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Dialettiche vittoriane #1. Dickens vs Eliot: la funzione del fiume tra morte e vita nel Nostro comune amico e nel Mulino sulla Floss

1. La morte per acqua di Maggie Tulliver1

Il Mulino sulla Floss – pubblicato da George Eliot nel 1860 – si conclude con un perfetto, ma ambiguo, rovesciamento del tradizionale happy end. Il romanzo racconta la storia (latamente autobiografica) di Maggie Tulliver, cresciuta presso il Mulino di Dorlcote, figlia minore e ‘atipica’ di una famiglia più tradizionale, all’interno della quale il solo padre sembra avere comprensione per il carattere brillante, anticonformista e un po’ ribelle di Maggie; insieme a Maggie, il fratello maggiore, Tom, uomo tutto di un pezzo, che la sorellina adora. La disperata ricerca dell’approvazione e dell’affetto del fratello si scontra, per Maggie, con la sua vocazione a seguire la sua strada. La rottura, annunciata da una incomprensione caratteriale che contraddice una ‘appartenenza esistenziale’ sotto traccia, avviene quando, a causa della bancarotta del padre, Tom lascia gli studi e inizia a lavorare per ripagare i debiti di famiglia. L’allontanamento definitivo avverrà a causa dei due uomini, molto diversi tra loro, che sapranno affascinare Maggie: Philip Wakem, figlio dello storico nemico del padre, e Stephen Guest, affascinante fidanzato della cugina Lucy. Costretta da Tom prima a rompere i rapporti con Philip, emarginata quindi dalla società e ripudiata dal fratello per una sua presunta fuga con Stephen (nella quale si è in realtà trovata prima coinvolta e poi si è opposta), Maggie morirà infine nella piena del fiume Floss, mentre cerca disperatamente di raggiungere Tom e la sua vecchia casa-mulino. Ed è proprio sulla soglia della morte per acqua che fratello e sorella troveranno la loro finale riconciliazione, tanto che saranno poi sepolti insieme.

Nel descrivere la loro tomba «eretta, poco dopo l’inondazione, per due corpi che erano stati ritrovati in uno stretto abbraccio» nel cimitero di Dorlcote, il narratore ci riporta fedelmente le parole incise sulla lapide: «La tomba portava i nomi di Tom e di Maggie Tulliver, e sotto i nomi stava scritto: “nella morte non furono divisi”» (p. 630).

Nel Mulino sulla Floss dunque al tradizionale “e vissero sempre felici e contenti” – tipico delle fiabe e del più puro modo romanzesco, ma anche, in fondo, con qualche aggiustamento pratico, di tanti romanzi di formazione inglesi ottocenteschi – si sostituisce l’unica certezza dell’amore romantico, quella sul legame imperituro, post mortem, delle anime degli amanti. Tom e Maggie Tulliver sembrano infatti condividere il legame esclusivo e predestinato, quel «fervore […] di tipo religioso»2 nel quale, come ha ricordato Ceserani a proposito delle costellazioni tematiche dentro cui si muove il fantastico, «la sublimazione più pura e perfetta dell’amore romantico, tuttavia, si può avere solo nella condizione in cui i due corpi sono totalmente trasformati in due anime e l’unione eterna è fissata e garantita dalla morte»3.

Peccato però che i conti non tornino del tutto, dal momento che, in questo caso, le due anime per sempre unite nell’abbraccio della morte siano quelle di due fratelli di sangue, separati – anche violentemente – in vita, da una diversa attitudine nei confronti dei vincoli sociali o del rispetto delle leggi familiari.

Il finale del Mulino sulla Floss, per molti versi del tutto romanzesco, diventa allora un utile specchio per analizzare la peculiarità di un libro (e di una autrice) che difficilmente può essere inquadrato nei tratti – a volte un po’ rigidi – di un canonico Bildungsroman. Perché, se è vero che – come ha ricordato Franco Moretti (che pure non ha incluso Il Mulino nel corpus dei romanzi oggetto della sua analisi) – «George Eliot […] è la sola che abbia saputo rinunciare al modello fiabesco-giudiziario, e si sia misurata con la problematica europea del romanzo di formazione: spingendosi tanto avanti […] da condurlo al suo naturale esaurimento»4, Maggie Tulliver è un personaggio che addensa su di sé tratti insieme topici e contraddittori, elementi di un crudo realismo e insospettate capacità di credere al romance.

