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diretto da Romano Luperini

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La scuola di Alessandro Baricco è un giochetto pericoloso

Alessandro Baricco ha iniziato una collaborazione con il giornale online Il Post. Il titolo della sua rubrica è Mai più. Lo scrittore ha già fatto capire di voler parlare molto di scuola: la cita infatti ampiamente nel primo intervento, la mette al centro del secondo.

In realtà, in questi articoli non c’è nulla di nuovo. Baricco sta semplicemente continuando il suo «Viaggio sulla superficie della realtà», cercando di giustificare la propria postura intellettuale leggera, anzi leggerissima, con le presunte caratteristiche di elusività e volatilità della realtà ipercontemporanea, la quale sfuggirebbe all’analisi di quegli intellettuali novecenteschi ostinatamente ancorati alla razionalità cartesiana, alla proceduralità lineare, gerarchica e top-down, alle noiose bibliografie, allo specialismo: al «culto della permanenza», addirittura. Oggi, ripete da tempo Baricco, siamo tutti dentro The Game, un giochetto fluido, virtuale, instabile; siamo tutti player.

Si trova un po’ di tutto nel suo mercato delle pulci intellettuale privo di asperità: paccottiglia new age («ascoltare la vibrazione del mondo, il suo respiro reale») e critiche simulate al capitalismo e alla tecnologia nel contesto di un discorso chiaramente apologetico del presente (la polemica di plastica contro le élite che ci impongono il There is no alternative thatcheriano, quella contro «quegli avatar che chiamiamo numeri»). Baricco parla di tutto un po’, e di tutto insieme: di scuola ma anche di azienda ma anche – perché no? – di centro sociale. L’importante è, contemporaneamente, digrignare i denti in un gesto di patinata ribellione:

esiste un’altra intelligenza, più adatta alle sfide che ci aspettano? Esiste un’intelligenza non novecentesca? La stiamo formando da qualche parte, in qualche scuola, in qualche azienda, in qualche centro sociale? Abbiamo ragione di pretendere che emerga in superficie nella gestione del mondo, e di pretenderlo con una rabbia pericolosa?

Nel nome di Eraclito

In Mai più si parla della scuola al tempo della pandemia e di didattica a distanza. L’istituzione, ancorata a logiche novecentesche, è un sistema «non adattivo», che si limita a presidiare rigidamente e ottusamente la realtà, tanto da non saper far altro che chiudersi «a riccio».

È istruttivo notare come non si sia immaginato nient’altro che versare meccanicamente le stesse cose che si facevano in aula dentro il contenitore dei device digitali. Non un orario cambiato, non un programma cambiato, solo la cieca ostinazione nel cercare gli stessi risultati con una tecnica completamente inadatta a ottenerli.

Una scuola ben diversa sarebbe stata in grado di rispondere in modo ben diverso, naturalmente. Ma, naturalmente, sarebbe troppo pretendere che questo “ben altro” venga illustrato analiticamente (novecentescamente). Basta strizzare l’occhio.

Lo schema interpretativo, in ogni caso, è chiaro: ci sono una cultura, forme mentali – dunque anche una scuola – del passato, fondate su «una certa ottusa razionalità meccanica», specialistiche, concentrate sul frammento, rigide, abituate a una realtà statica; ci sono una cultura, forme mentali – dunque anche una scuola – del futuro, fondate su globalità, complessità, flessibilità, capaci di rispondere a una realtà dinamica. Parmenide contro Eraclito. Faccenda vecchiotta, che a Baricco sembra invece assolutamente up to date, tanto da essere presentata nella veste del globale rinnovamento gnoseologico:

È l’intelligenza novecentesca che continua a partorire se stessa. Lo fa perpetuando l’idea, tutta sua, che conoscere la realtà significhi riportarla a un ordine e a una stabilità esenti da caos. A una catalogazione che non lascia scampo. A un’immobilità controllabile.

Invece

un’intelligenza non novecentesca saprebbe che educare significa proprio preparare all’instabilità. […] La conoscenza è un gesto sempre instabile, e morbido, coincide con l’arte dell’adattamento. […] Prima di qualsiasi emergenza, un sistema educativo dev’essere flessibile, o non è niente. Dev’essere capace di adattarsi con una certa velocità alle mutazioni del reale, o non è niente. La flessibilità non dovrebbe nemmeno essere una sua caratteristica, ma più radicalmente la sua tecnica costruttiva. […] La vera flessibilità non lavorerebbe mai con materiali rigidi come la classe, le materie, il professore di una materia, l’ora di scuola, i programmi ministeriali, i libri di scuola.

