Le verità lampanti. La scrittura saggistica di Natalia Ginzburg
Natalia Ginzburg è nota ai lettori soprattutto per le sue opere narrative e, in particolare, per quel “Lessico famigliare” con cui si aggiudicò il “Premio Strega” nel 1963, anno della sua pubblicazione per Einaudi. Ma tra gli scritti della Ginzburg vi è anche una copiosa produzione che (semplificando) potremmo etichettare come saggistica, sebbene infarcita di elementi che rendono ardua una loro univoca classificazione.i
Dire la verità
Leggendo questi scritti di Natalia Ginzburgii colpisce la frequenza con cui ricorrono le espressioni “vero”, “verità”, “in verità”;non sorprende dunque scoprire che il suo primo articolo di riflessione, composto a 17 anni, lo abbia intitolato Dire la verità: è questo l’imperativo categorico a cui risponde la sua vocazione di scrittoreiii. Afferma la giovanissima Natalia: “Dire la verità. L’artista che scrive deve sempre sentirsi capace di questo .[…] L’artista non scrive una frase perché è bella, ma perché è vera. […] Dire la verità. Solo così nasce l’opera d’arte”. In tutto il suo percorso di scrittura Ginzburg rimarrà fedele a questo principio-guida: una vera e propria bussola per il suo lavoro critico e creativo. Potremmo estrapolare dai suoi scritti molti passi in cui questo assunto viene ripreso e riaffermato. Ma prima non sarà superfluo precisare che questa necessità di affidare alla scrittura il compito di “dire la verità” è da collegare alla fase storica da cui prende avvio la vicenda di Natalia Ginzburg e della sua generazione. Una vicenda storica e biografica fortemente segnata in origine dall’esperienza del fascismo, dal trauma della guerra, dai lutti che su quelle vite pesarono: esperienze, traumi e lutti fortemente legati nel suo caso anche alle radici ebraiche della famiglia.
Ovviamente non è da credere che Ginzburg abbia della “verità” un’idea banale, come non può averla chiunque sappia quanto complessa sia la realtà e quali siano i limiti della nostra capacità di penetrarla e conoscerla. Ed infatti Ginzburg precisa che “raccontare il vero è come muoversi in mezzo a un branco di tigri” (Ritratto di scrittore, in Mai devi domandarmi, cit., p. 215).
Il carattere multiforme e contraddittorio della realtà impegna lo scrittore a districarsi in una rete in cui “vero” e “falso” possono presentarsi sotto mentite spoglie. Partendo da questo dato, Ginzburg afferma che “Il difficile è cercare nella piccolissima sezione di realtà che ognuno può conoscere, ciò che è vero per tutti” (Quando lo scrittore è innamorato, “L’Espresso”, 21 giugno 1964). In prima approssimazione possiamo allora affermare che “dire la verità” è per Ginzburg il dovere ineludibile di ogni scrittore e consiste, come lei preciserà, in un movimento da compiere in direzione della realtà: un movimento demistificatorio, volto a illuminare il vero volto del reale, senza camuffamenti consolatori e senza edulcorazioni.
Per muto istinto
Ma come avviene questo “movimento in direzione della realtà”? Domenico Scarpa ha evidenziato che negli scritti saggistici di Ginzburg vi è la piena manifestazione di una intelligenza femminile e viscerale, che si differenzia dal metodo raziocinante attribuito all’universo maschile. I suoi convincimenti profondi traggono origine da quello che lei considera un “muto istinto” (Le piccole virtù, nella raccolta omonima, cit., p. 99), grazie al quale si giunge con immediatezza al riconoscimento di una verità esistenziale ritenuta universalmente valida. Adesso è importante notare che “il movimento in direzione della realtà” costituisce solo il primo passo verso un obiettivo ancor più elevato; infatti, la percezione profonda capace di rivelare la “vera realtà” è il preludio di una operazione decisiva per la vita di ogni essere umano: individuare lo spazio per esercitare una scelta etica.
Scrive Ginzburg:
“ […] all’uomo non è dato scegliere sempre: l’uomo non ha scelto l’ora della sua nascita, né il proprio viso, né i propri genitori, né la propria infanzia: l’uomo non sceglie, di solito, l’ora della sua morte (…) la sola scelta che gli è consentita è la scelta tra il bene e il male, fra il giusto e l’ingiusto, fra la verità e la menzogna” (Il silenzio, in Le piccole virtù, cit., pp. 73-74).
