laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

Il cucchiaino del dottor Mandel’štam. Su Il rumore del tempo e altre prose di Osip Mandel’štam

9788845926693_0_536_0_75.jpg Una prosa cristallografica

Le prose che costituiscono la raccolta Il rumore del tempo di Osip Mandel’štam (Passigli Editori, 2010) furono scritte tra il 1925 e il 1928. Precedono dunque di un soffio la lunga e dolorosa persecuzione che, tra denunce, arresti, ricoveri, condusse infine il poeta, accusato di antistalinismo, nel lager siberiano di Vtoraja Recka, dove morì d’inedia e di stenti nel dicembre del 1938. Appartenente a una benestante famiglia ebrea di Varsavia, Mandel’štam aveva studiato alla Sorbona ed era amico e sodale, tra altri grandi intellettuali, di Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, con le quali condivideva una fiera avversione al simbolismo e a quella letteratura destinata unicamente all’«appagamento semantico», al suo portato di «inevitabile imparaticcio», di «batti e ribatti sui soliti, vecchi chiodi definiti “immagini storico-culturali”»[1]: «Possibile che la letteratura – orso che si succhia la zampa – sia un sonno pesante, dopo il lavoro, sul divano dello studio?» (Il rumore del tempo - In una pelliccia signorile non adatta al rango, p.78), si chiedeva lo scrittore; e così – con febbricitante lucidità – descriveva la sua epoca, e se stesso:

Mi sentivo agitato e ansioso. Tutta l’agitazione del secolo mi si era trasmessa. Attorno fluivano strane correnti: dalla brama di suicidio all’aspettazione della fine del mondo. La letteratura dei problemi e delle insipienti questioni universali era appena passata col suo cupo e fetido passo, e le mani sporche e vellose dei trafficanti di vita e di morte rendevano ripugnante il nome stesso della vita e della morte. Era davvero la notte dell’ignoranza! I letterati con le bluse nere e le camicie alla russa facevano commercio, come negozianti di grano, di Dio e del diavolo e non c’era casa dove non si strimpellasse con un dito la stupida polka della Vita dell’uomo, divenuta simbolo di un simbolismo abominevole e plebeo. Troppo a lungo l’intelligencija si era nutrita dei canti studenteschi. Adesso vomitava le questioni universali. La stessa filosofia come dopo una bottiglia di birra. (Il rumore del tempoLa famiglia Sinani, p.68)

Stampa

Rileggere Cesare Cases: un antidoto

cases-copertina-1078x516.jpg Tra i modelli discorsivi da utilizzare come antidoti o vaccini negli anni attuali, del narcisismo dei social e dello specialismo dei “papers”, vi è la scrittura di un critico dimenticato che sulla rivista L’Indice dei libri del mese da lui fondata aveva fissato con chiarezza le buone regole per una recensione onesta: Cesare Cases (1920-2005). Cases è un stato un importante germanista ma anche un brillante critico letterario, un ironista e polemista nei saggi raccolti nei volumi Patrie lettere e Il testimone secondario (Einaudi, 1974 e 1985). I suoi autori italiani prediletti, difesi nell’ambito delle accanite discussioni degli anni Sessanta e Settanta, sono Calvino, Primo Levi, Elsa Morante.   Cases è abitato dal lukacsiano “demone della Totalità” che sopravvive in lui anche dopo le negazioni e le abiure. Dunque, è sbilenca in lui la situazione dell'interprete, apparentemente secondaria e marginale e su questa esibita provvisorietà si articolano le sue forme aggressive e difensive: l'ironia, il paradosso, la parodia.  Non a caso, il saggio critico in Cases può mascherarsi in altre forme del discorso: la lettera burocratica, il racconto, il dialogo. A esempio, nella  rubrica  «Libri da leggere e da non leggere», provocatoria tabella di stroncature e di approvazioni  della rivista Quaderni piacentini nel 1967, compare il suo saggio Difesa di “un” cretino: una appassionata difesa di Damiano Malabaila, pseudonimo del Primo Levi di Storie naturali, scritta in forma ironica come finta abiura e  lettera apologetica indirizzata all'«Onorevole redazione» che quel libro aveva stroncato:

Stampa

Il caos a scuola

pinda1_Qb2BsSn.png Antefatto

Durante l’estate del 2020, dopo un anno scolastico finito in lockdown e didattica a distanza, mi sono imbattuta, abbastanza casualmente, in un articolo del Prof. Enrico Bucci[1] che trattava della Teoria del Caos applicata alla comprensione dello sviluppo di un’epidemia. Un passaggio di questo articolo diceva: «A Seul, una sola persona, in una sola notte, girovagando per locali notturni ne ha infettate almeno altre 54, dopo che l’epidemia era stata sostanzialmente allontanata. Cosa sarebbe successo se quella persona, quella sera, fosse stata trattenuta a casa, e si fosse recata negli stessi locali una settimana dopo?».

