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diretto da Romano Luperini

Perché leggere Cortile a Cleopatra di Fausta Cialente

Seduta sul ramo basso del fico la scimmia sorvegliava Marco che dormiva lì sotto sdraiato all’ombra festosa e ondeggiante delle foglie; dormiva con la bocca aperta ed aveva sul petto la camicia sbottonata e macchie di sole. La scimmia lo guardava, seduta come una donna, i gomiti sulle ginocchia; ogni tanto si tastava il ventre e se lo spulciava, oppure frugava col dito nel guscio vuoto delle nocciole che aveva raccolto nel cavo del tronco. Vecchio, il fico, e polveroso. Piccoli, i fichi, e immaturi, quasi bianchi. La scimmia li stuzzicava e sembrava che sorridesse. Quando ne ebbe staccato uno, strizzò con le dita brune un po’ del succo lattiginoso dove aveva rotto il picciuolo, guardò in basso e lo lasciò cadere sulla testa di Marco. Egli aperse gli occhi e in alto vide confusamente la scimmia, il fico, il sole.

«O brutta bestia», disse. Si levò a metà e lanciò un sasso. La scimmia soffiò a bocca aperta, irosa mostrando le gengive scure, i denti gialli. Marco s’era voltato sull’altro fianco. «Ahi!» fece. La terra del cortile era dura.

(Fausta Cialente, Cortile a Cleopatra, La Tartaruga, Milano 2022, p.53)

La vicenda

Marco, nato in Egitto da padre italiano, Alessandro, e madre greca, Crissanti, viene portato in Italia ancora bambino: il padre, «Pittore-Decoratore», lo sottrae alla famiglia della moglie, di religione rigorosamente e ossessivamente cristiano-ortodossa, affinché il ragazzo possa crescere libero dalle superstizioni. Morendo, Alessandro lascia a Marco le indicazioni per raggiungere l’Egitto e la madre; e Marco, a malincuore, si mette in nave – un’avventura degna della migliore tradizione dei romanzi marinari – e, in compagnia di una scimmietta, raggiunge appunto Crissanti e suoi santi ossuti nella modesta abitazione nel quartiere di Cleopatra, adiacente il porto di Alessandria. Il cortile e i suoi abitanti non accolgono subito con slancio questo ragazzo bello e ozioso, che legge molto e lavora niente. Ma, a poco a poco, Marco, con la sua natura affettuosa, stravagante e inquieta, diventa per la piccola comunità quasi una spola, l’inatteso strumento di raccordo tra gli spazi chiusi e immutabili del cortile e quelli aperti e cangianti della città portuale. Nonostante entri in contatto con svariati tipi umani, Marco fin da principio è attratto da Dinah, figlia unica di Abramino, un ricco ebreo, mercante e conciatore di pelli, che nel cortile ha casa e in città il laboratorio; e la ragazza ne diviene la fidanzata, vincendo le contrarietà dei genitori, che aspirerebbero per lei a un matrimonio più vantaggioso. Nella prospettiva del matrimonio, Marco finisce per diventare, suo malgrado, operaio nella conceria del suocero, dove istaura un pericoloso rapporto di profonda confidenza con Eva, la bella e giovane madre di Dinah; la fidanzata, invece, immaginandosi ormai sposa e dunque emancipata dalla casa paterna, inizia a manifestare insofferenza nei confronti del quartiere dov’è cresciuta e a desiderare quelli che lei ritiene gli status symbol di una condizione genericamente superiore. Deluso e addolorato, Marco intensifica i suoi incontri con Kikì, figlia illegittima di un padre-padrone, una ragazzetta indigena, vivacissima e curiosa, tanto simile a lui, che gli diviene compagna di lunghe passeggiate senza meta. Insoddisfatto, ingabbiato in un progetto di vita che non ha tracciato da sé, Marco decide di abbandonare di nascosto Alessandria. E parte senza lasciare notizia di sé.

Proveremo di seguito a individuare alcune ragioni per riprendere in mano questo romanzo semidimenticato.

