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Non fate la guerra, andate per mare! Su “La saggezza del mare” di Björn Larsson

In inglese, come in altre lingue, esiste la bella espressione licenza poetica. In svedese si parla più prosaicamente di «libertà poetica», ovvero del diritto del poeta, nel mondo delle parole, di prendersi delle libertà con la realtà e con la lingua; spesso paradossalmente, per poter dire alcune verità. (…) D’altra parte la mia intenzione non era quella di pigliare i lettori per il naso. Questo, dopo tutto, non è un romanzo.

Cos’è allora?

Un libro di viaggi? In un certo senso. Una serie di riflessioni sulla vita come la si vede dal pozzetto e dal ponte di una barca a vela? Sì, senza dubbio. Il resoconto di alcune traversate? Anche, sebbene non in forma di diario di bordo. Un omaggio a paesi e acque di tradizione celtica? Lo vorrei. Una fonte di ispirazione per chi sogna di vivere un’altra vita, un po’ diversa? Lo spero.

(Björn Larsson, La saggezza del mare, Iperborea 2023 [2003], traduzione di Katia De Marco, pp.9-10).

Né romanzo né diario di bordo

Larsson lo scrive in chiaro e dunque il lettore è avvisato: non si aspetti di incontrare sulla sua barca alcun capitano Nemo, Achab o Torquemada perché non ci troverà che lui e la sua compagna, che sul Rustica hanno vissuto per circa sei anni. Larsson ammette candidamente di averci provato, a scrivere un romanzo:

…avevo tentato di  scrivere un romanzo che purtroppo era naufragato per imperizia del capitano. Non era stato possibile recuperare niente di utile del relitto, nemmeno quanto sarebbe bastato per una barchetta da gita domenicale (…). Non erano solo il progetto e il materiale ad essere scadenti. Era l’imbarcazione stessa che mancava di intento e di personalità. (…) mi mancava un obiettivo e una struttura portante. (p.177)

E fallito quel tentativo (la metafora è così trasparente ed estensibile a molti tipi di fallimenti esistenziali che non serve sciuparla con spiegazioni), lo scrittore non prova neppure a rifilare al lettore la versione romanzata della sua autobiografia di bordo, ma lascia che salga sul Rustica e si prenda la stessa «libertà con la realtà e con la lingua» che si è concesso lui andandosene per i mari del Nord, perché paradossalmente «andare per mare può a volte servire e non sentirsi mancare la terra sotto i piedi». (p.200)

Né romanzo né resoconto, il libro assume dunque la forma di una sorta di curioso Zibaldone, in cui i pensieri sono apparentemente disciplinati in capitoletti opportunamente intitolati (Dello sradicamento e della irrequietezza e del prendersi delle libertà; Degli incontri; Di lezioni di vita e riti di passaggio; Dell’unirsi e del dividersi; Dei sogni e delle loro realizzazioni; Dell’alcol e dei vari modi di consumarlo …- e non sono che alcuni, tra i preferiti di chi scrive), ma amabilmente sprovvisti di istanze didascaliche, giacché – ammette sornione lo scrittore –

sono solo un velista (…). Non pretendo di avere la risposta alle mie domande. L’unica cosa che penso di sapere con certezza è che ci sono buone ragioni per cercarla e che volentieri parteciperei alla ricerca. (p.185)

Della ricerca

L’aspetto non solo più seducente, ma forse più significativo e utile del libro è proprio il metodo di questa «ricerca», alla quale la fisionomia e la strumentazione di una barca (timone, vela, prua, poppa, stiva, corda…) nonché il lessico marinaro forniscono (dall’Odissea in poi) correlativi oggettivi e parole per essere raccontata. Assumendo come «un fatto incontestabile che ci siano parecchi sognatori tra i velisti» (p.187), si potrebbe dubitare della affidabilità del metodo sperimentato da questi navigatori per indagare l’universo dei mari, delle terre e dei sensi. E invece Larsson ne rivela con lucidità scevra di intransigenza gli elementi, le qualità costitutive:

