Proposte per giovani lettori: “Mio padre, tuo padre” di C. Benedetto e L. Ciliento
Assaggio di lettura
Mi chiamo Smadar Elhanan. Il mio nome significa “fiore che si schiude” e viene dalla Bibbia, dal Cantico dei Cantici. L’hanno scelto per me mio padre, Rami, e mia madre, Nurit, ma tutti mi chiamano Smadari. Avevo tredici anni e con un po’ di fortuna, e due settimane in più, ne avrei compiuti quattordici. […] Volevo far scorrere veloci i giorni, come faceva il mio walkman con il nastro delle audiocassette, in modo che tutte le cose belle che mi aspettavano arrivassero presto. Volevo uscire fino a tardi, guidare il motorino, avere una storia d’amore “strappabudella”, diventare una pianista, anzi no, una ballerina. Volevo essere grande. L’unica cosa che non volevo proprio era fare il servizio militare.
In Israele lo fanno tutti. (p. 9)
[…]
Il mio nome è Abir. Abir deriva dall’arabo antico e significa qualcosa come “profumo di fiore”.
Vedi, Smadar? Anche il mio nome è legato ai fiori, come il tuo.
Avevo nove anni e quella mattina volevo prepararmi con calma. Mi sono svegliata prima del solito. Non ho mai avuto bisogno della sveglia, perché era mamma Salwa che mi dava il buongiorno con un bacio. La maniglia si abbassava e cigolava. Restavo immobile nella penombra, mentre la luce filtrava dalla porta che si apriva. Trattenevo il respiro nel frusciare delle ciabatte. Aspettavo la sua carezza sulla guancia libera, sulla fronte, su quello che era scoperto insomma, e godevo del tocco delicato delle sue dita. Lei faceva pianissimo e io la amavo per questo. (p. 20)
La storia
Il libro Mio padre, tuo padre propone la storia di Rami Elhanan e Bassam Aramin, già magistralmente raccontata nel romanzo Apeirogon di Colum McCann. Quando le autrici, Carola Benedetto e Luciana Ciliento, hanno conosciuto questa vicenda, hanno voluto a tutti i costi trovare una chiave narrativa per farla arrivare al pubblico dei ragazzi e delle ragazze (sulla genesi del libro si può far riferimento a questa intervista alle autrici).
I fatti si svolgono principalmente in Israele e in Cisgiordania e coinvolgono due famiglie accomunate dalla terribile necessità di confrontarsi con la morte violenta di una figlia giovanissima. Smadar Elhanan, la figlia di Rami, è vittima di un attentato compiuto a Gerusalemme da terroristi palestinesi nel settembre del 1997, mentre Abir Aramin, nata proprio quello stesso anno a gennaio, muore circa dieci anni dopo. Il ritardo nei soccorsi, dovuto principalmente a ostacoli di ordine burocratico (simili a quelli raccontati con chirurgica precisione da Nathan Thrall nel suo Un giorno nella vita di Abed Salama: Anatomia di una tragedia a Gerusalemme, Neri Pozza, 2024), non le consente di essere curata tempestivamente; la bambina non sopravvivrà alle ferite riportate dopo essere stata colpita da un militare israeliano all’esterno della sua scuola di Anata.
Il volume, dopo un prologo in cui sono le due ragazzine a prendere la parola, ripercorre in parallelo le vicende biografiche di Rami e Bassam: la loro infanzia, le esperienze giovanili, la formazione scolastica e professionale, tanto diverse tra loro, quanto tendenzialmente tipiche nell’esistenza di un ebreo israeliano e di un palestinese che viva in Cisgiordania. In ciascuno dei percorsi a un certo punto si incunea un elemento di svolta, che arriva ancora prima della perdita delle rispettive figlie. Per Rami questo momento è rappresentato dalla partecipazione in prima linea ad azioni di guerra, per Bassam invece dall’esperienza del carcere. Il primo reagisce chiudendosi nel privato e dando spazio solamente alla sua famiglia e alla sua professione di grafico, in una quotidianità dal cui orizzonte gli “arabi”, in quanto esseri umani degni di interesse, sono totalmente esclusi. L’altro invece, mentre vive in reclusione,
Si convinse che solo conoscendo il nemico, un giorno avrebbe potuto sconfiggerlo. E che l’odio, fine a se stesso, invece lo avrebbe consumato.
Si ripromise di imparare tutto sugli ebrei, a partire dalla loro lingua. […] Appena poteva, si rintanava nella biblioteca del carcere e per poco dimenticava quell’inferno. (p. 99)
Il racconto prosegue. Rami, a distanza di un po’ di tempo dalla morte di Smadar, non senza dubbi, esitazioni e diffidenza, inizia a frequentare il Parents’ Circle Families Forum; più tardi, grazie a suo figlio Elik e all’associazione Combattenti per la Pace, conosce Bassam, di cui diviene amico e a cui starà accanto nei dolorosissimi momenti dell’agonia di Abir.