È tutto molto vago, ma è anche tutto arcinoto. È quell’atmosfera, quel non so che, reperibili in ogni discorso sulla scuola e sul sapere da molti anni a questa parte. Ma vago non vuol dire privo di rischi.

Proprio in settimane nelle quali si parla della minaccia all’istruzione pubblica rappresentata da esperimenti educativi di grossolana pasta pedagogica neoliberale, Baricco pensa bene di aggiungere che questa nuova intelligenza post-novecentesca,

se vogliamo dirla tutta, non perderebbe nemmeno tempo a pensare che una gigantesca Scuola pubblica, identica ovunque, possa essere una buona idea da cui partire.

Nessun programma politico preciso, intendiamoci. Baricco non scende al livello delle quisquilie pratiche. Vola alto, come forse crede che debbano fare gli intellettuali. Solo che scambia la generalità, la genericità, la totale mancanza di determinatezza, per universalità. L’effetto è quello di amplificare malamente un senso comune diffuso e pericolosissimo.

Un discorso che non può essere falsificato

Viviamo un’epoca in cui il rigido è opposto al flessibile, il gerarchico al rizomatico, lo specialistico all’interdisciplinare, il pragmatico e il contestuale al teorico e all’astratto; il deduttivo, l’analitico, il metodico devono essere rimpiazzati dall’intuitivo, dal divergente, dall’olistico. È cambiato il modo di concettualizzare e raccontare il sapere. In parte si tratta di una costruzione retorica ben congegnata, ma sarebbe molto sciocco ritenere che questa rappresentazione non contenga anche una parte significativa di verità. Tuttavia, anche quando questo discorso è ben altro che senso comune riciclato dalla prosa evanescente e piena di birignao di Baricco, ed è anzi dotato di un raffinato apparato concettuale, come in Edgar Morin, non mancano i problemi: quando quel discorso investe la scuola, a mio avviso produce solo una pretenziosa messe di discorsi molto affascinanti in sede teorica, ma inservibili nella pratica: discorsi, anzi, perfino pericolosi, per la confusione e il velleitarismo che rischiano di incoraggiare. La scuola è un luogo di piccoli cabotaggi.

Baricco vuole superare il Novecento, dice, e ci riesce, perché nella sua liquidazione postmoderna della storia sottrae le proprie affermazioni alla possibilità di essere confermate o invalidate, che è un eccellente portato della cultura moderna. Le sottrae, in altre parole, a quella verifica che la storia è in grado di imporre alle idee: a un certo punto ci imbattiamo in qualcosa di solido, in quella cosa che Heidegger chiamava la «resistenzialità» della realtà, che ci dice se con i nostri progetti avevamo ragione o torto (più spesso abbiamo torto). La realtà predicata da Baricco, infatti, è diventata letteralmente imprendibile: sfugge, si trasforma, elude sempre. Qualsiasi affermazione su di essa sarà sempre nel giusto, perché la realtà avrà cessato di fungere da criterio di valutazione. O, forse, avere torto o ragione non conta più. È un principio di ludicità pervertita francamente inquietante.

Il sapere illimitato

Baricco è la risposta peggiore che si possa dare a una domanda reale. La domanda è che cosa fare del sapere nell’epoca della società dell’informazione, dell’economia della conoscenza, del capitalismo cognitivo. In Future umanità (2010, ed. it. 2012) Yves Citton ha colto molto bene i rischi di discorsi come quello di Baricco, acritici e sovreccitati. All’apparenza alcune delle affermazioni che si leggono nell’intellettuale francese potrebbero ricordare alla lontana lo scrittore nostrano: entrambi sottolineano la capacità trasformativa di una cultura che scommette sull’invenzione piuttosto che sulla ripetizione, sulla reinterpretazione piuttosto che sulla trasmissione passiva, … Quello che manca totalmente in Baricco – perché in lui manca completamente la politica – è l’acuta consapevolezza, che solo Citton ha, dei rischi che proprio un sapere così concepito e praticato corre nella nostra epoca. Citton è nobilmente, novecentescamente, complesso e dialettico. Baricco spaccia idee come si spaccia qualunque altra merce.