Perché è “rappresentazione”

Uscito nel 1936 (ma terminato nel 1931), «Cortile a Cleopatra è indiscutibilmente il più bel romanzo italiano degli anni Trenta» (p.20): così, almeno, per Melania Mazzucco, che firma il saggio attento ed esteso che è preposto alla edizione de La tartaruga del 2022, cui qui si fa riferimento. Non deve essere stata questa la percezione che ne ebbero lettori e lettrici di quell’epoca, ma nemmeno quella del pubblico che ne accolse la seconda edizione, quella del 1953, preceduta da una avvertenza della stessa Cialente. A noi quella avvertenza torna oggi indispensabile per ripercorrere, in ogni senso possibile (narrativo, storico, editoriale), la vicenda di Marco.

Nella storia di Marco, dei suoi amori e peccati, scritta fra due guerre dopo circa dieci anni di permanenza in Egitto, avevo creduto di esprimere la mia insofferenza per una terra, un clima e una gente che mi sembrava di non amare affatto; mentre il tempo mi ha rivelato che se ho scritto il Cortile è stato proprio perché amavo quella terra, quel clima e quella gente, e di tutto ciò porterò oramai, per sempre, un’inguaribile nostalgia. Non ho voluto alterare la freschezza originale del racconto e vi ho portato solo lievi ritocchi; come non ho acconsentito a mutarne il titolo, benché per chi non sappia che Cleopatra è un sobborgo di Alessandria d’Egitto esso possa riuscire inconsueto, come accadde già la prima volta. Il tempo trascorso fra la prima e la nuova edizione è tale che molti dei luoghi qui descritti non esistono più. Da quando Marco sbarcò in Egitto, dopo la prima guerra mondiale l’asfalto ha divorato le grandi spiagge solitarie e il lago di Hadra è stato prosciugato: da un pezzo i soldati inglesi non abitano più le caserme di Mustàfa; e la giovane generazione non ricorda nemmeno che siano esistite, nell’antica strada di Porta di Rosetta, le Galeries Lafayette. Gli anni e l’ultima guerra hanno stravolto la fisionomia delle sabbie vergini con i dattolieri sepolti a metà fusto, e si è perduto anche quel molle ritmo di vita tra levantino e coloniale.

Mi sembra di ricordare di aver affermato in qualche altra occasione che il compito del narratore, a mio vedere, è anzitutto quello di rappresentare. Un libro che si apre è come un sipario che si alza: i personaggi entrano in scena, la rappresentazione comincia. (pp.49-50)

Dunque, l’adolescente Marco arriva sulla scena letteraria italiana ben prima del fanciullo Arturo (L’isola di Morante è del 1956), ma la sua doppia apparizione è legata a due momenti ugualmente poco propizi (delle occasioni mancate di Cialente diffusamente parla Mazzucco nel suo saggio): nel 1936, l’Italia si immaginava a capo di un impero coloniale e verosimilmente non era ben disposta a guardare con qualche simpatia a una narrazione così accuratamente scevra tanto dei toni trionfalistici della retorica fascista (e chi conosce la vicenda anche biografica di Cialente non stenta a comprenderne le ragioni più intime), quanto delle tinte seducenti dell’esotismo di maniera; nel 1953 l’Italia stentava ancora a riprendersi dalle miserie (materiali e morali) in cui l’aveva lasciata la seconda guerra mondiale e, altrettanto verosimilmente, non ritrovava in quelle pagine né la riflessione sull’esperienza tragica della Resistenza, nella quale nel frattempo avevano iniziato a cimentarsi altri scrittori, né (ancor meno) l’evasione. Fu comunque, in entrambi i casi, uno sguardo miope, che neppure l’Avvertenza del 1953 rese più acuto. Cialente lo dice chiaramente: intendeva rappresentare; non favoleggiare, né descrivere, né fotografare, non indurre a riflettere sulla Storia né a sognare paradisi perduti. Rappresentazione è la aristotelica mimesis: non una copia sbiadita del reale, ma l’approssimarsi metodico, tramite il particolare, all’universale.

