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DANTE&ME /4. Cinque domande a Pietro Cataldi

833px-Gustave_Doré_-_Dante_Alighieri_-_Inferno_-_Plate_7_(Beatrice).jpg Il 2021 vedrà moltissime iniziative nel nome di Dante Alighieri, nella ricorrenza dei settecento anni dalla sua morte. La redazione de Laletteraturaenoi ha voluto dedicargli uno spazio di riflessione che possa essere luogo di incontro fra università e scuola, proponendo a studiosi e studiose d’Italia di rispondere a cinque domande-chiave per entrare nell’universo dantesco. Pubblicheremo periodicamente le loro risposte. Sono state già pubblicate quelle di Giulio Ferroni, Loredana Chines e Nicolò MIneo

A cura di Luisa Mirone

D1. Cosa ha significato, cosa significa nel suo percorso di studioso di letteratura l’incontro e la frequentazione con Dante Alighieri?

R1. Ho incontrato la Commedia molto presto, prima ancora che l’insegnante ce ne facesse leggere qualche brano alle medie. Mi avevano detto che era l’opera più importante del mondo, e mi misi in testa di leggerla. Non capivo quasi nulla, ovviamente; ma ero affascinato dal ritmo, dai suoni, da alcune immagini. Credo che il modo in cui ho sempre continuato ad amare Dante e a sentirmene accompagnato negli anni abbia le radici in quel contatto iniziale, e che Dante sia rimasto per me il modo forse più intenso (o da paragonare solo ad alcune esperienze musicali) di disegnare un orizzonte di coinvolgimento emotivo integrale senza rischi di dissoluzione dell’io: una possibilità di abitare in uno spazio circoscritto e al tempo stesso infinito, come il Dio puntiforme dei canti XXIX-XXX del Paradiso, che tutto contiene «parendo inchiuso da quel ch’elli ‘nchiude». Dante, insomma, come utopia di significato che tiene insieme il soggetto e una comunità-mondo senza limiti. Per questo mi è accaduto di cercare Dante nei momenti difficili, quando solo le cose davvero serie appaiono ancora affidabili, e non si vuole, o non ancora, che la cosa seria sia la morte. Se la Commedia smettesse di esistere, o se ne smettessero di esistere i lettori, anche i più giovani, con cui condividerne l’esperienza, questa funzione si dissolverebbe. Consegnare questo libro a chi viene dopo di noi è dunque anche un atto necessario a non perderlo: a non perderlo noi.

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Burton, Anatomia della Malinconia, appunti di lettura

anatomia-malinconia.jpg In un’ipotetica genealogia del romanzo qualcuno potrebbe mettere come capostipite la storia di uomo naufragato su di un’isola, che grazie al suo ingegno sopravvive (vicenda che il suo autore spacciò come vera pur non essendolo), oppure la storia di un orfanello e delle sue vicissitudini nell’Inghilterra del ‘700, o la lettere in cui una giovane donna racconta come fu ingannata dal ribaldo di turno, oppure il racconto della vita e delle opinioni di un uomo, la cui nascita ci viene raccontata solo a metà del libro in questione; oppure la storia di un cavaliere pazzo e del suo strambo rapporto con la realtà; potrebbe, infine,  essere alla radice di questa ipotetica genealogia la storia di due giganti e del loro allegro inferno, altri potrebbero affermare che i romanzi nascono da alcuni libri biblici (Tobia, Ester) oppure dalle satire menippee, dai dialoghi socratici o ancora dal resoconto di una cena di un ricco liberto romano. 

