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fondato da Romano Luperini

I consigli della redazione per l’estate 2026

Pubblichiamo un pezzo a più mani in cui alcuni redattori – in ordine rigorosamente alfabetico – consigliano qualche libro per l’estate: come di consueto autori, temi, generi riflettono la sfaccettata curiosità che ci contraddistingue. Augurandovi buone vacanze, vi aspettiamo a settembre con un nuovo ciclo di pubblicazioni.

ANTONELLA AMATO – Storia di Montale di Romano Luperini

Nel 1986 Romano Luperini pubblica per Laterza Storia di Montale (sullo stesso autore. nel 1984, era già uscito Montale e l’identità negata per Liguori), un libro ristampato più volte e destinato a diventare un punto di riferimento per la critica, e che è utile ricordare anche oggi, a distanza di quarant’anni dalla sua prima uscita.

In un periodo importante, di grande fervore per gli studi montaliani (il poeta era morto nel 1981, pochi mesi dopo la pubblicazione de L’opera in versi, che lo canonizzava mentre era ancora vivo), questa monografia si propone come una guida alla lettura e allo studio dell’opera montaliana, «finalizzata all’analisi delle varie raccolte poetiche, considerate nell’ordine della loro successione cronologica». Si parte, dunque, dall’ «avanguardismo malinconico» delle primissime poesie per arrivare all’allegorismo vuoto delle ultime produzioni, passando attraverso il «dilettantismo superiore» degli Ossi, il «classicismo postsimbolista» delle Occasioni, l’ultimo «romanzo» della Bufera, lo «straniamento parodico e snobistico» di Satura e le traduzioni, gli scritti critici e giornalistici, i racconti di Farfalla di Dinard.

Il libro non si limita però a spiegare e ad accompagnare in modo puntuale il lettore nell’evoluzione della storia poetica di Montale (la genesi, la problematica esistenziale e ideologica delle sue opere, le soluzioni stilistiche adottate); il merito principale è quello di mettere al centro una questione fondamentale nella ricerca del poeta genovese: la riflessione incessante sull’atto di dare senso, ovvero sul bisogno di significato, sulla ricchezza delle sue possibilità storiche, sociali ed ontologiche, sulla sua ragione e sui suoi limiti, e anche sulle modalità con cui si manifesta, dal simbolismo giovanile all’allegorismo della maturità e della vecchiaia, dall’impressionismo metaforico agli oggetti-emblema e alle figure salvifiche (donne o animali), sino al loro rovesciamento ironico e alla consapevolezza dell’insignificanza generale.

Al centro ci sono i testi poetici, sempre assunti come spunto per un discorso complessivo e una interpretazione generale. Luperini li inserisce nella trama senza mai perdere di vista la loro irriducibile specificità letteraria, mettendo in luce anche la fitta rete culturale da cui prendono forma. Grazie anche alle acquisizioni rese possibili dal Quaderno genovese (1983), emergono le letture, gli autori e gli interlocutori che hanno contribuito a definire la ricerca montaliana, in particolare, il ruolo di Paul Valéry e di T.S. Eliot. Le influenze non vengono però presentate come semplici antecedenti o fonti, diventano il tessuto vivo di un dialogo europeo, entro cui Montale elabora una voce originale, capace di trasformare le suggestioni ricevute in una poetica del tutto personale.

Nel libro successivo dedicato al poeta genovese, Montale e l’allegoria moderna, l’autore «approfondisce, sviluppa e corregge alcune tesi» (specie quella riguardante il rapporto tra classicismo, post-simbolismo e allegorismo), e arriveranno pagine bellissime e imprescindibili (come quelle dedicate a Il balcone e a Nuove stanze), tuttavia Storia di Montale rimane importante per gli studiosi che si sono formati negli anni Ottanta e Novanta, perché restituisce con chiarezza la centralità e l’unicità dell’esperienza montaliana nel Novecento. È questa la ragione per cui continua a essere un libro necessario, che merita di essere letto.

Tra le pagine più significative, quelle dedicate alle Occasioni, «un libro sull’assenza e sulla separazione», tuttavia «la poesia dell’assenza non diventa assenza della poesia, ma sua autovalorizzazione. La poesia rivela una luce lontana da cui essa stessa prende e giustifica il proprio splendore. Così la poesia salvaguarda il valore di cui essa medesima è il presupposto, in un gioco di specchi (o circolo vizioso, se si preferisce) per cui il soggetto che compie l’azione di illuminare il valore è anche oggetto di tale illuminazione. È un nuovo «delirio d’immobilità»; è il circolo chiuso di una prigionia: quella della «ideologia della letteratura», in cui torna a rivivere – in modi particolari e in buona misura surrettizi – una concezione ‘alta’ dell’arte, legata al mito adolescenziale del simbolismo come poesia iniziatica, privilegio di pochi» (pp.68-69).