Se dunque i lettori e le lettrici di allora avessero davvero guardato oltre il sipario, avrebbero scorto in quel cortile su cui si affacciano arabi, ebrei, armeni, greci, italiani non il fondale inerte di una messa in scena da varietà, ma un luogo-simbolo dove la dimensione collettiva dell’esistenza è colta nel suo ultimo respiro, un attimo prima di dissolversi. Non è un caso che il romanzo si concluda con la partenza clandestina di Marco (vero erede di ‘Ntoni Malavoglia). E non è un caso che sia siglato da due morti: quella naturale di Spiro – malato da tempo, sposato, mai padre, marito a carico della moglie, la laboriosa sarta Katina; e quella tragica di Eva, ricca in un cortile di poveri, come Marco segretamente inquieta.

Le dinamiche relazionali del cortile, così come Cialente le rappresenta, sono intessute su sentimenti, ugualmente incandescenti, di rivalità e intimità che finiscono per generare una solidarietà necessaria, non dettata, cioè, da una istintiva bontà quanto piuttosto da un istinto di sopravvivenza. La tutela del cortile significa la difesa tenace di un microcosmo all’interno del quale il singolo trova ancora il suo posto, la possibilità di essere riconosciuto, uno scudo contro l’avanzata inesorabile della omologazione. Non per niente il suo contraltare sono i dozzinali magazzini Lafayette, dove la giovane Dinah erroneamente crede di poter trovare ciò che le servirà per distinguersi fra le ragazze del quartiere Cleopatra:

La fidanzata che discorreva rapidamente, in francese, disse due o tre volte: «Lafayette…»

“Ah”, pensò Marco, “ci siamo”.

Ma come dirlo alla sua fidanzata? Non oserà mai confessarle il suo bizzarro fastidio: poiché non è che lui abbia una particolare avversione contro Les Galeries Lafayette e le loro vetrine, piene di belle cose delicate e di colori straordinari dolcissimi, spumeggianti. Anzi, qualche volta s’è fermato a guardare, ma appena se ha osato toccare con la punta delle dita la spranga di ottone lucido, al di qua dei cristalli. Quel che non gli piace è che ha sempre veduto Dinah entrarci con gli occhi dilatati e le narici palpitanti, come se entrasse se nell’acqua fredda; e poi la sua voce! è stridula, pettegola, quando dice: «Lafayette, Lafayette»; una pallottola dura che lo batte e lo ribatte in mezzo alla fronte. (…) Le donne continuano a discorrere, volubilmente dicono i prezzi e il nome di certa roba che hanno comperato (…), rifanno il conto, e Haiganúsh sta a sentire, sprezzante, come a dire che lei saprebbe far meglio, con tutti quei soldi. Per mortificarla, per schiacciarla forse, Eva e Dinah lanciano la loro mitraglia: Lafayette, Lafayette…

Vorrebbe dirlo alla fidanzata, lui… Ha proprio una gran voglia di dirglielo! Che preferisce vederla entrare nei piccoli negozi dell’Attardi, a comperare quel che c’è di meglio, come una principessa, e invece la vede entrare nei grandi negozi di lusso a comperare lo scarto e gli scampoli nei giorni di liquidazione, guardata dall’alto in basso da insolenti ragazze vestite di rasetto nero, pigiata contro i banchi di mogano dalla folla in sudore, avida e rabbiosa. Non gli piace così, Dinah, no, non gli piace affatto: non somiglia più alla bambina che era quando l’ha conosciuta, sempre scalza, con un coniglio nelle braccia o i pulcini nelle mani… Non è più quella della sera del suo arrivo, quando ha detto, sotto il fico: «Non sappiamo, noi, del figlio di Crissanti…» (pp.231-232)

Dietro l’infrangersi inevitabile di quelle dinamiche, un pubblico meglio avveduto avrebbe dovuto scorgere la dissoluzione del mito del Mediterraneo-culla-di-civiltà e la sua lenta trasformazione in grande porto degli Stati Uniti, dominatori con il passaporto di liberatori. Per due volte il pubblico si rifiutò di guardare davvero oltre il sipario levato. Chissà che adesso non sia arrivata la volta buona.

