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diretto da Romano Luperini

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Le Galanti di Filippo Tuena

9788842825449_0_0_533_75.jpg «Ed è al termine del labirinto, nella casa dove abito, che sono conservati in maniera quasi clandestina […] oggetti che determinano e stabiliscono la memoria del molto che ho vissuto e forniscono le coordinate per affrontare il pericoloso viaggio che mi attende, inconoscibile e languido, aggredito dalle sirene del rimpianto e dalle erinni della memoria; e inesorabilmente roso dall’attrazione del bello verso gli oggetti d’affezione da cui con fatica dovrò imparare a separarmi nel tempo che ancora mi rimane.»

Gli oggetti, il bello in tutte le sue forme, la memoria: parole che ci introducono nel labirinto di immagini e di sentimenti de Le Galanti. O forse parole che, chiudendo un percorso (è questa la chiusa del libro), costituiscono il filo conduttore dell'opera tueniana secondo cui siamo fatti di ciò che abbiamo vissuto. Ed è proprio ripercorrendo e apprezzando la vita che è stata che non possiamo trascurare la scoperta e la valorizzazione del bello in tutte le sue forme, pur nella consapevolezza che un giorno saremo costretti a fare i conti con la difficoltà a separarcene. Proprio come il cardinale Mazarino descritto in queste pagine, che, condannato dalla diagnosi infausta dei medici, passa in rassegna l’amata collezione di opere d'arte, disperato all’idea di doverla abbandonare per sempre: «Povero amico, dovrò lasciare tutto questo. Addio cari dipinti che ho tanto amato e che mi siete tanto costati!». Perché il rapporto che abbiamo con le opere d'arte è di possesso, ma gli oggetti, sebbene possano appartenerci, rimarranno sempre qualcosa di altro da noi, e dunque siamo inevitabilmente costretti a perderli.

È questa consapevolezza della continua perdita alla quale andiamo incontro a rendere malinconiche molte delle pagine del libro. «Questo è un libro di lettere d'amore», ma è anche «un libro di lettere d'addio», scrive Tuena. Una di esse è dedicata a Pothos e all'”erote” malinconico incontrato in un museo romano. Condannato all'immobilità, Pothos è sempre lontano da quel che desidera, esprime il mal d'amore e la nostalgia offrendo all'autore l'occasione per una riflessione sui meccanismi del desiderio: «Parto dall'idea che se senti la mancanza sei innamorato. Vale anche per l'arte […] Mi sono allontanato e ho pensato per un attimo che, sì, sono i desideri del momento a muoverci, a rendere vivo il mondo; gli appuntamenti pressanti, gli incontri improcrastinabili, ma che la nostra natura è tale che non esiste quiete neppure quando si percepisce il sentimento dell'assenza; che quel che ci manca è quel che ci rende vivi; che la memoria e il tempo irrecuperabile producono passione e muovono il mondo».

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Compiti di (ir)realtà. Praticabilità e senso della valutazione certificatoria nella scuola del primo ciclo

Magritte_La_reproduction_interdite.jpg  Compiti di realtà: cenni normativi

L’utilizzo dei compiti di realtà sta assumendo un peso sempre crescente nella didattica e nella valutazione degli istituti comprensivi. Si tratta, come noto, della risposta a indicazioni prescrittive da parte del Miur, contenute principalmente nelle Linee guida per la certificazione delle competenze, che si collocano in continuità con le Indicazioni nazionali per il primo ciclo. A queste, infatti, le Linee guida si richiamano esplicitamente, per sottolineare in primo luogo che «le trasmissioni standardizzate e normative delle conoscenze, che comunicano contenuti invarianti [sic] pensati per individui medi non sono più adeguate» (Indicazioni nazionali) al mondo contemporaneo. Partendo da questa sostanziale svalutazione del lavoro del docente — che secondo i documenti normativi italiani non sarebbe in grado di fare altro che veicolare contenuti sclerotizzati per cittadini medi — le citate Linee guida individuano tre strumenti per la valutazione delle competenze: compiti di realtà, osservazioni sistematiche e autobiografie cognitive. Ciò soprattutto in funzione della compilazione della certificazione delle competenze chiave europee, che viene rilasciata agli studenti al termine del primo ciclo. In modo alquanto apodittico le Linee guida affermano anche che «è ormai condiviso a livello teorico che la competenza si possa accertare facendo ricorso a compiti di realtà» (p. 4), senza chiarire a quale orizzonte teorico si faccia riferimento, se non richiamando l’obiettivo 4 dell’Agenda 2030.