LINDA CAVADINI – Tre incontri: Cavalli, Steinbeck, Green

Quest’anno per i consigli dell’estate mi sono fatta guidare dal caso o meglio da tre libri che ho letto e su cui magari ho lavorato in classe ma senza che la scelta avesse un pensiero dietro. Il mio essere lettrice conserva quel gusto bambino del caos: nata in una casa senza tanti libri, ho costruito la mia biblioteca sui consigli certo, ma più che altro sui giri randomici in edicola e in libreria e su titoli e copertine che, per qualche strano motivo, mi chiamavano. Una parte di me lo fa ancora, quindi i tre libri che vi presento oggi mi hanno scelto loro, quindi se non vi piaceranno è con loro che dovete prendervela.

Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi Ho scoperto questo libro preparando un incontro su Patrizia Cavalli, per quel vizio che ho per cui per spiegare un autore e una autrice va letto il più possibile di quello che ha scritto.

La donna in copertina ti guarda e chiama: sono due foto ma è come se si trattasse di una sola, con Patrizia Cavalli funziona così è come se avesse una calamita, sia che si tratti di immagini, di versi o di canzoni. Con passi giapponesi contiene una serie di 16 prose che definire racconti sarebbe riduttivo: ci sono storie, immagini, dialoghi cesellati in uno stile unico, plastico e cristallino; la forza della sua poesia senza andare a capo insomma.

Il primo racconto che dà il titolo alla raccolta descrive il modo di camminare di una donna che parla con accento sardo, si muove con piccoli passi giapponesi e mentre lo fa guarda “con invidia non operativa” il corpo delle altre, li passa in rassegna, li immagina ma non ha alle spalle il desiderio di un’azione malvagia:

“Però a quarantadue la nocca si fa grave, perché le guance cedono e, non c’è verso, dopo i cinquant’anni le gambe si insecchiscono, anche se le cosce sono floride. La prova certa che ormai è tutto perduto sono le braccia nude quando s’alzano, che mostrano quei muscoletti poveri lasciati in solitudine, perché la carne se ne scosta e cade a mezzaluna”.

A questo racconto abbastanza canonico seguono testi brevi e ora brevissimi in cui il punto di partenza sono gli oggetti, non correlativi oggettivi o allegorie, ma oggetti veri, pesanti, rotondi, materici che diventano l’occasione per intrecciare altri discorsi, per parlare di sé: la casa, la colonna di porfido, le scarpe da ballo, pezzi di marmo, i soldi. Non mancano le persone, su cui giganteggia Patrizia Cavalli stessa che le racconta e le usa per narrare di sé (la madre, l’uomo che rubava le lenzuola, le gattare, l’amata lasciata alla stazione), e gli stati dell’animo (il mal di testa, la varietà), che sono un tutt’uno con la poetessa e il mondo che la circonda.

Cosa ho amato in questo libro? Che non si può definire, che sfugge da tutte le parti: Cavalli ha raggruppato per lo più inediti scritti nel corso degli anni, ma lo ha fatto rispettando il principio dell’opus incertum, senza dargli struttura e continuità. Si tratta di una lettura caotica e magmatica, ma piena di armonia: una lettura che libera.

John Steinbeck, Furore, Bompiani Ho scelto questo libro perché ha vinto il contest estivo del gruppo di lettura della mia scuola e su questo discuteremo a ottobre.

Credo non ci sia bisogno di spiegare perché leggere Furore, così voglio partire dal titolo che ovviamente non è quello originale, The Grapes of wrath, che Steinbeck mutuò da una canzone famosa ai tempi della guerra civile The battle Hymn of the Republic di Julia Ward Howe, che riprendeva Apolcalisse XIV,20. Il titolo Furore fu scelto dall’editore italiano Valentino Bompiani nel 1940: la parola appare alla fine del capitolo 30: “E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c’era stato; e non ci sarebbe stato nessun crollo fino a che la paura non si fosse trasformata in furore”.