Il mio cervello ha fatto un balzo ed ha tirato fuori dai ricordi una poesia di Wisława Szymborska, Il terrorista, lui guarda, letta qualche anno prima: una poesia slow motion durante la quale il tempo di pochi minuti si dilata davanti alla porta di un bar dalla quale entrare o uscire diventa questione di vita o di morte.

Questa connessione mi ha reso immediatamente chiaro ciò che Edgar Morin ci va ripetendo da tempo, anche a noi insegnanti, ovvero l’urgenza di introdurre nella scuola per il futuro lo sviluppo di un pensiero critico e sistemico, ovvero capace di cogliere la complessità degli eventi passati o presenti per costruire scenari e provare a governare, almeno un po’, l’imprevisto.

In quello straordinario libro del 2004 che è Educare per l’era planetaria. Il pensiero complesso come metodo di apprendimento, Edgar Morin ammonisce: «È diventato di vitale importanza conoscere il destino planetario che viviamo, tentare di percepire e concepire il caos degli avvenimenti, delle interazioni e retroazioni in cui si fondano e interferiscono i processi economici, politici, sociali, nazionali, etnici, religiosi, mitologici che tessono questo destino, sapere insomma chi siamo, ciò che accade, ciò che ci determina, ciò che ci minaccia, ciò che può illuminarci, avvertirci, e, forse, salvarci»[2].

Stampa

Do you read? – Su Daniele Del Giudice

del giudice-kXBE-U46090677124526TZD-919x612@CorriereVeneto-Web-Veneto.jpg Parola e silenzio

La precisione e l’eleganza, le qualità più ammirate della scrittura di Daniele Del Giudice, sono funzione del suo rapporto con il mondo e la storia, il riflesso del suo personale incontro con le cose, materia o luce che fossero (saranno luce, infine, dice in Atlante Occidentale).

È difficile separare la riflessione sul suo modo inimitabile di essere scrittore dal suo modo singolare di essere persona, ricordandolo in questi giorni, appena dopo la sua scomparsa definitiva - poiché al di fuori del ricovero alla Giudecca, sul lato della laguna che volge al mare, Daniele era già scomparso da tempo.

C’era profondità nel suo sguardo, una chiara profondità, che gli consentiva di vedere o intuire la radice di ciò che incontrava, e c’era un rispetto per le cose e i fatti che lo spingeva, per così dire, a rifletterci sopra mentre ancora ci stava dentro.  Un distacco senza distacco. Frasi e parole hanno quella precisione perché le aveva pensate, cercate fin da subito, e hanno quell’eleganza perché sono il frutto della sua attenzione, del filtro (auto)selettivo che le vaglia, spesso le rarefà - i suoi testi sono brevi, distanziati negli anni - a volte preferendo il silenzio.

Stampa

Giornalismo e scrittura letteraria secondo Aramburu

9788823527720_0_536_0_75.jpg 1. Dopo il successo di Patria, romanzo che ha regalato a Fernando Aramburu la notorietà presso il pubblico italiano, esce in Italia Il rumore di quest'epoca, un nuovo lavoro che raccoglie una selezione di articoli usciti sul quotidiano spagnolo El Mundo tra il 2017 e il 2018.

Pur non essendo né un romanzo, né una raccolta di racconti, Il rumore di quest’epoca non intende «perdere di vista il proposito letterario della scrittura» e rivela la necessità di restituire dignità letteraria a quella giornalistica e in particolare al giornalismo d'opinione. L’autore, infatti, scrive:

Sbaglio se associo il giornalismo d'opinione alla letteratura? Per amor di precisione, ci tengo a dire che non lo associo a qualunque letteratura, ma a quella che ha via via acquistato forma, da tempi antichi, sotto l'ala della carta stampata. Non sarò io a negare che il buon giornalismo d'opinione comincia dove finisce la scrittura meramente utilitaria e che un pizzico di riflessione perspicace e di stile costituiscono i suoi condimenti primordiali.[...]. Attribuisco alla carta stampata la capacità di generare la propria letteratura, indipendentemente dal fatto che apra le porte anche ad altre modalità di creazione letteraria come il racconto o, in epoche ormai piuttosto lontane, il romanzo a puntate. L'articolo d'opinione è la forma genuina di questa espressione letteraria.