George Eliot mescola così elementi del classico romanzo (di formazione) – declinati tutti secondo una concezione piuttosto tradizionale del melodramma (dalla storia della riscossa sociale di Tom, all’amore impossibile e segreto tra Philip e Maggie) – a motivi che invece nel tessuto di una canonica Bildung rientrano con difficoltà.

Questi ultimi gravitano tutti attorno al personaggio di Maggie, al suo carattere contraddittorio e imprevedibile e al suo peculiare rapporto col fratello, destinato a improntare, nel bene e (soprattutto) nel male, le azioni della protagonista. In altre parole, per quanto in apparenza fedele alla più rigorosa tradizione, il romance di Maggie rivela una sfumatura evidentemente perturbante.

La sua stessa scelta di amare a ogni costo (il padre, il fratello, Philip, Stephen – ma il discorso si allarga a tutti i personaggi che Maggie sa accogliere nel doloroso universo dei suoi affetti) fa di Maggie un’eroina sui generis, destinata a entrare in conflitto con la società che la circonda. In questo, la spinta euforica derivante dalla sua eccezionalità, contrariamente a quanto accade a eroi ed eroine del romanzo di formazione classico analizzato da Moretti, non porta Maggie alla crescita dialettica tipica della fase antitetica della Bildung, pronta a sfociare in sintesi, ma a un’opposizione che è insieme inevitabile e sofferta. Da un lato infatti Maggie non può fare a meno di seguire il richiamo romanzesco che la trascina al di fuori dell’orizzonte sicuro rappresentato dalla casa dei Tulliver; nello stesso tempo – ed è questo un ulteriore elemento che vela la possibilità di un’interpretazione univoca – è la stessa Maggie a rivendicare, quasi orgogliosamente, la (paradossale) volontà di seguire il proprio libero arbitrio non per scappare, né per ritornare al suo luogo di origine cambiandolo, ma per rientrarvi completamente (non per costrizione, ma per scelta), rinunciando alla possibilità di elevare sé stessa attraverso il romance, anche a costo di subire una consapevole emarginazione percepita come giusta, all’interno delle leggi della comunità (familiare e/o sociale).

È questo, a ben guardare, il senso della sua rinuncia a Stephen Guest, proprio nel momento in cui, nella folle corsa insieme lungo il fiume, tutto sembrerebbe trascinare Maggie verso il ‘meritato’ finale romantico: «Maggie» le disse [Stephen], nel tono profondo di una tranquilla decisione, «non torniamoci, a casa: finché più nessuno possa dividerci, finché non saremo sposati». È il momento in cui, sempre seguendo Ceserani, dovrebbe verificarsi, tra Maggie e Stephen, la «fusione e annullamento totale, quasi magnetico, di due spiriti e due corpi»5 (propedeutica, superato il primo momento di critica da parte della società, al finale innalzamento sociale per via matrimoniale della protagonista). Ma è proprio nella massima tensione verso il compimento del topos romanzesco che il personaggio di Maggie dimostra una volta di più la propria autodeterminazione irriducibile. Il fiume con il suo scorrere l’ha in prima battuta quasi ipnotizzata, cullandola nell’illusione di potere avere accesso e diritto a una vita diversa:

C’era dunque, ci “doveva” essere, per i mortali di quaggiù, un’esistenza non dannata alla durezza e alla frigidità, in cui l’affetto non sarebbe più stato rinunzia. Le parole appassionate di Stephen le rendevano la visione di una tale vita più presente di quanto non le fosse stata mai.

Ma è proprio su quello stesso fiume che, durante la prima e unica notte che segue la sua scelta di non opporsi alla proposta di fuga di Stephen, le appare il sogno premonitore capace di determinare la scelta di tirarsi indietro, e di tornare a casa, esponendosi al giudizio della società:

era con Stephen in una barca sulle acque aperte, e nella tenebra crescente apparve qualcosa come una stella, che diventava sempre più grande, finché videro ch’era la Vergine seduta sul battello di Saint Ogg’s, e s’avvicinava sempre più, finché videro che la Vergine era Lucy e il barcaiolo era Philip: no, non Philip, ma Tom, che remando la oltrepassava, senza guardarla; e lei s’alzava per tendergli le braccia e chiamarlo, e la loro barca si capovolgeva per quel movimento, e cominciavano ad affondare; finché in uno spasimo di terrore le parve destarsi, e ritrovarsi bimba nel salotto, al crepuscolo serale, e che Tom non fosse veramente in collera.