Lo studioso francese sa benissimo che persino l’attitudine critica ed ermeneutica del sapere umanistico può finire dissolta nell’onnivora attività del capitalismo. Il capitalismo è una «macchina di reinterpretazione senza limiti» (Deleuze). Il discorso è complesso, non è il caso di sdipanarlo. Lo si può comprendere facilmente con un esempio, che Citton riprende e rielabora da una lezione di Deleuze (e che ricorda molto da vicino il famoso scritto corsaro di Pasolini sui “capelloni”). Negli anni Settanta, i capelli lunghi erano un segno di contestazione, l’intenzione di chi li portava era comunicare quel significato. Ma contemporaneamente quel segno di contestazione, per il capitalismo (ovvero per quella gigantesca macchina di messa a profitto di ogni aspetto della vita umana), significava introiti doppi in termini di shampoo venduti: ora anche ai ragazzi, oltre che alle ragazze. Il capitalismo non si limita a investire in persuasione esplicita – la pubblicità –, ma è attento a intercettare i segni dell’immaginario collettivo, per reinterpretarli a proprio vantaggio: ad aumentare i profitti nella vendita di shampoo contribuiva anche il desiderio di imitare la chioma fluente di Robert Plant, leader dei Led Zeppelin, la cui immagine veniva catturata, investita di valore, replicata.

Non c’è aspetto della vita simbolica, dei significati che produciamo e riproduciamo, che il capitalismo (inteso come macchina antropologica e sociale, non solo strettamente economica) non sia in grado di inglobare. Che cosa è necessario fare, secondo Citton, perché la cultura umanistica possa restare libera, creativa, anarchica («in-disciplinata», scrive, in un baricchismo solo apparente), senza che i suoi significati finiscano nelle grinfie della messa a profitto capitalistica? Occorre creare delle nicchie, degli spazi franchi – Citton parla di «interstizi» –, in cui la produzione, circolazione, riproduzione, reinvenzione del sapere, dentro le scuole e le università, sia protetta dalla “reinterpretazione” capitalistica. Forzo Citton un po’ oltre se stesso: occorre difendere degli spazi di retraite in interiore hominis, degli spazi di otium, delle piccole torri d’avorio, dei luoghi separati e riparati, dal grande flusso dei significati di superficie, reticolari e digitalizzati. Proprio quel flusso in cui Baricco, al contrario, vorrebbe esaurire senza più residui la cultura e immergere la scuola. Credo che basti questo per avvisarci dei seri rischi dei suoi discorsi.

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Comments (14)

  • …e quindi…
    Titolo e anche commento…
    E quindi?
    Trovo il suo vacuo disquisire una banale retorica del nulla. Letto Baricco, mai letto nulla di Lei.
    Ognuno, finché democrazia ci supporta, finché libertà ci supporta, è libero di commentare la realtà che vede e dare spunti di riflessione su ciò che più gli aggrada: lo fa Bricco, purtroppo non lo fa Lei. Sterile tentativo di critica senza nessun apporto per una critica riflessione.
    Cresca, notevolmente, ancora e forse potrà fregiarsi del titolo di scrittore e non semplice scribacchìno qual’è ora.
    Non d’affari neppure a rispondermi, chè non leggerei

  • Bah
    Dalla sua analisi emerge una lettura piuttosto discutibile degli interventi di Baricco.
    Perché parlare di new-age?
    Perché discutere la mancanza di politicizzazione da parte di un artista della scrittura?
    Quali seri rischi promuoverebbero gli interventi di Baricco, tali da portare a situazioni potenzialmente più svilenti dell’attuale didattica a distanza – poiché di scuola stiamo parlando?
    L’attuale scuola rigidamente gerarchica è frutto del capitalismo industriale: è questa istruzione che si vuole mantenere e preservare, per la quale ci si spende e ci si batte?
    Forse c’è bisogno di un po’ più di coraggio, o di onestà intellettuale. O di una giusta combinazione di entrambi.
    Leggo che lei è insegnante. Sarei curioso di sapere se è riuscito a creare gli interstizi da lei nominati mediante la DAD.

