La tregua in luogo dei Promessi sposi?
Le nuove indicazioni nazionali, come si sa, prevedono la possibilità di sostituire al biennio la secolare presenza del romanzo di Manzoni con una libera scelta fra una pluralità di testi e di generi. Anche a questo riguardo si è riattivato sui social il consueto teatrino fra accigliati conservatori e disinvolti innovatori: tanto che nessuno, fra chi fa parte delle associazioni disciplinari degli insegnanti interpellate dalla commissione ministeriale, se l’è sentita di difendere i Promessi sposi. Alcuni di noi sono occupati, e giustamente, a pensare forme di resistenza a un processo di disciplinamento e distruzione di ben più ampie proporzioni: quello che Laval e Vergne hanno chiamato “la nuova scuola capitalista” e il libro a cura di Cangiano “la scuola neoliberale”.
Tuttavia credo che andrebbe speso un supplemento di riflessione per valutare ciò che si perde e ciò che si guadagna dal venir meno dell’incontro con quel romanzo: quale bambino insomma si stia gettando via insieme all’acqua sporca. Chi insegna sa bene quanto (per lessico, sintassi, digressioni, sentenze morali) i Promessi sposi risultino indigeribili a studentesse e studenti quindicenni, di come il testo vada faticosamente mediato da una lettura ad alta voce (come del resto accade per tutti i classici italiani) e di come venga, comunque, per lo più ridotto a una parodia o a un meme.
Le nuove indicazioni portano a compimento una lunga discussine sull’opportunità o meno di mantenere prescrittivo l’incontro a scuola con il romanzo di Manzoni: alcuni maître à penser nostrani ne hanno da tempo messo in discussione il senso, con ragioni diverse: dalle affermazioni di Eco («Manzoni lo hanno rovinato i professori») a quelle Galimberti secondo il quale lo spirito d’iniziativa di un adolescente verrebbe spento dal «messaggio che quello che conta nella storia è la Provvidenza».. Con la lettura di Manzoni al biennio si realizzava tuttavia il primo vero (straniante) incontro degli adolescenti con un classico della tradizione letteraria: solo talvolta, e grazie all’impegno degli insegnanti migliori, quella sfida prescrittiva diventava esperienza in grado di legare le generazioni nella memoria di un testo canonico: aveva in sé il rischio della ripetizione sclerotizzata ma si offriva anche come una rinnovata occasione di collaudo. Talvolta alcuni capitoli dei Promessi sposi, letti e interpretati in aula, potevano risultare perfino «nuovi, inaspettati, inediti», per usare le parole di Calvino.
In più, essendo quella lettura prevista per tutti i liceali, contribuiva a creare sapere comune e condivisione, là dove la libera opzione fra testi difformi tende a creare pulviscolarità e ulteriore venir meno dell’idea stessa di società: come dire, anche riguardo alle scelte dei fondamentali, “ciascuno per se e il mercato per tutti”, in sintonia con la scuola degli individui-utenti, con le loro singole certificazioni e i personali “capolavori”.
Allora: chi ha pensato quelle indicazioni avrebbe dovuto agire controcorrente e, anziché lasciare i docenti liberi di scegliere tra un elenco di testi tanto difformi, avere più coraggio politico, Assumersi insomma la responsabilità di indicare – a valle di un dibattito critico – un nuovo classico moderno in grado di sostituire i Promessi sposi. Quel classico c’è nella nostra letteratura. La sua rilevanza è stata canonizzata a livello globale dai Complete works, la traduzione in inglese dell’opera omnia di Primo Levi. Ed è La tregua.
Se qualche tempo fa si proponeva il romanzo di Nievo al posto dei Promessi sposi, conservando il paradigma risorgimentale come momento di coesione, oggi forse è giunto il momento di cambiare denominatore comune: l’itinerario dei reduci nello spazio «immenso» della Tregua, una volta oltrepassata la «porta della schiavitù», dalle baracche della Buna al «castello di fate» della Casa Rossa, fino al Danubio e al Brennero assume significato allegorico, ci rappresenta come cittadini del mondo. La lingua di Levi è cristallina, comprensibile, universale: e in quel transito (epico e comico) fa confliggere due forze contrapposte che riguardano i nostri attuali destini, unendo l’euforia del «vento alto» che spira sull’Europa e la triste coscienza del venir meno della parentesi di libertà in vista di un nuovo ordine distruttivo mondiale.