Ma c’è di più. Quando la complessità del reale determina una condizione di smarrimento dentro la quale è difficile districare la matassa delle responsabilità, il “muto istinto” approda ad una scelta etica pregiudiziale, riconoscendo in chi soffre l’essere degno di compassione. Nello scritto intitolato Pietà universale, Ginzburg così scrive:
“Dinanzi ad ogni fatto che accade, sia esso privato o pubblico, il nostro pensiero insegue disperatamente per un poco le cause che l’hanno determinato e gli eventuali colpevoli, ma infine si arresta sgomento sembrandogli le cause innumerevoli e la realtà troppo tortuosa e complessa per il giudizio umano […] Soltanto in quelli che perdono ci sembra di riconoscere i nostri simili, perché se li chiamiamo vittime sventurate e calpestate, almeno nel momento presente siamo certissimi di non sbagliare” (in Mai devi domandarmi, cit., pp. 204-208).
Dallo smarrimento etico-conoscitivo si può allora uscire soltanto affidandosi ad un sentimento di matrice creaturale, che genera istintivamente un movimento di adesione al destino dei più deboli.
Lo sguardo poetico sul mondo
La dimensione etica a cui guarda Natalia Ginzburg si apre dunque ad una piena partecipazione al dramma di ogni “creatura”. La prospettiva “creaturale” che si manifesta nelle sue opere si deve a quella tensione dello spirito, tipica della poesia, che affina la percezione delle cose e rende capaci di accostarsi istintivamente alla verità della condizione umana; la poesia ci svela lo statuto allo stesso tempo “violento e immenso” della vita, in cui gli opposti si incontrano e le contraddizioni si abbracciano: lo sguardo dei poeti è compassionevole.
Come Ginzburg dirà in quello straordinario scritto dedicato a sondare I rapporti umani, è “lunga strada che ci tocca percorrere per arrivare ad avere un poco di misericordia” (in Le piccole virtù, cit., p. 97). È in virtù di questa apertura che si genera uno sguardo poetico sul mondo.
Compito della poesia è “rimanere fedele al vero”, procedendo “in direzione della vera realtà”, ossia in direzione di un punto in cui tutti i contrari s’incontrano e in cui le contraddizioni non appaiono più tali: qui alberga “l’idea vera di realtà” di cui la poesia vuole essere ricerca ed espressione, anelito profondo dell’uomo. È qui che persino la dimensione etica sembra tremare dinanzi al mistero della vita: in questo punto, vive la poesia.
Strategia argomentativa
“Dire la verità”, affidandosi ad un “muto istinto” e lanciando sul mondo uno “sguardo poetico e compassionevole”, produce degli effetti sul piano dello stile.
Il lettore ritrova negli scritti di Ginzburg ritmi e intonazioni che in qualche modo gli sono familiari perché, come ha rilevato Cesare Garboli, vi è in essi ”una cadenza da omelia, da sermone che parla ai fedeli” (Introduzione a Mai devi domandarmi, cit., p. VIII); e in effetti, la predominanza delle figure retoriche di ripetizione induce in qualche misura ad accostare lo stile ginzburghiano allo stile retorico tipico del sermone puritano. Questi testi risultano inclini a ripetere le parole più povere, con una voluta semplicità, una finta ingenuità, che si contrappone alla sottile ed elegante varietà, tradizionale appannaggio dello scrivere nelle lingue neolatine.iv La scoperta di un nucleo di verità valido per tutti, non comporta soltanto l’adozione di una scrittura limpida nel lessico e nella sintassi; essa genera quel passaggio dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, che sancisce l’adesione ad un sentire che si presume condiviso da chi legge; vi è inoltre l’adozione di una specifica modalità argomentativa che costituisce il dato più saliente di questa scrittura saggistica: Ginzburg non affida la forza persuasiva delle proprie opinioni alla catena delle dimostrazioni logiche, ma alla capacità suasoria di affermazioni talmente evidenti da non poter essere revocate in dubbio. I suoi giudizi diventano perentori non quando una catena logica di causa ed effetti ne conferma l’attendibilità, ma quando istintivamente affiora in lei il convincimento indefettibile di avere colto la verità racchiusa nell’“oggetto” su cui riflette: sia esso un libro, un film, un comportamento, un luogo, un evento. È così che la percezione istintiva si trasforma in una “verità lampante”, dichiarata attraverso la scrittura.