A questa rapida e neppure troppo esaustiva carrellata di autori e temi nessuno si sognerebbe di aggiungere un testo di medicina, o presunto tale, che venne pubblicato a metà del ‘600 (la prima 1621, l’ultima e definitiva nel 1651). L’autore, Robert Burton,è  un oscuro bibliotecario, scrittore di un unico libro, cui ha dedicato tutta la vita; un libro abnorme, estravagante, composito, tanto citato quanto poco letto per intero, che ha per titolo Anatomia della Malinconia, di cui Bompiani ha pubblicato la versione integrale (a cura di L. Manini e A. Roselli)

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Is there an alternative? Just say yes. Luci e tenebre di SanPa

sanpa-netflix-docuserie-699x393.jpg Inizio con un giudizio complessivo su SanPa: questa docuserie, creata da Gianluca Neri con una raffinata regia di Cosima Spender, un gran montaggio e una sceneggiatura accattivante, è un buon prodotto. Il documentario sulla comunità di San Patrignano e il suo fondatore Vincenzo Muccioli è il primo a marchio Netflix in Italia e per molti aspetti si associa con il modello consacrato dalla piattaforma streaming. Molti, infatti, hanno giustamente e puntualmente richiamato Wild wild Country, serie sul maestro spirituale Osho, che oltre ad avere delle simmetrie formali con quella ideata da Neri, presenta delle sorprendenti analogie con il racconto di Muccioli: due personaggi dal mistico retaggio che decidono di trasferirsi in provincia per salvare tutti coloro che hanno smarrito la retta via «…con ogni mezzo necessario». Piccola nota di colore: sono circa dieci giorni che è uscita la serie e, stando all’ultima volta che ho controllato, è al numero tre della “Top 10 in Italia” del palinsesto Netflix. Non sorprende quindi che l’eco prodotta sia vasta, tanto da aver coinvolto la comunità dei social (politici compresi), a suon di hashtag e dissing. Vorrei, però, lasciare da parte l’analisi della serie, vista anche l’ottima riflessione di Stefano Rossetti, e concentrarmi in particolare su alcuni punti che ho trovato problematici, continuando il dialogo con quanto espresso da Roberto Contu e Romano Luperini.

SanPa si avvale di un eccellente lavoro documentario che affida alle testimonianze dirette il racconto della comunità e soprattutto di Muccioli: un punto di vista interno e affascinante che se da una parte tenta di problematizzare il racconto, dall’altra per chi già conosceva San Patrignano o ha vissuto quegli anni probabilmente, aggiunge poco di nuovo. Lo spettatore ideale è, infatti, una persona che ha vagamente sentito parlare dei fatti, o estranea del tutto, potenzialmente, aggiungo, non solo italiana, dal momento che la serie è stata distribuita in contemporanea in 190 paesi. Questo punto risulta secondo me centrale per delineare schemi narrativi e rappresentativi dell’epoca. Infatti, nonostante l’ampio materiale su cui lavorare, il contesto trattato è sfocato rispetto al soggetto, mentre al suo posto abbiamo un ripiego verso l’intreccio che scivola pericolosamente nel biografismo e nella true crime story. La scelta di focalizzarsi su San Patrignano e il suo fondatore è buona, ma il racconto per rivelare le sue potenzialità euristiche avrebbe dovuto rinunciare alla puntualità della cronaca e diventare evento obliquo di un’epoca: ricollocare i fatti nella storia.

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Il verso giusto o il verso assente?

9788858142394_0_0_626_75.jpg Antologie e canone

Comporre un’antologia è un’operazione complessa. «Anfibio genere letterario» (Sanguineti) o «metagenere» (Mengaldo), essa può avere diversi orientamenti critici stabiliti dal curatore, che può decidere di distinguere una crestomazia o di costituire un racconto finalizzato ad una propria tesi; in ogni caso è necessario che tale selezione abbia un valore documentario e che, al di là di una parzialità ineludibile, rifletta una prospettiva storico-culturale il più possibile analitica e oggettiva.

Non si tratta di costruire ambiziosi e minuziosi panorami globali, ma di creare, anche in ipotesi di lavoro più circoscritte e decentrate, connessioni pertinenti e un perimetro ben definito che abbia una rilevanza formativa in generale. La struttura significante dovrebbe, infatti, restituire l’impressione viva del divenire storico, del cambiamento, delle trasformazioni profonde, ponendosi come una sorta di mappa delle correnti e delle tendenze che, incrociandosi e, a volte, confliggendo, esprimono la memoria selettiva di una determinata comunità in ambito letterario. Selezionare autori e opere modellizzanti che hanno fondato una tradizione significa tenere in riuso il patrimonio culturale, contribuendo a definire il canone letterario (sulla questione del canone, numerosi e assai preziosi sono gli studi di Luperini), da non intendersi come indice rigido e inerte, ma come un risultato dinamico di interpretazioni critiche, e un baluardo da tutelare, soprattutto contro l’assenza di idee e di valori, l’indifferente equivalenza di scelte e di prospettive tipica della contemporaneità.