Con questa immagine – anticipatoria del catartico finale di morte per acqua (e di paradossale perdono post mortem) – comincia il percorso di caparbia resistenza di Maggie, che la porterà a rifiutare il facile happy end romanzesco con Stephen per seguire la via della solitudine, ma anche del finale ricongiungimento con Tom. Il fiume che sembrava averla condotta fuori dall’orizzonte familiare finisce dunque per riportarla, attraverso la morte, proprio al fratello.

Il narratore sottolinea la scelta di Maggie con un’appropriata citazione da Novalis, volta a enfatizzare l’ansia di libertà di azione che caratterizza la protagonista, segno anche questo della sua ambivalenza e insieme della sua decisa modernità: «“Il carattere” dice Novalis, in uno dei suoi discutibili aforismi “il carattere è il destino. Ma non tutto il nostro destino”». (p. 483).

2. La resurrezione dal fiume di Lizzie Hexam

La modernità di Eliot non fu sempre compresa (o accettata) dai suoi contemporanei – come è possibile vedere da una ‘risposta’ particolare di un ‘collega illustre’: Charles Dickens. Nel Nostro comune amico, infatti, ultimo romanzo completo pubblicato tra il 1864 e il 1865, è possibile leggere in filigrana una sorta di risposta al Mulino sulla Floss. Ma è una riscrittura in cui tutti gli accenni più dichiaratamente perturbanti (o comunque troppo al di fuori dalla tradizione più ortodossa) vengono ricondotti alla logica tranquilla e per nulla ambigua del melodramma e del romance.

Molti elementi – nell’ambientazione (fluviale) così come nella forma dei protagonisti – sembrano riecheggiare tratti del romanzo di Eliot. Anche Il nostro comune amico comincia sul fiume, con quello che Calvino ha definito il più memorabile tra gli incipit di Dickens: «portati dalla barca del pescatore di cadaveri, ci sembra d’entrare nel rovescio del mondo»6.

Ai nostri giorni (non è necessario indicare l’anno con maggiore esattezza) una barca d’aspetto sporco e poco rassicurante, con dentro due persone, andava sul Tamigi tra il ponte di Southwark, che è di ferro, e il ponte di Londra, che è di pietra, sul finire di una sera d’autunno (pos. 525).

Dalla Floss al Tamigi, è sempre dal (e grazie al) fiume che emerge la protagonista:

Le persone che stavano dentro questa barca erano un uomo dai capelli grigi arruffati e dal volto abbronzato dal sole, e una ragazza bruna di diciannove o vent’anni, che gli somigliava abbastanza: si poteva riconoscere per sua figlia (ibidem).

La storia interseca diversi fili: una classica trama dickensiana di eredità, misteri ed equivoci ambientata nella società benestante si mescola a quella del battelliere Gaffer Hexam, che si guadagna da vivere recuperando cadaveri dal Tamigi che poi consegna in cambio della ricompensa (e dopo averne prelevato eventuali oggetti preziosi), e dei suoi due figli, Lizzie e Charley (un Tom redivivo che aspira all’ascesa sociale, sostenuto dalla devozione incondizionata della sorella). È in questo intreccio sociale tra alto e basso che la traiettoria esistenziale di Eugene Wrayburn, giovane e ricco avvocato di ottima famiglia, incontra quella di Lizzie, della quale Eugene si innamora.

Lizzie Hexam, pur ricambiandolo, come la sua ‘sorella maggiore’ Maggie, è consapevole di quanto sia socialmente poco opportuno questo amore: il figlio dell’alta società verrebbe sicuramente contaminato dal fango del fiume dal quale Lizzie ha preso vita, e cui, simbolicamente, continua ad appartenere. E anche Lizzie, come Maggie, è una giovane donna intelligente, la cui possibilità di elevazione sociale tende a restare nell’ombra nel nome di una fedeltà incondizionata alla propria famiglia di origine; anche la casa degli Hexam (in origine un vecchio mulino!) – come quella dei Tulliver – è nei pressi di un fiume, che, da sempre, dà loro «da vivere» (pos. 569) e anche qui, oltre al motivo dell’amore impossibile per Eugene, è presente in nuce quello dell’amore altruistico per un fratello ingrato (Charley).

Quello che cambia è però proprio il rapporto delle due protagoniste con il fiume e con il tasso di potenziale romanzesco che riesce a imprimere nelle loro vite. Nel Mulino sulla Floss, lo abbiamo visto, il fiume ha un ruolo paradossale e ambiguo: è portatore di disgrazie, ma anche di alcuni dei più dolci e pacificati ricordi infantili di Maggie insieme a Tom, ipnotizza Maggie quasi fino al traviamento, nel principio di fuga con Stephen, e le procura l’unica possibile soluzione nella morte (e nel ricongiungimento a Tom).

