Nella carne di David Szalay
Un Barry Lyndon con le fragilità del presente
È un Barry Lyndon contemporaneo il protagonista dell’ultimo romanzo di David Szalay Nella carne, Flesh in lingua originale. Difficile non riconoscere il personaggio del film di Kubrick (e non il libro di William Makepeace Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon) nella storia di István. Semmai c’è da chiedersi perché questa scelta, in che modo una vicenda ambientato nel XVIII secolo possa ancora parlarci e diventare attuale. In realtà le affinità tra le due opere sono molteplici, innanzitutto i protagonisti: due figure maschili, due abili seduttori opportunisti che riescono a salire la scala sociale con abilità e determinazione. Nonostante le due narrazioni siano divise da oltre due secoli e mezzo, il vero trait d’union tra i due romanzi è il contesto storico, o meglio gli effetti della Storia sulle vite dei personaggi. Il Settecento di Kubrick, periodo caratterizzato da rigide gerarchie sociali e continui conflitti, diventa infatti il contesto ideale per un giovane irlandese di umili origini che, spinto dall’ambizione, attraversa l’Europa, imbattendosi in guerre e matrimoni d’interesse in cerca soltanto di ricchezza e successo. E il giovane István, ungherese, è spinto, nell’epoca odierna, verso un’ascesa sociale che lui sa sfruttare perfettamente, ma che alla fine, quando verrà il momento della caduta, non gli procurerà nessun sostegno e non gli impedirà di precipitare nel vuoto.
Con uno stile asciutto e minimale, Nella carne, uscito per Adelphinel 2025 nella traduzione di Anna Rusconi e vincitore del The Booker Prize 2025, intende raccontarci come la storia agisce su un personaggio comune, e come può condizionarne e cambiarne il corso della vita. La storia che fa da sfondo alle vicende di Lyndon-István, sebbene ambientate in epoche lontane, è quella di una società caratterizzata da un profondo divario sociale, dove il potere appartiene sempre di più a pochi ricchi, e dove, per quanto riguarda la nostra epoca, non sembra essersi realizzato quel mondo “uguale” che auspicava il Novecento.
In questa contemporaneità sempre più individualista e irrimediabilmente segnata da conflitti di classe e di genere, István incarna un modello di mascolinità fragile e tossica allo stesso tempo. Rappresenta l’uomo che ha perso le forze ed è in balia di un mondo che non riesce più a gestire e a controllare, che cede alla dimensione più virile e alla maschilità più primitiva per tentare di sfuggire agli imprevisti che la vita e la storia mettono sulla sua strada. Nessuna ricerca di identità, nessuna consapevolezza per István, sono le circostanze e i fatti a determinare l’io, decretando una forma di passività contemporanea dalla quale soltanto le donne possono dargli l’illusione di salvarsi.
La trama
Nella carne è infatti la storia di un ragazzo che «a quindici anni si trasferisce con sua madre in una nuova città e ricomincia in una nuova scuola. Non è un’età facile per cose del genere – l’ordine sociale scolastico è già consolidato e lui ha qualche difficoltà a farsi degli amici» (p.9). Della sua vita prima del trasferimento in questa non specificata cittadina dell’Ungheria non viene rivelato niente, è qui che ha inizio la sua storia, quando scopre il suo corpo e ha le prime esperienze sessuali. Il primo approccio con il mondo femminile avviene con una vicina di quarantadue anni che lo seduce, relazione che lo porterà ad un litigio con il marito della donna che finirà in tragedia. Dopo aver trascorso un periodo di tempo in un centro di detenzione minorile, parte con l’esercito ungherese durante la guerra in Iraq. Ma tutte queste esperienze avvengono “fuori scena”, non sono narrate. Sappiamo che ci sono state, ma ne conosciamo solo le conseguenze sulla vita del protagonista, per esempio che la madre lo manda da uno psichiatra che gli fa prendere degli antidepressivi. Lo ritroviamo poi a Londra, dove lavora come portiere in un club. Poi trova lavoro come autista per un uomo incredibilmente ricco e per la giovane moglie di quest’ultimo, grazie ai quali diventerà lui stesso incredibilmente ricco. Da queste premesse, e conoscendo la storia di Barry Lyndon, è facile immaginare come prosegue la storia.
La fisicità e i vuoti dell’esistenza
Anche se Szalay non lo descrive mai, István ha un corpo che attrae le donne. Questo è il suo potere (o forse la sua maledizione), che lo porta a ricercare esperienze puramente fisiche. Avverte che il corpo pretende e lui non ha la forza di opporvisi, finendo sempre per assecondare le pulsioni più fisiche e lasciarle penetrare nella carne. Intenzione dell’autore, come spiega in un’intervista, è infatti mostrare con franchezza cosa significa essere un corpo maschile nel mondo, un corpo con pulsioni, emozioni, ed esigenze da gestire, e costretto a scegliere se soddisfarle o meno.
István incarna «una forma di mascolinità primitiva» (p.241) che non ha ancora raggiunto la piena consapevolezza di sé, divisa tra sesso, violenza, e molta solitudine. È vittima di un’epoca complessa e contraddittoria come quella attuale, caratterizzata da un’incertezza permanente in cui niente è stabile, nonostante tutto sembri raggiungibile. La sua esistenza è parte di una storia più ampia, quella che assiste alla fine della guerra Fredda, che attraversa la guerra in Kuwait, la globalizzazione, e vede lo scoppio della pandemia per Covid. Un contesto nel quale fermentano importanti divisioni culturali ed economiche, dove il dominio è della ricchezza e del potere. Forze esterne che condizionano l’esistenza del protagonista, molto più di quanto lui possa influire sugli eventi. Szalay vuole mostrarci come le nostre vite siano plasmate da forze politiche e socioeconomiche al di fuori del nostro controllo, come l’individuo sia travolto dal flusso inarrestabile di fatti, e di dinamiche più grandi di lui.
