Il voto amministrativo: un test?
I numeri veri al ballottaggio
Tutti i commentatori hanno premesso che il voto amministrativo per la sua dimensione locale non può essere comparabile con il voto nazionale, salvo poi fiondarsi a sottolineare la «tenuta della maggioranza di governo» o la delusione del centro-sinistra o del campo largo, a seconda della geometria scelta. È l’acquiescenza di gran parte dei media alla narrazione dominante meloniana. Un paragone compiuto con le precedenti tornate elettorali potrà essere fatto solo quando con i prossimi ballottaggi il panorama dei 661 comuni (circa 7 milioni di elettori) che sono andati al voto potrà essere osservato nei numeri assoluti, decisivi per valutare il test, pur parziale, anche nella prospettiva della nuova legge elettorale iper-maggioritaria, proposta dal governo per cambiare scorrettamente a proprio favore le regole del gioco, quando la partita è in corso. Infatti i commentatori hanno rapidamente virato nei loro articoli su Venezia e Reggio Calabria, cioè i più rilevanti capoluoghi di provincia in cui il sindaco è passato al primo turno.
L’astensionismo e il voto dei più giovani
In realtà ci sono due dati salienti e incontrovertibili emersi in confronto ai risultati del referendum sulla giustizia, che aveva fatto contare su una rinnovata speranza democratica e sulla riscossa delle forze “progressiste”. Vi è stata una vistosa flessione dell’affluenza alle urne non solo rispetto al referendum, ma anche rispetto al precedente voto amministrativo. La percentuale dei votanti è scesa al 60,1% in calo di quasi 5 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Soprattutto hanno disertato le urne i giovani under 25 nella misura del 47% (dato del sito Demopolis, consultato il 30.5.2026), cioè la “generazione della Flottiglia”, che aveva riempito le piazze nell’ottobre 2025 per protestare contro lo stermino dei palestinesi e contro i rischi di guerra totale. Gli stessi giovani avevano decretato la vittoria del NO contro le mire autoritarie della destra al governo per manomettere sette articoli della Costituzione, una tappa del processo per instaurare un regime illiberale. Non sono stati convinti dall’offerta politica moderata del centro-sinistra, che non riscalda i cuori di chi cerca speranze per il proprio futuro, che non sia quello di emigrare in paesi con prospettive più allettanti di lavoro e di autoaffermazione. Ciò vuol dire che l’astensionismo non è un dato neutro, ma dipende dalla prospettiva politica offerta. Abbiamo già esaminato qui l’ipotesi delle «due destre» di Carlo Rovelli, intese come varianti della stessa politica economia di stampo neo-liberista. Oltre alle considerazioni strategiche che tale ipotesi comporta, sulla analisi del voto gioca lo scarso appeal che la vicinanza delle due opzioni politiche comporta.
I casi di Venezia e di Reggio Calabria
In effetti i casi dei sindaci andati alla destra a Venezia e a Reggio Calabria sono importanti per ragioni diverse. La vittoria del campo largo nella città della laguna è stata data quasi per scontata dai leader (in particolare Elly Schlein) a causa degli infortuni rilevanti nella gestione della Biennale, su cui la destra si è giocata la faccia in termini di egemonia culturale. Ma ciò che sembra abbia prevalso sull’elettorato è la questione della moschea di Mestre, cioè del cemento ideologico contro lo straniero, in particolare islamico. Il delfino del sindaco uscente è stato favorito a fronte dei pronostici e ha vinto di diverse lunghezze (51,02% contro 39,2%). Ancora peggio è andata nel capoluogo calabrese, strappato al centro-sinistra, che si è presentato agli elettori frammentato in almeno tre liste distinte, con numerosi candidati “civici”. Emergono due dati. In primo luogo la debolezza della proposta del campo largo, che