***

I compiti di realtà, se correttamente intesi, possono certamente essere strumenti utili, che le stesse Linee guida riconoscono essere parte della prassi didattica di molti docenti. Ma lungi dal rappresentare delle opzioni — che possono essere più o meno valide anche in rapporto alle caratteristiche specifiche dei gruppi classe, alla loro numerosità, ai livelli di partenza degli alunni — nei documenti ministeriali rappresentano uno dei perni della valutazione e rivestono una centralità tale da imporre alcune riflessioni. 

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Perché leggere Il turno di Luigi Pirandello

il-turno-08.jpg Giovane d’oro, sì sì, giovane d’oro, Pepè Alletto! – Il Ravì si sarebbe guardato bene dal negarlo; ma quanto a concedergli la mano di Stellina, no via: non voleva che se ne parlasse neanche per ischerzo.

- Ragioniamo!

Gli sarebbe piaciuto maritare la figlia col consenso popolare, come diceva: e andava in giro per la città, fermando amici e conoscenti per averne un parere. Tutti però, sentendo il nome del marito che intendeva dare alla figliuola, strabiliavano, trasecolavano:

- Don Diego Alcozèr?

Il Ravì frenava a stento un moto di stizza, si provava a sorridere e ripeteva, protendendo le mani:

- Aspettate… Ragioniamo!

Ma che ragionare! Alcuni finanche gli domandavano se lo dicesse proprio sul serio:

- Don Diego Alcozèr?

E sbruffavano una risata.

Da costoro il Ravì si allontanava indignato dicendo:

- Scusate tanto, credevo che foste persone ragionevoli.

Perché lui, veramente, ci ragionava su quel partito, ci ragionava con la più profonda convinzione che fosse una fortuna per la figliola. E s’era intestato a persuaderne anche gli altri, quelli almeno che gli permettevano di sfogare l’esasperazione crescente di giorno in giorno. (L. Pirandello, Tutti i romanzi, Newton, 1994; pag. 129)

L’inizio folgorante della vicenda pone il lettore di fronte alla profonda «convinzione» di un padre che pensa al benessere della figlia, ma che, dopo una vita di onesto lavoro, non può maritarla secondo i propri e i di lei desideri.

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Partiti e classi, oggi

35058857645bcae78194ba6fd4876563.jpg La settimana politica appena trascorsa presenta due elementi di novità: 1. la proposta di federazione tra Lega e Forza Italia; 2. Il partito neo-fascista della Meloni, che non ha mai rinnegato le sue origini, eguaglia e secondo certi sondaggisti supera il PD. Cose inaspettate, soprattutto la seconda. Proviamo a fare un vecchio esercizio non più di moda: l'analisi delle classi in base allo schema del Marx di "Lotte di classe in Francia" (1850), per cui i partiti rappresentano gli interessi di una classe o frazioni di essa. Penso ancora contro ogni occultamento ideologico che le classi sociali esistono e che le loro lotte muovono la storia, capitale e lavoro sono le forze in campo, l’una rappresenta la linea regressiva e l’altra quella progressiva nel senso di Gramsci. In Italia oggi la piccola e media borghesia, spaventata dalla crisi sociale ed economica, aggravata dalla pandemia, ha un suo partito, quello sovranista e parafascista, che oggi in base ai sondaggi avrebbe la maggioranza relativa nelle urne con la cosiddetta coalizione di centro-destra, di cui il partito di Berlusconi rappresenterebbe l’ala moderata e liberale. L'OPA di Salvini su Forza Italia con la proposta di federazione cerca di evitare che i neo-fascisti della Meloni diventino egemoni e soprattutto si offre come inevitabile partito della grande borghesia (il cosiddetto partito del Nord), usando lo scudo del vecchio Berlusconi. Giustamente la parte liberale di Forza Italia si oppone alla fagocitazione, ma questo conferma che spazio per un centro in Italia non c'è più da decenni e che può diventare inevitabile per la grande borghesia la scelta della destra. La grande borghesia non avrebbe intenzione di imbarcarsi, né di spartire i dividendi della crescita post-Covid e i soldi europei con chi che sia. Soprattutto non ha bisogno del pugno di ferro in assenza di un'opposizione organizzata dei lavoratori, i quali sono frammentati sindacalmente e non rappresentati politicamente. Di questa debolezza dei lavoratori l’incalzare quotidiano delle morti bianche sul lavoro è solo un sintomo indiretto. Questo è il senso del governo Draghi.