Assenze e presenze di alcuni autori all’interno di un’antologia, infatti, non significano niente di per sé, ma contano in quanto contribuiscono a creare un dialogo con la storia delle idee, con la società e con le «questioni fondamentali della vita».

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Uno scambio di idee (interno) su Sanpa

photo.jpeg La vita di redazione è fatta anche di confronti interni liberi, ricchi, che a volte vale la pena condividere con tutti. In questo caso si tratta di uno scambio di idee su Sanpa tra Roberto Contu e Romano Luperini.

Caro Romano,

non so se tu abbia avuto modo di vedere su Netflix la miniserie Sanpa, sulla storia di San Patrignano. Si tratta di un prodotto ben realizzato, che credo vado oltre la lettura della singola esperienza e dica molto della storia di quegli anni ma anche del nostro presente. Te la consiglio.

Buon inizio anno!

Roberto

Caro Roberto,

ho visto Sanpa, mi sono fatto dare le credenziali da mio figlio. Ma sono rimasto deluso. Per me sono tutte cose molto note, avendole vissute direttamente anche, in parte, come redattore del «Quotidiano dei lavoratori». D'altronde il documentario non prende posizione, ma si limita a mostrare tutti i punti di vista. È indiscutibile che Muccioli abbia svolto anche una funzione utile nel momento in cui i movimenti di lotta, repressi e sconfitti, andavano scomparendo  sostituiti dalla lotta armata e la caduta nella droga era una situazione di massa che rifletteva quella sconfitta storica e la fine delle illusioni e delle speranze. Ma che fosse un tipo equivoco e impreparato culturalmente a questo compito e lo abbia svolto in modo aberrante e anche disumano (catene, gente chiusa nei canili ecc.), facendo leva su un carattere istrionico e su un infinito narcisismo e avendo l'appoggio non solo della cosiddetta opinione pubblica ma dall'ala conservatrice e reazionaria della borghesia (vedi il giudizio entusiastico di Montanelli, che era un vero e proprio farabutto e si vantava pubblicamente di aver comprato una ragazzina etiope come oggetto sessuale), è altrettanto indiscutibile. Quei drogati andavano messi a posto, isolati in una San Patrignano qualunque, rinchiusi e, se scappavano, ripresi e duramente puniti, questo era quello che pensavano la borghesia e il padronato (i Moratti non erano soli). Il problema andava rimosso, e il nostro Vincenzo si prestava, anche senza volerlo, a questa rimozione. Altra cosa sarebbe stato affrontare, da parte dello stato e della comunità nazionale, il problema politico, sociale e sanitario della droga e delle sue ragioni storiche negli anni di piombo. Ma nessuno aveva voglia di farlo e le maniere forti di Muccioli,  privatizzando la soluzione del problema, affidata esclusivamente alla volontà e alla iniziativa di un singolo, favorirono questa sciagurata rimozione. Oggi insomma i tempi sono maturi per un giudizio meno neutrale di quello implicito, volutamente ambiguo o problematico, in questo filmato che affronta la questione come se si trattasse sostanzialmente di essere pro o contro Muccioli, mentre il contesto, in esso pur efficacemente delineato, avrebbe richiesto  altre soluzioni e un altro tipo di impegno etico-politico.

Romano

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Raccontare Dante a chi non conosce Dante

incontro-beatrice-1.jpg Un giorno in classe

“Ma prof. Questa è una vera friendzone!”

