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I modi della poesia italiana del Duemila: la rete della madre Commento a e-mother di Elisa Biagini

th.jpg Elisa Biagini, e-mother

sei nuovamente

il tramite col mondo:

se non è l’ombelico

è il cavo ottico

adesso, altra

fibra

che regge i nostri acidi,

le tue parole

colostro contro il buio

Questa poesia di Elisa Biagini è stata inserita nell’antologia Poesie dall’inizio del mondo (Roma, Sossella, 2003); è stata poi scelta per chiudere la prima parte di un’antologia più recente sulle relazioni matrilineari nella poesia italiana contemporanea: Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi, a cura di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porstner e A. M. Robustelli (Milano, La Vita Felice, 2018).

La necessità di dire l'ovvio. Disintossichiamo la ricerca

 

breaking bad ev Accade sempre più spesso di sentirsi cretini. Non perché si sostengono tesi strampalate e paradossali, ma perché si affermano cose ovvie. E questo accade, con sempre maggiore e preoccupante frequenza, quando si entra nel campo dei diritti civili, sociali, culturali. Banalmente, scomodando termini altisonanti, quando si discute di democrazia, che non si saprà bene cos’è, ma ci si accorge facilmente, se si aprono gli occhi, quando questa viene a mancare o è minacciata.

Sono uno dei 200 firmatari della petizione Disintossichiamoci. Sapere per il futuro (https://www.roars.it/online/disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza) e a rileggerla dopo qualche giorno dalla sottoscrizione ritrovo i due punti che mi avevano colpito alla prima lettura. In primo luogo, a fronte di toni pacati e sereni, ma fermi, sembra emergere un registro acceso e quasi severo; e in secondo luogo la petizione sostiene l’ovvio: il fine della ricerca scientifica è l’accrescimento di conoscenze, da divulgare, diffondere e trasmettere secondo i consueti canali (didattica e pubblicistica). Ebbene il punto è proprio questo. Il sistema universitario è talmente intossicato, nel linguaggio e nei comportamenti – nel suo ethos –, che quando si ricorda qual è il suo compito principale, si rischia di apparire aggressivi. Ma è anche questo una conseguenza di un morbo che ha attecchito l’intero sistema, avvelenando – come sempre accade in questi casi – anche il linguaggio (oggi modellato su un vocabolario aziendalistico e finanziario) e conducendo dunque al ribaltamento dei  significati.

Ebbene, sic stantibus rebus, e alla luce del fatto che la semantica è anche violenza, e mai neutra opinione, ripetiamo – e puntiamo a ristabilire dunque – alcuni basilari principi. La ricerca deve essere ovviamente libera (arrossisco nello scrivere un’affermazione così scontata), perché solo così può condurre a risultati originali e innovativi. La valutazione premiale, che non si limita a monitorare ma stabilisce graduatorie e sulla base di queste elargisce finanziamenti, contrasta con la libertà di ricerca e quindi con la ricerca tout court. I suoi parametri infatti, come tutti i parametri, non possono avere valore assoluto e dunque valenza universalistica. In qualunque campo dell’agire umano, i parametri colgono solo alcuni aspetti – nel migliore dei casi, quando non sono fallati all’origine – e ne sacrificano altri; e oltretutto sono condannati a invecchiare nel tempo. Nel momento in cui si distribuiscono fondi sulla base delle classifiche stabilite sui suddetti parametri, si impone a chi fa ricerca di adattarsi e di limitarsi a quanto i vertici stanno chiedendo (e l’effetto, già nefasto di suo, diventa catastrofico quando riguarda i precari, che maggiormente devono sottostare al sistema, pena l’esclusione definitiva). Si smette dunque di studiare per conoscere l’ignoto e si lavora per soddisfare una richiesta. E tanto più la ricerca si attiene ai limiti e ai confini di quanto prestabilito tanto più sarà premiata. È il rovesciamento di qualsiasi presupposto: la ricerca che guardava al futuro, oggi rivolge il suo sguardo all’immediato passato, ossia quello dei criteri di valutazione emanati. In pratica, anziché la ricerca del nuovo, si ha la conferma del noto.