Perché a raccontare l’uomo è una donna

Chiariamo subito: non è una difesa d’ufficio della scrittura femminile in quanto tale. Semplicemente si vuol mettere in evidenza, con l’ausilio di un rapido confronto di date, la prospettiva nuova attraverso la quale è analizzato il maschile. Nella rappresentazione del giovane e inetto Marco (e di suo padre Alessandro e un poco di tutti gli uomini che hanno parte nella vicenda) non c’è assolutamente niente di estetizzante (come poteva venire a Cialente dalla lezione dannunziana: Il piacere viene pubblicato nel 1889, Cialente nasce nel 1898 e dunque niente di strano che il romanzo del Vate fosse ancora una lettura diffusa durante la giovinezza di lei) e non c’è niente di ironico (come poteva venire a Cialente dalla lezione di Pirandello o, ancora di più, del quasi conterraneo Svevo: Uno, nessuno e centomila è del 1926, La coscienza di Zeno è del 1923); ma non c’è neppure (per lo meno: non esplicitamente) una istanza di denuncia sociale (come in romanzi coevi di Alvaro o di Silone), mentre manca risolutamente la prospettiva trionfalistica e/o patriarcale dei romanzi di consumo graditi al regime fascista. C’è piuttosto – come si diceva – un modo del tutto inusitato di guardare il maschile e di raccontarlo. Da donna, Cialente non sente il dovere di rappresentare necessariamente un uomo in un ruolo – soldato, medico, artista, giudice, faccendiere, brigante o quel che sia – né percepisce l’uomo a cui manchi un ruolo forte necessariamente come un fallito o un poco di buono. Da donna, Cialente si sente libera di raccontare le aspirazioni di un uomo senza giudicarle, anche se esse sono in contrasto con le aspettative sociali, e di raccontarne le fragilità senza fare ricorso all’ironia o a giustificazioni di sorta – sociali, intellettuali, morali, storiche o altro. Da donna, Cialente libera tutti gli uomini dal fardello pesante di voler essere e/o di dover dimostrare di essere qualcuno. L’unico uomo del quale si direbbe che voleva essere un duro è il padre-padrone di Kikì e non può essere un caso che sia l’unico rappresentato con caratteri violenti, bestiali addirittura. Ma gli altri uomini no. Spiro è debole e malato. Maestro Francesco, artigiano-avventuriero buono, generoso, innamorato di Kikì, si fa da parte silenziosamente di fronte al più giovane e avvenente Marco. Abramino, il padre di Dinah, accetta che la figlia sposi chi dice di amare. Ma sono Alessandro e Marco, padre e figlio, a dare spessore a questa nuova immagine di uomo: dolce, sentimentale, affettuoso. Meglio lasciare la parola direttamente alla voce narrante. Questo è Alessandro:

Suo padre, tanto buono e pieno di tenerezza, non parlava mai del bene che faceva, ma, sempre, della sua “cattiva azione”. Gli aveva raccontato, sì, i torti di sua madre e dei parenti, soprattutto di quelli, perché sua madre, in fondo era una buona donna, un po’ debole; ma egli non avrebbe dovuto abbandonarla e portarle via il figlio, poveretta, era stata proprio una cattiva azione. Che guaio, a lui non piaceva litigare, ecco, ed anche per suo figlio aveva pensato che doveva crescere in “santa pace”.

La guerra, invece, li aveva lasciati tranquilli, uno essendo troppo vecchio e l’altro un ragazzo; c’erano passati in mezzo, svegliandosi alla fine come da un incubo. Per di più, a suo padre piacevano i cambiamenti. Ogni tanto arrivavano in una città nuova, dopo aver venduto, laggiừ dov’erano, i barattoli e i pennelli, e si ricominciava tutto da capo: cercare una bottega con la camera in fondo, per loro due, tappezzare i muri con i campioni delle carte a fiori che era una festa sceglierli e vederli incollare, allestire sugli scaffali i nuovi barattoli con quei nomi veramente gloriosi: blu di Prussia, bianco di Spagna, terra d’ombra, terra di Siena e tutte le misteriose vernici, le polveri d’oro e d’argento, i pennelli, le secchie di calce e di farina. Odore inebriante dell’acqua ragia e della gomma lacca. Mescolare tritare bollire: fuoco, fumo e aromi come nella bottega di un mago. Dopo qualche settimana le persiane delle case intorno cominciavano a sorridere pitturate di fresco. Suo padre abbelliva i mondo, non c’era alcun dubbio, e quando apriva una bottega nuova gli indigeni del quartiere non potevano immaginare la fortuna che li aspettava. Egli sorrideva benevolmente a quelli che venivano, curiosi, sulla soglia. (p.71-72)

E questo è Marco, qui sorpreso nella conversazione/confessione-chiave con Dinah:

«Io non verrò in città» (…). Dinah aveva smesso di piangere, stava muta e immobile Il nero e il silenzio fra loro due, così vicini, si riempì d’ostilità. E Marco, come se avesse veduto qualche cosa crollare la sulla riva, un incanto rompersi e naufragare nelle onde che pure venivano lente, leggere, scherzose, si sentì disperato ad un tratto.