Il cuore della vecchia studiosa ha un sobbalzo, sto per urlare, poi l’insegnante vince e l’abitudine a lavorare con quello che c’è, per trasformarlo in insegnamento, ha il sopravvento:

“Morgan, io non so cosa vuol dire friendzone: puoi provare a spiegare quello che intendi a una persona di un’altra generazione? Quando parli in questa classe, devi usare parole che tutti possano capire. In questo caso chi non conosce sono io”

“Dunque prof la friendzone c’è quando uno è innamorato e non è corrisposto, lui vorrebbe fidanzarsi ma lei vuole restare solo un’amica. Nel caso di Dante è anche peggio, perché lui sta malissimo, è innamorato perso: sviene, fa gli incubi, non riesce più a parlare, vive questo amore tutto nascosto. Insomma, un disastro e lei nemmeno gli è amica, al massimo lo saluta. E a un certo punto nemmeno quello.”

Sorrido, Morgan ha portato Dante nel suo mondo, ora il mio compito è guidare i miei studenti di seconda media nel suo.

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La Storia e le storie Riflessioni sulla docuserie “SANPA”

 

SanPa-Sins-of-the-Savior-a-documentary-series-starring-Vincenzo-Muccioli.jpg Il tema, il metodo, i punti di vista

C’è un interrogativo filosofico, a fondamento del lungo racconto documentario sulla comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano. Lo hanno esplicitato chiaramente gli autori della serie, in un’intervista che ne ha accompagnato la produzione e il lancio: “quanto male sei disposto a giustificare, perché venga fatto del bene?”.

I documenti raccolti e montati per spingere gli spettatori a porsi questa domanda abbracciano i primi quindici anni di vita della comunità fondata da Vincenzo Muccioli, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso al 1995, quando morì il suo fondatore. In quel breve arco di tempo, divenne la più grande d’Europa. La parabola tracciata nei titoli delle puntate (Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta) non è quindi metafora dell’evoluzione della comunità – tuttora attiva e florida – bensì dell’esistenza di Muccioli stesso, dei suoi progetti  e dei suoi principi: creare un luogo nel quale ricostruire l’identità smarrita dei tossicodipendenti attraverso l’etica del lavoro e del dovere; restituire a ciascuna e ciascun “tossico” un padre in cui credere, a cui affidarsi senza esitazioni e al quale obbedire con cieca fiducia; ammettere l’uso di strumenti coercitivi pesanti (privazione della libertà personale, reclusione, isolamento, umiliazioni pubbliche), finalizzati alla ricostruzione della persona e della sua autonomia.

Di questa visione e delle pratiche ad essa collegate, nel corso di quegli anni furono messe in discussione manifestazioni e forme, dalle inchieste di alcuni giornalisti e da ripetuti interventi della magistratura. Accanto agli indiscutibili successi – l’affermazione di un modello di comunità, le tante persone recuperate, il sollievo offerto gratuitamente a famiglie piegate dalla droga, la costruzione di un’azienda forte – si accamparono con evidenza ambiguità ed eccessi – privazione di diritti individuali ed uso crescente della violenza, manipolazione dei fatti e delle informazioni, suicidi e morti sospette, tendenza a superare le leggi dello Stato in vista di un “bene” superiore.

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I fatti americani: verifica e crisi della Democrazia liberale

AFP_8YA6MQ-kmyB-U32301491126090T0-656x492@Corriere-Web-Sezioni.jpgI fatti americani e la crisi della democrazia liberale

di Romano Luperini

Ormai è chiaro: Trump ha preparato, nel modo goffo e maldestro consono al personaggio, un colpo di stato alla sudamericana. Lo provano: 1) l'insistenza  di Trump sulla necessità di un sollevamento popolare contro i ladri e i fraudolenti che avrebbero falsato i dati elettorali; 2) l’assenza della polizia (invece largamente presente nello stesso luogo – sede del parlamento - in occasione delle marce antirazziste) tanto più singolare in quanto la manifestazione era stata annunciata da giorni da Trump in persona ed è del tutto inverosimile che gli organi di sorveglianza ne fossero all’oscuro; 3) il comportamento della scarsa polizia presente, che ha fraternizzato in diversi casi con i rivoltosi, arrivando persino ad aprirgli le porte e che a distanza di giorni non era “riuscita” nemmeno a identificare i morti, eccetto uno (la veterana della aviazione il cui decesso poteva esser presentato come  glorioso martirio di una “patriota”); 4) il comportamento di Trump stesso che, dopo aver aizzato la folla, per quattro ore si è chiuso alla Casa Bianca interrompendo ogni comunicazione con l’esterno (cosicché è stato di necessità il vicepresidente a chiamare, dopo tre ore, la Guardia Nazionale)  e che poi, alla richiesta di una Tv, ha fatto avere un video registrato in precedenza in cui, pur invitando i rivoltosi a tornare a casa, gli confermava il proprio appoggio  e persino il proprio amore (il video era stato ovviamente preparato nel caso in cui la rivolta non raggiungesse l’obbiettivo di impedire la legittimazione di Biden come presidente).

