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diretto da Romano Luperini

Sulla bozza delle “Nuove” Indicazioni Nazionali per Letteratura (con una postilla generale)

1. L’antiligua

Il 3 febbraio 1965 Italo Calvino pubblica sul “Giorno” un pezzo destinato a grande fama e grandi citazioni su quella che lui definisce “l’antilingua”. Dopo avere proposto una molto divertente parafrasi di una dichiarazione a voce che, nella trascrizione a verbale di un brigadiere, si trasforma in quel messaggio bizzarro e respingente di cui tutti abbiamo fatto esperienza quando ci siamo trovati a fare una denuncia, Calvino prosegue:

“Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato”.

Di questa antilingua chi insegna a scuola fa esperienza da anni, nella superfetazione burocratica di norme e circolari ministeriali da cui le scuole sono sommerse quotidianamente, e anche (la lingua è qualcosa di socialmente molto permeabile) nei documenti che gli stessi abitanti della scuola (presidi, docenti, amministrativi, e studenti) producono in proprio.

Le Indicazioni Nazionali per i Licei attualmente in vigore (per convenzione: “vecchie”) non fanno eccezione. Varate con il Decreto 211/2010 dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto (corsivo mio) con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, sono da oltre quindici anni il riferimento per chi insegna in ogni tipo di Liceo. Già il fatto che un decreto che individua la cornice metodologica e didattica di ciò che è opportuno insegnare a scuola (materie cioè di tipo culturale) sia stato scritto “di concerto” con chi tiene i cordoni della borsa (il Ministero delle Finanze) dovrebbe mettere in guardia sulle motivazioni originarie che sottostavano alle “vecchie” Indicazioni. Siamo nel pieno della riforma Gelmini, voluta dall’allora ministro dell’Economia Tremonti per sistemare i conti pubblici, la cui ratio si può racchiudere in una sola parola: “meno”. Meno indirizzi, meno ore scolastiche, meno soldi, meno tutto.

Poiché si può legittimamente obiettare da un lato che anche novità nate da brutte cause possono comunque essere buone nuove, dall’altro che non c’è limite al peggio, credo sia utile andare a vedere concretamente che cosa propongono, per Letteratura, e come sono scritte le “vecchie” Indicazioni 2010. Farò esempi dai “licei non gentiliani”, cioè tutti gli indirizzi liceali a eccezione del Classico e dello Scientifico tradizionale (quello con il latino), che, da soli, costituiscono i due terzi (dati ministeriali) della popolazione studentesca liceale iscritta in prima per l’a.s. 2025/26.

La parola “esegesi” (l’analisi e interpretazione di un testo) compare alla quarta riga del primo paragrafo, “Linee generali e competenze”, seguita di lì a poco dall’espressione “in ragione dei percorsi che riterrà più proficuo mettere in particolare rilievo”.

Segue, nel paragrafo “Obiettivi specifici di apprendimento”, una sequenza di imperativi futuri riferiti allo “studente” (leggerà, si accosterà, analizzerà etc) affiancata ad altre frasi tutte di carattere prescrittivo/perentorio (“non possono essere ridotti”, “non può che giovarsi”) che mal si addicono al carattere “ordinatorio” (questa è antilingua, cioè: di consiglio) di un documento che si chiama “Indicazioni”. Non mancano espressioni come “la vicenda plurisecolare della lirica” o formule definitive come “Dante (la cui Commedia sarà letta nel corso degli ultimi tre anni, nella misura di almeno 25 canti complessivi)”.

A questo si aggiunge, per i contenuti del primo biennio (sempre corsivi miei): “lo studente incontra opere e autori significativi della classicità, da leggere in traduzione, al fine di individuare i caratteri principali della tradizione letteraria e culturale, con particolare attenzione a opere fondative per la civiltà occidentale e radicatesi – magari in modo inconsapevole – nell’immaginario collettivo, così come è andato assestandosi nel corso dei secoli (i poemi omerici, la tragedia attica del V secolo, l’Eneide, qualche altro testo di primari autori greci e latini, specie nei Licei privi di discipline classiche, la Bibbia)”.

Segue l’indicazione su Manzoni, che per tono e lingua non si discosta molto da quanto prescritto nei programmi dell’Italia liberale: “accanto ad altre letture da autori di epoca moderna anche stranieri, leggerà i Promessi Sposi di Manzoni, quale opera che somma la qualità artistica, il contributo decisivo alla formazione dell’italiano moderno, l’esemplarità realizzativa della forma-romanzo, l’ampiezza e la varietà di temi e di prospettive sul mondo”[1].

