Fra cronaca ed epica
La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri (Laterza) di Giulio Milani oscilla fra cronaca ed epica. Della cronaca ha la minuzia informativa di molte pagine, dell’epica il pathos corale di altre. Da un lato l’ingorgo di informazioni (articoli e ritagli di giornali, brani di libri, post di blog, email), nella quali il lettore può talora smarrirsi, dall’altro il senso epico di appartenenza a un popolo, a radici comuni e a un comune impegno, capace di unire l’intellettuale alla sua terra. Entrambe le direzioni confluiscono nella descrizione di un disastro naturale e sociale che sta dilaniando la zona apuana, dalla spezzino alle cave di marmo di Carrara e alla Versilia, dal polo chimico ai veleni dei residui tossici, dalla esplosione di un serbatoio di un pesticida della Montedison nel 1988 (una “nuova Seveso”) alle continue alluvioni che hanno prodotto le recenti proteste di massa, dall’affare dei rifiuti, che collega questa zona della Toscana alla “terra dei fuochi” della Campania, entrambe sotto il controllo delle organizzazioni mafiose, al ricatto fra salute e lavoro cui sono sottoposte le popolazioni.
A condurre la ricerca (o l’indagine, l’investigazione di una serie di crimini) è in prima persona lo scrittore, che non si atteggia a protagonista, ma è solo un testimone. È questo scrittore-testimone a seguire le tracce di un possibile sabotaggio che avrebbe provocato il disastro del 1988 e il mutamento di identità di un militante, Mauro (alias Patrizio) che si batte a un tempo contro la TAV in Val di Susa e contro il disastro ambientale del parco apuano. Ma in realtà questo filo di ricerca, ovviamente tributario di un modello che rinvia a Gomorra di Saviano, è solo uno dei tanti del libro, più un pretesto che la molla vera della scrittura. La sua vena più autentica e profonda sta infatti altrove, nella parte epica del racconto, nel resoconto di Gardenio, il nonno del militante antiTAV, un cavatore di marmo mandato in guerra prima in Albania e in Grecia, poi sul fronte russo, scampato alla strage degli alpini nel terribile inverno della ritirata, e infine partigiano sulle Apuane; nella figura ieratica del vecchio Marcello Palagi, rappresentante dell’Assemblea permanente dei cittadini; nella identificazione dell’autore con la sua terra e con i suoi abitanti (di cui Palagi, Gardenio e il nipote Mauro sono solo una espressione) e nel conseguente impegno etico-civile che si esercita non in dichiarazioni ideologiche, ma nella oscura militanza di base, nei comitati di lotta, fra cavatori, vecchi e nuovi anarchici, operai, semplici cittadini che si riuniscono in assemblee spontanee.
Si tratta di un impegno di tipo nuovo, rispetto a quello della generazione dei Pasolini e dei Fortini. Non deriva da una visione complessiva del mondo, da una ideologia generale, ma dal basso, dalle radici, da una dimensione terragna e condivisa, da una identificazione con un territorio e col suo destino. Dietro non c’è un sistema di idee, ma il sangue e il corpo di una concreta materialità, un tempo e uno spazio limitati e determinati. La vergogna stessa di essere italiano, di dover constatare quanto sia ampia la misura della corruzione e profondo l’abisso morale di chi spregiudicatamente gioca con la salute e con il lavoro di migliaia di famiglie apuane, nasce non da un presupposto astratto, ma dalla testimonianza diretta delle persone e degli ambienti. Da questo punto di vista il libro è manifestazione di una nuova forma di partecipazione civile, di cui qualche anno fa anche Gomorra è stato espressione. Come ha mostrato Raffaele Donnarumma nel suo recente libro sulla letteratura ipermoderna, la generazione dei quarantenni, a cui anche Milani appartiene, non appare condannata al nichilismo cinico di alcuni suoi esponenti. Si può essere “nuovi” e all’altezza dei tempi senza essere per forza degli opportunisti.
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