Cosa occorre per riuscirci? Suggerirei almeno tre qualità: passione, perseveranza e realismo. L’ultima è, a mio parere, la più importante. Tra i miei conoscenti, c’è gente che si propone mete così ambiziose e fantasiose che sono praticamente impossibili da raggiungere. In alcuni casi capita addirittura che l’interessato formuli di proposito il suo desiderio in modo che non possa mai essere realizzato. Forse è più comodo così. Ognuno, naturalmente, ha il diritto di essere il fabbro del proprio destino come più gli piace. (p.187) (…) Il realismo, ripeto, è la principale qualità che deve avere chi vuole realizzare i suoi sogni senza rimanere deluso quando la realtà si mostrerà per quella che si sarebbe potuta facilmente prevedere, con un po’ di fantasia e immedesimazione (p.192)

L’indagine di Larsson procede dunque in un equilibrio singolare tra «realismo», «fantasia e immedesimazione»; vale a dire: tra resoconti minuziosi delle gioie e delle difficoltà della vita di bordo (senza risparmio di dettagli tecnici di navigazione e movimenti sulle carte nautiche) e riflessioni che non rischiano mai l’astrattezza delle elucubrazioni in solitaria proprio perché saldamente ancorate a quelle gioie, a quelle difficoltà, a quelle carte, a quei dati tecnici, tangibili, reali, dai quali è impossibile prescindere – per tutti, ma in particolare per chi affronta l’urgenza non contrattabile, non addomesticabile della natura. L’approdo di un’indagine siffatta è l’essenza:

Abbiamo avuto momenti di bellezza, di dramma e di comicità, nella nostra vita a bordo. Ma soprattutto abbiamo provato una calma e una concentrazione sui valori essenziali che è difficile ottenere a terra. In nessun altro luogo come in barca riesco a dimenticare (…) i marcatempo che misurano inutilmente le nostre giornate, la gente in giacca e cravatta che si dà arie d’importanza, i conflitti e gli intrighi meschini. (pp.142-143)

L’essenza, è l’approdo; non la verità.

Dov’è dunque la verità? Forse nel riconoscere che coloro che davvero osano navigare a stima[1] in mare come nella vita si possono contare sulle dita di una mano. (p.75)

Dei confini, delle identità nazionali, dell’antimilitarismo & affini

Il mare è sconfinato per definizione, non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole (lo scrive magistralmente Verga nel capitolo conclusivo de I Malavoglia). Per questo, se proprio si dovessero estrapolare soltanto un paio di capitoletti da questo Zibaldone declinato in svedese, probabilmente la scelta, quanto meno di chi scrive, cadrebbe su due: Dei celti e dei cerchi sull’acqua (pp.166-186, tra i più estesi) e Della libertà (pp.225-236).

Chi oggi, al sentire evocare imprese e croci celtiche, entra in sospetto, leggerà con autentica, profondissima emozione (e qualche suggestione leopardiana) le pagine che Larsson (peraltro autore di un romanzo molto noto, Il cerchio celtico, Iperborea 2000) dedica a quella che lui chiama «realtà, energia, corrente, atmosfera celtica» (p.174) e che sembrerebbe consistere nel «trovarsi con le spalle o il petto nudo al mare, senza nessun altro luogo in cui rifugiarsi»; nel «dover vivere e cercare di sopravvivere contro ogni difficoltà, al limite estremo della terra, per migliaia di anni»; nella «sensazione di oppressione e di vulnerabilità in un ambiente naturale spietato ma di una bellezza mozzafiato» (pp.176-177) e ricaverà qualche conforto nel trovare conferma che questa «identità dei celti»non ha proprio niente a che vedere con la postura di superiorità in cui l’ha ridotta certa pseudomitologia d’accatto (che sarebbe ridicola se non fosse diventata pericolosa), ma è, al contrario, un grido appassionato di resistenza e solidarietà. La riflessione di Larsson è, al riguardo, davvero molto articolata; qui se ne riportano soltanto alcuni passaggi significativi:

Con i popoli succede più o meno quel che avviene con le parole. Molti credono che abbiano sempre lo stesso significato fisso e immutabile che avevano in origine. (…) Solo che i significati evolvono, ed è questo che fa nascere e morire le lingue. (p.173)

Noi occidentali, che ci diciamo illuminati, dovremmo sapere quanto sia pericoloso generalizzare sulla mentalità e sui presunti tratti distintivi di un popolo. Vorrei quindi per prima cosa chiarire la mia regola di base: partire sempre dal presupposto che una persona sconosciuta possa costituire un’eccezione alla regola. In altre parole, non giudicare mai (né tanto meno condannare) qualcuno a priori. (pp.173-174)

L’individualismo e il nazionalismo che attualmente stanno un po’ crescendo ovunque come erbacce non sono che un esempio. In questo sta naturalmente il paradosso. L’individualismo, quel curioso movimento di pensiero che crede che l’individuo abbia un’esistenza degna di questo nome indipendentemente dagli altri esseri umani, che si illude che chi è solo sia forte, in realtà è un’ideologia collettiva che negli ultimi anni si è sparsa a macchia d’olio in tutto il mondo occidentale. Idem la brutta faccia del nazionalismo, nonché la peste del razzismo. (p.182)

Questa riflessione si lega saldamente alle scelte antimilitariste di Larsson: da subito infastidito dall’uniforme («mi sembrava di indossare una camicia di forza», p.228), sconcertato dall’adesione viceversa istantanea delle reclute alla vita di caserma, matura il rifiuto quando vede intorno a sé i compagni eccitati all’idea di imbracciare il fucile «come se si trattasse di giocare» (p.229):

Ho rifiutato il servizio militare per tre volte. Sempre tre volte, per un totale di cinque mesi, sono stato in carcere. È stato il prezzo che ho dovuto pagare per conservare la libertà di decidere quando, dove e per cosa rischiare la mia vita. Ma sono passati parecchi anni prima di capire veramente cosa c’era dietro alle sensazioni che mi hanno spinto a rifiutare il servizio militare senza pensare alle conseguenze. In fondo c’era il bisogno di libertà. Il servizio militare e soprattutto l’obbligo di prendere parte a un’eventuale guerra erano solo due esempi delle costrizioni che limitano quella libertà. Ma si trattava della costrizione peggiore: essere costretti a rischiare e forse a sacrificare la propria vita senza il proprio consenso. (p.233)

Homme libre, toujours tu chériras la mer! Non si resiste alla citazione da Baudelaire, per quanto divenuta scontata: Larsson ce la perdonerebbe e non solo perché docente di letteratura francese (all’università di Lund), ma perché tutto in questo libro parla di libertà autentica e sostanziale, fino alla rivendicazione della libertà dall’ultima forma di sudditanza, quella alle IA; o, ancora meglio, a tutte quelle persone che «si occupano di pilotare i destini altrui»:

Un pilota umano ha il vantaggio impagabile di poter guardare avanti – o meglio, in questo caso, indietro – e iniziare a compensare l’effetto di un’onda prima ancora che si abbatta sulla barca. Inoltre, il pilota automatico, come ho già detto, tiene conto solo di eventi che si ripetono con regolarità. Si potrebbe definire uno strumento di saldi principi. Gli esseri umani, almeno quelli che non si occupano di pilotare i destini altrui, hanno invece la preziosa e allo stesso tempo misteriosa qualità di saper identificare un’onda diversa da tutte le altre, di stabilire che qualcosa costituisce un’eccezione a tutte le regole. Del resto è stato proprio questo l’ostacolo maggiore ai tentativi di dotare i computer di intelligenza artificiale. I computer non possono far altro che seguire le regole, mentre gli esseri umani possono scegliere sia le regole che le eccezioni, senza per questo dover essere pazzi. (p. 121)


[1] Nel linguaggio marinaro, la navigazione a stima, in assenza di localizzatori digitali, è un metodo per calcolare la posizione di una nave utilizzando come dati il punto di partenza noto, la velocità e il tempo di percorrenza.

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