Insegnare l’ignoto: Tristan da Cunha

 

Tristan Da Cunha Il dito sul mappamondo

Quando eravamo bambini, quelli della mia generazione almeno, giocavamo al gioco del mappamondo. Si faceva girare velocemente il globo e poi lo si bloccava di colpo con l’indice poggiato in un punto a casaccio: quello sarebbe stato il posto dove saremmo andati a vivere da grandi. Io, come credo molti, l’indice non lo poggiavo mai in un punto a casaccio, piuttosto, con gli occhi puntuti mi sforzavo per quanto possibile di beccare ogni volta l’oceano, i poli, un posto il più sperduto possibile. Per me, che bambino ero stato iniziato all’esercizio dell’immaginazione dagli Stevenson e dai Salgari stropicciati della bibliotechina della mia scuola elementare, sarebbe stato avvilente condannarsi con l’indice a un futuro banale in Russia, nelle Americhe o peggio di tutto in Europa.

Il dito su Google Earth

Crescendo ho continuato a coltivare una gran passione per atlanti, carte, odeporiche, finché, più o meno a metà degli anni Zero, sono stato folgorato sulla via di Damasco dall’apparizione di Google Earth: strumento incredibile che con una manina digitale, un + e un - sulla destra dello schermo era (è) in grado di trasumanarci all’istante in un dio, in un deus ex machina qualunque, capace di sbatacchiare il globo a destra e sinistra, in alto in basso, per precipitare infine di colpo su un qualsiasi punto del mondo, fino a vederne il tetto, la strada, la pattumiera presente in quello e in ogni metro quadrato possibile della terra. Nano sulle spalle dei giganti, fantasticando sulla faccia di un Tolomeo, di un Galileo o di un Magellano che mi spiavano increduli, il gioco del mappamondo è diventato, da adulto, quello dell’esplorazione serale su Google Earth delle vie delle città che non ho visto e che mai vedrò, delle praterie patagoniche e dei deserti nord americani, delle città più fredde del mondo in Siberia e della capanne di fango sudanesi, della via di casa mia a Ponte San Giovanni e di quella dei miei avi sardi in Barbagia, oramai sepolta sotto un campo sportivo.

Libreria Mannaggia (Perugia)- Inchiesta Librerie Indipendenti/2

libreria mannaggia 1 a cura di Morena Marsilio ed Emanuele Zinato

Continua a cadenza quindicinale l’inchiesta che il blog dedica alle librerie indipendenti con l’intento di dare voce a una realtà marginale rispetto alla grande distribuzione – oggi imperante anche nel web -  ma preziosa per la resistenza opposta alla mercificazione della letteratura e capace di offrire risposte alla crisi del libro. Le librerie indipendenti spesso non solo semplici negozi, ma luoghi di aggregazione, incontro, impegno civile e solidarietà: la recente chiusura della libreria romana “La Pecora Elettrica”, nonostante la risposta del quartiere e di molti donatori, evidenzia la necessità di valorizzare e presidiare questo settore culturale 

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

In effetti, al momento dell’apertura, ci hanno chiamati folli, coraggiosi, eroi, e l’hanno fatto anche amici e collaboratori che, come noi, lavorano nel campo dell’editoria e che quindi, in teoria, dovrebbero possedere la stessa quantità di follia e coraggio. Ma, proprio come loro, sappiamo che la retorica del coraggio e della follia è solo in parte rispondente a verità, e più che nell’avventatezza del “gesto” la follia risiede, semmai, nel compiere il gesto a dispetto di un’estrema consapevolezza dei rischi e delle difficoltà di un’impresa come la nostra. Si tratta quindi di un’ossimorica follia razionale. In quanto all’eroismo, pure tirato in ballo da molti, be’, crediamo che l’eroismo risieda in comportamenti di eccezionale coraggio in situazioni impreviste, estreme, drammatiche: nel nostro caso, se la situazione delle vendite può raggiungere a volte il livello di pericolo estremo, non è certo, come si diceva, una cosa imprevista. Purtroppo. Ci siamo occupati entrambi per anni, in maniera precaria e discontinua e in vari modi, di editoria, ed entrambi desideravamo un luogo in cui promuovere un certo tipo di libri: quelli pubblicati da piccole e medie case editrici indipendenti, non facilmente reperibili e spesso sorprendenti. La nostra voleva essere ed è, insomma, una proposta basata sull’alternativa alle librerie di catena e sulla bibliodiversità. Perugia, con il suo centro storico e con le sue attività culturali già attive (e con la contestuale mancanza di una libreria impostata in tal modo) ci è sembrata adatta a questo tipo di proposta.