I giornali sono il luogo dove si può fare letteratura, e non soltanto, come convenzionalmente si pensa, informazione. Insomma, la stampa giornalistica non deve ridursi esclusivamente a un ruolo utilitaristico e stilisticamente povero e trascurato. Questo è il punto di vista che emerge dall'introduzione del volume, e che inserisce lo scrittore basco in quella lunga tradizione di intellettuali che associano il giornalismo d'opinione alla letteratura e che si interrogano sulla forma-saggio. Attraverso Il rumore di quest'epoca Aramburu dimostra infatti come si possa spaziare dagli argomenti più intimi e personali alle riflessioni di carattere più astratto e riflessivo senza rinunciare mai a un impegno stilistico sempre mosso e tuttavia anche rigoroso e sostenuto.

Stampa

Lettori e testimoni: gli studenti approdano alla graphic novel

 8506fdac41ab1263e39a6057e5620706.jpg L’esperienza che vogliamo condividere è stata realizzata nella classe 3F del Liceo Classico Carducci di Milano, nell’anno scolastico 2020/21: questo percorso, “L’Ulisse di Dante a confronto con altre interpretazioni del personaggio”, ha permesso di mettere in dialogo gli autori e i temi affrontati in storia della letteratura con il percorso “La Giornata della Memoria: il messaggio dei testimoni e la nostra riflessione oggi” affrontato nell’ambito dell’educazione civica.

Il primo testo affrontato è stato Se questo è un uomo di Primo Levi che si presta ad una riflessione pluridisciplinare sulla figura di Ulisse nel corso del tempo. Sono stati successivamente organizzati dei momenti laboratoriali a distanza nei quali la classe, divisa in gruppi, ha approfondito i concetti di “uomo” e di “testimone” a partire da alcuni suggerimenti di riflessione: dai classici Levi e Segre ad altre testimonianze di umanità quali Sommer e D’Avenia nel suo Ciò che inferno non è. In classe gli studenti hanno scambiato le loro opinioni su quello che avevano visto, letto e ascoltato per poi continuare l’attività in forma autonoma nei singoli gruppi. Il contributo dei docenti delle diverse discipline nel corso del pentamestre è stato quello di valorizzare all’interno della propria programmazione gli argomenti che potessero arricchire gli spunti di partenza, oltre a prevedere un paio di momenti di monitoraggio – all’inizio del mese di marzo e a fine aprile – per sostenere gli studenti nello sviluppo del lavoro. Le lezioni frontali hanno coinvolto gli insegnanti di latino, greco, italiano e inglese, i quali hanno seguito il personaggio di Ulisse nelle sue rappresentazioni letterarie, da Omero ai tragici greci (Sofocle, Filottete vv. 1-134; Euripide, Ecuba, vv. 218-440), da Livio Andronico a Dante (Inf. XXVI), da Tennyson (Ulysses) a Pascoli (Poemi conviviali, L’ultimo viaggio XXIV).

Stampa

L’invenzione della solitudine: padri, figli, memoria secondo Paul Auster

Paul Auster2.jpg C’è anche la tentazione (…) di guardare il mondo come se fosse un’estensione dell’immaginario. Talvolta ad A. è accaduto anche questo, ma non gli piace credere che sia una buona soluzione. Come tutti, anche lui anela a un significato. Come quella di tutti, la sua vita è così frammentaria che ogni volta che scorge un rapporto fra due frammenti ha la tentazione di attribuirgli un significato. Il rapporto esiste: ma dargli un significato, guardare oltre il semplice dato del suo esistere, vorrebbe dire costruire un mondo immaginario all’interno di quello reale, e lui sa che l’operazione non regge. Nei momenti di maggiore coraggio, ammette l’assenza di un significato come principio fondamentale, accettando la necessità di vedere che cosa ha davanti (seppure, contestualmente, dentro di sé). (…) Ci sono il mondo e le cose che si incontrano nel mondo, e parlare a loro vuol dire trovarsi nel mondo. (…) Allora lui scrive: entrare in questa stanza è dissolversi in un luogo dove si incontrano il presente e il passato. (…)

L’invenzione della solitudine.

(P. Auster, L’invenzione della solitudine, Einaudi 1997, pp.151-152)

Due chiavi

L’invenzione della solitudine è il racconto di questo dissolversi in un luogo dove si incontrano il presente e il passato. È la mappa di questo luogo. Per questa ragione l’ho letto, dopo aver perso i miei genitori: alla ricerca di un orientamento. Non me ne vogliano quindi i lettori di Paul Auster se manterrò lo sguardo sulla mappa, senza prendere in considerazione altre opere dello scrittore statunitense, pure molto amate, pure non distanti da questo tracciato: voglio entrare nel luogo dove la memoria si fa.