Furore (nella traduzione di Sergio Claudio Perroni) è proprio l’emozione che mi ha pervasa durante la lettura, mentre avanzavo sulla Route 66 con la famiglia Joad, mentre leggevo la tenacia di Ma’, la rabbia lucida di Tom, mentre nella mia testa prendeva forma la forza collettiva, il “due sono meglio di uno” che viene più volte ripetuto, anche nei momenti più tragici.

Questo romanzo è epos, lo stesso di Omero e della Bibbia, l’eroina è una donna Ma’ che tiene insieme la famiglia mentre tutto crolla e decide, comanda, sceglie, mentre Pa’, il patriarca, soccombe, incredulo in questo nuovo mondo. Tom, il figlio appena uscito di galera e desideroso di una nuova vita, di tornare a casa, avere da mangiare e trascorrere le giornate a seguire le ragazze passa dalla rabbia impulsiva alla coscienza collettiva “io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. […] Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia io sarò lì”. Questo è un libro di disperazione e speranza, ma non quella ingenua del tutto si sistemerà o l’accettazione del “Dio vede dio provvede”, è la speranza nell’uomo, nella capacità di stare insieme e resistere. Qui ho ritrovato la Ginestra di Leopardi che resiste e profuma e continua a vivere nonostante l’indifferenza della natura.

So già che questo romanzo in classe sarà confronto con Zola, con il comodo realismo cinico di Verga e, ovviamente, con Pavese, Vittorini e Fenoglio e perchè no con la condizione odierna dei lavoratori e dei migranti sfruttati.

John Green, Tartarughe all’infinito, Rizzoli – Questo è il libro letto con la mia classe prima del liceo linguistico, alternando capitoli letti ad alta voce in classe ad altri assegnati per casa e discussi in classe.

Aza ha sedici anni, una vita complicata e tutta una serie di fragilità che prova -spesso senza riuscirci- a risolvere, ed è la voce narrante di questo romanzo: una voce sincera e soffocante a volte, perché l’autore porta i lettori proprio dentro la sua testa nel suo punto di vista, nei suoi deliri e non è che ci stia sempre comodi. A bilanciare Aza c’è la sua amica Daisy, un personaggio multisfaccettato, coraggioso e sincero: appassionata scrittrice di fan fiction e di storie in generale convince Daisy a risolvere un caso che sta facendo discutere tutta la città, la sparizione di un multimiliardario, padre di un vecchio amico d’infanzia di Aza. E proprio l’incontro tra Aza e Danis, anch’egli solo, complicato e spezzato come la ragazza che dà il via a una storia d’amore che in realtà è più ricerca di se stessi.

Tradotto da Beatrice Masini, Tartarughe all’infinito è un romanzo di formazione, di avventura, di introspezione e scoperta, ma è anche pieno di parole e gesti che fanno male e interrogano: in classe ci ha permesso di metterci nei suoi panni, ma anche di mettere in discussione scelte e azioni dei personaggi e dell’autore (per esempio l’efficacia o meno del flusso di coscienza).

GABRIELE CINGOLANI – Il custode di Niccolò Ammaniti

Ci sono libri che sembrano fatti apposta per gli interstizi dell’estate: un treno in ritardo, il tempo sospeso fra check-in e imbarco; un primo pomeriggio solitario dopo un bagno o un’escursione. La brevità, la scrittura scorrevole, il solito micidiale mix fra comicità e orrore, i personaggi e le ambientazioni felicemente spiazzanti, fanno dell’ultima opera di Niccolò Ammaniti (più un racconto lungo che un romanzo) un ottimo candidato per riempire questi tipici interstizi estivi.  In una Sicilia senza tempo, dove l’ipermodernità si mescola al mito e la sabbia portata dal vento invade i precari tentativi dell’uomo di abitare quell’isola fatale, si snoda la storia di Nilo Vasciaveo, un ragazzo orfano di padre cresciuto dalla madre Agata e dalla zia Rosa, che gestiscono, coadiuvate da improbabili manovalanze indiane, una ditta di marmi. La sgangherata famiglia di Nilo, inevitabilmente, custodisce un segreto: una misteriosa e pericolosissima creatura rinchiusa da sempre nel bagno di casa, con la quale peraltro i Vasciaveo sono abituati ad una convivenza routinaria. L’arrivo nella vita di Nilo di due donne provenienti dal nord, Arianna e Saskia, madre e figlia, romperà l’equilibrio e scatenerà due forze deflagranti: quella del mostro rinchiuso nel bagno e quella forse ancora più spaventosa acquattata nel cuore e nella mente di un adolescente costretto a confrontarsi in fretta e senza paracadute con la vita e con l’amore. Nilo compirà fino in fondo questo brusco apprendistato, ma quello che troverà alla fine della strada non sarà né piacevole né consolatorio, e lascerà al lettore un’amara domanda: ma non sarà che diventare adulti, con il suo portato di conoscenza e consapevolezza, sia in definitiva trasformarci in quegli stessi mostri che insieme ci attirano e ci fanno paura? Una domanda scomoda, che però potrebbe aprire a interessanti e feconde riflessioni; in un aeroporto, sotto un ombrellone, o anche – il prossimo anno – dentro un’aula scolastica.