Si legga l’articolo Infelici nella città bella e orrenda (in Vita immaginaria, cit., pp. 146-149) e si avrà un plastico esempio dell’architettura argomentativa costruita della scrittrice. In questo testo del 1973, la descrizione della città (Roma) nella notte della prima domenica di austerità (con il divieto di circolazione delle auto, scaturito dalla crisi petrolifera) è tutta legata agli stati d’animo che quella insolita circostanza genera; e se all’inizio questi sono filtrati dalla sensibilità individuale di chi li registra sulla pagina (“mi è sembrato bello e allegro camminare”; la gioia di camminare non riuscivo a sentirla come cosa giusta e innocente”; “poi mi sono accorta che…”), poco dopo quella esperienza emotiva diventa comune e collettiva (“Forse mai come nel silenzio della scorsa domenica, risultò chiaro che la pace e la tranquillità sono beni per noi irraggiungibili”; “Siamo sempre in stato di allarme”) e tale rimarrà fino alla conclusione del discorso (“nel nostro suolo la speranza sembra non poter crescere”).
Il primo movimento è dunque quello che filtra la realtà attraverso il proprio vissuto interiore. Il secondo è quello che conduce al riconoscimento, in quella particolare esperienza percettiva, di una dimensione comune: è il passaggio dall’io al noi. Il terzo e decisivo è quello che induce a scovare in quella percezione condivisa un dato esistenziale, una verità valida per tutti: il benessere che si prova nel camminare nella città deserta e senza traffico è solo fisico; l’idea di essere tornati di colpo ai tempi del dopoguerra è falsa; la sensazione di “raccoglimento e domesticità” che la città trasmetteva in passato non è più riesumabile, perché oggi, quando la città è vuota, “sembra morta” e ciascuno trascina con sé “i suoi carichi e cortei di inquietudini” che mai lo abbandonano, “e noi comprendiamo che i rumori e i motori non erano affatto l’origine o la causa della nostra infelicità, ma soltanto un suo rivestimento esterno, un suo sintomo o segno”; ed è in virtù di questa consapevolezza che l’esperienza compiuta assume un valore insostituibile, perché grazie ad essa è stato possibile “riconoscere e forse perfino illuminare con le parole” la condizione dell’odierna “infelicità”; è questo che conta: riconoscere la verità.
A soli 17 anni la giovane Natalia aveva ben chiaro quale fosse il dovere di chi scrive; non aveva ancora conosciuto il male del mondo, non era ancora caduta “nel pozzo buio della disperazione” (Discorso sulle donne, in Un’assenza, cit., pp. 151-156), ma quando ciò accadrà non verrà mai meno alla sua vocazione di scrittore che le impone di dare voce alla verità; lo farà nei modi e con gli strumenti della Poesia, riconoscendo nella compassione, nella pietà e nella misericordia l’approdo ultimo dei “rapporti umani”.
i Domenico Scarpa, curando le voci relative alle opere della Ginzburg per il “Dizionario Bompiani delle Opere”, (ed. 2007, vol. 7) con riferimento a “Le piccole virtù” scrive: “[…] ogni definizione (saggi, memorie, divagazioni, apologhi morali) è una verità incompleta”.
ii Il lettore che volesse accostarsi alla scrittura saggistica della Ginzburg può rintracciare i testi nei volumi “Le piccole virtù” (1962), cit. ed. 2025; “Mai devi domandarmi”(1970), cit. da ed. 1992; “Vita immaginaria” (1974), cit. ed. 2024; “Serena Cruz o la vera giustizia” (1990); “Non possiamo saperlo” (2001); “Un’assenza”, (2016) cit. ed. 2025 pubblicati da Einaudi.
iii Ginzburg amava definire la propria vocazione al maschile: avrebbe dunque utilizzato per se stessa il termine “scrittore” e non “scrittrice”.
iv Cfr. Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli, Bompiani, 2018, p. 270, dove sono citati gli studi di Mario Wandruszka.
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