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diretto da Romano Luperini

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L’insegnamento della letteratura alla scuola secondaria di primo grado

 Il bisogno di narrazione

Quando sono entrata in classe nella mia prima scuola media, pensavo sarebbe stata una sistemazione temporanea, perché io avrei insegnato letteratura, al Liceo. Sono passati 13 anni, sono rimasta per scelta. E insegno letteratura. Perché? Semplicemente perché la letteratura è vita e narrazione e non esiste un’età giusta e sbagliata per affrontarla; è come l’aria, di cui nessuno si domanda l’esistenza, semplicemente esiste. In classe uso una piattaforma di social learning che si chiama Fidenia (www.fidenia.com): ha un’interfaccia simile a facebook e, tra le altre cose, spesso discutiamo a partire da una mia domanda. Questa settimana era la volta di «che cos’è la letteratura».

Tra le tante risposte mi ha colpito quella di Brigida: «la letteratura è la mia fonte di ispirazione». «Per cosa?» le ho chiesto. «Per scrivere e pensare» ha risposto testualmente. Quando ho chiesto loro quale autore avessero preferito nell’intero triennio le risposte sono state interessanti e ne copio alcune:

Margherita:«Dante e in particolar modo il Paradiso.»

Gamze: «Amo tanto Dante e i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni perché alla fine Lucia e Renzo rimangono insieme felici e contenti.»

Alessia: «Il mio argomento preferito, di tutta la letteratura che ho fatto e studiato in classe, è Dante Alighieri! Non mi piace lui come persona ma ciò che è riuscito a fare in tutta la sua vita.»

Filippo: «A me è piaciuto scrivere il manifesto della scuola futurista dopo aver studiato tutti i manifesti. I futuristi erano proprio forti.» E qui ho sorriso pensando al collega del liceo che mi ha detto: «manifesti futuristi? Alla media inferiore?» Io resto convinta che la domanda da porci non sia se fare o meno letteratura alla scuola media, ma quale letteratura fare, con quali strumenti e con quali autori.

Leggere nella «terra di mezzo»

Chiariamo un punto: fare letteratura coi miei alunni non è fare storia della letteratura, significa leggere. Non è vivisezionare i testi con narratologia, stilistica, retorica, è assaporarli per quello che sono: parole, emozioni, vita. Avranno tutto il tempo, se poi vorranno, di sapere come Dante usa l’endecasillabo a maiore e quello a minore. Per questo la mia prima attenzione è scegliere autori che funzionino, perché possiedono delle conditiones sine qua non: la bellezza della lingua (le parole belle direbbero i miei ragazzi) e argomenti universali. La Scuola deve passare il canone, certo anche perché venga discusso e rigettato: alcuni autori o sono affrontati a scuola oppure è ben difficile che vengano letti. Quindi io mi muovo in due direzioni: lettura integrale di quattro libri all’anno, testi contemporanei per ragazzi che possano leggere e capire da soli e di cui facciamo discussioni e gare di lettura con le altri classi, e classici che affrontiamo in classe nelle due ore settimanali che tradizionalmente assegno alla letteratura.

La scuola media è un ordine da sempre in sofferenza: già il nome tradizionale “scuola media inferiore” non faceva presagire niente di buono. Ciò che sta in mezzo, si pensi al Medioevo, non gode mai di molto favore: è ignorato, oppure squalificato, perché le cose serie si fanno all’inizio e alla fine, non nel mezzo. Eppure, citando Tolkien, è dalla terra di mezzo, dove stanno i trascurabili Hobbit, che arriva la salvezza per tutti, non dai boschi fatati dei perfetti ed eteri elfi. Il cambio del nome in “scuola secondaria di primo grado” ha solo allungato il sintagma, ma nel concreto non ne ha cambiato la sostanza: scuola a metà tra l’acquisizione dei fondamenti e la creatività della primaria e il mondo delle cose serie che si chiamava “scuola superiore” (superiore, un nome che è una dichiarazione programmatica, non a caso è un superlativo). E questo atteggiamento si riflette nello studio della letteratura: provate a sfogliare un volumetto di letteratura allegato alla famigerata antologia scolastica e troverete al più pochi testi (sempre gli stessi), proposti in chiave diacronica, con un inquadramento di poetica spesso riassuntivo e complesso. Insomma, un manuale delle scuole superiori più snello, più corto e più facile.