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Soft Skills: un porridge per tutti

timthumb Ogni settimana mi arrivano da parte dello Staff dell’ateneo delle mail inerenti l’implementazione (sic) di una qualche virtuosa e finanziatissima innovazione della didattica e della ricerca, nel senso, parrebbe da tutti auspicato, del  Digital Learning e del Virtual Exchange Methodology. Ignorando il Documento di politica linguistica che il medesimo ateneo ha varato qualche anno fa sul dovere di mantenere l’italiano come lingua di insegnamento, in questi messaggi si glorifica la vera lingua universitaria del futuro: il veicolo standard angloaziendale, tanto protervo quanto ridotto all’osso dall’efficienza ideologica. Il messaggio implicito che giunge attraverso quella posta istituzionale, e che pazientemente cestino, è il seguente: “non pensare che oggi si possa fare università senza questa terminologia”.

Da ultimo: nel dizionario di questa neolingua d’ateneo, che si vorrebbe parlata da tutti, ora trionfano le Skills, o meglio le Digital Skills e le Soft Skills. Ora: sapevo che nelle aziende con Skill si definisce la capacità di portare a termine compiti lavorativi, distinguendo (grossolanamente, come nell’informatica) fra Hard e Soft Skills e intendendo queste ultime come competenze relazionali (emotive, comunicative, inerenti la postura, il sapersi vendere e proporre, il saper essere leader, dunque inerenti la mentalità e l’ideologia). Non mi sarei però aspettato che, così in fretta, nei luoghi deputati alla formazione pubblica, il termine “competenze” (le famose “otto competenze” europee) sarebbe stato rimpiazzato dalla parola magica Skills che ne è, a un tempo, la banalizzazione e l’adempimento.

A favore o contro le competenze (e sul modo di intendere un’eventuale “competenza interpretativa” e letteraria), come si sa, si è sviluppata in questi anni a scuola (a esempio, nella sezione didattica dell’ADI) una discussione complessa: un dibattito tuttavia che ora sembra destinato all’obsolescenza perché, - più o meno con la medesima rapacità con cui Bonomi ha ottenuto di ripristinare dopo la debole parentesi di Welfare pandemico, la libertà  di licenziare, - la governance delle Università comincia a parlare diffusamente di Skills. Non si tratta, si badi, della semplice traduzione anglofila del termine “competenze” ma di una sua curvatura iperaziendalista. Delle “otto competenze” promosse dalle Raccomandazioni del Parlamento europeo, l’egemonia delle Skills punta, a ben guardare, a promuoverne una sola: la settima (la cosiddetta “competenza imprenditoriale”). Le Soft Skills esaltano infatti le capacità relative “alle attitudini, agli stili di comunicazione e alle doti empatiche ed espressive” necessarie a “una carriera di successo”: il Problem Solving, il Lateral Thinking, il Team Management. Per dirla in altri termini, un ottuso e disinvolto mix di psicologismo comportamentista d’accatto e di ideologia panaziendale. Il tritacarne linguistico non risparmia nemmeno il concetto-termine di “pensiero critico” che, privato di ogni tradizionale nesso con la critica sociale, è risemantizzato come la Soft Skill che più  delle altre pertiene alla “creatività” e alla capacità d’innovazione.

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Scuola, la posta in gioco

unnamed.jpg Pubblichiamo, per gentile concessione delle curatrici, un estratto dal numero 9 de L’Ospite ingrato del Centro studi Franco Fortini, dedicato alla scuola. A questo indirizzo si può leggere l’intero numero.