2. Incontri con autori, corsi di lingua, attività di animazione: quali attività, oltre alla vendita libraria, promuovete e quale vi sembra essere, oggi, il loro impatto?

Come la maggior parte delle librerie indipendenti non ci limitiamo alla vendita ma cerchiamo di portare avanti una serie di attività culturali e promozionali all’interno del nostro piccolo spazio: presentazioni con autori, incontri con editori per conoscere i mestieri che stanno dietro a quel che leggiamo, incontri tematici come quelli degli ultimi mesi dedicati alla letteratura latinoamericana o il ciclo di letture monografiche ad alta voce che abbiamo portato avanti per due stagioni a cadenza quindicinale. La presenza di pubblico non è mai prevedibile, questo va detto, ma una cosa che ci rende felici è che alcune proposte vengono dai nostri clienti e dai nostri amici lettori. Con loro, ogni giorno, ci confrontiamo, e le chiacchiere spaziano da Borges a Carver, da Buzzati a Wallace, dal graphic novel alla poesia, dalla microeditoria ai colossi editoriali. Così, ogni giorno, abbiamo la conferma che per quanto la lettura sia un’attività solitaria è sempre interessante, poi, parlarne, darsi consigli e, perché no?, anche essere in disaccordo.

Villetta con ospiti: un’allegoria nazionale e popolare

coverlg home Villetta con ospiti, il nuovo film di Ivano De Matteo, si pone di traverso rispetto ai luoghi comuni più rassicuranti dell’intrattenimento e all’orizzonte d’ attesa più mediocre. Eppure utilizza generi e modi di largo successo come la commedia borghese e il noir, il suo tema è dei più attuali (la difesa personale, l’uso delle armi, i migranti) e uno dei protagonisti è un volto molto noto al pubblico di fiction come Marco Giallini. È un film rubricato come “una commedia che vira verso il giallo” eppure la sua forma del contenuto giunge inattesa e produce riflessione e turbamento.

Gli ingredienti per realizzare con materiali potenzialmente vieti un’opera problematica  e demistificante nei riguardi delle mitologie del presente e di tanta finzione omogeneizzata,  sono la struttura rigorosamente drammaturgica (la vicenda si svolge nell’arco di ventiquattr’ore e in prevalenza nello spazio chiuso di una villetta veneta) e  l’uso sapiente dell’ allegoria, sia naturale e animale (i lupi, i caprioli, i ricci, i conigli, i corvi, il temporale)  che istituzionale e sociale (le figure del poliziotto, del prete e del medico, - i pilastri della provincia italiana - tipicizzati  senza manicheismo).  Inoltre sia la sceneggiatura, affidata a Valentina Ferlan, che la recitazione di alcuni attori (soprattutto quelle delle due donne, Michela Cescon e Cristina Flutur e del ragazzo rumeno Ioan Tiberiu Dobrica) sono di elevata qualità così come la colonna sonora di Francesco Cerasi iterativamente accompagnata da suoni che da famigliari divengono perturbanti, come quelli dei cellulari, dei campanelli e dei citofoni.

Villetta con ospiti scava nel sottosuolo di un paese sempre più ipocrita e familistico come il nostro, ne fa emergere le nuove sudditanze sociali (l’adolescente rumeno fa notare lucidamente alla madre che se la famiglia presso cui fa da badante la pagasse il giusto, non avrebbe più bisogno della loro carità e dei loro doni) e le nuove violazioni civili oltre che le responsabilità morali. Al tema principale (i rapporti fra italiani e migranti e l’autodifesa armata delle proprietà con le sue spietate e taciute contraddizioni) si affiancano motivi allusi per bagliori, come i rapporti fra gli adolescenti e gli adulti, le ipocrisie famigliari, l’antropologia delle villette. Le allegorie animali risultano così tanto efficaci e pertinenti (nell’incipit, i maschi italiani armati fino ai denti feriscono e uccidono un lupo nel bosco) perché i rapporti fra tutti i personaggi sono governati da un feroce intreccio darwiniano di pulsioni nascoste e di reciproci ricatti. 

