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diretto da Romano Luperini

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La valutazione come gioco degli scacchi, ovvero che cosa ho imparato guardando la valutazione da una certa distanza

Il settimo sigillo  partita a scacchi con la morte mare-2.jpg Durante le prime riunioni di questo nuovo anno scolastico ho avuto la netta sensazione che uno dei motivi di maggior sollievo fra i colleghi per il ritorno alla didattica in presenza riguardasse la valutazione. La perdita del controllo sulle verifiche e le interrogazioni da casa, cui qualcuno e forse più di qualcuno la scorsa primavera non aveva saputo o voluto rinunciare, è stata sfibrante.

La riottosità ad abbandonare queste modalità “frontali” di valutazione aveva generato pesanti sarcasmi: i docenti fanno come al solito interrogazioni/interrogatori, intendono la valutazione come forma di controllo e il proprio ruolo come un esercizio di potere, a tal punto da esigere di penetrare nelle stanze dei propri studenti per estorcere la performance. Al contrario, si sarebbe dovuto cogliere l’occasione per tentare vie diverse dalla formula lezione-studio-interrogazione, per cambiare alla radice paradigma di valutazione e didattica e una scuola muffita e inerziale.[i]

Confesso di vivere con una certa insofferenza entrambe le posizioni: da un lato mi pare suicida e dimostrazione di scarsa fantasia pretendere di fare la fotocopia della valutazione in presenza quando tutto, dai tempi al setting, dagli strumenti ai criteri, è stravolto dalla distanza; dall’altro mi urta questo salto quantico che nelle discussioni è diventato – o forse è sempre stato – una costante, per il quale un problema didattico e pratico, spesso complesso, viene spostato polemicamente su un piano di volta in volta pedagogico, sociologico, politico. Ma non è sempre possibile, o utile, trasformare difficoltà quotidiane in Questioni Politiche. Tra i due piani ci sono gradazioni, sfumature e una complessa dialettica.

L’equivoco rousseauviano

Mi sembra che la mancata volontà di cambiare registro da parte di alcuni colleghi, oltre che su fenomeni di inerzia di sistema e personali che non negherò, dipendano anche da un equivoco di fondo: illudersi che la relazione tra docente e studente si fondi esclusivamente sull’autorevolezza del primo, il rispetto per essa del secondo, e un appello alla reciproca trasparenza e fiducia che rischia di diventare però una forma di fideismo. Per questo, impossibilitati a esercitare la vigilanza, durante la didattica a distanza ci siamo illusi che fosse sufficiente la petizione di principio del richiamare alla correttezza gli studenti, ritrovandosi a rigirare fra le mani solo e soltanto un senso di frustrata impotenza, che si è tramutato talvolta in una vera e propria ossessione da controllo, di cui il caso emblematico – benché unico ed estremo – è quello del collega che avrebbe interrogato gli studenti facendoli bendare, neanche fossimo a Guantanamo.

Suarez e il linguaggio dei professori di Perugia

 

suarez.jpg I fatti sono noti, una inchiesta è aperta, TV e giornali ne parlano. L’università per stranieri di Perugia, d’accordo col Rettore della Università statale della stessa città, ha fatto un esame-farsa al giocatore Suarez per farlo diventare in pochi minuti cittadino italiano e permettere il suo acquisto da parte della Juventus. Pare che il giocatore fosse stato preavvisato delle domande e informato sulle risposte che doveva dare. E infatti il giorno stesso dell’esame (durato esattamente dodici minuti) Suarez ha ricevuto una certificazione per la quale solitamente occorrono 45 giorni.