Nel Nostro comune amico il Tamigi simboleggia (con Calvino) il ‘rovescio del mondo’, un ambiente negativo, basso, dal quale è necessario allontanarsi. Nello stesso tempo, però, se Maggie si oppone con tutte le sue forze al rischioso romance che è possibile sperimentare lungo la Floss, e la fine di tutti i suoi affanni può arrivare anzi solo attraverso una realistica disgrazia (la piena e la distruzione del mulino, e della sua stessa vita), è proprio il fiume che, viceversa, nel Nostro comune amico, produce gli eventi in grado di dare alla trama una spinta di significativa novità. Sul fiume si sposano Bella e Harmon (i due protagonisti della parte borghese della trama), così come nel fiume muoiono i personaggi torbidi e ‘cattivi’. Infine, e soprattutto, proprio dal fiume arriva per Lizzie ed Eugene, così lontani socialmente, eppure così romanticamente appartenenti l’uno all’altra, il possibile scioglimento positivo della loro trama sentimentale.

Nel Tamigi viene infatti lasciato, più morto che vivo, Eugene, dal suo assalitore e rivale in amore, Bradley Headstone, in tempo per essere trovato, salvato e letteralmente riportato al mondo da Lizzie, che accetterà di sposare Eugene credendolo in fin di vita e superando gli ostacoli sociali che lei stessa aveva posto alla realizzazione del suo amore.

Quella che per Maggie è la morte (metaforicamente, da un punto di vista sociale, dopo la fuga con Stephen, e concretamente, nell’inondazione che chiude il romanzo) diventa così per Lizzie una paradossale (melodrammatica, romanzesca, e dunque a suo modo tanto più socialmente degna) resurrezione. Le parole di elogio che Melvin Twemlow (che nel romanzo rappresenta l’unico autentico esponente della «voce della Buona Società», p. 15019) dedica alla nuova unione tra Lizzie e Eugene sono infatti inequivocabili, e determinano l’assunzione di Lizzie al suo nuovo status di ‘gentildonna’:

Se i sentimenti di gratitudine, di rispetto, di ammirazione, di affetto, lo hanno persuaso […] a sposare quella signora […], io lo considero tanto più un gentiluomo per tale azione e fa di lei tanto più una signora. (pos. 15012-15019)

E si contrappongono – senza appello – al giudizio espresso su Maggie nel Mulino dalla «pubblica opinione» di St. Ogg’s al suo rientro dalla fuga mancata:

Maggie era tornata senza corredo, senza marito: in quella posizione degradante e sclassificata a cui si sa che l’errore conduce; e la moglie del ‘mondo’, con l’acuto istinto che le è dato a salvaguardia della società, vide subito che la condotta di Miss Tulliver era stata della specie più condannabile. (p. 591 e p. 592)

Se (ancora con Giddens) «l’amore romantico può finire in tragedia e nutrirsi di trasgressione ma consente anche di ottenere dei trionfi e di stravolgere prescrizioni e compromessi»7, nei due romanzi l’acqua del fiume rappresenta un torbido specchio simbolico, il perturbante oggetto mediatore tra vita e morte. Ma quella che, nel Mulino sulla Floss, è una eroina problematica, difficilmente incasellabile nei canoni vittoriani della fanciulla perseguitata o ribelle, viene infine ricondotta, nel Nostro comune amico, nei binari ortodossi di un più canonico romance.

1 Una versione in embrione di questo confronto è stata pubblicata su Argo nel 2003. Le edizioni di riferimento sono: G. Eliot, Il mulino sulla Floss, tr. it. di G. Debenedetti, Milano, Mondadori, 1996; Ch. Dickens, Il nostro comune amico, tr. it. di L. Lamberti, nella revisione di I. Orsini, Torino, Einaudi, 2002, edizione digitale.

2 A. Giddens, La trasformazione dell’intimità, (1992), Bologna, Il Mulino, 1995, p. 47.

3 R. Ceserani, Il fantastico, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 111.

4 F. Moretti, Il romanzo di formazione, Milano, Garzanti, 1996, pp. 340-341.

5 R. Ceserani, Il fantastico, cit., p. 87.

6 I. Calvino, Charles Dickens, Our Mutual Friend, (1982), in Id, Saggi. 1945-1985, a c. di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, p. 837.

7 A. Giddens, La trasformazione dell’intimità, cit., p. 55.

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