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Il male che ci appartiene: “Come mio fratello” di Uwe Timm

Essere sollevato in aria – riso, esultanza, una gioia irrefrenabile – questa sensazione accompagna il ricordo di un attimo, un’immagine – la prima immagine che mi si è impressa nella mente – con la quale comincia per me la consapevolezza di me stesso, la memoria.

Parte da qui, da questo esile dato biografico, l’indagine ricostruttiva che ha generato le pagine di “Come mio fratello”, opera dello scrittore tedesco Uwe Timm, pubblicato in Germania nel 2003 e apparso in Italia prima con Mondadori nel 2005 e con una nuova traduzione  nel 2023 da Sellerio (cui si farà riferimento).

Uwe ha poco più di tre anni quando suo fratello Karl-Heinz, arruolatosi nelle Waffen-SS, muore in combattimento a soli 19 anni in terra d’Ucraina. Il racconto, costruito intrecciando ricordi, lettere, pagine di diario, frammenti di sogni, descrizioni di foto, riflessioni, brevi dialoghi, domande e ipotesi, nasce dall’esigenza di comprendere chi fosse realmente questa figura conosciuta dall’autore solo attraverso le parole e i silenzi dei suoi genitori; ma la narrazione allarga ben presto la propria sfera di indagine seguendo la scia delle domande più urgenti su cui la generazione postbellica in Germania si è interrogata, riguardo ai propri padri e all’orrore da essi generato.

  1. Lingua e cultura a servizio dell’orrore

Il racconto mostra come gli anni che hanno preceduto l’ascesa del nazismo siano stati segnati da un clima culturale che inneggiava alla violenza; “la violenza era normale”, scrive Timm, “a scuola si picchiava con il bastone; la violenza a casa e per la strada era legittimata dalla violenza dello Stato e dall’attitudine alla violenza nella politica”(pagg.204-205). Tutta l’educazione dell’epoca era intrisa di militarismo ed era data per scontata la disponibilità alla guerra. I giovani crescevano assimilando un malinteso senso dell’onore, che includeva il dovere del sacrificio per una Patria identificata attraverso l’appartenenza di sangue e il sentimento della propria superiorità rispetto agli altri popoli. Karl-Hans, il fratello di Uwe, si era arruolato volontariamente, nessuno lo aveva forzato a farlo. La sua scelta, commenta Uwe, era stata solola realizzazione silenziosa di quel che il padre desiderava, in sintonia con la società.” (pag.80) Il racconto approda così a conclusioni che ricordano ampiamente le considerazioni espresse da Vittorini nel famoso editoriale del primo numero del “Politecnico”, in cui lo scrittore siciliano denuncia le responsabilità e le insufficienze della lunga tradizione culturale occidentale e auspica la nascita di una “nuova cultura” che non si limiti a consolare, ma si impegni nella lotta contro le ingiustizie e le sofferenze dell’uomo. Anche Timm si sofferma su questo aspetto affermando che “nulla, non l’educazione e la cultura, non la cosiddetta vita spirituale ha impedito ai carnefici di commettere le loro atrocità” (pag 85); e sottolinea la grande sorpresa con cui gli ufficiali americani che interrogavano gli ufficiali delle SS avevano scoperto che “ quegli uomini non erano bruti primitivi ma persone con una cultura letteraria, filosofica e musicale, uomini – si vorrebbe non fosse possibile – che ascoltavano Mozart e leggevano Hölderlin(pag. 83).

Dalle considerazioni espresse nel racconto emerge che nel determinare questo contesto un ruolo essenziale è stato svolto dalle parole: la lingua tedesca porta il segno della propria colpevolezza. Leggendo altri diari, oltre quello del fratello, Uwe Timm rileva che ve ne sono alcuni “nei quali si racconta con la massima naturalezza dell’uccisione di civili, sia ebrei che russi e ucraini”; e aggiunge a commento: È la lingua appresa che rende più facile uccidere: uomini inferiori, parassiti, insetti nocivi la cui vita è sporca, degenerata animalesca. Sterminare tutto questo con il gas è una misura igienica” (pag.129). La lingua tedesca conserva il marchio delle proprie colpe: vi sono espressioni che in essa rimarranno bandite per sempre (“soluzione finale”); e abbreviazioni che resteranno impresse come un marchio di infamia: SS, SA” (pagg. 138-139). Aqueste mutilazioni della lingua corrispondono le mutilazioni dei corpi devastati dalla violenza. Ribellarsi alla cultura dominante significa allora anche saper trovare le parole; anzi contrapporre alle “parolele proprie “controparolee porre alla “generazione colpevole le giuste controdomande” (pag.80), capaci di far emergere le responsabilità occultate.