Attraverso le registrazioni sono documentati gli interventi telefonici del Rettore della università statale, della Rettrice dell’Università per gli stranieri, degli avvocati della Juventus e del direttore della area tecnica Paratici, di un addetto al “Centro per la valutazione e la certificazione linguistica” dell’Università, e dei professori incaricati di far sostenere l’esame al giocatore. Non entro nel merito di quanto è accaduto e della sua rilevanza penale. Mi interessa un altro aspetto: il linguaggio. I dirigenti e gli avvocati della Juventus, i rettori delle due università, il direttore generale della Università degli stranieri (un grande burocrate, insomma), i professori incaricati dell’esame, parlano lo stesso linguaggio e hanno la stessa cultura e lo stesso sistema di valori. Per loro il suddetto Paratici «è più importante di Mattarella», è inconcepibile che un giocatore «che guadagna 10 milioni di euro a stagione» debba sottostare a un esame normale (quello che ogni anno affrontano altri stranieri, etiopi, cinesi, coreani, nigeriani…), essere invitati in tribuna vip allo stadio della Juventus è un privilegio per cui sarebbe impensabile non chiudere  occhi e  orecchie (per non sentire che il giocatore sa coniugare i verbi italiani solo all’infinito, come ammette un insegnante), aiutare un centravanti che «ci fa vincere la Champions» è cosa assolutamente fuori discussione. L’unica differenza linguistica percepibile è che i legali e i tecnici juventini non parlano ovviamente il romanesco becero dei professori perugini, personaggi del tutto degni (non solo per  lingua, ma per cultura e ideologia) dell’immortale tipo d’italiano rappresentato da Alberto Sordi. Gli investigatori cercano la prova della corruzione: ma i dirigenti della Juventus non hanno bisogno di corrompere o persuadere i rappresentanti della università perché questi sono già persuasi per proprio conto.

Due osservazioni: per allettare i dirigenti della Università per stranieri il Rettore della statale fa presente che promuovere Suarez «sarebbe stato un modo per fare pubblicità». Detto fatto: il giorno del cosiddetto esame giornalisti e telecamere sono convocati e si affollano intorno all’illustre esaminato (giunto, pare, con aereo personale) che alla fine sventola l’ottenuto certificato nel tripudio di docenti, discenti, burocrati universitari, tecnici juventini (che nel frattempo però hanno fiutato lo scandalo e rinunciato a comprare Suarez, ma ancora nessuno lo sa). A questo è ridotta la Università: a vendersi l’anima per attirare studenti e investimenti, e insomma per farsi un po’ di pubblicità.

Il dilemma, però, è politico. Considerazioni su The social dilemma

 

the-social-dilemma-cosa-ce-da-sapere-sul-documentario-netflix-maxw-697.jpg Ho visto The social dilemma, il documentario drammatizzato (docudrama) di Netflix sugli effetti devastanti dei social network: incremento della dipendenza da schermo, percezione di sé e socializzazione degli adolescenti distorte, politica globale e dibattito pubblico impazziti (polarizzazione, bolle e camere d’eco, complottismo, notizie false, manipolazione delle scelte di voto).

Si tratta indubbiamente di un documentario da vedere, magari da far vedere in classe, in particolare se si è a digiuno su argomenti quali il rapporto tra gli studi psicologici sulla manipolazione e le grandi corporation dell’high tech, i big data e gli algoritmi che governano tutto ciò che “spontaneamente” i social media ci propongono, il «capitalismo della sorveglianza». Vengono intervistati infatti gli autori dei libri più importanti usciti di recente su questi temi: Shoshana Zuboff, Cathy O' Neill, Jaron Lanier.

Ma l'aspetto di maggior interesse è la folta presenza di ex progettisti e manager (ad altissimo livello) di Facebook, Google, Pinterest, Instagram, ... "pentiti", che, come già altre gole profonde (Edward Snowden), raccontano il dilemma etico di aver contribuito a creare strumenti che credevano potessero connettere gli esseri umani e che si sono progressivamente rivelati al contrario una pericolosa forma di controllo e direzione dei comportamenti. Raccontano anche la scissione vissuta tra identità professionale e personale: durante il giorno contribuivano a perfezionare quegli strumenti da cui loro stessi, una volta tornati a casa, erano diventati dipendenti. Interessante anche il loro comportamento come genitori: i figli di chi ha lavorato alla progettazione dei social media hanno il divieto di usarli (da ricollegare alla notizia di qualche tempo fa sulle scuole delle Silicon valley che non adottano alcun tipo di tecnologia informatica).

Chi segua questo argomento da tempo, però, non si imbatterà in grandi rivelazioni, guardando The social dilemma: si tratta della buona divulgazione di tesi e studi noti. Si potrebbero, anzi, fare alcune osservazioni critiche, anche allo scopo di evitare, fra i neofiti, due reazioni opposte che, a mio parere, il documentario potrebbe produrre: “non esageriamo, non può essere davvero tutto così catastrofico!”; “il mondo sta per precipitare nel caos!”.