Stampa

Lettera alla comunità scolastica e universitaria

depositphotos_187643224-stock-photo-defocused-urban-night-scene-background.jpg Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta del gruppo di docenti palermitani de I classici in strada.

I. La scuola e l’università come frontiere di civiltà

Contro il covid-19 si sta realizzando probabilmente la più grande e rapida vaccinazione di massa della storia. Ma con l’accelerazione impressa alla campagna vaccinale si stanno divaricando anche le posizioni di chi ritiene giusta la vaccinazione e di chi non la sceglie per sé. Il dibattito pubblico, sempre più spesso condotto in modo colpevolizzante e minaccioso, e la pressione sociale indotta dall’introduzione del green pass hanno senz’altro favorito questa divaricazione. 

Ma al netto dei fattori estrinseci, le scelte delle persone sulla vaccinazione si divaricano in base ai pensieri nutriti da conoscenze ed esperienze. Sono questi “pensieri-vissuti” che portano persone con le medesime aspirazioni - tutti noi infatti vogliano tornare a vivere serenamente - a fare scelte diverse. Sono i pensieri-vissuti che fanno la differenza.

Nel divaricarsi dei giudizi, possiamo inoltre osservare che chi nel formulare i propri pensieri non prende seriamente in conto i “pensieri-vissuti” degli altri tende, presto o tardi, a farne una caricatura: nascono così le etichette di massa di “no-vax” o “complottisti” da un lato, o quella meno pervasiva, ma altrettanto respingente, di “servi della dittatura sanitaria” dall’altro. Si tratta di stigmatizzazioni che allontanano da un sereno ragionare. Più le parole divengono rigide più si allontanano dalla comprensione della vita, più le persone divengono incapaci di decentrare il proprio punto di vista più il giudizio verso l’altro diviene violento.

Stampa

Realismo capitalista

00000000000000001Fisher Confesso di non aver sentito parlare di Mark Fisher, critico sociale e blogger di culto britannico, fino a poche settimane or sono. Avevo invece incontrato qua e là l’espressione «realismo capitalista» (che vedremo meglio fra poco), che è anche il titolo della sua opera più nota (2009), tradotta anche in italiano per l’editore Nero (Roma, 2018). Una serie di casuali incontri con citazioni e riferimenti in varie riviste o giornali mi hanno fatto poi collegare autore e titolo, e ho acquistato e letto d’un fiato questo prezioso pamphlet. Mi permetto di suggerirne la lettura ai docenti che frequentano questo sito e che non l’avessero da soli incontrato, sia perché è d’interesse generale, e l’intreccio fra temi sociali e culturali è oggi, come sempre, ineludibile, sia perché uno spazio tutt’altro che marginale è dedicato alla scuola, alla formazione, all’immaginario e perfino all’inconscio.

Il pamphlet non è un genere minore, anche se certo non tutti i pamphlet sono grandi opere. Appartengono a questa categoria Il principe di Machiavelli (a suo modo), Una modesta proposta… di Swift e Candide di Voltaire, per citare grandi capolavori. La scrittura saggistica e l’intento divulgativo vi s’incontrano, così come la riflessione filosofica, la prospettiva satirica o critica e l’esperienza quotidiana; il tutto dev’essere anche efficacemente condensato ed esposto in maniera argomentata sì, ma asseverativa. Non vorrei, con tali esempi, esagerare la portata del libello di Mark Fisher, ma certo in esso questi intrecci sono evidenti e rilevanti, e tale densità rende ardua e frustrante una concisa esposizione del libello.

Stampa

Il principio speranza

22_13878776535678-1280x720.jpg “La letteratura e noi” è il nostro titolo. Ma questo “noi” cosa significa oggi?

Si vive in un momento storico in cui la pandemia ha accresciuto frantumazione sociale e isolamento dei singoli e dei gruppi familiari. Il narcisismo, fenomeno tipico di questa epoca, si è sviluppato in forme di individualismo esasperato e di egoismo senza limiti. L’idea di libertà ha perduto la sua dimensione sociale e collettiva, per assumere l’aspetto di una diffusa egolatria, ignara dei diritti degli altri. La dimensione del “noi” si è smarrita. Contemporaneamente la pandemia ha rivelato però anche la necessità di un fronte comune nella lotta contro il virus e suscitato il bisogno di una solidarietà collettiva. È una contraddizione su cui lavorare.