non ha saputo capitalizzare la vittoria del NO al referendum sulla magistratura, verso il quale era partito molto tiepido per la paura di uscirne battuto e di cui non ha compreso il significato della vittoria del NO. È una tendenza di lungo periodo, che ha una tappa essenziale nella sconfitta cercata dall’inetto Letta nel 2022, sfociata nel governo Meloni. In secondo luogo la questione dell’immigrazione agitata dalle formazioni di destra in maniera più o meno virulenta tiene insieme un blocco sociale, che abbiamo qui visto più volte ancora in formazione, perché unisce su un versante del tutto ideologico gli interessi borghesi e piccolo-borghesi con quelli oggettivamente opposti di settori operai e popolari. In casa PD si sono consolati con le affermazioni in Toscana, dove regge l’antico insediamento sociale PCI, e sull’unica vittoria sopra il Po, a Mantova con quasi il 70% dei voti. A Sud si confermano i punti di forza in Puglia e in Campania, dove ha prevalso il piglio decisionista e più “di sinistra” del sempiterno Vicenzo De Luca. In definitiva permane il problema del “partito del Nord” e la sua alleanza interclassista, di cui è cambiata la trazione dalla Lega a FdI. Inoltre l’affermazione delle liste civiche, oltre ad essere legata alla specificità delle elezioni locali, dimostra la crisi di credibilità dei partiti e la ricerca del corpo elettorale di uno spazio di espressione libero al di là di una contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra sempre più sottile.
Cosa manca al centro-sinistra?
Non è tanto un problema di leadership, che pure si pone (anche se nella coalizione il PD rimane il primo partito). C’è un problema di programma, che non può sostituire nessuna «consultazione dei territori» (la foglia di fico inventata da Elly Schelein per mascherare la difficoltà a decidere). In realtà il programma vero sarebbe l’attuazione del dettato costituzionale dai diritti sociali al lavoro, all’istruzione, alla salute e dalla progressività reale della tassazione, a cui va aggiunta una politica estera conseguente all’articolo 11 della Costituzione, che «ripudia la guerra per la soluzione delle controversie internazionali». Questo è il senso del voto referendario. Né basteranno a risolvere il problema le primarie, di cui da settimane si chiacchiera inutilmente, con tutta probabilità controproducenti. Manca un progetto di società democratica, fondata sul principio di uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione, che può essere garantito solo da un blocco sociale coagulato intorno agli interessi di classe dei lavoratori, ormai quasi spariti dallo stesso dibattito pubblico repubblicano, sostituito dalla melensa espressione «le aziende e le famiglie» quando chi lavora a salari da fame la famiglia e i figli non può neppure permetterseli.
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Condivido l’analisi di Beppe Corlito. Aggiungo che riguardo al PD è necessario che si liberi di scorie “radioattive” (vedi la Picerno, ma anche altri). Il centro-sinistra faccia sapere quale società e quale modello di sviluppo si immagina a medio e lungo termine.
Il programma elettorale in questa fase non è difficile: basta citare testualmente alcuni articoli della costituzione riguardanti il lavoro, la sanità, la politica estera in rapporto alle guerre.
I giovani si mobilitano su questioni concrete che li toccano da vicino. E’ finito il tempo dei tesserati e delle sezioni (referendum docet)
di sinistra in questo paese nn c’è nemmeno il nome. il PD è ormai un’accozzaglia di correnti di memoria craniata, Rifondazione va con il campo largo dove di nuovo c’è il PD…dov’è la sinistra? Siamo ormai all”amarcord: “mi nonno fava mattoni,mi pa’ fava mattoni, favore mattoni anche mi ma la casa mia n’dove”? dov’è la casa della sinistra?