La narrazione, verso la conclusione, propone uno tra i tanti episodi che testimoniano, da parte di questi due uomini che si definiscono “fratelli”, lo sforzo incessante di tessere trame di pace:
Insieme a Rami [Bassam] incontrava studenti israeliani e palestinesi e lottava contro i pregiudizi. Spesso, nelle scuole israeliane, Bassam si sentiva chiedere se non avesse per caso origini ebree, perché non potevano esistere arabi così per bene. E nelle scuole palestinesi a Rami domandavano di esibire un documento, perché era impossibile che ci fossero ebrei tanto gentili. Talvolta a entrambi veniva augurata la morte. Capitava che a osteggiarli fossero perfino gli insegnanti: li accusavano di avvelenare la mente dei ragazzi mettendo in crisi le loro convinzioni. (p. 207)
La struttura
La vicenda viene narrata in nove capitoli, preceduti da un prologo e seguiti da postfazione. L’assaggio di lettura presentato in incipit è tratto dal Prologo, in cui lettori e lettrici vengono immediatamente e direttamente messi a contatto con le voci di Smadar e Abir. Le autrici infatti, di concerto con i due padri, hanno immaginato un dialogo epistolare tra le due ragazzine. Nonostante in vita le bambine non abbiano avuto la possibilità di conoscersi, ora sono infatti indissolubilmente legate l’una all’altra proprio grazie all’amicizia fraterna di Rami e Bassam. Le brevi lettere che si scambiano vengono collocate tra un capitolo e l’altro, come una sorta di pausa nella narrazione, finalizzata a dare spazio ai loro sentimenti e alle loro riflessioni.
Di indubbio impatto può essere considerata la scelta grafica di presentare i testi delle lettere in caratteri diversi da quelli del resto del volume, su pagine che sembra siano state di nuovo distese dopo che si sono annerite e sono state accartocciate, come se fossero state fortunosamente recuperate a seguito di un non meglio precisato “incidente”. I margini, inoltre, come accade spesso quando scriviamo a mano, non sono allineati e, mentre le pagine di Smadar sono giustificate a sinistra, all’ “occidentale”, quelle di Abir lo sono a destra, come avviene con la scrittura sinistroversa dei testi arabi.
La parte più consistente della narrazione viene affidata a un narratore esterno che ripercorre la biografia dei due padri, con la tecnica dell’alternanza dei filoni. Le vicende private, che di fatto tali non sono mai del tutto, sono collocate sullo sfondo dei principali eventi storici e delle dinamiche politiche che si agitano in quella terra martoriata da incessanti conflitti.
La postfazione ospita infine due lettere indirizzate direttamente da Bassam e Rami ai loro potenziali giovani lettori e lettrici.
Perché proporlo
Le storie da cui molte e molti giovanissimi sono attratti rappresentano spesso uno specchio delle loro vite e della loro condizione psicologica oppure, in altri casi, sono letture consolatorie, che riescono ad alimentare la legittima aspettativa che dal caos che comincia ad agitarsi nelle loro menti e nei loro cuori sia possibile uscire. È sicuramente un’aspirazione apprezzabile quella che conduce un adolescente a cercare di fare chiarezza dentro e attorno a sé attraverso libri che raccontano esperienze vissute da chi gli somiglia.
Può essere tuttavia utile a crescere e ad acquisire consapevolezza anche confrontarsi, auspicabilmente sotto la guida di un insegnante, con realtà apparentemente lontane e persino con storie drammatiche.
Il libro di cui qui si propone la lettura è pensato per una fascia d’età che copre gli anni della secondaria di primo grado, ma, avendolo direttamente sperimentato in una classe del Liceo delle Scienze umane, credo possa essere proficuamente utilizzato a scuola anche negli anni successivi.
Nel contesto tragico delle vicende narrate in Mio padre, tuo padre, infatti, da una parte si incontra la quotidianità di ogni famiglia, tra lavoro e cura dei figli; si incontrano una ragazzina e una bambina normali, che affrontano giorno per giorno i propri impegni e nel frattempo immaginano e sognano il loro futuro. E in cui quindi ci si può riconoscere. Dall’altra però si viene posti di fronte alle grandi questioni del presente, a un conflitto, che è forse IL conflitto della nostra epoca, rispetto al quale nel dibattito pubblico si assiste spesso solo a una polarizzazione rigida, talora acritica.
In questo contesto problematico, il libro fa incontrare al giovane lettore Rami e Bassam, che hanno saputo attraversare la loro immensa sofferenza senza trasformarla né in odio né in desiderio di vendetta; che mostrano come la conoscenza reciproca sia una chiave potentissima per costruire ponti e gettare semi di pace; che insegnano a non fermarsi alla superficie, ma invitano a cercare tra le pieghe della cronaca storie che non solo fanno incontrare la complessità, ma riescono addirittura a indicare sentieri di speranza.
Informazioni editoriali
Carola Benedetto, Luciana Ciliento, Mio padre, tuo padre. Due uomini contro l’odio del conflitto israelopalestinese, De Agostini, 2025 (con postfazione dei due padri Rami e Bassam), pp. 254, €. 15,90.
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Caporedattore
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Editore
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