La primavera scorsa, sul finire dei lunghi mesi di chiusura per l’emergenza Covid-19, abbiamo sentito la necessità di aprire uno spazio di riflessione sui temi della scuola e dell’insegnamento. La chiusura delle scuole e la didattica a distanza hanno portato alla luce, con una violenza inedita, le contraddizioni del nostro sistema formativo: la sua funzione sociale, le trasformazioni che lo hanno attraversato nell’ultimo trentennio, la stessa possibilità e le condizioni di esistenza della scuola come strumento emancipativo, sono i nodi attorno ai quali ci è sembrato necessario interrogarci.

Durante e dopo il lockdown, del resto, il dibattito sulla scuola si è acceso in tutti gli ambiti, fino ad occupare piazze reali e virtuali, i media mainstream e la pubblicistica politica e culturale, come non avveniva probabilmente dalla fine degli anni Sessanta del Novecento. A settembre la riapertura tra ritardi, disagi e polemiche, ha reso sempre più evidente la necessità di analizzare le questioni all’ordine del giorno per collocarle in una prospettiva di lunga durata e al tempo stesso intervenire nel dibattito pubblico.

A un anno dall’inizio della pandemia mancano ancora studi statistici complessivi che dimostrino l’effettiva incidenza delle scuole sull’aumento dei contagi o le conseguenze in termini di dispersione e abbandono scolastico, mentre le scelte altalenanti relative alla chiusura rendono inequivocabile il fatto che il sistema d’istruzione sconta, e al tempo stesso rivela, alcune tra le più gravi falle della struttura dello Stato e dell’organizzazione sociale. È palese infatti che la comunità scolastica sta pagando le fragilità del sistema sanitario e le insufficienze del trasporto pubblico locale, ma anche le storiche disuguaglianze territoriali fra nord e sud del Paese, fra centri e periferie, oltre che le politiche scellerate e poco lungimiranti che riguardano la sicurezza a scuola o il piano dei vaccini. Nel frattempo, l’esperienza delle scuole chiuse, in ogni nucleo dove vivano bambine e bambini, e adolescenti, conferma il persistere di una questione di genere, legata sia al lavoro di cura sia alla precarietà e subalternità delle donne nel sistema produttivo.

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Cultura visiva e Transmedialità/ La morte, ma prima la vita. Postilla ontologica intorno al Trono di Spade.

a33209cb40d7dbd980ba6cdceddc56b0f6-got-poster-s8-2.rsquare.w1200.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


 E se moriremo, moriremo. Ma prima vivremo.

(Ygritte a Jon Snow, Stag. 3 Ep. 7)

(contiene spoiler)

Sono trascorsi due anni dalla conclusione della movies serie che ha cambiato la storia della fiction, Il Trono di spade (Game of Throne, GoT), andato in onda su HBO dal 2011 al 2019, ispirata al ciclo di romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire) di George R. R. Martin. Ancora se ne discute, tra vecchie e nuove opinioni, punti di vista, attese che sfoceranno nell’annunciata nuova serie House of Dragon che andrà in onda nel 2022. I direttori dell’ottava stagione conclusiva de Il Trono di spade, David Benioff e D. B. Weiss, si sono presi la responsabilità di far marciare avanti le vicende inconcluse dei libri di Martin, chiosando punti sospesi, chiudendo domande e lasciandone aperte altre, glissando su incongruenze e dirigendo in una specifica direzione narrativa. Con tutto questo ci troviamo oggi a fare i conti, rivedendo dopo due anni le puntate dell’ultima stagione. 