ORSETTA INNOCENTI – Un libro di Ian McEwan e uno di Dino Buzzati

Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, Einaudi – Non c’è vacanza, per me, senza un po’ di narrativa britannica. Quello che possiamo sapere (2025) è l’ultimo romanzo pubblicato da Ian McEwan (nella traduzione di Susanna Basso) ed è tecnicamente una ucronia. Nel 2119, la terra è stata parzialmente sommersa dalle acque a causa del cambiamento climatico, inarrestabile e accelerato da guerre globali: quel che rimane dell’isola britannica è un arcipelago repubblicano, all’interno del quale si trova la University del South Downs, dove lavora il giovane ricercatore di letteratura Tom Metcalf. In uno scenario post apocalittico, che mescola impliciti ed espliciti sulla responsabilità umana per il mondo disastrato in cui si trova a vivere (McEwan sull’Independent ha definito il romanzo: “una science-fiction senza la scienza”), l’ossessione di Tom è la sola copia perduta dell’ultima opera del poeta Francis Blundy, la Corona per Vivian scritta nel 2014 per i cinquant’anni della moglie e da lui declamata una sola volta davanti a un ristretto gruppo di invitati alla cena di compleanno. La vicenda si snoda tra storia individuale (quella di Blundy e della sua cerchia, ricostruita da Tom) e globale (l’apocalisse naturale che ha anche dissolto le gerarchie politiche del XXI secolo in un nuovo stato del mondo in cui le “basi di conoscenza e memoria collettiva in larga misura preservate, insieme a internet” sono “custodite perlopiú in Nigeria”). In una quête letteraria che rielabora i topoi del campus novel (vengono in mente i romanzi di David Lodge, ma anche Possessione di Antonia Byatt) immergendoli (è proprio il caso di dirlo) nella descrizione della catastrofe, la storia di Tom si dipana tra la ricerca (più o meno rocambolesca), la vita privata che prova a (ri)costruirsi, e la ricostruzione della biografia di Blundy e della sua cerchia. La voce di McEwan mostra il gusto per il pastiche letterario (nell’imitazione dello stile dell’immaginario poeta) tipico del genere, in un dialogo con sé stesso e la tradizione inglese tutta, classica e contemporanea. Ritornano infatti alcuni fili rossi di altrettante ossessioni stilistiche e tematiche: dall’ambiguo rapporto con la scienza, tra fascino e perturbante, che si può leggere in Macchine come me, Solar o Sabato, al consapevole gioco a quattro mani con il lettore (su cui si fonda tutto il romanzo: Blundy che legge la Corona per i suoi ospiti, Tom che cerca, e legge, le ultime tracce disperse della storia di Blundy, il lettore che legge la narrazione in prima persona di Tom, e ancora altro fino alla sorpresa finale). E’ proprio questo aspetto ad avvolgere il lettore, prigioniero della “bugia in letteratura”, fino alle ultime pagine, che riaffermano perentorie il potere elusivo della parola letteraria sopra ogni cosa (con una postura narrativa che ricorda La donna del tenente francese di Fowles, ma anche il finale di Espiazione). In una costruzione a suo modo circolare, “quello che possiamo sapere” alla chiusura del libro riecheggia così l’esergo del romanzo, ripreso dalla biografia di Samuel Johnson Dr Johnson & Mr Savage di Richard Holmes: “Riguarda il genere di verità umana, sospesa tra fatti e invenzione, che un biografo è in grado di ricostruire raccontando la storia di una vita altrui in modo tale da renderla al tempo stesso sua (come un’amicizia) e del pubblico (come un tradimento). Ci interroga su quello che possiamo sapere, quello che possiamo credere e, in ultima analisi, quello che possiamo amare”.