Sarebbe ora, quando si parla di “salari da fame”, di approfondire le cause di questo fenomeno. Se si facesse una ricerca di questo tipo, si scoprirebbe facilmente che la causa principale è interna alla composizione di classe dei ceti subalterni e ha il suo centro focale nella “questione delle abitazioni”, vale a dire nella la svalorizzazione della forza-lavoro. In una società fondata sui rapporti di produzione capitalistici e sulla relativa appropriazione privata del prodotto sociale, stante l’equivalenza coattiva tra il prezzo della forza-lavoro (= salario) e il capitale variabile, la proprietà dell’abitazione è infatti per il proletariato una forma di riduzione del valore della forza-lavoro, quindi una forma di autolesionismo retributivo, quindi in buona sostanza, per essere chiari fino in fondo, di autosfruttamento. Ma vi è di più, perché ad essere decurtata non è solo quella parte del valore della forza-lavoro costituita dal salario diretto, ma altresì quell’altra parte del valore della forza-lavoro, da Marx definita “storico-morale”, che è costituita dal complesso di beni-servizi (sanità, istruzione, trasporti ecc.) che integrano il salario sociale di classe e contribuiscono ad elevarne il valore. Non a caso, secondo i dati dell’Istat, dagli inizi degli anni duemila risulta diminuito il numero di famiglie proprietarie del proprio alloggio di residenza, mentre risulta in costante aumento la percentuale delle famiglie che dipendono da un mutuo; sono inoltre aumentati progressivamente gli sfratti per morosità e i pignoramenti, così come continua a crescere l’incidenza dell’affitto e della rata del mutuo sui redditi delle famiglie proletarie. Il quadro che scaturisce da questi dati è, a dir poco, drammatico e conferma che, se proprietà e indebitamento continueranno ad essere i miti che guidano i comportamenti delle famiglie popolari italiane e il modo attraverso cui il potere pubblico e i vari schieramenti politici ritengono che debba essere soddisfatto il primario e fondamentale bisogno di casa dei cittadini, sarà inevitabile un peggioramento catastrofico della situazione generale. A ciò si aggiunge il fatto che, nel quadro di un mercato libero dei canoni di locazione non è stato introdotto alcun vincolo capace di avvicinare i prezzi degli affitti alle reali capacità economiche delle famiglie, così come si è voluto chiudere gli occhi di fronte sia all’enorme patrimonio immobiliare vuoto e inutilizzato, presente su tutto il territorio nazionale, sia alle sofferenze di migliaia di famiglie (ricordo che alla fine degli anni Settanta del secolo scorso il pretore di Roma – se non erro si chiamava Pavone – ebbe il coraggio, per segnalare la gravità del fenomeno delle migliaia e migliaia di appartamenti sfitti, di avviare un procedimento per il reato di aggiotaggio). In nesso con la dimensione economica della storica “questione delle abitazioni”, vi è poi, nel nostro paese, l’enfatizzazione della dimensione ideologica, ossia il mito della casa in proprietà: un mito che, se rivela il suo stretto rapporto con le origini contadine di una vasta parte della popolazione italiana, non cessa per questo di essere culturalmente regressivo, politicamente reazionario e oggettivamente filo-padronale (mi viene in mente, a tale proposito, l’ironia con cui Gyorgy Lukàcs, parlando della politica di alleanza con i ceti medi, evocava l’aspirazione piccolo-borghese alla proprietà di una villetta con i nanetti nel giardino). Non per nulla, le politiche per la casa hanno sempre teso, in Italia più che altrove, a consolidare questo mito e tutti i governi che si sono succeduti, anche in séguito allo scoppio della crisi economica, hanno continuato ad orientare le risorse e gl’interventi pubblici a favore della rendita immobiliare e del sostegno alle banche, seguendo quella che è stata definita una “logica di finanziarizzazione del welfare”. In tal modo, quando milioni di lavoratori si sono indebitati per comprare la casa, le ore di straordinario sono schizzate verso l’alto, sicché, oltre a perderci in tempo libero e salute, i lavoratori hanno dovuto limitare sia i già modesti consumi propri e dei familiari, sia la loro partecipazione agli scioperi e, in generale, la loro disponibilità alle rivendicazioni e alla lotta contro il padronato. Il grande depotenziamento della conflittualità operaia ha determinato, a sua volta, la stasi e il regresso dei salari, che durano ormai da mezzo secolo. Una schiavitù salariata forgiata con le catene in apparenza dorate della casa in proprietà ha così sostituito il “compromesso socialdemocratico” con lo scambio tendenziale tra docilità operaia, stagnazione salariale e proprietà della casa.