In questa situazione il “noi” può essere quello di un piccolo gruppo che fa un blog per difendere uno spazio di intervento e la propria sopravvivenza come comunità ristretta che pretende di interpretare i testi letterari e fornire spunti e temi a chi opera nel mondo della scuola. Nel medesimo tempo però questa comunità ristretta sa, o dovrebbe sapere, che esiste anche una comunità più grande. L’unica ontologia dell’essere, diceva un vecchio filosofo e critico letterario del secolo scorso, è l’essere sociale. Da questo punto di vista, insomma, la sfera del “noi” tende ad allargarsi e ad abbracciare tutti i possibili interpreti di un testo letterario, la comunità dei lettori nel loro complesso, e addirittura la società tutta come potenziale interprete non solo delle opere artistiche ma dei destini del mondo che esse raffigurano. Scrivere per un “noi”, e non per un “io”, comporta l’esigenza di confrontarsi con questo orizzonte più vasto. Il nostro “noi” da questo punto di vista vorrebbe preservare questa prospettiva. Non è solo uno stile di pulizia, di lavoro e di scrittura, ma un modo, pur consapevole della propria modestia, di tendere – anche attraverso questo stile - a un noi prospettico o “figurale”, come avrebbe detto Auerbach. Il nostro “noi” non è tanto appello a una difesa comune di uno spazio: è qualcosa da costruire insieme. Tende a un futuro non a salvaguardare un passato. Un’utopia? Forse. Ma senza una utopia come si fa oggi a insegnare letteratura in una scuola, a occuparsi dei testi letterari e di didattica, ad avere ancora fiducia nel lavoro culturale?

Stampa

Perché leggere Aspettando i barbari di J. M. Coetzee

8559104.jpg  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Mai visto niente del genere. Due dischetti di vetro cerchiati di metallo davanti agli occhi. È cieco? Capirei se fosse cieco, se volesse nascondere occhi che non vedono. Ma non è cieco. I dischetti sono scuri, dall’esterno sembrano opachi, però lui ci vede attraverso. Mi spiega che sono un’invenzione nuova. – Proteggono gli occhi dal riverbero del sole, – dice. – Sarebbero utili qui nel deserto. […] Siamo seduti nella stanza migliore della locanda, davanti a un fiasco e a una ciotola di nocciole. Non parliamo del motivo per cui è venuto. È qui a causa dello stato di emergenza e tanto basta. Invece parliamo di caccia. Mi racconta dell’ultima battuta a cui ha partecipato: migliaia di cervi, di cinghiali, di orsi abbattuti. Talmente tanti che hanno dovuto lasciare lì a marcire una montagna di carcasse («un peccato»). […]

Si muove a tentoni tra l’arredo che non conosce ma non si toglie gli occhiali scuri. Va a letto presto. Alloggia qui nella locanda perché è il posto migliore in città. Ho spiegato bene al personale che si tratta di un personaggio importante: – Il colonnello Joll è della Terza Divisione, – ho detto. – E la Terza Divisione oggi è la sezione più importante della Guardia civile –. O almeno questo è quanto ci dicono le voci che ci arrivano con molto ritardo dalla capitale. (Aspettando i barbari, Traduzione di M. Baiocchi, Einaudi, 2016, pagg.3-4)

Nel 1980 esce il terzo romanzo di Coetzee, che scrive la sceneggiatura del film omonimo del 2019. Evidentemente questo libro continua a voler dire qualcosa anche a chi l’ha scritto. Sembra che la tensione non si sia depositata sulla pagina: la scrittura sembra non abbia trovato compimento nella quiete della stampa. La storia - anche per l’autore - deve continuare ad essere raccontata. Il racconto ci riguarda, in effetti, come esseri umani e come specie: dal tempo arcaico della preistoria, in cui agricoltori stanziali si contrappongono a cacciatori nomadi, e «Quelli che chiamiamo barbari in realtà sono nomadi» (pag.63), fino ai nodi contorti dell’attualità, a quell’odio insensato che tinge la storia di razzismo, di violenza gratuita nei confronti di qualsivoglia diverso. Il barbaro è l’oscura perenne minaccia che giustifica l’aggressione più crudele: è accaduto ieri, accade oggi. Per questo il romanzo è collocato in un tempo indeterminato ed in uno spazio che è il confine, di fronte al deserto, nell’attesa di una apocalisse, che non si sa se sarà una palingenesi o soltanto una fine. È il mito della nostra storia alla ricerca di una rivelazione di senso.

Stampa