Ci troviamo a fare i conti, inoltre, con un dato di fatto, spesso poco visto o commentato. Che il fantasy, come avvenuto già altre volte nella storia culturale, è un modo per esplorare contesti e spingere le idee sul mondo e sull’umano verso situazioni che nella realtà non sarebbero sperimentabili. Nessuno obietterebbe che gli animali di Esopo dicano molto delle concezioni morali del VI sec. a.C., che l’unione tra Titania e Bottom mutato in asino nel Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare contenga provocazioni serie sull’essere umano, che gli Elfi di Tolkien siano prefigurazioni idealizzate di come qualcuno vorrebbe che l’umanità fosse. Nel fantasy risiedono idee sul mondo, sull’oltremondo, sulla natura, sull’innaturale, sull’amore, sull’odio, sulla vita, sulla morte. E dove ci sono idee c’è la filosofia. Forse per questo il Trono di spade attrasse alcuni filosofi già qualche anno fa (in H. Jacoby (ed.), La filosofia del Trono di Spade. Etica, politica, metafisica, Ponte delle Grazie, Milano 2013): rintracciare in un prodotto della cultura pop alcune idee forti dice qualcosa della sensibilità del nostro tempo. Questo qualcosa va decifrato, sebbene non sia semplice coglierlo nel contesto multiforme e istrionico di un mondo irreale, per entrare nel quale serve una certa predisposizione e una certa inclinazione al nerd.

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Inchiesta sul lavoro di editor /9: Dario De Cristofaro (Italo Svevo)

  Dario-De-Cristofaro_Italo-Svevo-Edizioni (1).jpeg A cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato

Con l’intervista di oggi continua l’inchiesta – che ha cadenza quindicinale -  sulla professione dell’editor. Nel corso del Novecento questo “mestiere” è stato svolto da scrittori come Calvino, Vittorini, Sereni che fungevano da mediatori tra società letteraria, case editrici e pubblico; oggi il mondo dell’editoria è stato investito da grandi trasformazioni che sembrano aver dissolto la figura dell’intellettuale-editore e modificato in profondità il lavoro editoriale. Questa indagine mira a sondare come sia mutata, tra dissolvenze e persistenze, la funzione dell’editor all’interno della filiera del libro, coinvolgendo sia case editrici indipendenti sia l’editoria maggiore. Sono state già pubblicate le interviste a Fabio StassiLaura BosioGerardo MasuccioRiccardo TraniAndrea GentileEugenio LioOliviero Toscani e Vanni Santoni.

1) Editing e condizioni materiali del lavoro intellettuale. Qual è il suo rapporto lavorativo e quanti libri è chiamato a editare in un anno?

Come curatore della collana INCURSIONI ho il duplice compito di scegliere i titoli e di editarli. Divido perciò il mio lavoro in due fasi: quella della lettura dei manoscritti e quella della revisione dei romanzi. Cerco di non sovrapporre le due fasi e quindi ho stabilito delle finestre di lettura fra un editing e l’altro. È una suddivisione del lavoro che mi permette di avere una concentrazione assoluta sui testi, che è ciò che conta in questo mestiere. Al momento i romanzi che edito in un anno sono quattro, a cui si aggiungono i sei titoli della collana Biblioteca di Letteratura Inutile – una prosa che il più delle volte necessita solo di micro-editing.

2) Su che basi si imposta il dialogo tra l’editor e lo scrittore. Come viene “associato” un autore a un editor (per affinità tematiche, di generi letterari…); quanto del lavoro di editor può rientrare in queste categorie: semplice revisione (ruolo tecnico), interpretazione (ruolo di critico); riscrittura (ruolo creativo). Quanto e come queste tre funzioni si traducono in un dialogo con l’autore?

Per me il lavoro dell’editor comprende una parte tecnica e una umana. Quest’ultima ha a che fare con la sensibilità personale, che si riflette sia nel rapporto con la conoscenza – l’editor dovrebbe essere incuriosito da tutto, perché tutto può tornare utile durante un editing –, sia nel legame che si instaura con l’autore. Tale legame necessita di comprensione e di cura. Si potrebbe dire, parafrasando Cesare Pavese, che editare è «desiderio di conoscenza». Un desiderio che personalmente inizia sin dal momento in cui rimango colpito da un manoscritto: la prima cosa che faccio è parlare con l’autore, per farmi raccontare da lui il romanzo, per comprendere il suo punto di vista, la direzione in cui vuole andare e, così facendo, porre le basi per un dialogo chiaro e diretto. Il rapporto di fiducia che si instaura già in quei momenti sarà fondamentale per il prosieguo del nostro lavoro vero e proprio sul testo: capitolo per capitolo, scena per scena, frase per frase. La parte appunto più prettamente tecnica, in cui, attraverso il confronto costante, si ripulisce il testo, si riscrivono periodi, si libera lo stile là dove rimarrebbe schiacciato da abbassamenti di registro. Credo mi sia utile in questa fase non essere a mia volta scrittore, bensì unicamente lettore, perché è fondamentale non sostituirsi mai all’autore; occorre invece affiancarlo nel processo di comprensione più profonda della propria scrittura e delle responsabilità che questa comporta.