  1. Mimetismo del male e disobbedienza

Un aspetto per certi versi sorprendente a cui il racconto concede spazio trae spunto da una lettera che Karl-Heinz scrive dal fronte alla propria famiglia, dopo aver avuto notizia dei bombardamenti a cui era sottoposta Amburgo, la sua città: “ (…) resta solo la preoccupazione per casa, ogni giorno si racconta di attacchi aerei degli inglesi. Dovrebbero smetterla con queste porcherie. Quella non è guerra, è sterminio di donne e bambini – ed è disumano” (pag 127). Nelle pagine di diario in cui Karl-Heinz parla della distruzione che l’esercito tedesco compie in territorio ucraino non c’è alcuna traccia di compassione o almeno di titubanza per quanto compiuto.  Questo il commento a seguire di Uwe Timm: “È difficile capire e rendersi conto di come (…) si arrivi alla separazione fra quel che è umano a casa e quel che è umano, qui, in Ucraina. L’uccisione di civili appartiene qui alla realtà quotidiana, non è neppure degna di menzione, là invece è assassinio”È questauna delle tante strategie attraverso cui il male si nasconde, si mimetizza e scompare agli occhi di chi lo compie. Accanto alla “banalità del male”, il racconto di Timm ci aiuta a riconoscere i diversi modi in cui la coscienza, ingannando se stessa, è capace di trasformare le persone in strumenti di morte.

Ma il racconto mette in luce anche un aspetto insolito, di cui poco si è detto. Per un meccanismo di autoassoluzione ampiamente praticato, la generazione dei padri ha interiorizzato l’idea che sarebbe stato impossibile non eseguire gli ordini ricevuti. Eppure ci fu chi osò disobbedire: rievocando l’eccidio di Babyn Jar, dove nel 1941 vennero trucidati 33.771 ebrei, lo scrittore precisa che: “ci furono uomini, alcuni, pochi, che si rifiutarono di uccidere dei civili. Non vennero fucilati per questo, non vennero degradati, non vennero nemmeno portati davanti a un tribunale militare(pag.193).Come documenta C. R. Browning in “Uomini comuni” anche nella Germania nazista era possibile rifiutarsi di sparare su uomini, donne e bambini. A questo proposito Timm scrive: “Dal luglio 1942 al novembre 1943 vennero uccisi trentottomila ebrei dagli uomini del Battaglione 101 della riserva di polizia”, “dodici dei circa cinquecento soldati si fecero avanti, consegnarono le loro carabine e ricevettero altri incarichi(pag. 142). L’audacia a cui la gioventù nazista veniva educata si manifestava sempre in funzione del successo che il gruppo, la nazione, la stirpe di appartenenza doveva ottenere nello scontro con il nemico; non si presentava mai come opposizione all’ideologia dominante: ciò determinò, secondo l’autore, “un atteggiamento timoroso nella sfera civile”. Il valore della disubbidienza diviene così la risposta che la generazione postbellica contrapporrà alla precedente: in questa chiave Timm legge anche la rivolta giovanile del Sessantotto in cui egli ebbe parte attiva.

  1. La letteratura come pratica civile

La lettura di quest’opera può offrire, soprattutto ai giovani che ne faranno esperienza, la percezione che la letteratura può riuscire ad illuminare aspetti della realtà umana che altrimenti resterebbero in parte oscuri. Rappresentando le azioni, i pensieri, le parole dei personaggi (in questo caso non frutto d’immaginazione, ma reali), l’opera letteraria è in grado di porre in risalto i moventi espliciti ed impliciti che stanno all’origine dei loro comportamenti, restituendone la complessità da cui essi sono stati generati. La letteratura mostra così di collocarsi all’incrocio di vari saperi, in particolare di quelli che indagano settorialmente l’individuo e la società. Essa si presenta agli occhi di chi la percorre come una preziosa esperienza conoscitiva dotata di una propria specificità, che le conferisce uno statuto originale, prezioso per tutti coloro che mantengono accesa la curiosità per tutto ciò che riguarda la condizione umana: «homo sum, humani nihil a me alienum puto».

In ultimo direi che, a lettura conclusa, “Come mio fratello” continua ad agire su di noi attraverso le domande che, superando gli stretti confini spazio-temporali del racconto, emergono nella nostra coscienza, investendo il tempo che ci è dato di vivere: Qual è il clima culturale in cui siamo immersi e cosa è in grado di generare? Quale disobbedienza è richiesta nel nostro tempo affinché si possa continuare a testimoniare l’opposizione al disumano che avanza? Quali sono le forme in cui il male si mimetizza oggi fuori e dentro di noi? Quali opere della produzione letteraria più recente ci aiutano nella ricognizione dei tratti che caratterizzano l’età nella quale viviamo?

La ricerca delle possibili e molteplici risposte a queste (e ad altre) domande apre lo spazio a quella pratica civile dell’interpretazione che scaturisce da ogni lettura significativa.

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