Il vecchio capitano. Fatti, immagini e figure: Storia e storie di alfabeti fantastici

img800 attentato bataclan arrestato uno dei presunti autori 145840 Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, del nostro  redattore Alberto Bertino al XXIII Congresso ADI (Pisa, 12-14 settembre 2019; panel ADI SD «Letteratura e nuove tecnologie: intrecci di linguaggi e narrazioni nella scuola»).

L’invito al viaggio

Il 13 novembre 2015 Parigi fu colpita da una serie di attentati organizzati dallo quello che si proclama “stato islamico”, meglio noto come ISIS, suscitando preoccupate e contraddittorie reazioni emotive nel mondo. Il fatto più sanguinoso avvenne in un teatro, il Bataclan, in cui si stava svolgendo il concerto del gruppo rock statunitense Eagles of Death Metal. Si contarono 90 morti tra gli spettatori del concerto. Tra di essi era un’italiana, Valeria Solesin, dottoranda alla Sorbona. Aveva 28 anni.

Naturalmente un fatto tanto grave ha avuto una vasta eco anche nelle aule scolastiche. Una seconda liceo linguistico in cui insegnavo pare che non avesse corrisposto al cordoglio generale o che qualcuno degli alunni non fosse adeguatamente informato. Fatto sta che i ragazzi di quella classe mi chiesero di intraprendere un lavoro che potesse inequivocabilmente dimostrare «a tutti», come loro si espressero, quanto i fatti di Parigi e la strage del Bataclan li avesse, invece, profondamente colpiti.

Il punto di partenza del nostro lavoro è stato cercare di capire l’accaduto usando l’emozione come elemento chiarificatore della realtà e non come schermo deformante che offrisse comode semplificazioni. Compito necessario e arduo che si pone ad ogni individuo consapevole e che deve essere assunto da un insegnante che prova ad individuare nel fatto improvviso e traumatico una linea di senso del reale: il dramma della storia nel suo farsi depositato nel racconto della storia che si è vissuta. Ho cercato di indurre fin dalle prime battute di questo percorso, di cui non intravedevo chiaramente i confini, la possibilità di sfrondare il processo dialettico dagli schematismi immobilizzanti del determinismo. La sintesi che doveva risultare sarebbe stata costruita attraverso l’accettazione della possibilità di un gran numero di variabili dettate dalla diversità degli individui e delle società e delle culture. Il relativismo culturale non è negazione della dimensione etica. E giudicare i fatti esclusivamente dal punto di vista di una morale oscura la possibilità di comprenderne la genesi e il senso. Chi è convinto di combattere per la divinità e di compiere azioni che lo condurranno in paradiso è certo di agire eticamente. Comprendere questo atteggiamento non significa affatto giustificarlo. Significa, invece, mettere in atto strumenti culturali capaci di opporre una difesa rispetto a fanatiche certezze. Ho a lungo discusso con i ragazzi, e infine abbiamo condiviso il convincimento che il pluralismo è l’unica via d’uscita che consenta all’umanità di salvaguardare alcuni essenziali valori comuni pur nella diversità delle culture e delle società. Compito che il multiculturalismo non può né vuole garantire (G. Sartori, 2002). Si tratta di una consapevolezza che nel tempo si è sedimentata nelle coscienze. A distanza di cinque anni sono certo, senza l’uso di alcuna griglia, che si tratta di un’acquisizione comune a tutti i componenti di quella classe, oggi giovani che si muovono nel mondo tra università e lavoro, in Italia e all’estero.

Risalire e ridiscendere i Tre piani di Eshkol Nevo

Tre piani 01.jpg IL CONDOMINIO

In attesa che Nanni Moretti ci conduca per i Tre piani del suo nuovo film (nelle sale in aprile), entriamo con le parole di Eshkol Nevo nel condominio elegante e discreto nella periferia residenziale di Tel Aviv.

...al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinti, l’Es. Al piano di mezzo abita l’Io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà. E al piano più alto, il terzo, abita sua altezza il Supero-Io. Che ci richiama all’ordine con severità e ci impone di tenere conto dell’effetto delle nostre azioni nella società. (p.192)

La celebre triade freudiana disegna l’architettura del romanzo (Neri Pozza, 2017; traduzione di O.Bannet e R.Scardi) e dispone – appunto – su tre piani le vicende dei tre protagonisti e implicitamente delle loro famiglie e degli altri inquilini.

