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È uscito per Aguaplano Sandro Penna, candido e solo. Scritti sul poeta e narratore (1983-2026) di Carlo Guerrini. Ne pubblichiamo il primo saggio, ringraziando autore ed editore.

Fa piacere tornare a parlare della vera poesia proprio oggi che ricevo, ad onta degli strali scagliati più volte da queste colonne, un opuscolo nel quale si reclamizzano una quarantina di premi letterari (“Questa volta potrebbe essere il vostro turno” – scandisce la nota di presentazione), ben forniti delle solite inespugnabili tasse di lettura. Tale argomento, a dire il vero, comincia ad essere mefitico; per cui sarà bene chiuderlo subito e andare oltre, verso la casta luminosità di un poeta ricco della sua povertà di allori e delle sue fantasie.

Così lo ha ricordato Perugia nell’ambito degli incontri culturali di “Festa Grande 1983”, chiamando a testimonianza un altro umbro e un grande amico di Penna, lo scrittore, poeta e giornalista Gaio Fratini, il quale ha ripercorso con qualche succosa annotazione biografica l’itinerario lirico del nostro più grande autore del Novecento. Il lettore che non conosce Sandro Penna può, detto questo, nutrire anche dei sensi di colpa, e in realtà sono disagi che debbono provare un po’ tutti i perugini, responsabili di essersi accorti (e fino a un certo punto) solo “post-mortem” della sua poesia e dell’importanza di essa. Purtroppo anche Giuseppe Prezzolini ha subito un simile trattamento, e certo la stampa che ha colonizzato l’Umbria per anni e anni ha contribuito con la mancanza d’informazione a creare il vuoto intorno a questi autentici personaggi.

Nato nel 1906 a Perugia, in Via Mattioli, Penna è rimasto nella nostra città 23 anni, stabilendosi poi a Roma. Fratini ha cercato di motivare questa “fuga” con i fastidi che dovevano derivare al poeta, omosessuale, da un centro piccolo e già pervaso del clima del ventennio. A Roma Penna ha finito per vivere le altre stagioni della sua esistenza, tra brevi viaggi o spostamenti (a Milano, per esempio), fino alla morte, scesa silenziosamente sul suo letto nel gennaio del 1977. Dopo questo evento la sua poesia ha conosciuto un pubblico più vasto: Garzanti ha ristampato liriche e prose in edizione economica, mentre la critica ha moltiplicato le sue attenzioni cercando di definire la luce misteriosa (o il luminoso mistero) di un’esperienza poetica così intensa e isolata. Gaio Fratini ha insistito opportunamente sull’unicità e sulla diversità di Penna, lontano dall’ermetismo e dal neorealismo, vicino semmai allo spirito sabiano e dannunziano (specie l’Alcyone di D’Annunzio) ma tanto più essenziale, epigrammatico in quel suo stile personalissimo, ricco di straordinarie epifanie dettate spesso dal reale e chiuse nella medesima frequenza in una luce metafisica. Non a caso Fratini ha parlato di un “vissuto truccato dal sogno”, cioè di una realtà svaporante nella visione. Al centro di questa realtà-visione gli oggetti di culto della lirica penniana: in primo luogo il fanciullo, vero e proprio “transfert” dell’autore adolescente, idealizzazione pudica e angelicata (Pasolini diceva a Penna che i suoi ragazzi erano donne) di una gioventù eterna, immobilizzata e smaterializzata da uno sguardo che si rifiuta di crescere; poi la terra, l’aria, la luce e l’acqua (il mare), gli archetipi del cosmo e i simboli di un mitico panteismo; i treni, le stazioni come segni della ricerca di un più vasto spazio vitale da contrapporre all’angoscia della stasi; infine gli animali (l’innocenza dei gatti) e i colori, vere e proprie tinte del sentimento. Parlando di tutto questo – e Fratini lo ha evidenziato – Penna ha sfiorato la serena classicità del frammento greco (Saffo, Alceo), il cantabile metastasiano, il sottinteso ironico di Marziale e, frugando nelle sue letture francesi a dire il vero determinanti, il “dérèglement” rimbaudiano magari rivisto “con una vena melodica ancora più fluida e tersa”. Fino all’approdo, entrando ormai nell’ultima fase del suo itinerario poetico, a un lirismo non più tanto solare e sensuale quanto percorso da oscuri trasalimenti e cupi presagi.

Fratini ha ricordato come Sandro Penna fosse “il poeta delle trecento copie” delle prime, poco osservate raccolte (una di queste copie reca la dedica “Per Gaio Fratini col gaio affetto dei ragazzini”, a testimonianza dell’amore del poeta per il gioco letterario, per il divertimento della sentenza gnomica), e si è brevemente soffermato sul rapporto tra Penna e Perugia, sui già visti motivi della “fuga”, sul grande legame affettivo con certe zone della città come Porta Sole, ricordata come paradiso “altissimo e confuso” in una delle Poesie (1938-1955).

Un’ultima, doverosa proposta che si spera il sindaco Dr. Casoli, peraltro molto sensibile alle manifestazioni letterarie, abbia raccolto, ha animato le battute finali della commemorazione: quella di collocare in uno dei luoghi cari al poeta una pietra con un’epigrafe. A tal proposito Fratini ha scelto dal corpus lirico due versi esemplari: “Nostalgia della vita in me riaffiora / e fa triste la tomba che mi onora”. Se Perugia non può custodire le ceneri di Sandro Penna che almeno ne custodisca, per sempre, lo spirito.

Corriere dell’Umbria, 18 giugno 1983

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