singolare, un’anima tutta fuori

La poesia A tutti quegli amici e conoscenti (L’io singolare proprio mio, Einaudi 1992) mi pare particolarmente adatta per provare a raccontare la poesia di Cavalli, anche perché parte da qualcosa che gli studenti hanno subito notato, la presenza costante di questo io lirico che racconta e parla di sé e lo fa in modo buffo, leggero, musicale:

A tutti quegli amici e conoscenti

che con dolcezza e spesso con furore

mi dicono: «Ma insomma basta, smettila,

parli sempre di te, ti ami troppo,

non fai nient’altro che dire io, io,

guardati intorno, esistono anche gli altri,

non sei mica la sola a questo mondo

che pensa e sente, soffre e si tormenta!»

La poesia si apre con una domanda, legittima ma che infastidisce la poeta (con dolcezza e con furore) a cui lei risponde con lo stesso tono della poesia le mie poesie non cambieranno il mondo: non sente nulla di unico nel suo io, sa di essere un esempio qualunque della specie, per cui quell’io verbale è solo grammaticale, parla di sé certo, ma potrebbe essere chiunque. Eppure nei versi successivi non fa altro che sottolineare la sua unicità, con effetti anche comici, infatti se anche quell’io generale fosse proprio il suo sarebbe:

  • parlottare fitto […] con cui intrattengo gli oggetti nelle stanze/perchè sono i padroni e io la serva
  • ozio ipocondriaco, / o sogno megalomane
  • perfezionismo solitario che oltre a prima attrice e comprimaria/ mi fa regista, agente e beneficiaria.
  • affanno delle mie parole/ avvocatesca smania che mi impone/ di riprovare con nuovi verbi e nuovi nomi
  • il giudizio molto impressionabile/sempre disposto a farsi abbindolare da ogni momentanea sensazione

Cosa scopriamo sulla poeta da queste descrizioni? Il legame con gli oggetti che popoleranno la sua poesia, il perfezionismo solitario, malgrado ami circondarsi di persone, la sua ricerca spasmodica della parola esatta, il suo essere legata a doppio filo alle sensazioni fisiche da cui si fa abbindolare. Il suo io non è interno, non è psicanalizzato, è tutto esterno, visibile, non è un caso che termini il  poemetto con questi versi che hanno molto colpito gli  studenti:

fosse paura di perdermi nel niente,

fosse mammamerda e fosse anche cacazzo,

non è forse espiazione sufficiente

avere sempre addosso questa blatta?

Siate felici voi, se vi si stacca.

Ho chiesto:

  • Cosa può essere l’io che si perde nel niente?
  • Perché usa due neologismi gergali (mammamerda e cacazzo) e un termine religioso (espiazione, ovvero purificazione dei peccati)?
  • Che cos’è questa blatta? Cosa intende? Perché usa blatta?
  • Quali forme verbali vengono usate e perché?
  • Nell’ultimo endecasillabo a chi si rivolge? Come lo sottolinea? Cosa intende?

Visto il poco tempo a disposizione ho assegnato a ogni fila una domanda e poi abbiamo discusso e provato a fare sintesi, anche grazie al mio aiuto:

“Il niente è l’inutilità della vita, i mille progetti inconcludenti, il suo perfezionismo che le fa sembrare tutto inutile o sbagliato”

“ Le due parole sono volgari ma musicali o antimusicali: entrambe ripetono la prima sillaba (ma-ma/ca-ca) e spiegano il significato di niente, inteso come qualcosa di brutto, di sporco; proprio perché brutto, sporco e doloroso è un’espiazione, la purificazione dei peccati, come avviene nel Purgatorio.”

“La blatta è lo scarafaggio, che vive in luoghi sporchi: l’io della poeta è per lei una blatta qualcosa di sporco, qualcosa con cui fa fatica a vivere, ma da cui non può staccarsi.

“ Prima usa il congiuntivo ipotetico, poi l’indicativo: avere addosso questo io che è come uno scarafaggio, è forse espiazione”

“Nell’ultimo endecasillabo si rivolge agli amici dell’inizio e a chi la legge (voi/vi): quando dice siate felici se vi si stacca, intende dire che ciascuno ha addosso questa blatta”

Ho quindi spiegato loro come proprio questo verso finale dimostri quanto detto all’inizio, in una sorta di chiusura circolare: il suo io non è autobiografico personale è un io grammaticale, che dice di sé, ma che appartiene a tutti.

Un tentativo di comunità ermeneutica

L’ultima parte dell’incontro è stata un tentativo di discussione e interpretazione delle poesie: prima di fare ciò ho letto velocemente alcuni componimenti da cui emerge con chiarezza il tono epigrammatico e sentenzioso della poesia di Cavalli, ma sempre mischiato di ironia e di quella leggerezza e precisione di cui parla Calvino nelle lezioni americane:

Duro intelligere e morbido sentire

il peggio che ci possa capitare.

Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006

A me è maggio che mi rovina
e anche settembre, queste due sentinelle
dell’estate: promessa e nostalgia.

Vita meravigliosa, Einaudi 2020

Bella mia vallo a dire a mamma tua!

Io sono bella, ma non sono tua

Io singolare proprio mio, Einaudi 1992

Io qui. Tu là

Tu lì. Io qua

da Io singolare proprio mio, Einaudi 1992

A questo punto ho diviso in gruppi in modo casuale e assegnato a ciascuno una poesia piuttosto breve:

  • Un gatto che dorme il pomeriggio (Sempre aperto teatro, Einaudi 1999)
  • Adesso che il tempo sembra tutto mio (il Cielo, Einaudi 1981)
  • Tu mi vorresti come uno dei tuoi gatti (Pigre divinità e pigra sorte Einaudi, 2006)
  • Cado e ricado, inciampo e cado, mi alzo (Pigre divinità e pigra sorte Einaudi, 2006)

E ho chiesto loro di seguire questo schema per l’interpretazione (ovviamente il fatto che si tratti di studenti di quinta, con una certa familiarità con la tipologia A, ha aiutato), così da avere una pista di lavoro; ho ribadito l’importanza di seguire l’ordine dato.

1) Guardare la poesia C’è un titolo? Come è scritta? Ci sono segni di interpunzione? Ci sono spazi bianchi? Perché?
2) Leggere la poesia Come suona la poesia? Come sono i versi? Ci sono effetti musicali? Come sono ottenuti? Quale ti sembra il tono della poesia? Con che atteggiamento la leggeresti?
3) analizzare la poesia
In che modo dice io la poetessa? Quali parole esatte usa? Compaiono oggetti/animali? come sono, cosa fanno? Quali sensazioni emergono? Cosa te lo fa dire? Ci sono figure di significato? Perché?  
4) Interpretare la poesia Cosa racconta la poetessa? (Argomento) Cosa vuole veramente dire? (tema) Cosa ne pensiamo noi?

Ideale sarebbe stato poter dare loro più tempo, soprattutto per presentare e spiegare la loro poesia, ma mi ritengo soddisfatta di come li ho visti discutere e lavorare tra loro, nonostante si trattasse di classi che non si conoscevano, non ho, quindi, chiesto loro di spiegare la poesia – mi sono riservata di farlo con la mia classe a lezione nei giorni successivi – ma di rispondere a questa domande usando i versi che avevano letto:

Cos’è l’amore per la poeta?Ecco le risposte: “La possibilità di cadere insieme, una prigione che si sceglie e quindi non diventa più prigione, il mantenere la propria unicità, non farsi castrare, fidarsi come un gatto che si lascia accarezzare nel dormiveglia, qualcosa che commuove il cuore, un minestrone.”

E come vi è sembrato lavorare in questo modo su un testo? “Strano, diverso, faticoso, bello”

Per concludere

Gli ultimi venti minuti sono stati il nostro addio a Cavalli e un altro modo di sostare nella poesia. Ho scelto un testo tratto da Datura (Einaudi 2013), scritta quando la poeta era già malata:

Ostinarsi a far parlare il nulla
 a cercare parole che non hanno voglia
 frequentare il deserto senza voce
 senza respiro, macchie di ruggine
 – magari! – senza arnesi perduti
 nella sabbia – magari – un deserto
 senza sabbia senza caldo senza freddo
 senza scoppi di luce al buio – magari
 magari! – mangiare un pezzo di pizza
 – magari – Masticare. Faccio finta. Che meraviglia
 essere in vita, ci si può persino lamentare.

Datura (Einaudi, 2013)

Ho letto la poesia e chiesto loro di scrivere sul quaderno la parola, il verso (o i versi) che li avessero colpiti maggiormente e che avrebbero voluto tenere con sé da questa giornata e ho lasciato cinque minuti per scrivere liberamente, disegnare, lasciare fluire i pensieri. Poi ho proiettato l’ultima foto di Cavalli, anch’essa in bianco e nero, anch’essa con il braccio appoggiato su un oggetto (questa volta una sedia) come la prima che avevo proiettato all’inizio. “Ma è lo stesso sguardo prof.” Mi dice Alice. Sorrido, suona la campana e mi si avvicina un’alunna che non conosco “ Da quale libro posso iniziare per leggere questa poeta?”. Sorrido di nuovo e gliene metto in mano uno, avremmo poi perfezionato dopo il prestito nella biblioteca della scuola.

Ostinarsi, così comincia questa poesia di Cavalli, e io penso che non ci sia verbo più bello per il nostro lavoro, per portare la poesia ai ragazzi, per mostrare loro che sì si può essere lettori e lettrici di poesia (e perché no anche scrittori e scrittrici).

Che meraviglia
 essere in vita, ci si può persino lamentare.

Già, le sue poesie non cambieranno il mondo, ma lo sanno raccontare, il che è già moltissimo.

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