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diretto da Romano Luperini

Inchiesta sulla letteratura Working class / 13  – Luigi Chiarella

L’inchiesta sulla letteratura working class – sezione narrativa – prosegue con le risposte di Luigi Chiarella, dedicatosi per anni al lavoro teatrale, con il progetto a quattro mani Satyrikoncon  Roberta Cortese; attualmente Luigi lavora a Vienna e, dopo “Diario di Zona” (2014) ha pubblicato “Risto Reich. Il lavoro del cameriere” (2025), entrambi per Alegre. Il suo sito è www.yamunin.com . La foto dello scrittore è stata scattata da Martina Stapf: ringraziamo l’artista viennese per la gentile concessione.

Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro l’autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala (2022) di Alberto Prunetti, curatore tra l’altro della collana “Working Class” per Alegre, è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso.

La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione dedicato a coloro che, a vario titolo, potrebbero  rientrare nei  campi di scrittore/scrittrice “di classe operaia“ o di letteratura working class.

D. Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?

R. Le categorie sono sempre problematiche, possono essere un ottimo mezzo per mettere a fuoco una dinamica – un fermento – che si verifica in un certo contesto, ma possono diventare delle gabbie e depotenziare le dinamiche che cercano di evidenziare. Dopodichè le condizioni materiali in cui una persona si forma sono importanti, così come quelle in cui si ritrova a vivere e perciò – sì – ritengo che i miei due romanzi rientrino nella categoria di letteratura working class. Sia Diario di zona, che uscì nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1, è un romanzo che può rientrare nella categoria – per quanto non ci fosse in me la consapevolezza di scrivere un “romanzo working class”- sia, a maggior ragione vista la mia presa di coscienza a proposito, Risto Reich.

D. Come scrittore/ scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; laltro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?

R. La vivo con fatica, come capita a tutte le persone che fanno due o più lavori per vivere. Poi mi piace evidenziare delle differenze, ad esempio ogni giorno mi ripeto che *faccio* il cameriere. Poi ciò che sono, che ogni persona *è*, è cosa complessa e ogni definizione varia in base alle relazioni che si instaurano con l’ambiente, le persone e altri esseri viventi che ci circondano. Altrimenti si rischia che siano i lavori a definirci; e mi chiedo, in questo caso, la mancaza del lavoro ci rende “cosa”? I due o piú lavori (perché continuo a lavorare in teatro anche se con tempi dilatati) li concilio rallentando il più possibile. Portandomi dietro sempre un quaderno e una penna e scrivendo, qualunque altro lavoro stia facendo in quel momento. Ad esempio ho preso appunti per aggiustare un dialogo o una scena dietro le quinte di un teatro con il sudore ancora addosso, scritto scene per il Diario di zona con le mani sporche di terra, o per Risto Reich dopo aver sparecchiato un tavolo o spillato una birra. Forse ci sono colleghe e colleghi scrittori che si vivono l’atto della scrittura come qualcosa di separato dalla vita cruda, per me non è così. 

D. Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?

R. Il romanzo, per la sua duttilità intrinseca, credo sia un mezzo molto potente per esprimere emozioni e allo stesso tempo stimolare un pensiero e un atteggiamneto critico. Le storie hanno un enorme potenziale. Dopodichè credo che ogni mezzo o strumento espressivo, dalla poesia alla graphic novel al saggio, possa rivelarsi efficace per raccontare, indagare una particolare tematica o storia in un certo momento. Ad esempio sia i versi di Alla linea di Pontheus che i disegni di Nero vita di Daria Bogdanska hanno raggiunto livelli decisamente alti di espressione della condizione di classe e delle condizioni di lavoro che entrambi stavano vivendo. Per quanto mi riguarda non scelgo a priori una certa forma, lascio che sia la materia a portarmi a farlo. Mi metto in ascolto, in un certo senso. Da scrittore ho il dovere di mettermi in ascolto e poi prendere atto del fatto che una certa tematica o storia richiede una certa forma espressiva. Prima l’ascolto, poi la scrittura, in seguito si riscrive.

D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?