1) La narrazione risulta contraddittoria. Fosca e angosciosa per un'ora e tre quarti, vira sull'happy end a un quarto d’ora dalla fine. Si dirà che un po’ di speranza in conclusione non si nega a nessuno e che la struttura stessa della narrazione popolare lo impone. Vero. Ma il peso politico della tesi fin lì sostenuta – che i social media stiano picconando in brevissimo tempo la nostra stabilità psichica e le nostre democrazie – ne esce sminuito. Il potere delle corporation dell’high tech è reticolare, tentacolare, onnipervasivo, ma alla fine, ci si dice, se ci impegniamo possiamo sconfiggerlo. Come? Basterà cancellarsi da tutti i social media come suggerisce Lanier?

Sospesi tra la norma sociale e Miyazaki. Su Tiziano Scarpa, La penultima magia

978880624601HIG.jpeg "Se risalgo in superficie il rametto schizzerà via e incanterà di nuovo tutto quanto. Tutti gli abitanti se ne andranno e io perderò la mia piccola Agata". Questo pensiero le diede slancio. Piegò il ramoscello con tutte le forze che le restavano, a poco a poco lo curvò a forma di anello. Le due estremità si respingevano come poli di calamite potentissime. Fata Renata strinse i denti. "Agata!" pensò, "Agata!", come se stesse invocando un essere più forte di qualsiasi fata o mago o spirito del cielo e dell'abisso, perché quel pensiero era la sorgente delle sue energie. Il rametto dorato cedette, si fletté, le sue estremità si toccarono formando un piccolo cerchio.

In fondo al pozzo ci fu una specie di esplosione subacquea, attutita e compressa dal peso dell'acqua. Fata Renata si sentì morire (p. 51).

Magia o devianza?

L'ultima opera di Tiziano Scarpa si inserisce nella tradizione fiabesca italiana, già molto nota al grande pubblico grazie al monumentale lavoro di redazione affrontato da Calvino per Einaudi. Di Calvino e di Rodari Scarpa raccoglie l'eredità, restituendo linfa a una linea di ricerca di cui la casa editrice torinese si è fatta portavoce nel corso dei decenni. In quest’epoca di forte ibridazione del romanzo, la scelta dell’ambientazione fiabesca ha una forte valenza etica che si esplica gradualmente, con lo svolgersi della trama e con l’emergere dei suoi temi principali.

La vicenda è ambientata nell'epoca a noi contemporanea in una località di fantasia, Solinga, il cui nome evoca la solitudine, l'isolamento. Si tratta di una cittadina che appare come soggetta a un incantesimo, dove gli arredi urbani sono dotati di una vita propria e interagiscono con gli umani occupandosi direttamente dei compiti per cui sono stati creati. La scena si apre su due lampioni che dialogano mentre illuminano le strade di notte, finché non appare la protagonista, Fata Renata, che troviamo impegnata ad accogliere la sua nipotina Agata. La bambina le è stata affidata dall'orfanotrofio in cui si trovava dopo aver perso entrambi i genitori, cioè la figlia e il genero di Renata. Alla radice del legame fortissimo con la bambina c'è quindi in primo luogo un lutto, una perdita enorme che sembra venir elaborata attraverso l’acquisizione di poteri magici. Si tratta di una storia tutt'altro che leggera fin dalle premesse, nonostante il registro lieve trasporti il lettore in un’atmosfera fantastica. In realtà, il lutto di Fata Renata non viene mai spiegato, non si fa menzione di come la sua nipotina sia finita in un istituto per orfani. Dietro questa situazione iniziale è concesso immaginarsi qualsiasi disgrazia, visto che delle circostanze della morte di entrambi i genitori non vengono forniti dettagli: si tratta forse di un incidente automobilistico, o è lecito immaginarsi una violenza? Rimane il non detto che attraversa il racconto e rende la vicenda molto più cupa di quanto lo stile vivace di Scarpa non lasci trasparire.

Fuori cornice: tra scrittura e immagine. Rousseau le Douanier, un fanciullo nella giungla.

Henri_Rousseau_-_Myself-_Portrait_–_Landscape_-_Google_Art_Project.jpg Mi hanno sempre affascinato le vite dei pittori.