Al primo piano vive una giovane coppia. Arnon, un designer rampante, e Ayelet, una impegnata avvocatessa, hanno due bambine, Ofri e Yaeli: la prima acuta, determinata e silenziosa; la seconda, semplice e con qualche problema di salute. Per fronteggiare le difficoltà logistiche (e non solo), Arnon e Ayelet hanno preso l’abitudine di affidare Ofri ai vicini di casa, due anziani, marito e moglie, i cui nipoti vivono lontani da Israele e non si vedono che raramente. Hermann e Ruth, distinti, educati, disponibili, conquistano subito la fiducia dei giovani e l’affetto della piccola Ofri, verso la quale Hermann si mostra particolarmente tenero. Finché un giorno Hermann, l’ex ragazzo più bello del kibbutz (p.16), quello che cambia(va) le ragazze come i calzini (p.17), sparisce con la bambina, innescando ricerche angoscianti: Hermann infatti da qualche tempo manifesta i segni dell’Alzheimer. Il gigante e la bambina vengono ritrovati in un frutteto, ma questo non allenta l’angoscia di Arnon il quale, osservando i comportamenti della figlia, inizia a sospettare che Hermann le abbia usato qualche violenza. Il pensiero diventerà ossessione e non si arresterà nemmeno di fronte all’avanzare inesorabile, nel vecchio, della malattia, travolgendo Arnon fino a trasformarsi da inquisitore in inquisito: la nipote minorenne di Hermann, una sorta di Lolita parigina, lo accuserà di abusi.

Il secondo piano è abitato da Hani e dai suoi fantasmi: i conoscenti malignamente la chiamano la vedova (p.88), perché il marito, Assaf, con enorme frequenza è costretto all’estero dagli impegni di lavoro. La giovane donna dunque, grafica di un certo successo, ha abbandonato la sua professione e gestisce in solitudine i due figli piccoli e la routine quotidiana, assediata dal pensiero asfissiante della madre, che la follia confina in un ospedale psichiatrico. Un giorno, mentre il marito è in viaggio d’affari, si presenta alla sua porta il cognato Eviatar: non si vedono da anni perché fra lui e Assaf non corre buon sangue, ma l’uomo, stretto nella morsa di pericolosi creditori, ha bisogno di qualcuno che lo nasconda per qualche giorno. Hani acconsente, approfittando della assenza dei vicini, il cui appartamento le è stato in qualche modo affidato per lo spazio breve della loro vacanza. Nonostante si muovano entrambi con grande circospezione, fra i due si istaurano presto dinamiche familiari e una certa complicità: uscita di sicurezza dalla solitudine, o forse solamente vicolo cieco di una mente malata.

Conversazione nello Studiolo con Giorgio Agamben

ai-wei-alan-kurdi.jpg1. È esperienza comune, almeno negli ultimi anni, sentire affermare durante una conversazione che viviamo nella società dell’immagine; e se inizialmente questo refrain stava a indicare una società che aveva opposto alle profondità dell’essere la superficialità dell’apparire (è interessante vedere come Bret Easton Ellis da Glamorama fino a Bianco abbia sempre ragionato su queste tematiche, anche se non in questi termini), con il passare degli anni le neuroscienze, la narratologia, la psicologia hanno posto in evidenza un profondo cambio di paradigma dell’essere umano e del suo modo di conoscere il mondo: la parola, la parola/scrittura in particolar modo, lascia spazio a una comprensione della realtà fatta per immagini e per choc visivi.

Questo scarto tra l’immagine del mondo e la sua rappresentazione è al centro del nuovo saggio di Giorgio Agamben Studiolo (Einaudi, 2019), che si invera – secondo me - nell’alto numero di occorrenze dei termini “narrare” e “narrazione” nelle pagine del libro; verrebbe quasi da dire – come nella più facile delle fascette da copertina -  che in Studiolo Agamben più che trattare quadri, li narra.

Il filosofo, sulla scia di Flaubert, è consapevole di come sia impossibile spiegare una forma d’arte usando il linguaggio di un’altra forma d’arte, e di come Studiolo avrebbe la sua ragione profonda d’essere in una semplice sequela d’immagini, ma non per questo rinuncia alla centralità dell’atto linguistico, come si evince dalla breve avvertenza che apre il saggio: «I testi che accompagnano le figure in esso raccolte intendo perciò collocarsi nella tradizione del commento»; e riferendosi alle diverse opere artistiche, oggetto di riflessione, aggiunge: «La scommessa sui cui ogni commentario filosofico si fonda è che il momento in cui l’opera è stata prodotta non coincide necessariamente con quello delle sua leggibilità». In questo caso la nostra attenzione si punta sul termine “leggibilità”, che appunto rimanda più all’ambito della scrittura che non della pittura.