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Su La poesia in prosa in Italia di Claudia Crocco

9788829000838_0_0_626_75.jpg Ad aprile è uscito, pubblicato da Carocci, La poesia in prosa in Italia (Dal Novecento a oggi), di Claudia Crocco, un libro denso e dettagliato che ripercorre le tappe più significative di una nuova forma letteraria («e non un genere letterario a sé stante»), «esistita in modo eclettico e intermittente» (p. 46), non particolarmente indagata perché non presenta i caratteri formali della poesia (gli studi teorici, numerosi nel XX secolo, appartengono principalmente all’area anglofona, francese e slava), nata in Francia nella seconda metà dell’Ottocento con Spleen de Paris di Baudelaire, ed emersa in Italia nel Novecento «all’interno di una costellazione di testi più ampia (quella della scrittura breve di ispirazione modernista), in parte appartenente al genere poesia, in parte alla narrativa e alla saggistica» (p. 47). L’obiettivo (raggiunto) non è solo quello di una ricostruzione storica, ma anche di definire le caratteristiche strutturali di un nuovo linguaggio, sperimentale, innovativo, capace di «mettere in mettere in evidenza la precarietà delle definizioni di poesia finora formulate» e di rivelare, dunque, il principio fondativo della sua stessa origine: «la poesia in prosa esiste come autocontestazione della poesia» (citazione tratta da un’intervista a letture.org), ma anche del romanzo.

«Cosa fa sì che un testo in prosa sia considerato poetico?». Confini e obiettivi

Il punto dipartenza del saggio sta nella consapevolezza che è necessario ridefinire  il concetto di poesia, dato che questa non può essere banalmente «identificata con l’andare a capo, dunque con l’incolonnamento del verso» (Leopardi già nello Zibaldone contesta questa posizione che definisce «forza dell’assuefazione all’idea di convenienza» che niente ha a che vedere con la «sostanza della poesia, né del suo linguaggio e modo», confessando in una lettera a Monaldo che, per quanto riguarda le Operette morali, l’intenzione è «di far poesia in prosa […], e però seguire ora una mitologia ed ora un’altra, ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ec.», in Crocco p. 17). Le cose sono cambiate, soprattutto negli ultimi due secoli, ed è chiaro, leggendo l’ultima edizione di La metrica italiana di Beltrami, per cui «versificazione è un concetto tecnico, che riguarda i tipi di discorso dotati di certe caratteristiche formali, mentre “poesia” è un concetto estetico, sentito come diverso da quello di versificazione fin dalle più antiche teorie estetiche che hanno avuto importanza nella cultura occidentale» (Beltrami, 2011, p.13, in Crocco, p. 16). Dunque, cosa definisce la poesia, dato che il verso non è più indispensabile, e non è più un criterio significativo? A questo punto, cosa distingue una poesia in prosa dalla pagina di un racconto breve? Il dubbio nasce, soprattutto, anche considerando la varietà di interpretazioni che è possibile notare nelle antologie dagli anni Settanta in poi:

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Leggere per capire e stare nel mondo. Il mio migliore amico è un fascista di Takoua Ben Mohamed