2. Essere #claudiogiunta: le “nuove” Indicazioni di Letteratura

Claudio Giunta si occupa pubblicamente di scuola almeno da una quindicina di anni[2] e nel 2015 esce la prima versione del suo manuale Cuori intelligenti. Nelle conferenze di presentazione – mentre contestualizza l’anacronismo di Manzoni in seconda superiore e di Dante per tutto il triennio – inizia a parlare in maniera sistematica della sua lotta all’antilingua. Suoi interventi si trovano un po’ ovunque, per esempio in questo articolo del 2016 su Internazionale: “spiegare con chiarezza le cose, parlando o scrivendo, è un requisito morale, un obbligo morale: tanto più in un libro di testo per adolescenti”. Da lì in poi, torna sull’antilingua di Calvino (e sul suo simmetrico, la “lingua disonesta” dell’amministrazione di cui ha parlato Lombardi Vallauri) moltissime volte (su Internazionale, sul Post, sul Sole 24 ore…), non ultimo, nel 2018, in un altro manuale, che si intitola Come non scrivere.

Dell’antilingua ha detto molte cose, tutte vicine alla citazione precedente; ne vorrei ricordare una, presa da Come non scrivere: “Il problema dell’antilingua è molto più serio […] perché, come osserva più avanti Calvino, questa lingua artificiale, fasulla, è il sintomo di un rapporto sbagliato non solo con il linguaggio ma con la vita e con se stessi. Chi parla o scrive così vuole darsi un’aria di importanza, vuol essere più di quel che è realmente, vuole mettersi su un piano diverso e più alto dei suoi interlocutori. […] Il problema, insomma, non è solo linguistico ma è etico, è civile: adoperato a questo modo, il linguaggio non serve, come dovrebbe, a comunicare, a farsi capire, ma al contrario serve a tenere a distanza, a mettere una barriera tra sé e gli altri”.

E’ la postura delle “vecchie” Indicazioni Nazionali dei licei di Lingua e Letteratura, un documento in cui lo spazio per l’autonomia intellettuale e professionale del docente è costantemente compresso nelle righe prescrittive dell’antilingua, mentre intanto vengono introdotte ‘purghe’ letterarie (ampi stralci dalla tragedia attica e di tanti altri classici latini e greci) per garantire ai poveri studenti cui viene sottratto il privilegio di accedere alle vette del Classico di poter comunque almeno in parte compensare il loro stato di minorità.

Che dunque, una volta avuto l’incarico di scrivere un documento ministeriale, Claudio Giunta abbia deciso di provare, sul campo, la sua avversione per l’antilingua non mi stupisce. E, tra un imperativo futuro o un “tracciato diacronico” delle attuali, e un “senza strafare” delle nuove, preferisco di gran lunga l’uso di “strafare”, in un dialogo alla pari in cui pane vuol dire pane, e in cui si dice che “sta all’insegnante, naturalmente, valutare di volta in volta quali autori e quali libri scegliere” (corsivo mio).

Poi, certo, si tratta di una lingua estremamente personale e sicuramente connotata. Molto all’osso, si potrebbe semplificare dicendo che Claudio Giunta ha scritto le “nuove” Indicazioni nella lingua e nello stile in cui scrive tutti i suoi interventi pubblici, e che scrive i suoi interventi pubblici nella lingua e nello stile con cui generalmente parla.

Per questo, è ricca di idiosincrasie e marche stilistiche specifiche, che possono non piacere. A me (per motivi che potrei dire di autobiografia culturale) la lingua di Claudio Giunta non disturba, ma, anche se così fosse, continuo a pensare che il punto non è se Claudio Giunta preferisce usare – a indicare la libertà di scelta del docente – “poniamo” e io “per esempio”; il punto è che le “nuove” Indicazioni di Letteratura siano, come sono, chiare, di buon senso, con un approccio aperto; e anche che “poniamo” è sideralmente, sostanzialmente, lontano da “lo studente leggerà”.

3. Alcune osservazioni generali

Se fossi un’associazione rappresentativa, convocata dal MIM all’audizione per dare un parere sulla bozza delle “nuove” Indicazioni, questi sono elementi che (per la parte di Letteratura) farei presente.

Poiché però, per quanto importantissima, la lotta all’antilingua della parte di Letteratura non esaurisce il contenuto e la forma delle “nuove” Indicazioni, vorrei anche provare a dire la mia, specifica e globale, come se potessi essere ricevuta.