Credo che dipenda soprattutto dall'immagine della dedizione che associo direttamente a certi artisti – una questione, non lo nego, viziata probabilmente da una personale visione dell'arte ancora tutta proiettata dentro il Novecento. È d'altronde lo stesso motivo per cui trovo spesso respingente l'arte contemporanea, soprattutto nella sua dimensione performante. Ad attrarmi è la questione del corpo fuori dall'opera (non nel suo operare); il corpo come resto, trattato quasi alla stregua di un avanzo e perciò sacrificabile per più nobili scopi – come non pensare, qui, al famoso taglio dell'orecchio di van Gogh?

Nei diari dei pittori si sente spesso questo fuoco sacro, questa necessità dettata dallo spirito di sacrificio e dalla dimensione imprescindibile del lavoro, che passa per la padronanza della tecnica e per la scoperta. Si tratta dunque della necessità di mostrare la propria visione del mondo, di difenderla fino alla fine essendo disposti a pagarla anche a caro prezzo – non soltanto la povertà, ma anche il destino beffardo di essere riconosciuti postumi.

È stato questo ad esempio il destino di Henri Rousseau, detto il Doganiere, dalla cui parabola vorrei iniziare questa passeggiata tra la vita scritta di quegli artisti che definirei recidivi.

L'uso della parola, in Rousseau, è quasi sempre didascalico – e le didascalie, a volte in forma di filastrocca, accompagnano alcuni dei suoi quadri. In un'intervista pubblicata in «Comœdia» nel 1910 afferma:

«Ci vuole una spiegazione per i quadri, no? La gente non capisce tutto quello che vede».

Effettivamente nei suoi quadri c'è qualcosa di perturbante, a maggior ragione per chi viveva negli anni a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, dominati ancora dall'Impressionismo. In una pagina autobiografica egli si definisce come «uno dei nostri (francesi, N.d.A.) migliori pittori realisti». La cosa è curiosa per due motivi: il primo, di ordine stilistico, visto che il presunto realismo di Rousseau sarà d'ispirazione per una serie di movimenti (il Cubismo, il Surrealismo e la Metafisica) che apparentemente sembrerebbero agli antipodi del realismo; il secondo di ordine biografico, perché Rousseau passerà tutta la sua vita a cercare di essere riconosciuto ufficialmente dalla critica dell'epoca.

Como, due preti, i poveri e una città

 

Migranti Como Como, 15 settembre 2020 ore 7.00: Don Roberto Malgesini viene trovato morto in piazza San Rocco. L’assassinio si è costituito subito: si tratta di Ridha Moumudi, un uomo tunisino di 53 anni, in Italia da 27, irregolare dal 2006. Quella stessa mattina avvicina il parroco mentre distribuisce le colazioni ai senzatetto, gli chiede aiuto per poi pugnalarlo alle spalle: all’origine del gesto il timore di essere rimpatriato.

Como 20 gennaio 1999 ore 15.30, Don Renzo Beretta viene soccorso dal suo vicario, morirà mezz’ora dopo all’Ospedale S. Anna di Como. L’assassino, dopo aver fatto perdere le sue tracce, verrà catturato in serata: si tratta di Abdel Lakhoitri, un uomo marocchino di 31 anni, senza permesso di soggiorno. All’origine del gesto il rifiuto da parte del parroco di consegnare 60000 lire per un biglietto del treno.

20 gennaio 1999 – 15 settembre 2020

Gli sciacalli si nutrono di morte, la celebrano e la trattano come fosse proprietà loro, fanno a pezzi i cadaveri e se ne servono gettandoli un po’ qua e un po’ là per i loro comodi.

In un attimo sono ripiombata in quel giorno di gennaio in cui la nonna picchiava la testa sul tavolo e strozzava il dolore in gola (al nord non si urla la morte -sta male-, la si fa esplodere dentro): “Al po mia vess, al po vess mia” (Non può essere, non può essere). Fuori suonavano le campane a morto, sul pianerottolo della casa parrocchiale stava una pozza di sangue. La Svizzera era a poche centinaia di metri; Como, la bella città sul lago, qualche chilometro più a sud, lontana: vivevo lì sulla frontiera.

Ventuno anni dopo, don Roberto esce dalla sua Chiesa di San Rocco, centro città, non il centro dei turisti affacciato sul lago, ma quello periferico, dei quartieri multietnici. È una mattina dell’anno disgraziato 2020, nella sua Panda ci sono le colazioni da distribuire ai senza tetto. Poco dopo le 7.00 suonano le campane a morto: don Roberto è a terra in una pozza di sangue.

