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Perché leggere La vita e il tempo di Micheal K di J.M. Coetzee

La prima cosa che la levatrice notò di Michael K quando lo aiutò a uscire dal ventre materno fu che aveva il labbro leporino. Il labbro si arricciava come una lumaca, e la narice sinistra era dilatata. Nascondendo per un attimo il neonato alla vista della madre, la donna aveva inserito il dito nel piccolo bocciolo della bocca e si era rallegrata di trovare il palato intero.

Alla madre disse: – Dovresti essere felice, portano fortuna alla casa-, ma fin dall’inizio ad Anna K non piacque quella bocca che non si chiudeva e quella carne rosa, viva. Tremò al pensiero di quello che le era cresciuto nel ventre per tutti quei mesi. Il bambino non riusciva ad attaccarsi al seno e urlava dalla fame. Provò col biberon. Se non riusciva a succhiare dal biberon gli dava il latte col cucchiaino, spazientita quando lui tossiva, sputacchiava e piangeva.

Si chiuderà quando cresce, – assicurò la levatrice. Comunque il labbro non si chiuse, o non si chiuse abbastanza, e il naso non si raddrizzò.

La donna cominciò a portare il piccolo con sé al lavoro e continuò a portarselo anche quando non era più un bebè. I sorrisetti e i bisbigli la ferivano, così lo teneva lontano dagli altri bambini. Anno dopo anno Michael K se ne stette seduto su una copertina a guardare la madre che lucidava i pavimenti altrui, e imparò a stare buono.

Per via della menomazione e anche perché era un po’ lento, Michael fu ritirato dalla scuola   dopo un breve periodo di prova e affidato alla protezione della Huis Norenius, a Faure, dove, a spese dello Stato, trascorse il resto dell’infanzia in compagnia di altri bambini sfortunati, afflitti dalle patologie più diverse, imparando rozzamente a leggere, scrivere e far di conto oltre che spazzare, lucidare, rifare i letti, lavare, i piatti intrecciare cesti, lavorare il legno e scavare. All’età di quindici anni fu dimesso da Huis Norenius e inviato a lavorare presso il dipartimento Parchi e giardini del servizio municipale di Città del Capo con la funzione di giardiniere di grado (b).

(…)

In una tarda mattinata di giugno, nel trentaduesimo anno della sua vita, a Michael K fu consegnato un messaggio mentre rastrellava le foglie secche del Waal Park. Il messaggio, di terza mano, veniva da sua madre: era stata dimessa dall’ospedale e voleva che lui l’andasse a prendere. (J. M. Coetzee, La vita e il tempo di Michael K., Torino, Einaudi, 2009, pp. 9-10)

Perché è un’allegoria della guerra permanente

Il testo si apre con una voce narrante in terza persona che racconta la vita del protagonista a partire dalla sua nascita. L’incipit elenca in poche righe ciò che accade a Michael K dal parto ai trentadue anni: un bambino povero, menomato, in apparenza tardo di mente, sgradito alla madre, che cresce in istituzioni totali e che viene avviato al lavoro servile. Michael sembra destinato a una esistenza divisa fra il lavoro come giardiniere e il riposo solitario. La svolta avviene in coincidenza del suo trentaduesimo compleanno quando la madre malata gli chiede aiuto: Michael pensa di salvarla portandola via dalla città sconvolta dal degrado e dalle violenze e costruisce un carretto per accompagnarla verso il lembo di terra in campagna dove ha trascorso una gioventù felice. Inizia così un lungo transito verso la fattoria presso cui la donna è nata, attraverso un paese vigilato dai soldati, fra campi di prigionia e posti di blocco. La vicenda è ambientata in Sud Africa ai tempi dell’Apartheid, ma i riferimenti spazio-temporali sono evanescenti come indeterminato è il colore della pelle del protagonista e di sua madre, mai identificati come bianchi o come neri. La dimensione allegorica riguarda anzitutto i connotati del transito e della guerra: i due viaggiatori, dormendo per strada, protetti solo da lamiere e cartoni, attraversano lo spazio della città e delle campagne reso ostile alla vita stessa, perché  le colonne di blindati, i controlli della polizia, le procedure burocratiche, i campi di raccolta sembrano minacciare chiunque, e senza una logica o una spiegazione. Il mondo sociale intero sembra sprofondato in uno stato di sorda barbarie e, del resto, la citazione in esergo, dai frammenti di Eraclito, recita “Guerra, padre di tutte le cose. Alcuni proclama dèi, altri uomini. Alcuni schiavi, altri liberi.” In questo transito fra scarti, armi e macerie la guerra è rappresentata come la condizione permanente dei rapporti fra gli uomini: come ne La tregua, quando, nel viaggio attraverso le macerie dell’Europa, dopo Auschwitz, l’avventuriero greco Mordo Nahum a Levi che obietta «Ma la guerra è finita» oppone lo stoico «Guerra è sempre».