vgvbhjnbhgvxcf.jpg La scuola è un luogo di possibilità in cui si incontrano storie ed esperienze diverse, in cui chi insegna può imparare e chi impara può, talvolta, diventare docente, in cui dialogano insieme la tradizione e la modernità, il canone e ciò che sta fuori dal canone, in cui capita di parlare di quello che è successo il giorno prima insieme a eventi vecchi di secoli. La scuola è un organismo complesso, estremamente composito e fluido, in cui si gioca la relazione tra docenti e studenti all’interno del sapere, uno scambio a due direzioni, però, non unilaterale. Provo a spiegarmi con un esempio: durante le ore di lettura libera si è formato spontaneamente un gruppo di lettori del manga “L’attacco dei giganti”, a fronte delle mie domande curiose sono stati i ragazzi a spiegarmi il testo (e anche a prestarmelo), a mostrarmi le caratteristiche, i temi, la caratterizzazione dei personaggi e dell’ambiente. Io mi sono accorta che nello spiegarmi stavano applicando le strategie e le routine di lettura su cui lavoriamo da due anni, grazie alle quali, ad esempio, hanno trovato connessioni tra il Manga e il romanzo “La collina dei conigli” di Adams che avevamo appena finito di leggere ad alta voce. Abbiamo imparato insieme e io ho scoperto un’opera, uno stile, una cultura che sto cercando di studiare e approfondire, partendo dalle domande: perché i ragazzi sono così interessati ai manga? Cosa trovano in queste opere? Quali sono le caratteristiche di questa tipologia di fumetti? Come immagine e testo dialogano insieme? Quali temi vengono sviluppati? Insomma, alcune delle domande chiave del docente di lettere.

Lettura a scuola (con i preadolescenti)

Ho una biblioteca di classe a disposizione degli studenti: ci sono romanzi classici per ragazzi, nuove uscite, riviste, albi illustrati e graphic novel. Ciascuno sceglie liberamente, a volte seguendo i consigli o le presentazioni dei compagni, altre i miei suggerimenti, altre ancora i propri desideri. C’è un solo “obbligo”: una volta terminato, raccontare agli altri, discutere e, perché no, stroncare quanto letto purché si motivi e argomenti. È importante che un docente abbia chiaro cosa leggano i ragazzi oggi, in quale direzione stia andando la letteratura per ragazzi, quali siano i libri più validi, quali forme narrative si stiano sviluppando e affermando: dalle discussioni sui libri contemporanei e sulle forme narrative diverse dal romanzo, avremo un osservatorio privilegiato sulla classe, sull’editoria per ragazzi e su cosa questi ultimi si aspettino da un libro. E dalla lettura di testi scritti con lo sguardo strabico degli scrittori per ragazzi (che provano a scrivere adottando il punto di vista del loro sé ragazzo, ma non dimenticando di essere adulti che hanno superato e rielaborato quel periodo) risulterà qualche tassello in più per conoscerli e capirli.

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La cabina della funivia e la razionalità irrazionale del sistema

ficciones-di-borges.jpg In una zona d’Italia quasi al confine fra Piemonte e Lombardia, terra di padroncini e della Lega, 14 persone sono morte e un bambino è in ospedale a rischio della vita. Sulla funivia Stresa-Mottarone la cabina è precipitata per la rottura di un cavo e per il mancato intervento automatico di frenaggio che sarebbe dovuto scattare impedendole di essere risucchiata a valle. Sulla linea da oltre un mese si erano registrati problemi tecnici per risolvere i quali sarebbe stato necessario fermare per qualche giorno l’impianto e avviare i necessari interventi di manutenzione. Ciò avrebbe comportato un mancato introito, ovviamente, e allora, come ha ammesso subito dopo l’arresto il caposervizio, è stato deciso di disattivare il sistema di frenaggio automatico. Il PM ha dichiarato che per ragioni economiche c’è stata una «deliberata volontà di bloccare i freni di emergenza», mentre il procuratore Bossi ha affermato che si è trattato di «una scelta consapevole e non di una omissione occasionale». D’altronde uno dei tre arrestati, il caposervizio (che ha operato però di intesa col proprietario e col direttore di esercizio, tutti e tre arrestati), ha ammesso di avere «deliberatamente e ripetutamente» inserito i dispositivi che impedivano il funzionamento dei freni. Per ragioni di profitto immediato, si è giocato per oltre un mese sulla vita dei passeggeri, finché puntualmente non si è verificata la tragedia. Intervistato alla TV, un abitante della zona ha osservato che i proprietari e i gestori avevano giocato alla roulette russa sulla pelle dei passeggeri. E un altro: «Chi l’avrebbe mai pensato? Sulla funivia salivano anche i figli del proprietario…».

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