Soltanto il ruolo di padre sembra capace di risvegliare il protagonista dal vuoto che lo circonda, una vacuità accentuata, come per Szalay stesso, dalla sua natura ibrida che lo vede dividersi tra Ungheria e Inghilterra. Il figlio rappresenta l’oltre da se stesso, «In realtà per Jacob non sembrano esistere limiti. E di chi è il merito, pensa, spegnendo la luce e sgattaiolando silenziosamente fuori dalla stanza, se non suo?» (p. 227), e István ripone in lui la speranza di uscire «dall’orizzonte della sua famiglia» (p. 227) e di una generazione che, come lui, ha attraversato quarant’anni di storia e ne porta i segni sulla pelle. Nel rapporto con il figlio si intravede il bisogno di stabilire un rapporto autentico con l’esistenza e la possibilità di sottrarsi alla ripetizione di uno schema ineluttabile della vita nel quale lui è vittima e carnefice al tempo stesso. Ma anche in questo caso si tratta di un rapporto con la carne e con la fisicità, e inevitabilmente è sottoposto alla spietata logica della vita:
«Quando succede una cosa così non sai che fare
Lo shock è talmente grande
Sta lì seduto su una sedia e basta
Ci resta tutta la notte» (p. 293)
La fisicità dell’esistenza e l’intreccio tra la grande Storia e la vita quotidiana sono dunque al centro di questo romanzo, raccontate con estreme lucidità, ma anche con molti “non detto”. Ogni capitolo, anche se costituisce un elemento di continuità dell’intera vicenda, assume anche un valore autonomo, è sempre un nuovo avvio, l’inizio di una nuova vicenda. Ma tra un capitolo e l’altro si nascondono i “non detto”, cioè i grandi eventi della storia, che non rappresentano solo lo sfondo per la vicenda, ma fatti che, apparentemente irrilevanti, regolano la vita del protagonista. È dunque un romanzo pieno di vuoti, di sottrazioni e di buchi da riempire, che non rivela tutto continuamente, e affida al lettore il compito di capire cosa dice senza averlo raccontato, invitandolo a ricostruire la vicenda privata alla luce dei grandi fatti.
La storia è insomma dietro le quinte, ma è protagonista e artefice di tutta la vicenda. Anzi, proprio la scelta di non rivelare tutto e di creare questi spazi vuoti all’interno della narrazione, contribuisce a mettere in evidenza la ciclicità di una vita dove non sembra accadere niente, ma che in realtà produce uomini sempre più stretti nella morsa della quotidianità. Non sappiamo molto nemmeno di István, non conosciamo il suo aspetto fisico, né i suoi pensieri, perdipiù è un uomo di poche parole e che resta sempre impassibile anche nei dialoghi, limitandosi a chiudere ogni discorso con un «Okay»:
«Quando parli, cerca di non gesticolare.
D’accordo.
Devi stare fermo.
Okay.
Tieni le mani appoggiate di fianco al piatto.
Okay.
Hai da accendere?, chiede.
Ovvio.
Sì, dice Mervyn.
Sì, dice István.» (p. 123-124)
Il risultato è una rappresentazione essenziale, che toglie alla storia tutto ciò che è in più e non serve. Va dritta al centro della questione, nel tentativo di raggiungere un realismo che, sebbene brutale, restituisce una dimensione che ci appartiene, ed è quella della nostra epoca. Questa aderenza alla realtà è evidente anche nei dialoghi, dove vengono riproposti modelli di conversazione che spesso, con le loro brevissime espressioni, o addirittura con discorsi che girano in tondo senza concludere niente, riflettono il modo in cui le persone parlano davvero, soprattutto nelle situazioni informali.
Opacità della conptemporaneità
Il libro di Szalay racconta quindi, attraverso la vita di un singolo individuo, la nostra contemporaneità, la condizione esistenziale del nostro tempo. E i vuoti o le reticenze, anziché smorzare l’intensità e la caratterizzazione di István e degli altri personaggi, diventano la loro cifra. In questo modo restano fedeli a se stessi, non cambiano per compiacere il lettore, che, anche se rischia di restare deluso, non può fare a meno di riconoscere l’attualità di questa esistenza immersa in un flusso di eventi che la sovrasta, di fronte ai quali l’uomo si smarrisce e si lascia guidare dagli istinti primordiali.
A cinquant’anni dall’uscita di Barry Lyndon (1975), Szalay ripropone il disagio emotivo e relazionale di un uomo che si scontra con il proprio tempo e si lascia trascinare dagli eventi. István e Barry riescono a scalare la società soltanto grazie alla fortuna e all’opportunismo, ma finiranno entrambi per essere schiacciati dal destino e dalle strutture del potere. Tuttavia, se il protagonista di Kubrick è un cinico scalatore che nel Settecento deve arrendersi all’impotenza, Nella carne aggiunge al determinismo sociale e alla rovina di un mondo regolato dal potere, la fragilità dell’io, e nello specifico una vulnerabilità maschile che nasce senz’altro dalle prime esperienze traumatiche del personaggio, ma che la società non ha saputo sanare. È la storia di un uomo che vive nell’opacità della contemporaneità e che, incapace di scelte razionali, si lascia trascinare dagli eventi diventandone vittima e carnefice.
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