Perché narra la forza della vita, inerme e creaturale

Fin dall’incipit il romanzo si lascia interpretare come un apologo sulla più primordiale fra le pulsioni di vita: la levatrice rileva la menomazione sulla bocca del neonato, la madre ha difficoltà di nutrirlo, e Michael deve patire prima la fame poi la derisione e la solitudine. A dispetto della propria condizione marginale, il protagonista non solo tesse la sua minima tela vitale ma dispone sempre di una interiorità profonda, interrogante, silenziosa: la violenza del mondo sembra non poter scalfire il candore di un “povero di spirito”. Michael K. trascina il corpo gonfio della madre, porta con sé dei semi di zucca, un cucchiaino e un lungo spago arrotolato sufficienti a tirar su acqua da un pozzo. Come un ostinato animale si muove guidato da un istinto primitivo: può sopportare lunghi digiuni, si nutre degli insetti, sa oltrepassare le recinzioni, rifiuta le regole vuote del lavoro coatto. Schivando i posti di blocco, evitando le strade principali attraversate dai militari, portandosi dietro in un sacchetto le ceneri della madre, l’uomo riesce infine a raggiungere il luogo d’origine: una fattoria abbandonata dove sopravvive interrato, nascosto in un cunicolo, privato di tutto. Come in Corporale o nel Pianeta irritabile di Volponi, il corpo del protagonista, forza inerme, terrestre, oppone strenuamente il suo rifiuto alla strapotenza perversa dell’organizzazione tecnologica e militare.

Perché riusa grandi modelli dell’immaginario

Michael K lascia Città del Capo in preda alla barbarie e illuminata dagli incendi per fuggire con la vecchia madre malata sulle spalle e poi su un carretto. Come Enea, Michael K si confronta con la Storia ma è impermeabile alla logica dello scontro organizzato e resta ai margini del consorzio umano, come un idiota, svelandone inconsapevolmente i meccanismi di morte.  Michael K, inoltre, fin dal nome sembra discendere dai personaggi di Kafka perché, come Josef K del Processo, deve soggiacere a uffici, funzionari e poliziotti mossi da leggi imponderabili.  Tuttavia se, anche nel romanzo di Coetzee, il mondo delle istituzioni e della burocrazia sono rappresentati come paradossali e angoscianti, Michael, a differenza di Josef, non collabora mai con la loro logica quanto piuttosto vi resiste come una pianta del deserto, in direzione contraria, disseccato ma non arrendevole. Agli ufficiali che lo interrogano, risponde solo per negazioni: “Non sono quello che pensate, – disse. – Dormivo e voi mi avete svegliato. Tutto qui.” (p. 139)

Tanto che anche gli interrogativi del medico illuminato e liberale che presiede all’ospedale del campo dove Michael è ricoverato resteranno senza risposta. Il dottore vorrebbe rompere il silenzio del paziente, piegarne l’ostinata resistenza, convincerlo ad alimentarsi per salvarlo, ma Michael, pur debole e magrissimo, sguscia via “come un lombrico”, oltre il reticolato, senza lasciare traccia. La “storia” di Michael resta così inafferrabile e indomita, anche se il lettore, grazie alle risorse dell’invenzione romanzesca, ha il privilegio di penetrarne l’interiorità pensante e l’assoluta alterità.

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