  • ma questi commenti?
    Critica precisa alle tesi di Baricco. Nell’epoca attuale in cui la fluidificazione (capitalistica potremmo dire, ma non è necessario nemmeno specificare) ha preso tutto, la scuola deve dare martelli, non ulteriori strati di fuffa. Quello che intristisce è, più che altro, il livello dei commenti, pare di leggere i fanboy dei New Direction.

  • ottima riflessione
    ottima riflessione. leggo alcuni commenti che mi fanno pensare alla terza elementare (“che pippone”), in realtà quello di Lo Vetere è un ottimo punto di partenza per allontanarsi da un dibattito sulla scuola ormai sterilissimo, fatto di frasi ad effetto e mode intellettuali effimerissime.

    @Andrea 69 : raramente ho letto commenti più arroganti del suo. “Cresca”? Lo Vetere ha fatto delle critiche argomentate, lei non argomenta, non critica, comanda.

  • Pop 2021 VS Alfabeta 1981
    La prosa di Baricco è senso comune espresso in elzeviri evanescenti e apologetici della fatticità contro le Grandi Narrazioni, morte e sepolte.
    La prosa di Raimo è pedante e pesante, fatta di libri autoreferenziali che si specchiano l’un l’altro senza rispecchiare mai la realtà la fuori, invidiosa della prosa pop baricchiana (che in fondo crede superficiale perché leggera, non perché povera di argomenti), usa dicta e slogan (Deleuze, i capelloni di Pasolini, TINA) come percorsi per approdare moralmente, come sempre alla fine, al Male, cioè al Capitalismo, perorando uno spazio non mercificato in interiore hominis.
    Come sempre, nella lotta epica contro il Male, alla fine la stanzetta per sé è tutto ciò che il moralista riesce a proporre.
    La scuola? E’ solo il pre-testo.

  • Will O Toole che scrive?
    Will O Toole scrive tanto per, temo. “Senso comune” quello di Baricco? Casomai la sua prosa è riflesso della doxa della classe dirigente, ma simpaticamente, elegantemente trasfigurata.
    Le Grandi narrazioni sono morte e sepolte. Ah ah ah, che scempiaggine. Il caso del massiccio recupero del pensiero di Marx nell’aglosfera dimostra che non è così. Casomai sono allergiche alle Grandi narrazioni le cricche intellettual-giornalistiche da due soldi che in Italia sproloquiano su tutto; allergia dovuta al fatto che studiare richiede silenzio, concentrazione, eremitaggio, o immersione nel mondo reale, e non la mera frequentazione di salottini, festival e Twitter.
    In ogni caso stare nella propria stanzetta è già un grande risultato. Meglio che sproloquiare sorbendo aperitivi in centro, e credendosi chissà chi.

  • Precisazioni
    Ringrazio chi ha apprezzato il mio intervento. Essendo anche il caporedattore di questo blog, invito chi commenta a entrare nel merito e ad argomentare, evitando le insinuazioni ad personam e le difese meramente reattive. Siamo un blog di scuola, letteratura e cultura, vorremmo restare tali e non veder degenerare i commenti.

    Devo poche precisazioni a due commentatori.

    @Will O Toole. Christian Raimo ha rilanciato il mio intervento su Facebook, e di questo lo ringrazio. Lei avrebbe però dovuto quanto meno leggere il nome dell’autore di questo intervento, il sottoscritto, non Christian Raimo, cui esprimo solidarietà per il suo attacco a testa bassa e che nulla aggiunge al dibattito.