Per quanto riguarda il polverone su Manzoni, rimando a quanto hanno molto opportunamente scritto, tra gli altri, Davide Profumo e Riccardo Castellana. La lettera delle “nuove” Indicazioni (una lettera che non è sempre stata ben compresa, evidentemente, nonostante la capacità di “esegesi” che ci ha regalato da oltre un secolo la lettura dei Promessi sposi al biennio) peraltro non suggerisce affatto di strapparli per sempre dal secondo anno, ma solo, molto tranquillamente, che l’insegnante ha tutte le competenze per valutare, classe per classe, i suoi capponi. Altre materie, assai più gravi, meriterebbero l’onore della cronaca: per esempio, anche solo a rimanere nel campo delle “nuove” Indicazioni, ricordo che la Storia non sta messa affatto bene.

Suggerirei, per Lettere, nell’ambito di un dialogo tra persone che parlano (appunto) la stessa lingua, di aumentare le indicazioni relative alla scrittura e alla manipolazione testuale, che resta sotto traccia, facendone una sezione a sé; di aumentare la prospettiva di confronto con la letteratura straniera europea e proporrei di problematizzare la questione dell’italiano lingua “ufficiale”, aprendo all’art. 6 della Costituzione, alla legge 492/1999 e all’ampio dibattito in merito, senza limitarsi alla sola sentenza della Corte Costituzionale.

Farei poi notare – e vengo a note assai dolenti – che purtroppo l’antilingua non è assente in generale dal testo (due esempi: Storia e Matematica e Fisica). E soprattutto che dalla comunicazione ministeriale non è esente la lingua disonesta, che dichiara pubblicamente di avere abolito “Geostoria”, ripristinando Storia e Geografia come due discipline dalle epistemologie diverse. Peccato che “Geostoria” come disciplina ministeriale non sia mai esistita, che la materia si continui a chiamare “Storia e Geografia” dal DPR 89/2010 e che anche nelle “vecchie” Indicazioni, dopo il titolo, le due parti siano presentate come distinte e insegnate dallo stesso docente. Esattamente come ora.

Infine, è necessario dire qualcosa sulla Premessa, sulla quale nutro grandissime perplessità. A partire dall’esordio: “Poche istituzioni hanno inciso tanto nella costruzione della cultura formativa italiana quanto il Liceo” –  che rimanda a quell’altro formidabile incipit delle “nuove” Indicazioni Nazionali del primo ciclo (“Solo l’Occidente conosce la Storia”) – la Premessa si dipana in dichiarazioni roboanti intrise di lirismo tardogentialino (“Il sistema dei Licei inquadra e qualifica culturalmente l’adolescenza, il tempo irripetibile nella vita di un giovane in cui l’individuo è chiamato a confrontarsi con il mondo interiore ed esteriore”). Nonostante in altri luoghi del testo si parli di “contesto della scuola secondaria di secondo grado”, l’approccio liceo-centrico incornicia tutto il discorso, con una chiara matrice classista, come testimonia la rinuncia totale all’impianto per Assi culturali che fa da sostegno alle “vecchie” Indicazioni: uno ““zoccolo di saperi e competenze” comune ai percorsi liceali, tecnici e professionali e ai percorsi dell’istruzione e dell’istruzione e formazione professionale”.

Del resto, lo dichiara, poco prima, la stessa bozza: “Si è deciso di procedere alla revisione delle Indicazioni nazionali per i Licei rinviando quella delle Linee Guida per gli Istituti Tecnici (art. 8 comma 3 del D.P.R. 15.03.2010) e degli Istituti Professionali (D.M. n.766 del 23 agosto 2018) anche alla luce delle valutazioni degli impatti delle traiettorie di innovazione aperte dalla sperimentazione della nuova istruzione tecnica e professionale”.

La (devastante) riforma dei Tecnici – per la quale mezza scuola ancora non sa di che morte si morirà a settembre – può partire anche senza Linee Guida: l’importante è che il “sistema dei licei” continui a strutturare “una forma mentis potenzialmente capace di arrivare al saper ‘vedere teoretico’”.


[1] Sulla pesante analogia stilistica tra le “vecchie” Indicazioni e quanto scritto nel 1870 rimando, tra gli altri, anche al mio O. Innocenti, Murdering the Innocents. Insegnare letteratura nella secondaria di II grado tra norme, prassi e libro dei sogni, in Le costanti e le varianti. Letteratura e lunga durata, a c. di G. Mazzoni – S. Micali – P. Pellini – N. Scaffai – M. Tasca, Del Vecchio Editore, 2021, pp. 619-641.

[2] Cfr., per esempio, Cosa insegnare a scuola. Qualche idea sulle discipline umanistiche, a cura di A. Savoia, C. Giunta, Editore Provincia autonoma di Trento, IPRASE, 2013.

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