Dino Buzzati, Poema a fumetti, Mondadori – Il secondo mio consiglio estivo è un classico, che ho ripreso in vista di un percorso di lettura per la mia futura quinta. Poema a fumetti (1969) sintetizza la doppia anima di Buzzati: pittore e scrittore – un’anima che lo stesso Buzzati dichiarava centrale per la sua figura di artista: “io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista” (Un equivoco, 1966). Il racconto per immagini è una molto libera rielaborazione del mito di Orfeo, ambientato in una Milano contemporanea in cui si muove Orfi (cantautore) che, in seguito alla sparizione della sua amata Eura, si troverà a oltrepassare il confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti per cercare, negli Inferi urbani anni Sessanta cui si accede da una immaginaria via Saterna, di riportare l’amata a casa. La rielaborazione del mito di Orfeo è chiarissima: dai nomi parlanti alla rappresentazione della musica di Orfi, che conserva poteri affabulatori anche se si passa dalla lira al rock ‘n roll. ll filone è quello del racconto del mito (anche) dalla prospettiva di Euridice, che parte da Robert Browning (Euridice a Orfeo, 1864), e soprattutto da Marina Cvetaeva (sempre Euridice a Orfeo, 1923), che sembra anticipare (“io chiedo a te la pace/della smemoria…”) la condizione di tempo sospeso degli abitanti del regno dei morti di via Saterna: “Te l’ho detto, tesoro. È inutile. Non posso accompagnarti lassù. povera favola di Orfeo, anche se tu non ti volterai indietro, non servirebbe lo stesso. Adagio, ti prego, Orfi, io sono stanca. Tutti qui siamo stanchi”. Ma a farla da padrone resta l’integrazione di parole e immagini, in una sintesi fascinosa e perturbante (la storia è anche un perfetto racconto fantastico, con tanto di oggetto mediatore) della natura anfibia di Buzzati. Le 208 tavole a colori disegnano un mondo surreale in cui vita e morte, strano e fantastico, si mescolano ben al di là della soglia rappresentata dall’ingresso nell’’Ade’, attraverso una tecnica che rimanda a un graphic novel ante litteram. Del resto, Buzzati aveva già sperimentato la potenza dell’ibridazione in quello straordinario prosimetro per immagini che è La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945). In Poema a fumetti però le tavole hanno una carica di maggiore sperimentalismo che farà scuola anche per i futuri grandi autori (Manara, Crepax…). Nello stesso tempo, la storia “scorre” anche a un livello di lettura immediata e di puro godimento, una lettura che presuppone la soddisfazione di poter tornare indietro, a riammirare le scene più allucinate o provocatorie, oppure a rileggere i dialoghi sospesi e pieni di sottintesi tra Orfi e gli abitanti del mondo dell’al di là. Per chi invece avesse voglia di passare altro tempo in compagnia del Buzzati pittore, segnalo anche, a complemento del Poema, il volume Le storie dipinte di Dino Buzzati, a cura di Lorenzo Viganò (come il Poema) e ripubblicato nel 2025, che è un catalogo ragionato e raccontato delle “trenta storie dipinte”, vero e proprio archetipo di tante future narrazioni, che costituiscono la prima personale di Buzzati alla Galleria dei Re Magi dietro il Teatro alla Scala nel 1958.

MORENA MARSILO – Narrare senza “inventare”: un non fiction novel e una biofiction

Rodolfo Walsh, Operazione massacro, SUR – Riedito da SUR nella primavera di quest’anno con la traduzione di Bruno Arpaia e la prefazione di Annalisa Camilli, Operazione massacro (1956) rappresenta l’antesignano del new journalism e precede di un decennio il più noto A sangue freddo di Capote (1966): oggi viene considerato una lezione di giornalismo esemplare e ancora attuale.

L’inchiesta è ambientata a Buenos Aires e prende avvio per caso quando, in un cafè de La Plata, a distanza di sei mesi dalla violenta repressione che stronca un tentativo insurrezionale di stampo peronista ai danni del governo militare di Aramburu, un uomo confida a Walsh: “Uno dei fucilati è ancora vivo”. Questa frase si incunea nella mente del giornalista e lo riporta alla notte del 9 giugno 1956 quando stava trascorrendo la serata in un caffè a giocare a scacchi, all’angoscia provata quella stessa notte nel raggiungere incolume la propria casa, mentre la città veniva invasa dai militari. Solo in seguito si era sparsa la voce che in quella circostanza si fossero verificate delle fucilazioni sommarie, eseguite prima della proclamazione della legge marziale: le uccisioni avevano riguardato tanto persone latamente coinvolte nella rivolta quanto individui del tutto estranei al fatto.