R. Ho avuto la fortuna di crescere con in casa la collezione dell’enciclopedia dei Quindici, il volume delle fiabe era quello più usato. Mamma ce ne leggeva sempre una prima di andare a dormire. Nella cartolibreria dei miei lessi di straforo Ventimila leghe sotto i mari, Piccole donne e Capitani coraggiosi. Uno shock sulla potenza della letteratura per me fu la lettura di una selezione delle Lettere dal carcere, che lessi intorno agli undici anni. Mi colpì molto il fatto che seppur in prigione Gramsci studiasse e scrivesse tanto. Più o meno negli stessi anni ci fu l’incontro con la musica, da quella dei Doors a quella dei Cure, passando per Led Zeppelin, Black Sabbath… Con il mio inglese scolastico leggevo le poesie di Jim Morrison, quando riuscivo a recuperarle. E da quelle poesie arrivai a leggere Baudelaire quindi Poe e in seguito i romanzi di Kerouac, le poesie di Ginsberg. Iniziato il mio apprendistato teatrale i testi di Beckett, Müller, Kane e più tardi Elfriede Jelinek sono state letture fondamentali. Grazie ai testi di Jelinek ho letto Marlen Haushofer e Ingeborg Bachmann. Studiavo anche la letteratura italiana all’università, ma iniziai a leggere sul serio romanzi italiani un po’ più tardi: Fenoglio, Pavese, Ginsburg, per poi arrivare a Genna e Wu Ming. 

D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”.  Come vivi questa situazione di ambivalenza?

R. Alle mie nonne fu negata, per ragioni di classe, la possibilità di andare a scuola. Loro furono le prime a difendere il tempo che io e mio fratello dedicavamo a “fare i compiti”; per poter andare all’Università il sostegno di mia mamma fu molto importante, per questo motivo mi sono visto “l’andare a scuola” e tutto ciò che ne è derivato come una conquista. Anche iniziare a lavorare in teatro fu una conquista. Certo, c’è stato un cambiamento nel mio modo di vivere rispetto ai miei nonni o a i miei genitori, ma neanche più di tanto: sono un emigrante economico così come lo fu il mio bisnonno paterno e altri componenti del ramo materno della famiglia, emigrati nel continente Americano; faccio – e ho sempre dovuto fare – un lavoro “altro” per vivere. Ascolto musica e vado a teatro e nei musei, ma con la stessa curiosità con cui i miei nonni ascoltavano la radio o mettevano su un disco (ho ereditato il giradischi di mio nonno). E quando mi ritrovo a camminare nel pezzetto di terreno che sta coltivando mio padre, so di muovermi in un territorio che conosco. Se c’è melanconia non è certo di classe.

D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?

R. Mio padre ha lavorato per anni come commerciante, aveva sempre una penna nuova nel taschino della giacca e così seguendo il suo esempio me ne portavo sempre una dietro. È iniziato come un gioco, non avevo niente da scrivere, ma la penna era ed è per me uno strumento affascinante. Credo sia iniziato così: dalla volontà di usare la penna come strumento per incidere il foglio. Fin dal primo anno di scuola media, su spinta dell’insegnante di Lettere, dovevamo tenere un diario e leggerne delle pagine ad alta voce in classe di tanto in tanto, per tutti i tre anni di scuola. Fu così che presi l’abitudine di scrivere qualcosa ogni giorno. Un salto di qualità ci fu durante il mio periodo di formazione teatrale: ciò che scrivevo – un monologo, un dialogo – lo presentavo ai miei compagni in sala prove e ci davamo pareri, consigli di lettura. Credo di essere “arrivato a scrivere” grazie a questo apprendistato di scrittura teatrale che passava dalla pagina al corpo, per poi tornare sulla pagina, e via così.

Scrivo per tentare di comprendere ciò che (mi) accade. Scrivo per me innanzitutto, ma anche – e questo implica un certo lavoro su me stesso – per chi non può. Risto Reich l’ho scritto anche per le persone che lavorano nelle sale dei ristoranti e Diario di zona per le persone che, come me, facevano la lettura dei contatori dell’acqua. Credo che la scrittura, così come la musica, il teatro, la pittura, e in tempi più recenti il cinema e la fotografia, siano attività che l’umanità usa per creare relazioni, comunità. Compito di chi scrive (di chi crea) credo debba essere quello di essere consapevoli che si è anche in dialogo con chi ha creato prima di noi e che si sta partecipando a un lavoro collettivo che va avanti da millenni. C’è quindi da abbandonare il più possibile il proprio “piccolo io” per lavorare a questa causa comune, per creare qualcosa di buono e di bello per se e per gli altri. Il “misery porn”, mi pare vada in tutt’altra direzione. Uno spreco, nel migliore dei casi.

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