Insegnare la letteratura oggi/1. Intervista a Romano Luperini
A cura di Emanuela Annaloro
E. A. : il titolo della locandina dell’incontro che si terrà a Milano il prossimo 14 marzo recita Insegnare la letteratura oggi. Vorrei segmentare questo titolo in tre parti e chiederti:
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l’insegnamento della letteratura nelle nostre scuole su cosa poggia? Su di un nucleo condiviso di contenuti e di valori negoziati dal canone della nostra tradizione? Sulle forme di un immaginario condiviso? Sulla ricerca di significati che lo studio letterario sa alimentare? O molto più prosaicamente su abitudini e rituali burocraticamente scanditi?
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Per precisare il senso della prima domanda, forse può essere utile introdurne una seconda. A cosa serve la letteratura? Quale può essere la sua funzione oggi?
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Oggi la scuola è sottoposta ad una egemonia culturale performativa, valutativa, economicista. In essa i valori umanistici mediati dalla letteratura appaiono sempre più marginali e residuali. Tale egemonia è talmente forte che anche dal basso, presso gli studenti, vengono a mancare i principi basilari di legittimazione dell’azione di un docente di lettere. L’insegnante di letteratura italiana non mostra come si fa un mestiere, non spiega nulla di utile, parla di un mondo che non c’è più (o non c’è ancora); che senso ha il suo lavoro oggi?
R. L: Un tempo l’insegnante di lettere in un liceo aveva un compito e uno statuto precisi: doveva raccontare una grande narrazione mitica centrata sul nesso fra la tradizione letteraria e umanistica, l’identità nazionale e la storia del nostro paese. Questo compito e questo statuto davano all’insegnante di letteratura un ruolo privilegiato nella formazione della classe dirigente. Oggi siamo senza narrazione e senza identità, e la letteratura non è più utilizzabile a fini identitari nazionali. Inoltre l’insegnamento, sottratto a tale dimensione, è diventato succube di quella egemonia culturale performativa, valutativa, economicista e, aggiungerei, burocratizzante di cui parla la domanda n. 3. La letteratura è diventata un insieme di nozioni neutrali e di competenze oggettive da impartire dall’alto senza più un rapporto ricco né con la storia della comunità nazionale né, e questo è ancora peggio, con l’immaginario degli studenti.
Per uscire da questa situazione non è possibile pensare a un ritorno all’indietro. Da molti anni la prospettiva in cui viviamo è la globalizzazione e il rapporto fra il locale e il globale. Non un’etica nazionale occorre, ma una etica planetaria, capace di cogliere il rapporto fra la condizione dell’Italia e quella del pianeta, fra la nostra storia e quella del genere umano. Ciò significa che solo da un nuovo approccio storico-antropologico con la letteratura, e non certo da un rapporto prevalentemente retorico o formalistico con essa, può nascere una nuova didattica della letteratura, capace di collegarsi con un immaginario giovanile a cui magari il letterario è diventato estraneo, ma a cui invece non sono estranei i miti, le immagini, i sentimenti che fanno parte organica del patrimonio letterario. Nessuna comunità sta insieme solo poggiando sui valori del mercato che anzi spesso hanno una funzione disgregante. I valori della letteratura hanno a che fare da un lato con il dibattito interpretativo e con la formazione sociale di senso, dunque con la essenza della democrazia, e dall’altro con la conoscenza dell’animo umano nella sua storia e nella sua realtà attuale (emozioni, passioni, dimensione esistenziale e civile, dinamiche del rapporto sociale sia private che pubbliche, e sia del passato che del presente). La sua grandezza non sta in misure quantificanti, ma nella qualità di tensione emotiva e intellettuale che essa presuppone e suggerisce.
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