Il libro inchiesta di Walsh, suddiviso in tre parti – “Le persone”, “I fatti”, “Le prove” – unisce in sé la forza della cronaca realistica e il ritmo avvincente del giallo; tuttavia, a distanza di decenni, il suo maggior pregio è quello di poter essere considerato un libro politico. Spinto da quella frase smozzicata, infatti, il giornalista si mette sulle tracce di Livraga, il superstite, colui che porta sul viso lo spettro stesso della morte scampata, e ricostruisce con lucido rigore –  a rischio della sua stessa vita –  un caso emblematico di Terrorismo di Stato che verrà portato davanti alla giustizia. Si tratta di una forma embrionale di ciò che diverrà pratica pianificata e sistematica con la dittatura di Videla (1976-1981), portando alla scomparsa di Walsh stesso, desaparecido cinquantenne, “anziano” se paragonato alle migliaia di giovani fatti sparire con i voli della morte. Il giornalista ha lasciato testimonianza scritta della sua ferma resistenza alla dittatura nella Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare. Il documento, redatto nel 1977, costituisce una delle sette Appendici che corredano Operazione Massacro e si apre con queste parole: “La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.” (p. 265)

Maylis Besserie, La balia di Bacon, Voland – Il secondo libro che propongo è La balia di Bacon di Maylis Besserie che chiude una sorta di trilogia franco-irlandese dedicata nell’ordine a due scrittori – Samuel Beckett con L’ultimo atto del signor Beckett (2022) e William Butler Yeats con I dispersi amori (2023) – e al pittore Francis Bacon: tradotto da Daniele Petruccioli, al quale è andato il Premio Annibal Caro 2026, il romanzo si configura come una biofiction. Vi si ripercorre, infatti, la vicenda biografica e la carriera di uno dei più significativi artisti del secondo Novecento attraverso la voce della balia che resterà con lui ben oltre la giovinezza: il ragazzo, infatti, cacciato dalla nobile dimora paterna a causa della sua omosessualità e delle sue inclinazioni artistiche, continuerà a vivere a Londra con la donna che lo ha accudito fin da bambino.

Il libro si articola in un Prologo, che anticipa la tecnica ecfrastica ricorrente nel romanzo, e tre parti (denominate rispettivamente Prima tragedia Il padre – Seconda tragedia La nanny – Ultime tragedie Peter e George): in queste il racconto in prima persona di Jessie Lightfoot si alterna a brevi intermezzi ciascuno dedicato alla descrizione dei quadri di Bacon. Per queste ekphrasis Besserie ha scelto un narratore in seconda persona che sembra rivolgersi direttamente al pittore, visto all’opera nel suo studio. Unica eccezione è proprio la pagina incipitaria, redatta in terza persona, dal titolo Ritratto della balia Jessie Lightfoot che si chiude su queste parole: “La balia del pittore, sua madre, sospesa per sempre sull’altalena dell’infanzia. Immersa in un oceano di verde. Dea nuda, con la bocca spalancata, ogni notte racconta, per chi vuole ascoltare, ciò che brulica sull’ordito della tela, ciò che la tintura granulosa copre e rivela. Una folata di memoria si spande dal ritratto della balia consegnata dall’artista all’eternità. Sta ancora soffiando sul bambino ferito, sdraiato sulla paglia, per riscaldarlo. Un bambino picchiato a sangue dal padre, che ha attraversato l’odio prima di arrivare a lei. Ci ha messo una vita ad allontanarsi dalla frusta” (p.10)

Il punto di forza di questa biofiction va ricercato proprio nel ruolo di testimone di Nanny e, pertanto, nel tono della sua voce che mima un parlato colloquiale di grande efficacia comunicativa, da una parte e, dall’altra, restituisce l’affetto profondo e incondizionato che la lega a Bacon, vittima di reiterate e cruente sevizie da parte del padre, incapace di tollerare il carattere effemminato del piccolo e la sua conclamata omosessualità da adolescente. Grazie alla narrazione di Jessie si assiste al trauma immedicabile che Bacon trasferisce in pittura, si conosce la sua vita disordinata e altalenante, sospesa tra euforia e depressione, tra desiderio di libertà e repressione vittoriana, si entra in confidenza con i suoi amori – in particolare quello più duraturo con Eric –  si apprende il riconoscimento progressivo della rilevanza della sua arte che, a partire dal secondo dopoguerra, esprime la tragica condizione dell’essere umano: pur rappresentato con un’insopportabile e lacerata fisicità, l’individuo viene strutturato in composizioni nelle quali sfondo e primo piano si “contengono” a vicenda.