    @Alexander. Se Baricco fosse solo un artista, ovvero un romanziere, questo intervento non sarebbe mai nato. Ma Baricco non è solo uno scrittore. Fa degli interventi culturali. Nel Novecento si sarebbe detto “intellettuali”. Un suo intero libro, The Game, non è certo il libro di “un artista”. L’intervento intellettuale, quasi sempre, ha espliciti o impliciti addentellati politici. Quando dico che in Baricco manca la politica, intendo dire che prende per dato di fatto il presente, lo naturalizza. Dal momento che io credo che compito degli intellettuali sia anche (non solo ma anche) quello ahimé novecentesco di fare critica dell’ideologia, insomma di denaturalizzare il presente per farne vedere i limiti, i difetti (e, per logica conseguenza, mostrare quanto è passibile al contrario di fecondo sviluppo), e vedo che Baricco non lo fa, rilevo in lui una mancanza di “politica”. Avrei forse dovuto dire di una cultura politica critica, diciamo di sinistra. In lui non vedo preoccupazioni del genere. Ma è impossibile parlare di scuola senza avere un punto di vista radicato in qualche tradizione intellettuale, pedagogica, politica. Non esistono soltanto flussi e superfici.
    L’obiettivo polemico di Baricco non è la didattica a distanza: io direi che Baricco approfitta delle difficoltà della didattica a distanza per sferrare una critica molto superficiale e discutibile alla scuola in quanto tale . Se anche io non fossi stato in grado di aprire alcun interstizio nella didattica a distanza, questo proverebbe solo che siamo in una situazione emergenziale, faticosa, fuori dall’ordinario e non potrebbe essere usato come argomento a favore di una critica alla scuola dei tempi ordinari. Insomma, che la didattica a distanza sia svilente (lo credo anche io) non è affatto un argomento a fortiori per la tesi di Baricco: siamo su due piani diversi.
    La scuola attuale non è solo e soltanto un portato del capitalismo industriale, del fordismo: quello è solo un elemento. Contrapporre scuola fordista e scuola post-fordista non è meno generico del contrapporre scuola del Novecento e scuola del XXI secolo. Peraltro, se anche fosse vero che la scuola del Novecento sia tutta da buttare, chi la vuole rottamare come Baricco dovrebbe spiegare un po’ più analiticamente cosa abbia in mente per la scuola futura: non basta appoggiarsi sull’immagine della flessibilità, dell’instabilità.

    Grazie della lettura e delle osservazioni, Daniele Lo Vetere

  • in merito a precisazioni autore
    esatto. Ritenere la scuola solo un portato del capitalismo industriale significa banalizzare terribilmente un’istituzione che nel ‘900 è evoluta tantissimo, e che in certi momenti storici è stata al centro di dibattiti collettivi (informati, a differenza di quello oggi sui giornali) infuocatissimi, con conseguenze politiche e sociali enormi. La scuola come mero strumento del fordismo è solo un’iper-semplificazione, buona più per un editoriale sconclusionato su qualche giornale paludato (o per qualche talk-show) che per un ragionamento serio.
    E trovo eccessivamente aggressivi molti commenti sotto, come se il post dell’autore non fosse una critica ragionata e argomentata… Che dire? Leggete di più signori, scrivete di meno.

  • R:
    Definire la scuola “fordista” è un modo estremamente sintentico, e non una semplificazione, per esprimere un concetto tutt’altro che immediato, ma analizzato e dettagliato da illustri pensatori e sociologi (Weber, Benjamin e i francofortesi, tra gli altri): una cultura (e dunque una scuola) fondata sulla mera intelligenza razionale ([i]novecentesca[/i], per Baricco) è una cultura che non può che nutrire il sistema capitalistico dell’efficienza razionale. Oltre a manifestare oggi il suo totale anacronismo.
    I risultati inevitabilmente contraddittori di questo tipo di intelligenza sono sotto gli occhi di tutti: la scuola chiude senza nessuna ragione scientifica (https://www.corriere.it/politica/21_marzo_22/scuola-ricerca-dati-73-milioni-studenti-stare-classe-non-spinge-curva-pandemia-6d57776e-8a9c-11eb-82d5-215578033673.shtml), a fronte di motivazioni… impulsive, reattive, conformistiche? Con ogni evidenza, dettate da una paura miope e incapace di cogliere la maggior parte delle sfumature di un problema dannatamente complesso.
    Di cos’altro si deve parlare per denaturalizzare il presente e fare critica ideologica? Il problema della scuola oggi sono i rischi eventuali della critica (discutibilmente) superficiale dello scrittore, o l’avere negato con la DAD il diritto all’istruzione per uno studente su quattro? L’intelligenza novecentesca chiude irrazionalmente le scuole e non è in grado di sopperire. Con questa constatazione non si vuole promuovere una scuola flessibilmente neoliberista, e credo proprio che questo non sia nemmeno l’intenzione di Baricco.
    Il terzo suo post (https://www.ilpost.it/2021/03/22/baricco-mai-piu-tre/) offre poi numerosi spunti tutt’altro che naturalizzanti, ma su un punto sono d’accordo con Gabriele C: occorre scrivere meno e leggere di più (v. Adorno, Horkheimer, Schluchter…), dunque non starò a riportarli.
    Concludo con un’ultima considerazione: ben venga che le prime manifestazioni contro l’ennesimo autorevole governo democraticamente imposto dalla novecentesca Unione delle Repubbliche Neoliberiste Europee siano state a sostegno della riapertura delle scuole. Alla quale dovrà certamente seguire una profonda ristrutturazione. La generazione alpha è figlia dell’accelerazionismo: prendiamoci la briga di leggere anche Hartmut Rosa, già che ci siamo (v. pedagogia della risonanza).
    Augurandoci il meglio.