Distopie letterarie e distopie reali: dall’algoritmo della maturità inglese a The Giver, Hunger games, Divergent

hunger games la ragazza di fuoco Ad agosto, chi non si sia concesso una meritata disconnessione estiva o non abbia prestato angosciata attenzione solo alle notizie sulla ripresa dei contagi da covid-19, avrà sentito, magari distrattamente, che nel Regno Unito gli studenti dell’ultimo anno delle superiori sono scesi in piazza per protestare contro le loro valutazioni finali, costringendo il governo a fare marcia indietro, o “inversione a U”, come si dice in inglese.

Poco altro è trapelato nel nostro Paese. La stampa britannica ha ovviamente dato una copertura ben più ampia alla vicenda; il Guardian, storico giornale di sinistra, le ha dedicato molti articoli e commenti: in uno di questi si riportava una storia che aveva tutta l’apparenza, ma solo l’apparenza, di uno di quegli episodi di cronaca che la stampa incornicia nella forma dell’aneddoto curioso. Ne era protagonista la diciottenne Jessica Johnson, che in un racconto distopico aveva “previsto” quello che è successo quest’estate.

Il virus e l’algoritmo

A marzo il governo di Boris Johnson aveva deciso di rinunciare agli esami conclusivi della scuola superiore, come precauzione di fronte alla pandemia. È stato perciò necessario trovare una forma alternativa di valutazione finale. L’agenzia incaricata della valutazione nel Regno Unito, Ofqual, ha così fatto ricorso a un algoritmo, con cui il voto dei singoli veniva calcolato anche sulla base di parametri come la media dei voti della classe e dell’istituto nel corso degli anni precedenti.[i] In questo modo il 40% degli studenti ha ottenuto uno, se non addirittura due voti in meno rispetto a quanto si sarebbero aspettati di ottenere, se fossero stati valutati dai propri docenti. In particolare sono risultati penalizzati gli studenti delle classi più numerose, contro le piccole, e dei contesti socio-economici più poveri, contro quelli più ricchi. Inoltre, dal momento che il voto finale delle scuole superiori incide sull’ammissione al college, molti studenti si sono trovati privati del diritto di andare all’università prescelta. Un vero e proprio epic fail, che ha costretto il governo inglese a correre ai ripari, riconoscendo agli studenti danneggiati il voto più alto che meritavano.

Perché leggere “I racconti del Pacifico” di Jack London

9788823523388 0 0 626 75 «Solo perché siamo malati, vogliono toglierci la libertà. Abbiamo sempre rispettato la legge, non abbiamo mai fatto niente di male, eppure vogliono metterci in prigione. Molokai è una prigione. E questo lo sapete. Niuli, quello laggiù, ha una sorella a Molokai da sette anni. Non l’ha più vista e non la vedrà mai più perché lei resterà lì fino alla morte. E non per scelta sua né di Niuli. L’hanno deciso i bianchi che governano il paese. Ma chi sono questi bianchi? Lo sappiamo ce l’hanno raccontato i padri dei nostri padri. Si presentarono qui come agnelli, con paroline dolci, e cos’altro avrebbero dovuto fare, visto che noi eravamo forti e le isole erano nostre? Paroline dolci, ho detto. Due generi di dolcezza: quella con cui chiedevano il nostro permesso, il nostro benevolo permesso, di predicare il verbo di Dio, e l’altra, quella con cui chiedevano il nostro permesso, il nostro benevolo permesso di commerciare con noi. Questo agli inizi. Oggi tutte le isole appartengono a loro, tutto il bestiame tutto. Quelli che predicavano la parola di Dio e quelli che predicavano la parola del Rum si sono associati e sono diventati i grandi capi. Vivono come re in case con molte stanze e una moltitudine di servi che si prendono cura di loro. Quelli che non avevano niente hanno tutto e se voi, o io, o qualsiasi Kananka, moriamo di fame sorridono e dicono: ‘Bene, perché non lavorate? Ci sono le piantagioni’»