La forza dell'utopia. Una riflessione sull’attualità di Ivan Illich

 71t+IIJoxQL.jpg A cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, esce una nuova edizione italiana dell’opera di Ivan Illich Deschooling society (Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, 1971, ora Mimesis 2019). L’opera conserva intatta tutta la sua carica di idealismo e di verità, come traspare dalle considerazioni conclusive del libro:

Certo, un’organizzazione imperialistica e capitalistica della società genera una struttura sociale entro la quale una minoranza è in grado di esercitare un’influenza sproporzionata sull’opinione della maggioranza. Ma in una società tecnocratica il potere dei capitalisti del sapere può impedire che si formi un’autentica opinione pubblica controllando le capacità scientifiche e i mezzi di comunicazione. Le garanzie costituzionali delle libertà di parola, di stampa e di riunione intendevano assicurare il governo del popolo. L’elettronica, i moderni procedimenti di fotocomposizione e di stampa in offset, i calcolatori che operano in tempo reale, i telefoni offrono in teoria un’attrezzatura che potrebbe dare a quelle libertà un senso del tutto nuovo. Ma purtroppo questi strumenti vengono impiegati nei media moderni per accrescere il potere, proprio dei banchieri del sapere, di convogliare i loro programmi preconfezionati, tramite catene internazionali, verso un maggior numero di persone, anziché essere usati per incrementare delle vere reti capaci di offrire eguali occasioni d’incontro fra i membri della maggioranza.

Leggere e discutere simili idee può essere utile in questo particolare momento storico, in cui la scuola è percorsa da una tensione molto marcata: da una parte, agisce una forte spinta verso forme di quantificazione, controllo, esattezza, oggettività (telecamere nelle aule, registri e comunicazioni elettroniche, proliferare di test e misurazioni nazionali ed internazionali degli apprendimenti, fiducia incondizionata nelle strumentazioni tecnologiche); dall’altra, si percepisce un diffuso bisogno di quello che Bergson chiamava supplemento di anima, uno spirito di appartenenza e di condivisione capace di tradursi in forme di comunicazione profonda e di relazione autentica fra i soggetti che abitano l’istituzione.

Letture come questa possono contribuire a restituire agli insegnanti lo slancio utopistico di cui molti sentono il bisogno.

Libreria Nina. Inchiesta Librerie Indipendenti/1

Nina libreria A partire da oggi ospiteremo una serie di interviste a librai indipendenti italiani. Ci auguriamo che i nostri lettori possano apprezzarla.

A cura di Morena Marsilio

Via Mazzini 54, Pietrasanta (LU)

Tel 058470060 – 3498643700 info@ninalibreria.it

  • Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

Abbiamo iniziato per amore dei libri. Quasi subito abbiamo capito che l’amore per i libri è requisito necessario (e da coltivare, perché se si smette di leggere bisogna cambiare mestiere) ma non sufficiente. Il luogo non lo abbiamo scelto, abbiamo colto un’occasione fortunata. Abbiamo iniziato ad amare questa città che non era la nostra, che è bella e difficile. Reagisce alle iniziative culturali con entusiasmo o talvolta con indifferenza senza che sia facilissimo per noi - dopo undici anni - capirne i motivi. La presenza dei turisti è indubbiamente una ricchezza inestimabile ma richiederebbe anche di essere più generalisti ed è una cosa che non possiamo né vogliamo permetterci. Pur considerando pericoloso e controproducente (oltreché sbagliato) un atteggiamento censorio nei confronti della letteratura più commerciale, il motivo per cui continuiamo ad esistere è ciò che proponiamo, che non può prescindere dal gusto dei librai, che non deve essere imposto - o proposto con spocchia - ma deve essere ben visibile.  La presenza turistica, massiccia in estate, è ovviamente una ricchezza, ma ha conseguenze pesanti sui costi di gestione: un comune “di lusso” si paga salato. I temporary store che fioriscono in estate rappresentano a nostro avviso una forma di concorrenza sleale che andrebbe scoraggiata, e un indubbio svilimento del tessuto commerciale come rete sociale.