  • Un approccio meno polarizzato al tema
    Ciao Daniele,

    innanzitutto grazie per il tuo articolo. Faccio parte del gruppo di coloro che, pur non impazzendo per Baricco, stanno apprezzando il contenuto della sua rubrica, e ho comunque potuto comprendere alcune tue osservazioni ed integrarle nel mio pensiero. Ecco, proprio nell’accezione più ampia della parola [i]comprendere[/i], vorrei approfittare di questo spazio per invitarci ad una riflessione alternativa: proviamo ad abbandonare un attimo la posizione polarizzante e antitetica che si è venuta a creare tra il giudizio sull’Intelligenza novecentesca – occidentale, verticale e specializzata – e questa “nuova” (che nuova non è), orizzontale, flessibile, olistica. Proviamo a mettere da parte la presunta paraculaggine di Baricco nel volare alto senza sporcarsi. Proviamo, infine, a mettere da parte anche il tema della pericolosità di questo approccio.

    A ben vedere, sotto questi strati – assolutamente legittimi e degni, sia chiaro – restano una serie di questioni di fondo, per me fondamentali:
    può servire dare maggiore risalto e dignità [i]anche[/i] ad una forma di intelligenza diversa da quella verticale e settorializzata? Esistono oggi percorsi formativi che svolgano una funzione maieutica anche in questo senso? Verso quale direzione stiamo andando come società in questo senso?

    Pochi giorni fa, durante un controllo di routine, mio padre ha scoperto che le cisti al pancreas con le quali convive da dieci anni sono mutate, e il medico che ha fatto la risonanza ha prospettato il peggio. Ha quindi richiesto un agobiopsia; accertamento con un grado di rischio ben superiore alla norma, visto il posizionamento delle cisti e il rischio che queste possano venire danneggiate dall’ago. Siamo quindi andati da uno dei massimi specialisti in Italia per la cura dei tumori del pancreas che, letti i risultati degli esami, vista la risonanza e consultatosi con i suoi tecnici, ha smentito la prima lettura, garantendoci che ad oggi la situazione è sotto controllo. Ci ha detto che la prima lettura da parte del collega era comprensibile, ma solo chi vede, gestisce e opera ogni santo giorno esclusivamente il pancreas è in grado di cogliere sfumature dirimenti per una diagnosi puntuale. Questo per dire che nessuno, e dico nessuno, potrà mai svilire il ruolo e l’utilità di un’intelligenza e di una formazione verticale, anche in prospettiva futura. Eppure, non posso non notare come e quanto ci sia anche bisogno di un’intelligenza che sappia collegare [i]bene[/i] gli insiemi di un sistema, le correlazioni e le opportunità che possono scaturire dall’interazione tra questi. E non posso non notare quanto la scuola e l’università abbiano mancato nel supportare una predisposizione diversa da quella etero-imposta. Si, perché l’intelligenza non è un’entità avulsa dalle singole persone, e ciascuna di esse ha la proprie predisposizione. Per me, ad esempio, è stato così: io non sono nato con l’obiettivo di diventare ingegnere energetico, o avvocato. Eppure tutte le pressioni, culturali e sociali, dalle elementari all’università, mi hanno spinto verso la necessità di specializzarmi. Non c’era alternativa. La prospettiva di non specializzarmi era rappresentata come un totem, la lettera scarlatta di [i]Fuffarolo[/i], impressa sulla mia carne. Nonostante ciò, non l’ho fatto. Oggi ho competenze trasversali, e sul lavoro, seppur non riesca ancora a definirmi soddisfatto, sono in grado di cogliere l’approccio “a silos” delle singole strutture e a svolgere ruolo di trait d’union. E lo faccio bene proprio perché parlo più lingue in base all’interlocutore, e capisco le esigenze e le posizioni di due soggetti proiettati esclusivamente nell’abisso della loro conoscenza specialistica. Fuori dal lavoro sono un discreto musicista, un discreto conoscitore di cinema, di economia e tante altre cose che mi appassionano. E sono contento così, non ho bisogno di consacrare la mia vita al percorrere una sola strada, né sul lavoro né nella vita in generale.
    Infine, non posso non pensare a quanto la tecnologia sia un processo esponenziale, e a come già oggi questa ci stia sgravando dalla necessità di mettere in pratica azioni per le quali è richiesta un sapere specializzato.
    Per concludere, forse vale più la pensa spremerci le meningi su come trovare una sintesi tra questi due approcci, riconoscendo quanto attuato allo stato dell’arte, invece che difendere solo l’una o l’altra posizione.