Io ho un’altra idea di come debbano essere affrontati i classici; come credo che storia della letteratura sia solo uno dei modi con cui fare letteratura, non il modo. Al centro ci sono i testi con la loro potenza e la loro bellezza ed al centro dobbiamo avere il coraggio di rimetterceli. Ma quali autori e opere affrontare alla scuola media? Io scelgo pochi autori ma di cui leggere molto: Omero e principalmente l’Iliade,  Dante e cioè Divina Commedia e Manzoni coi suoi Promessi Sposi. In seconda battuta Boccaccio, delle cento novelle mi bastano Chichibio e la grueCalandrino e l’Elitropia; L’Orlando furioso raccontato per intero; Ungaretti e le sue poesie dal fronte e Calvino, anche se, ultimamente, il Barone rampante non ottiene grandi consensi. Discorso a parte merita il Buzzati dei racconti: un po’ per lo stile, un po’ per l’ambientazione misteriosa e onirica, lo saccheggio ampiamente anche nelle ore di quella che si chiama “Antologia”: Il Colombre, I giorni perduti, la giacca stregata, il settimo piano, la gobba nel giardino, i vecchi e i giovani sono alcuni dei testi letti e analizzati in questi anni. Ammetto, sono gli autori che piacciono a me, ma col tempo ho imparato che alcuni giganti non passano coi miei ragazzi, penso a Petrarca, Tasso, Leopardi, Montale. I ragazzi hanno bisogno di narrazione, non di ripiegamenti in sé in chiave filosofica o intimista, per questo prediligono la narrazione, l’azione diremmo, alla riflessione.Per questo, ad esempio, dedico tutto il secondo anno allo studio della prima cantica della Divina Commedia, che è in primis una grande opera di narrazione. Canto dopo canto, racconto quello che succede a poeta, provo a farli mettere nei panni spaventati e sbigottiti di Dante, mi soffermo su quello che gli capita, sui suoi incontri e sulle sue emozioni: una lettura letterale insomma, giacchè i miei navigano in piccioletta barca e non hanno ancora spalle robuste per l’allegoria e l’anagogia. Però non manchiamo di esercitarci sul testo originale e sui legami con il sostrato culturale: valga ad esempio il raffronto tra i dannati che mettono i denti in nota di cicogne e i bestiari medievali, che uso per dimostrare insieme a loro come, forse, non sia un caso che Dante scelga proprio questo animale per rappresentare i traditori. Nel canto XXXII i dannati vengono paragonati alle rane che mettono la testa fuori dal pantano e alle cicogne (XXXII, 31-36): nei testi medievali questi uccelli sono simbolo dell’amore verso i figli e del tradimento coniugale. Per dimostrare ciò, assegno la lettura di un brano del bestiario di Philippe de Thaun che definisce la cicogna: «bestia spregevole, uccello vile che si nutre di carogne» (vv.2631-2635), accompagnato da un testo di Ugo da San Vittore che sottolinea al contrario la cura che l’uccello mette nel crescere e cibare i piccoli ed infine la storiella tratta dal Dialogus miraculorum di Cesario da Heisterbach in cui la cicogna tradisce il compagno ripetutamente e, una volta scoperta, viene sbranata da branco. A questo punto leggiamo, analizziamo, confrontiamo, facciamo ipotesi: è fondamentale, infatti, che oltre ad ascoltare e parlare di letteratura, essi facciano con la letteratura.

Fare con la letteratura: i compiti di realtà

Un altro dei drammi delle nostre aule è che pare che con la letteratura non si debba “fare” nulla: vanno bene i commenti, va bene la riflessione e l’analisi, ma scrivere testi narrativi o manipolarli sia mai! Ecco, proprio perché la letteratura è cosa viva, noi la usiamo, proviamo a giocarci e a farne altro, ben sapendo che i tempi si dilatano. Ho scoperto da poco che la pedagogia li chiama “compiti di realtà”, ma sono esercizi che qualsiasi professore che volesse far vivere i testi nelle aule ha sempre usato. Penso a quando ho chiesto ai miei ragazzi di creare la loro personale pena infernale, il contrappasso e inserirci un “dannato contemporaneo”, oppure a tutte le volte che faccio riscrivere loro un testo scegliendo un altro punto di vista o alle nostre drammatizzazione dei Promessi sposi.

Vorrei però parlarvi, a titolo di esempio, del percorso fatto sul verso libero (realtà che esiste o meno ancora non so, ma che va affrontata e fatta capire ai ragazzi, per evitare la sua banalizzazione). Ho fatto scrivere ai ragazzi un testo in prosa sul mattino, un mattino estivo senza scuola, chiedendo che si soffermassero sulle sensazioni che suscitava loro, sulle immagini che si profilavano davanti aprendo la finestra. Ciascuno ha scritto il suo, poi in gruppo, partendo dai testi scritti, hanno composto un sonetto in endecasillabi con rime ABBA ABBA CDC CDC. A questo punto ho invitato loro a togliere le rime, i nessi, i legami sintattici, i verbi e a soffermarsi sulle parole chiave. Con quel che ne è rimasto hanno scritto una nuova poesia. Abbiamo letto in classe le liriche e riflettuto sul percorso che era stato fatto, sul senso di fare poesia scardinando le regole della metrica tradizionale e su cosa rimane del significato. Solo allora ho presentato loro “Mattino” di Ungaretti, e valga il commento di Enrico: «Prof. mi sa che è più bravo di noi!» o quello di Margherita: «Ma ha fatto come noi o gli è venuta fuori così di botto?» E qui è entrata in gioco la mia amata filologia e ho mostrato loro la prima stesura che, per la cronaca, è piaciuta più della prima.

Francamente non so se questa sia didattica delle competenze, didattica motivazionale o didattica euristica e vattelapesca. Ciò che so è che, così facendo, cerco di realizzare quello che è da sempre l’obiettivo primario di ciascun docente: la relazione con il discente attraverso il sapere, o, per dirla con le parole di uno che di maestri se ne intendeva, insegnare «come l’uom s’etterna.»

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