Trump è un personaggio grottesco che in sé non meriterebbe la nostra attenzione. Ma il problema è che ha avuto più di settanta milioni di voti e che ha sollevato il coperchio di un vero e proprio gigantesco verminaio, dove vivono e crescono eredi del KKK, cospirazionisti, complottisti, terrapiattisti, negazionisti del coronavirus, suprematisti, organizzazioni neonaziste: un vero e proprio trionfo della ignoranza più grossolana, del razzismo più spudorato, della violenza più indiscriminata, dell’odio più feroce per la democrazia e le istituzioni democratico-liberali. Metà dell’elettorato americano non può essere sottovalutata. Trump non ha vinto per caso, non è stato un incidente di percorso archiviabile rapidamente, ma un episodio su cui meditare e che riguarda molto da vicino anche l’Europa e l’Italia.

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Dialogo con Sebastiano su Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

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Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto. Pure io lo so, e sempre ci penso, notte e giorno, d’inverno e d’estate, ogni giorno che il Padreterno fa nascere e morire, con lo scuro e con la luce, ci penso, che c’ho sempre pensato per vedere di capire come mai sta coccia mia da quasi normale s’è fatta na cocciamatte, tutta na matassa sgarbugliata fuori di cervello. Che poi è come se uno cammina dritto e di botto a un bivio tutto storto come una serpe gli s’intreccia la sguardatura e cambia strada che manco se ne accorge, e così di botto ti ritrovi in un posto che non hai mai visto prima di allora, che non riconosci niente, le case, gli alberi, le facce delle persone, le voci, manco le voci e ti stona pure la voce bella di tua madre, e non sai ritrovare manco la fontana della piazza grande, che pure è grossa, e dopo i piccioni per dispetto ti cacano sulla testa, non ritrovi manco la casa dove sei nato con quel portonaccio di legno vecchio tutto sgarrupato, che i tarli ci fanno le case popolari, ci fanno, e se lo sugano pezzo pezzo, pure la ruggine e la muffa si mangiano quei tarli (pp.5-6). [1]

 Un regalo

«Prof»mi ha detto Sebastiano al termine dell’estate – «prof, ho letto un romanzo che mi ha esaltato, deve leggerlo anche lei! Voglio sapere che ne pensa!».

Sebastiano Mancuso è stato mio allievo ormai una decina di anni fa, si è laureato in relazioni internazionali e adesso lavora in Giordania; per un certo periodo, finito il liceo, ha continuato a farsi suggerire da me i libri per l’estate, come faceva da studente, finché ha iniziato a suggerirli lui a me. A settembre mi ha regalato Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimum fax, 2019), il romanzo per cui Remo Rapino ha vinto il Campiello. Avevo letto le recensioni, avevo ascoltato per radio, subito dopo il premio, un’intervista all’autore, ero curiosa; però, presa da altro, rimandavo. Ma, adesso che me lo regalava Sebastiano, c’era di mezzo pure una promessa da prof. E finalmente l’ho letto. Nel frattempo Rapino rilasciava altre interviste, sul romanzo si scrivevano moltissimi articoli, alcuni attori addirittura ingaggiavano una sorta di appassionante tenzone leggendolo nel dialetto loro e di Bonfiglio Liborio, orfano di madre e figlio di padre ignoto, si svelavano tuttavia parentele d’altro sangue – con don Chisciotte, col principe Myškin, con Gonzalo Pirobutirro, con Vincenzo Rabito, perfino con Forrest Gump; e anche Sebastiano mi scriveva le sue considerazioni, un po’ come faceva da ragazzino, sebbene adesso sia un uomo e storia e storie ne abbia lette quasi quanto me. Che potevo aggiungere, io? «Questo» - mi sono risposta alla fine; cioè le sue considerazioni e lui che mi chiede le mie, su questo romanzo in particolare, tanto da regalarmelo.