La balia di Bacon, oltre a ricostruire narrativamente la storia del pittore, è un invito a rivedere i suoi quadri: ogni capitolo-ekphrasis spinge a riattraversare l’opera, a interrogarne il fragore cromatico, la prepotente e deformante forza espressionistica.

LUISA MIRONE – “Tre donne intorno al cor mi sono venute”: Carson, Cialente, Calandrone

Tre donne intorno al cor mi sono venute e sono guidate da Anne Carson che con il suo Il genere del suono (Crocetti 2026) compie “un’esplorazione del suono secondo la prospettiva di genere”, indagando quale sia stata nella letteratura classica, in particolare greca, a lei così cara, la rappresentazione della voce femminile: querula, smodata, fuori controllo, vittima di un eccesso di sensibilità con sconfinamenti nella patologia; e pertanto da reprimere o – comunque – da sorvegliare. Una riflessione breve, ma densissima; e davvero una guida illuminante nel coro polifonico delle donne determinate a uscire dalla monodia delle prefiche. Ne scelgo due, di età diverse. Fausta Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger (La Tartaruga 2018), un libro del quale bisognerà tornare a parlare diffusamente, sospeso tra autobiografia e romanzo su una parabola pericolosa geograficamente e storicamente, che conduce dalla Trieste “irredenta” di fine Ottocento al Cairo dei primi anni ’40 del Novecento, da cui la scrittrice trasmette in un ideale unisono con Radio Londra, alla Roma degli anni Cinquanta, che già nella sua dolce vita presentava i sintomi della malattia che l’avrebbe segnata negli anni a venire. Abilissimo nello scantonare le insidie nostalgiche e testamentarie della memoria, scritto in una lingua purissima, anche questo racconto, come il saggio di Carson, è un’esplorazione, ma nelle idealità, nei sistemi valoriali suggeriti, determinati o imposti addirittura di tre generazioni (e una quarta se ne intravede). E tre generazioni di donne (e anche qui una quarta s’affaccia) sono protagoniste dell’ultimo romanzo di Maria Grazia Calandrone, Dimmi che sei stata felice (Einaudi 2026), però non vengono dalla raffinata borghesia triestina, ma dai quartieri operai di Roma. Il territorio sul quale si muovono è solo apparentemente circoscritto: da San Lorenzo, sorpreso e sconvolto da «una pioggia di confetti ovoidali luccicanti, in caduta chirurgica sopra le abitazioni» (p.9) il 9 luglio del 1943, ci si sposta «nelle campagne intorno alla città, Riano, Campagnano…» (p.17), agli Orti Variani (p.30) e infine ad Ostia; ma le vicende che attraversano dal 1943 al 2025 sono quelle cruciali della difficile storia della Repubblica italiana uscita dalla guerra e dal fascismo (piazza Fontana, il referendum sul divorzio, piazza della Loggia, il delitto del Circeo, il delitto di Pasolini, Mafia Capitale…) e il racconto di Calandrone le restituisce senza sconti, in una impressionante quanto intimamente necessaria varietà di registri – tra le materie più preziose di cui si compone l’intreccio. Non un affresco nitido, pulito, giacché «siamo incapaci di stare puliti dentro la saggezza del vivere» (p.195); piuttosto un disegno a carboncino, spesso, corposo, dove vivere è coraggio e spavento; anche l’amore (p.278): tra madre e figlia, tra moglie e marito, tra compagna e compagna. Anche di questo libro bisognerà tornare a parlare. Intanto lo affidiamo alle vostre letture estive; per poterne poi riparlare insieme, com’è successo a me (fortunata), in circolo con le amiche e con la stessa autrice. Perché questo è davvero un libro polifonico e che invita alla polifonia.

STEFANO ROSSETTI – Tre saggi sul nostro rapporto con la tecnologia

Per quest’estate, vorrei consigliarvi tre letture saggistiche, diverse per stili e approcci, uguali per importanza. Il focus scelto dall’autrice e dagli autori è di volta in volta diverso, ma le accomuna una caratteristica di fondo: la riflessione profonda sul rapporto fra la presenza, sempre crescente, della tecnologia nelle nostre vite e i cambiamenti che si verificano nella società e negli individui.