  • Case editrici, tematiche, generi letterari: praticate delle scelte elettive in questi campi? Da che criteri e progetti sono guidate?

Una libreria indipendente che non sceglie – o che sceglie in base a criteri bislacchi – non ha ormai alcun senso. E’ lì che ci si gioca tutto. Su internet c’è tutto, in libreria no. Può essere la nostra debolezza o la nostra ricchezza se siamo capaci di spiegare perché, e se la nostra selezione è percepita come un aiuto e non come un limite, o un’imposizione. La quantità di libri che escono annualmente è priva di ogni senso logico. Con un’immagine un po’ barocca si potrebbe dire che noi siamo la freccia di Cupido tra il lettore e le storie, sconosciuti nella folla. Noi siamo l’agenzia matrimoniale. La suddivisione per generi è uno strumento utile, ma non assoluto: i gialli Sellerio sono a scaffale con gli altri Sellerio, perché lì il marchio vince sul genere. I libri Sellerio sono letteratura e basta, e i lettori lo sanno. Alcuni generi che riteniamo assurdi logici, come la cosiddetta letteratura femminile, non li trattiamo. I libri belli scritti da scrittori di ogni sesso, che parlino di donne o di uomini, sono invece i benvenuti. Abbiamo poi uno spazio bambini, che cerchiamo di gestire con cura, perché i bambini sono i lettori più importanti. Anche qui le suddivisioni (per età e soprattutto per genere) sono uno strumento da trattare con molta cautela: un libro è un libro, e i lettori a tutte le età vanno certamente indirizzati ma non costretti.

 

Su Neogeografia di Matteo Meschiari

 

9788831977395_0_0_596_75.jpg Oggi l’insegnamento della geografia nelle scuole secondarie pone alcuni problemi legati a una percezione falsata della disciplina, che da tempo viene intesa come di importanza secondaria rispetto alle materie letterarie. Una delle cause della sua svalutazione è l’idea sempre più diffusa che sia possibile accontentarsi di conoscere la forma del mondo attraverso le nuove tecnologie e che quindi non sia più necessario insegnarla. Negli ultimi anni ha prevalso infatti la convinzione che la geografia sia da intendere in senso strettamente letterale, ovvero come descrizione della Terra, e che quindi sia sufficiente affidarsi alle applicazioni di largo uso per sapere “dove” sono i luoghi.

Questa concezione nozionistica e riduttiva della geografia come materia la cui esistenza è giustificata dalla necessità di fornire una conoscenza della posizione dei luoghi è alla radice di una serie di fraintendimenti, il più grave dei quali è che insegnare geografia consista nel far memorizzare nomi di luoghi e coordinate. Sebbene in alcuni istituti tecnici la disciplina sia declinata nella sua variante di geografia economica e collegata ad altri ambiti di ordine socio-economico, questa normatività chiarisce che la geografia deve servire a qualcosa: si pone l’accento sulla sua utilità immediata e specifica, cioè imparare l’ampiezza delle regioni del mondo, i loro confini, i nomi, la rete idrografica, un elenco di dati che dello spazio geografico non individua se non caratteristiche legate al suo essere funzionale al consumo umano.

Tuttavia, oltre che come descrizione della Terra, la geografia può essere intesa anche come scrittura del mondo, ovvero come disciplina intersezionale che può diventare, a scuola come nel vivere quotidiano, la chiave di lettura dei fenomeni che più caratterizzano la permanenza dell’uomo sul pianeta in questo momento storico. La grave crisi climatica ha scatenato l’urgenza di ripensare il senso della nostra presenza e delle nostre esplorazioni. Sarà quindi necessaria una pratica di insegnamento sempre meno ancorata alla trasmissione dei meri dati e sempre più orientata alla comprensione dei limiti dello spazio geografico e della sua percezione.

In Neogeografia (Milieu 2019), Matteo Meschiari apre una questione fondamentale a partire da premesse necessarie: se la geografia nasce come scienza militare, come mappatura del mondo allo scopo di conquistarlo, e presto si trasforma in antropologia attraverso la fusione con la storia, chi è oggi in grado di fare geografia, cioè di narrare il mondo cogliendone gli aspetti contemporanei? Se le mappe non corrispondono più alla nostra conoscenza del mondo, in quale modo si possono aggiornare, e con quale obiettivo?