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Guerriglie culturali sotto il vulcano:Manzoni e la riforma degli istituti tecnico-professionali

Chiamarla guerra culturale è decisamente troppo. Forse scaramuccia. Al massimo guerriglia. Come che sia, a dare fuoco alle polveri, lo scorso 23 aprile, è stato un articolo di Viola Giannoli su «Repubblica», che commentava le nuove “Indicazioni nazionali per i Licei” apparse il giorno prima sul sito del Ministero e in particolare l’invito a rinviare la lettura dei Promessi sposi al quarto anno sostituendoli, nel biennio, con una scelta di “classici contemporanei” linguisticamente più alla portata di un quattordicenne. Sempre «Repubblica», il 24 aprile, attribuiva al Ministro Valditara (che il giorno dopo, però, ha smentito) una dichiarazione (addirittura virgolettata) secondo cui I promessi sposi scoraggerebbero la lettura dei più giovani (Valditara boccia Renzo e Lucia: “Non sono più contemporanei”), e a dare manforte alla solita Giannoli viene schierato il critico Filippo La Porta (Promessi sposi al quarto anno? Ecco perché è sbagliato rimandare Manzoni), che parla di grave «errore pedagogico».

Chiamato in causa direttamente, Claudio Giunta (ordinario di Letteratura italiana a Torino e coordinatore del gruppo di lavoro ministeriale cui si deve la proposta), di nuovo su «Repubblica» e nel giorno della Liberazione, ha chiarito il senso delle nuove Indicazioni. Affermando anzitutto una cosa ovvia: I promessi sposi furono introdotti nel canone scolastico intorno al 1870, cioè quando Manzoni era ancora vivo, al preciso scopo di avvicinare i giovani alla lettura dei classici con un autore già in un certo modo “classico”, ma che parlava ancora la loro lingua e non la sublime lingua morta di Dante e di Tasso. Volendo ottenere, oggi, il medesimo (sacrosanto) risultato, e sul terreno ben più sdrucciolevole della scuola di massa, occorre sostituirli con autori come Fenoglio, Calvino, Pavese, Elsa Morante o Primo Levi. Cosa che peraltro, come tutti sanno, avviene già, e per fortuna, nella prassi didattica, perché le Indicazioni ministeriali sono appunto “indicazioni” e non le tavole di Mosè. Va da sé che nessuno degli autori sopra menzionati è (almeno per ora) paragonabile, per importanza, influenza e centralità nel canone nazionale, a Manzoni; e men che meno lo sono altri molto più recenti, come Ammanniti e Benni, «che di norma piacciono agli studenti» (e qui però le Indicazioni avrebbero fatto meglio a tacere). Ma il punto ovviamente non è questo. Anzi, proprio perché sono un pilastro dell’identità nazionale, I promessi sposi troverebbero una collocazione decisamente più adeguata al quarto anno, quando lo studente avrà acquisito la necessaria consapevolezza linguistica e storico-letteraria.

«Repubblica», però, vuole veder scorrere sangue accademico la polemica e il 26 ospita un intervento di Mauro Novelli, ordinario di Letteratura italiana contemporanea alla Statale di Milano e Presidente del Centro Nazionale Studi Manzoniani. Che pur condividendo l’idea di dare spazio ai classici contemporanei nel biennio, esprime giuste perplessità sull’«ingorgo» che si verrebbe a creare nel quarto anno, dove la lettura di Manzoni andrà conciliata con un programma di per sé già molto ampio. Osservazioni anche queste di assoluto buon senso, oscurate però dal titolo (Volete un’alternativa a Manzoni? Auguri), che ingigantisce a bella posta la polemica. E per non farsi mancare nulla, il quotidiano fondato da Scalfari raccoglie al volo un commento del sindaco (ovviamente di centro-sinistra) di Lecco, «la città dei Promessi sposi» (sic), che ricorda al destrorso Valditara (il quale intanto sta facendo retromarcia come don Abbondio) che i ragazzi «vanno educati alla complessità». Come se Il sistema periodico o Il sentiero dei nidi di ragno non fossero, anche, dei libri molto complessi. Ma se lo dice il sindaco di Lecco.