«Santo Dio!» fece come se lei non fosse più là ad ascoltarlo, sentendosi una gran confusione nella testa per le cose che credeva di aver detto e invece aveva taciuto, parlando come se le avesse dette. «Crede forse che mi verrà la passione del lavoro e della ricchezza e che per me sarà una gran gioia farle un po’ di lusso intorno!» La prese da un braccio. «Non mi puoi rimproverare d’averti nascosto quello che sono. Hai visto che sono capace di vivere nell’ozio durante mesi, mantenuto da mia madre, senza neanche vergognarmi. Sai che mi piace andare scalzo e che mi dispiace d’aver imparato a vestirmi come voi, mangiare come voi, ad aver bisogno di tante cose.» Indicò le casupole fasciate dai raggi della luna, che chiudevano in cima alla scarpata il cortile. «Là dentro, secondo me, c’è già tutto il superfluo e tu mi Parli di star meglio? Lavorare di più, allora? Oppure rischiare il poco che si ha e non dormire più dalle preoccupazioni, come dice tuo padre? Una vita d’inferno, allora? No, sai, io non posso, non posso.» (pp.251-252)

Perché è scritto in una lingua preziosa

La famiglia d’origine di Fausta Cialente per parte di madre è triestina (anzi, addirittura austriaca: il nonno era nato a Vienna) e abruzzese per parte di padre. Nata a Cagliari, Cialente trascorre la giovinezza in varie regioni d’Italia e, dal 1940, vive in Egitto, dove frequenta un ambiente cosmopolita e vivacissimo, rientrando soltanto dopo la guerra in Italia, a Roma, accanto alla madre. Alla sua morte, si trasferisce, al seguito della figlia, prima in Kuwait e infine in Inghilterra. Fausta è anche una squisita traduttrice dall’inglese. Di tutto questo si dà qui sommariamente notizia per suggerire una delle ragioni che resero l’orecchio di Fausta Cialente sensibile a idiomi diversi (fossero essi lingue o dialetti), di cui non solo percepisce le diverse musicalità (e la cosa non stupirebbe: il nonno materno era un compositore, la madre una cantante lirica), ma (quel che forse qui più ci interessa) le diverse destinazioni. Di questa sensibilità Cortile a Cleopatra porta impresso un segno fortissimo, ad alto tasso di significatività. Nel rappresentare la dimensione del quartiere, frequentato, come s’è visto e come si conviene ai quartieri sul porto, da gente dalle provenienze più varie, Cialente sperimenta una sorta di super-lingua in cui si incontrano le lingue di tutti e di ciascuno, una super-lingua in cui sembra di sentire risuonare note diverse: l’ironia dell’italiano, il fatalismo dell’arabo, la spiritualità del greco, le delicatezze del francese e molto altro ancora. La stessa voce narrante ne dà conto:

Erano greci di Smirne e Costantinopoli, ebrei di Odessa, armeni del Caucaso, e Abramino parlava con loro, male, in greco, in iddisc, in arabo, qualche volta doveva chiamare l’orologiaio per trattare con i turchi e questi traduceva nel suo francese di levante, mentre sedevano tutti in cerchio a bere il caffè. (p.214)

E quando le voci tacciono, il silenzio è mirabile. E su questo silenzio, ci congediamo dal Cortile, nella speranza che voglia farvi il suo ingresso qualcuno fra voi:

Nei giorni che seguirono, il silenzio di tutti, come un’acqua, dilagando ricoperse ogni traccia di malumore e colmò i vuoti: poi stagnò, immobile. Ma lui [Marco, n.d.R] sentiva la presenza di certi mostri che nuotavano là sotto, nascosti, senza agitare un’onda, né fare una bolla d’aria. (p.254)

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