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Perché (ri)leggere un classico della critica letteraria /7: Giacomo Debenedetti, Poesia italiana del Novecento

Giacomo Debenedetti 2 L’oscurità [della poesia ermetica] ci porta fuori dal dominio rassicurante della causalità. […] Le ragioni dovremo cercarle altrove: in un mondo senza garanzie di ragioni.

Giacomo Debenedetti, Poesia italiana del Novecento

Perché prende di petto il problema dell’oscurità di molta poesia moderna

Giacomo Debenedetti e il romanzo: quasi un’endiadi. La consustanzialità tra il critico e questo genere letterario è nota e ha spinto Pier Vincenzo Mengaldo a sostenere che Debenedetti, «nonostante il suo Saba, [fosse] miglior critico di narrativa che di poesia» (Profili di critici del Novecento). Eppure Poesia italiana del Novecento, uscito nel 1974 con una prefazione di Pasolini e più volte riedito, è un libro che merita tutta la nostra attenzione di lettori e insegnanti.

Proprio perché le categorie della critica debenedettiana e i suoi strumenti analitici sono dedotti dal romanzo, egli ci spinge a «leggere narrativamente e ragionevolmente anche la poesia più astratta e irragionevole» e «con il suo trattamento narrativo e parafrastico dei testi, li libera dalla loro superstizione filosofica e dal sortilegio dell’oscurità» (Alfonso Berardinelli, Prefazione all’edizione del 2000. Le citazioni che seguono sono tratte da questa edizione).

Il servizio è poi doppiamente utile, perché Debenedetti elegge a oggetto di analisi la poesia ermetica, ovvero la poesia più intransitiva e verticale che la modernità letteraria ci abbia consegnato. La sua pagina critica non mima o raddoppia mai l’oscurità dei testi che legge. Da un lato, per metodo, egli «intensifica il proprio impegno a decifrare, cerca perfino di colmare, finché può le lacune del significato, i vuoti che si spalancano fra un lampo metaforico e l’altro» (Berardinelli); dall’altro lato, egli non rinuncia mai all’obiettivo di trovare un significato anche là dove dovremmo supporre l’asemanticità. Ma su ciò bisogna intendersi. Il razionalismo di Debenedetti è fondato su una fiducia nella chiarificazione dell’inesplicabile che è positiva, mai positivistica. Egli ammette il mistero e la limitatezza della ragione umana, ma è materialisticamente convinto che la poesia sia un artefatto mondano, non un significato assoluto:

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Buon 2021. L’indice degli articoli usciti su LN nel 2019-2020

Cina-Biblioteca-1.jpg Pubblichiamo l’indice degli articoli degli ultimi due anni. Per i criteri seguiti nel redigerlo, rimandiamo all’indice del 2012-2018.

LA SCUOLA E NOI 

1) Scuola, educazione, politica

  • Rita Bortone, Se la scuola ha paura dei bulli
  • Roberto Contu, Basta (oggi) la Scuola?
  • Augusto Campagnolo, Chi ha paura dell’INVALSI?
  • Linda Cavadini, I ragazzi non stanno a guardare
  • Luisa Mirone, Volevo fare l'insegnante
  • Redazione, L’insegnante di Palermo e noi insegnanti
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società /1
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società /2
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra letteratura, politica, e società /3
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società /4
  • Roberto Contu, Il primo collegio di settembre
  • Luigi Spagnolo, La scuola al bivio: tra mercato e autonomia
  • Rosario Paone, Il ricatto del presente alla cultura. Intorno a due libri sulle competenze
  • Redazione, Per la mobilitazione e il senso critico degli insegnanti: manifesto per la scuola
  • Roberto Contu, Il prologo di un insegnante
  • Romano Luperini, Le leggi del mercato e la resistenza della scuola
  • Daniele Lo Vetere, La scuola, la governance, gli uomini di buona volontà dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà

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