Veniamo al vulcano, che è la cosa più importante, anche perché ci siamo seduti tutti sotto ed è in piena eruzione. Il fatto che la guerriglia culturale scatenata dai giornali “dem” e ripresa con fervore dai social ha oscurato, ma che inciderà profondamente d’ora in poi sull’insegnamento scolastico (e non solo della letteratura), si chiama DM 29/2026. Con questo decreto, il 9 marzo scorso il Ministero dell’istruzione e del merito ha avviato una radciale riforma degli istituti tecnici che avrà gli effetti di un’eruzione disastrosa, ma che per fortuna in queste ore sta mobilitando moltissimi docenti contrari.

Annunciata sin dal 2021, la riforma è diventa legge nel disinteresse dei mass media pur riguardando, potenzialmente, quasi la metà degli studenti italiani. Cosa preveda lo ha spiegato in dettaglio qualche giorno fa Orsetta Innocenti in un articolo su questo blog, e perciò non ci torno sopra. Vorrei solo sottolinearne i due aspetti a mio avviso più preoccupanti. Il primo è la riorganizzazione del quadro orario dei nuovi tecnici, che già dal prossimo anno scolastico privilegerà le materie d’indirizzo a scapito di Italiano e Storia (in alcuni percorsi si passerà da 4 a 3 ore settimanali). Il secondo, persino più nefasto, è la volontà di portare il percorso scolastico da 5 a 4 anni, facendolo eventualmente seguire da un biennio di specializzazione ITS (è il cosiddetto 4+2 della “filiera tecnico-professionale”, che già esiste e che si vuole incoraggiare): in pratica, si moltiplicano stage e tirocini nelle aziende, mentre si toglie – di fatto – un anno di scuola, cioè di materie formative di ambito generale (materie STEM comprese, attenzione!). Di fronte a questo colossale esproprio di tempo-scuola reale, l’«ingorgo» al quarto anno temuto da Novelli fa davvero sorridere: non solo Manzoni, ma buona parte del programma degli ultimi anni sarà spazzato via dalla peste (e poco importa che, al momento, le nuove Indicazioni nazionali valgano solo per i licei).

Il senso di tutto ciò è chiarissimo: con la riforma si tornerà a poco a poco al modello (fascista, ricordiamolo: fu introdotto nel 1928) dell’avviamento professionale e, più in generale, a un sistema scolastico differenziato e classista, modellato sulle esigenze del mercato del lavoro. Ma siccome non lo si può dire apertamente e anzi si deve far mostra di egualitarismo, il Ministro, arringando alla folla come Antonio Ferrer dal suo calesse, ha dichiarato nei giorni scorsi che anche gli Istituti tecnici verranno chiamati Licei affinché non sembrino scuole di serie B e non precludano l’accesso all’università (ma con una maturità conseguita dopo soli quattro anni quanto costerà caro quell’accesso?). Adelante, con juicio.

Ora, accusare Valditara di essere il primo responsabile di una riforma che piace solo a Confindustria e alla Lega è facile (e persino giusto, intendiamoci), ma bisogna anche ammettere che il DM 29/2026 è l’esito scontato della deriva neoliberale iniziata molti anni fa, e a cui hanno contribuito governi sia di centro-destra (la berlusconiana riforma Gelmini) sia, in misura minore, di centro-sinistra (la sedicente “buona scuola” di Renzi). È lo spirito del tempo, insomma, che ce l’ha portata sin qui, e che da decenni sta inculcando nell’opinione pubblica l’idea che la scuola sia una bad company in costante perdita; per risanare la quale (cioè per renderla competitiva sul mercato) sarebbero necessari massicci interventi di ristrutturazione aziendale (sintomatico l’uso del termine “filiera” per indicare il percorso dei tecnici professionali). Ebbene, tagliando gli stipendi di migliaia di docenti il risparmio economico ci sarà, questo è ovvio, ma anche senza voler vedere il terremoto che ciò causerà (a breve) nel mondo del lavoro, a uscirne impoverita sarà soprattutto la funzione, che appartiene di diritto alla scuola pubblica, di formare cittadini maturi e consapevoli. Anche grazie alla lettura di Manzoni, di Calvino o di Primo Levi.

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