Levi, infine, è degno di prendere il posto di Manzoni nel sapere comune anche perché, ben consapevole delle ambiguità delle “zone grigie”, è immune dal cinismo postmoderno e ha tenuto ferma la distinzione fra privilegiati e offesi: «Lo sapeva bene il Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi”» (P. Levi, I sommersi e i salvati).
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Caporedattore
Roberto Contu
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G.B. Palumbo Editore

L’immaginazione può superare, se opportunamente controllata dalla ragione storica e dalla critica letteraria, i confini spazio-temporali che ci separano dalla figura e dall’opera di Alessandro Manzoni. Con l’aiuto di questi strumenti – immaginazione, ragione e critica – un professore ha avvicinato, a centocinquantatré anni dalla sua morte, l’autore dei “Promessi sposi”, spingendosi in quella regione dell’aldilà dove egli si trova e dove, con il superiore permesso dell’Onnipotente, ci ha concesso la seguente intervista, di cui qui si riportano le battute iniziali.
– Signor conte…
– Ma che conte e conte. Chi è lei, che cosa vuole?
– Mi scusi se la disturbo, Maestro (mi permetta almeno di chiamarla così, per antica deferenza), ma, veda, io mi sono arrischiato fin qua per parlare un po’ con lei: avrei alcune domande da farle… e l’Altissimo mi ha autorizzato a conferire con lei. Sia compiacente anche in grazia del mio gravoso mestiere…
– Che sarebbe?
– Il professore: parlare di lei ai ragazzini e ai ragazzi le assicuro che è un compito ingrato. Mi vorrà scusare per la franchezza: dicono che lei è una “pizza”, per di più è poco attuale e poco divertente, e puzza di sacrestia…
– Hanno ragione…
– Davvero?! Lei mi spiazza, ma, considerato che ben conosco la sua arguzia e il suo realismo, non mi sorprende.
– Sì, dico, hanno ragione i ragazzi a pensarla così. Veda, caro professore, la mia peggiore disgrazia è di essere finito sui banchi di scuola e fra le vostre mani.
– In effetti, Maestro, è pur vero che lei nei “Promessi sposi” si rivolgeva a un pubblico che possedeva le chiavi di lettura indispensabili per comprendere il contesto sociale del Seicento e interpretarlo alla luce dei riferimenti all’Ottocento, in modo da trarne gli insegnamenti etico-politici essenziali.
– Lei vorrebbe che io dicessi: brutti tempi, caro professore, la cultura è “debole”, la scuola è in crisi, come la famiglia la religione lo Stato… Le ripeto: costringere dei ragazzi o, ancor peggio, dei ragazzini a sorbirsi il mio romanzo, e per di più con un profluvio di note esplicative di commentatori vari, è un’operazione sadica, altro che!
– Debbo riconoscere che i frutti che i ragazzi ricavano dalla lettura del suo romanzo sono, malgrado gli encomiabili sforzi profusi da tanti miei colleghi per farne conoscere la profonda umanità e bellezza, quanto mai scarsi. Può bastare questa prova a confermare l’anzidetta constatazione: si fermi un quindicenne a tradimento, ma anche un qualsiasi adulto mediamente alfabetizzato, e gli si domandi come hanno inizio “I promessi sposi”. Nove volte su dieci, costoro diranno, sbagliando: “Quel ramo del lago di Como…”. Il romanzo inizia invece così: “L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo”.
– Egregio professore, mi permetta allora, con tutto il debito rispetto nei confronti della scuola e degli insegnanti, di trarre l’inevitabile conclusione: smettere di far leggere “I promessi sposi” agli studenti non significa salvare la scuola da Manzoni; significa salvare Manzoni dalla scuola. E soggiungo, in tema di interpretazione letteraria, che ciò che ho scritto è, per dirla con Umberto Eco, un’“opera aperta”: ognuno può leggervi quel che vuole, anche distorcendo il senso del messaggio. D’altronde, è il destino dello scrittore: egli viene usato, consumato e magari logorato.