Koolau tacque. Sollevò una mano e con dita contorte e nodose si tolse la splendida corona di fiori di ibisco poggiata sui suoi neri capelli. La luna illuminava di luce argentea la scena. Era una notte tranquilla, di pace, anche se tutti quelli che gli stavano intorno e ascoltavano sembravano scampati a una battaglia. Avevano facce leonine. Qui, dove sarebbe dovuto esserci un naso, s’apriva una crepa e là, dove una mano era marcia e caduta, si levava un moncherino. Erano, tutti e trenta loro, uomini e donne al di là di ogni limite, perché gli era stato impresso il marchio della bestia. Inghirlandati di fiori, se ne stavano accoccolati là nella notte profumata e luminosa, e dalle loro labbra uscivano suoni sgradevoli e dalle gole approvazioni roche al discorso di Kolau. Un tempo quelle creature erano stati uomini e donne, ciò che non erano più, essendo ormai mostri, grottesche caricature, nel viso e nel corpo, di un essere umano. Storpie e orribilmente mutilate, avevano l’aspetto di chi ha patito per millenni l’inferno: le mani, quando le avevano, erano zampe artigliate: i volti erano straziati e storpiati da un dio pazzo che aveva armeggiato col macchinario della vita. E a questo e a quello lo stesso dio pazzo aveva addirittura cancellato i lineamenti. Una donna piangeva lacrime bollenti che scorrevano giù da due buche dell’orrore, là dove un tempo c’erano stati gli occhi. Alcuni soffrivano e dal petto uscivano gemiti di dolore; altri tossivano, e il suono era lacerante, come quello di un tessuto strappato. Due erano idioti, due scimmioni sfigurati, ma forse persino una scimmia sarebbe stata un angelo al confronto. Grugnivano e ghignavano, lì nella luce lunare, incoronati di fiori dorati e appassiti. Uno dei due, con un gonfio lobo d’orecchio che gli sbatteva sulla spalla, colse un magnifico fiore arancione e rosso scarlatto e se ne decorò il mostruoso orecchio, che sbatteva ad ogni movimento.

E su queste cose, su questi esseri, era re Koolau.

 Koolao il lebbroso, tratto da I racconti del Pacifico, Guanda editore.

Per una rilettura di Giovani di Federigo Tozzi

gut 1 Il loro tempo passato s’era staccato tutto da loro; ed elle s’erano avvizzite come se non avessero più potuto riceverne le linfe. (…) Ma ora gli anni erano sempre eguali; e tanto l’una che l’altra vivevano soltanto di quel che avveniva durante una giornata (Le pigionali, p.213).

Benedetto aveva finito tutte le elementari; e, non avendo bisogno di lavorare, passava le giornate addirittura senza far niente (…). Egli era vantato per il più elegante del paese (…). Leggeva Petrarca e faceva qualche sonetto: altri libri, del resto, non gli erano né meno capitati (I pittori, pp.231-232).

Ella (…) ingrassava sempre di più, con un nido di nèi in una guancia: certi nèi cicciolosi e rossi come ciliegie mature. E di sposi non gliene capitò più. Quando s’accorse che ormai gli anni erano passati, ella conobbe in quale inganno era stata tenuta: fu una rivelazione così brutale che si ammalò e perse per sempre la salute (Una figliola, p.293).

Orazio Civillini aveva fatto tardi in città, preso dal bisogno d’incontrare qualche amico a cui avesse potuto raccontare la vita che ora faceva tutti i giorni, da tre anni, alla sua fattoria. Passava tra la folla un poco pensoso, distratto; lasciandosi spingere da un senso di sogno indefinibile, che gli piaceva tanto (L’ombra della giovinezza, p.360).

Una scrittura fortemente pianificata

Con la raccolta di novelle Giovani si è inaugurata nel novembre del 2018 l’edizione nazionale dell’opera omnia di Federigo Tozzi per la Biblioteca Italiana Testi&Studi delle Edizioni di Storia e Letteratura. Il lavoro è curato da Paola Salatto, che firma anche la scrupolosa introduzione, preceduto dalla presentazione di Riccardo Castellana (direttore del Comitato scientifico) e dalla prefazione di Romano Luperini (presidente del Comitato).