    Un saluto,

    Marco

  • @Marco B
    Grazie della lettura e del commento.

    In verità io NON credo affatto nella lettura polarizzata di Baricco, e di molti altri. Non sono io ad averla posta. Non credo che l’analisi sia contraria alla sintesi, che il disciplinarismo sia contrario all’interdisciplinarità. Tuttavia credo che semplicismo e complessità si escludano a vicenda, che profondità e surfing sulla superficie siano antitetici, che resa incondizionata ai flussi di senso e interstizi non possano essere contemperati (resa incondizionata ai flussi: non i flussi stessi, che esistono). A me pare che Baricco stia tutto nel primo polo. Non perché non voglia o non sappia vedere la complessità: anzi, la nomina esplicitamente, lo elegge a oggetto dei suoi discorsi. Quello che stride in lui è la forma, il genere retorico con il quale nomina la complessità: una forma tutta ammicchi, allusioni, sensazioni, una forma semplicistica.
    Non da oggi le cose più interessanti vengono fuori dalle contaminazioni tra ambiti diversi e saperi diversi. Ma l’interdisciplinarità non è un surfare come vuole Baricco, è qualcosa di molto più complicato. Applicandola alla scuola: formeremo menti capaci di almeno un po’ di interdisciplinarità se faremo loro studiare più materie. Ma innanzitutto ciascuna per sé, con i suoi contenuti, grammatiche, abiti mentali. Il ponte tra le sponde si costruisce dopo essersi assicurati che gli argini reggano. Quando i miei allievi – che hanno scelto un liceo delle scienze umane e seguono quindi con piacere le lezioni di materie umanistiche e scienze sociali, ma detestano scienze naturali, matematica e fisica – mi dicono che vorrebbero un liceo “all’americana”, con curricoli a loro scelta, così potrebbero evitare le scienze e la matematica, io dico loro “non sapete che cosa chiedete, toglietevelo dalla testa”. Sarà anche che ho fatto il liceo scientifico e poi ho studiato Lettere. Insomma, su questo, con me sfonda una porta aperta.

    Saluti, Daniele Lo Vetere

  • La Domanda Reale
    Ogni giorno, quando sono in aula o sto preparando una lezione, ho in mente la Domanda Reale: “Che cosa fare del sapere nell’epoca della società dell’informazione, dell’economia della conoscenza, del capitalismo cognitivo?”.
    Tradotto: io che faccio l’insegnante di Lettere alle medie cosa devo insegnare ai miei alunni? Cosa vuol dire insegnare oggi?
    Ho letto gli articoli di Baricco dopo questo articolo di Lo Vetere, che ho trovato azzeccato nella critica ai discorsi vuoti di politica e di proposte: chiedo a Lo Vetere suggerimenti di letture per trovare risposte alla Domanda Reale.
    Grazie

  • @LuigiG
    Grazie della lettura e del commento. La Domanda Reale è naturalmente la famosa domanda da un milione di dollari, forse anche molto di più. Me la cavo con poco: con il nostro blog, cerchiamo proprio di fornire tante piccole risposte alla Domanda. A volte con riflessioni politiche sulla scuola, a volte con riflessioni pedagogiche e didattiche, a volte con proposte di attività e laboratori. Se insegna alle medie, almeno se insegna italiano, che è l’argomento in cui siamo più ferrati, forse gli articoli di Linda Cavadini che può trovare qui le saranno utili. Ma ci sono articoli di molti altri e ci sono anche molte recensioni e suggerimenti di lettura a libri utili per la didattica. C’è, credo, l’imbarazzo della scelta.

    Grazie, Daniele Lo Vetere

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