 Il primo saggio è opera di una delle figure più autorevoli nel campo della ricerca scientifica e giuridica negli USA: Difendere il nostro cervello di Nita Farahany, laureata a Harvard, insegnante alla Duke University, per molti anni membro della Commissione presidenziale per lo studio delle questioni bioetiche Con un approccio filosofico nutrito di straordinaria cultura, Farahany studia il fiorente campo dei dispositivi neurali indossabili, dagli smartwatch con i quali controlliamo (e altri controllano) i nostri ritmi alle fasce elettroniche indossate per esempio da molti camionisti per inibire i possibili colpi di sonno (oggetto di controverse trattative legali e sindacali). Un territorio che, come nel caso di altre tecnologie digitali, fa registrare un clamoroso ritardo della legislazione sul lavoro e della riflessione etica rispetto al rapidissimo sviluppo dei dispositivi di sorveglianza mentale. La sua proposta rivoluzionaria è di introdurre un nuovo diritto umano fondamentale, finora sconosciuto alle Costituzioni: la libertà cognitiva. Del libro colpiscono l’apertura mentale e l’assoluta onestà intellettuale: di per sé sole, basterebbero queste caratteristiche a farne un esempio di come condurre un’indagine scientifica documentata, critica e dialettica.

Gli stessi tratti di competenza profonda e di rigorosa imparzialità si ritrovano nell’ultimo studio di Manfred Spitzer, fra i più autorevoli neuroscienziati al mondo: Intelligenza Artificiale. Una preziosa quanto ampia ricognizione dell’utilizzo dell’AI nei più diversi campi della cultura e della vita quotidiana, dalla decifrazione delle scritture antiche al riconoscimento dei tumori della pelle alla ricerca biologica, fino alle applicazioni per chi insegna e studia nelle scuole. Un libro ricco di informazioni sorprendenti e di prospettive piene di fascino, segnato da una consapevole critica di fondo a qualsiasi ottimismo o presunta neutralità; quella che di solito si traduce nella massima “la tecnologia non è né buona né cattiva: dipende dall’uso che se ne fa”: a simili banalità, lo studioso oppone la piena consapevolezza della natura proprietaria e militare di questa massima espressione dell’ingegneria umana, da una parte; e dall’altra il fatto che si collochi con assoluta naturalezza nel campo che Shoshana Zuboff, nel titolo di un libro tanto fortunato quanto importante, ha definito “capitalismo della sorveglianza”. Da insegnanti, cerchiamo con avidità le riflessioni sulla scuola, e troviamo giudizi esperti e netti, ben sintetizzati dalle parole che leggiamo a pag. 244 e 245: “i bambini e i ragazzi, delegando a un chatbox automatico la propria capacità di pensare in autonomia, perderanno persino l’abilità di esprimere sé stessi e i propri pensieri”. Per questo “occorre proprio preoccuparsi di quei dirigenti scolastici che, per non sembrare retrogradi, sono pronti a saltare su ogni nuovo treno che passa senza pensare nemmeno per un attimo agli effetti potenzialmente negativi che certe novità potrebbero produrre”.

Nel terzo saggio incontriamo le voci di Vittorio Gallese, Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella che intendono condurci Oltre la tecnofobia. I nomi degli autori e il titolo (di grande effetto ma piuttosto sbrigativo nell’accomunare, con l’utilizzo del termine “fobia”, critiche fondate e atteggiamenti preconcetti o addirittura inconsapevoli) mettono in luce un approccio differente, molto aperto in direzione interdisciplinare: la voce della ricerca scientifica (Gallese), l’analisi storica e filosofica (Moriggi), la prospettiva educativa e formativa (Rivoltella). Nella prospettiva del docente, il libro costituisce un’ottima occasione per arricchire le proprie conoscenze e mettere in discussione opinioni e atteggiamenti professionali. Da “vecchio” praticante della media education – o, come si dice più frequentemente oggi, di media literacy – fa impressione ritrovare nel libro la plastica descrizione della distanza abissale che separa l’esperienza culturale e didattica di tantissimi docenti e le scelte politiche e istituzionali. Eppure questa è la realtà: una clamorosa contraddizione fra i massicci investimenti in tecnologia che hanno cambiato il volto della scuola negli ultimi anni e la più assoluta assenza di una seria riflessione sul curriculum scolastico.

Tre letture ricchissime di spunti e di idee, percorse da un confronto serrato con temi cruciali nel dibattito pubblico sull’educazione e sulla formazione delle giovani generazioni.

Buona lettura e buona estate a chi segue La Letteratura e noi.

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