Tutto e subito? Riflessioni post-DaD sulla didattica della scrittura

 

escher 2 Quando, sei anni fa, ho iniziato ad insegnare italiano nel triennio di un liceo linguistico, ho impostato – ligia anche alle indicazioni del mio Dipartimento – un percorso di didattica della scrittura che prevedeva di cominciare, in terza, dall’analisi del testo letterario (magari con un breve ripasso mirato di riassunto e parafrasi, se necessario), per poi introdurre, alla fine dell’anno o all’inizio della quarta, le tipologie più propriamente argomentative (allora saggio breve/articolo di giornale e tema).

Nel breve giro di un paio d’anni, però, complice sia il variare delle classi, sia la mia crescente insofferenza verso tipologie così rigidamente imbrigliate, mi sono resa conto che qualcosa non andava: nonostante il lavoro in classe e il tempo speso nella correzione degli elaborati, la qualità media della scrittura dei miei studenti rimaneva piuttosto bassa.

Crisi da DaD

L’anno scolastico da poco passato è stato quello della rottura, complice una nuova terza potenzialmente molto valida, ma con pochissimo lavoro di scrittura alle spalle nel biennio. Nonostante io avessi dedicato, per tutto il primo trimestre, un numero di ore più consistente del solito al lavoro in classe, i risultati sono stati decisamente deludenti: enormi difficoltà nella strutturazione di  testi coerenti e coesi, errori madornali nella gestione dei modi e dei tempi verbali e delle subordinate, scorrettezze morfologiche e lessicali, trascuratezza ortografica – anche da parte di studenti e studentesse capaci di sostenere in modo più che soddisfacente un’interrogazione di letteratura.

Venerdì 21 febbraio 2020 sono uscita da scuola dopo aver infilato in borsa un plico di analisi del testo, appena ritirate: avevo in mente di iniziare a correggerle immediatamente dopo il ponte di Carnevale, e di restituirle nei primi giorni di marzo. Ovviamente, non potevo immaginare che sarebbe successo quello che è successo.

Appunti di lettura, Lontano da Roma di Pablo Montoya

 

lontanodaroma Tendo lo sguardo all’orizzonte. In lontananza si precipita un gabbiano. Sotto il suo volo il mare sorge come un’esaltazione grigia. Poi appare la nave. Al di là delle vele un sole si eclissa tra vaghi splendori. Spuntano uomini, e le loro grida affollano il porto di Tomi. […] Guardo di nuovo il mare, e le onde sembrano il sospiro di un dio immortale ma stanco. Da giorni cade una pioggia fitta.

Le righe sopra riportate sono l’incipit di Lontano da Roma (trad. Ximena Rodriguez Bradfor, Castelvecchi 2020) di Pablo Montoya, l’io narrante che contempla il mare all’orizzonte è Publio Ovidio Nasone, esule a Tomi. Qui è necessario da subito fare una prima riflessione, il romanzo di Montoya non è il solito romanzo storico su un dato periodo, anzi a essere precisi quello dell’autore colombiano non è in nessun modo ascrivibile né al romanzo storico né alla biografia romanzata. 

Montoya scarnifica al massimo l’ambientazione romana, tralascia quasi completamente il pettegolezzo del “carmen et error” che condusse il poeta delle Metamorfosi esule in terra di Romania, non si preoccupa volutamente degli intrighi di corte e gelosie, mette in secondo piano anche la ricostruzione oleografica e accattivante che uno scrittore mediocre avrebbe usato per attirare l’attenzione del lettore, e  centra la sua attenzione sull’analisi dell’interiorità del poeta, tramite una scrittura evocativa, in cui si avverte la necessità - direi naturale, vista anche la brevità icastica della frase - di un “andare a capo”, il tentativo di una versificazione nascosta, una musica, una scelta delle immagini più per suono che per senso. Insomma verrebbe da dire che quello di Montoya più che un romanzo è un poemetto lirico, tanto da potercelo figurare come l’ultima postuma elegia che Ovidio stesso aggiunge alle sua Tristia, quella che scritto molte volte nella sua mente e che solo in punto di morte riesce a dettare.

C’è nel libro di Montoya una sapiente architettura, un gioco di contrasti tra luce e buio, tra disperazione e quieta accettazione del proprio destino. La parabola, più che la trama, del romanzo è tutta qui. Rileggiamo l’incipit riportato: il mare bagnato dalla pioggia, un cielo oscuro e ostile, un uomo che guarda il mare e si sente come una nota di sorda disperazione, di solitudine completa e totale; a questo si oppongano le righe finali del testo