Note su voto, stereotipi, media vecchi e nuovi
Il risultato del referendum costituzionale sulla Giustizia si presta ad alcune riflessioni sull’intreccio fra la ricerca del consenso, i luoghi comuni sui differenti aspetti sociali e culturali in gioco e l’utilizzo di vecchi e nuovi strumenti di comunicazione; un intreccio mai così stretto nel dibattito pubblico italiano, quanto lo è stato nella fase finale della propaganda elettorale.
La televisione e la propaganda
La semplice osservazione delle scelte di elettrici e elettori in relazione alle generazioni di appartenenza rivela con chiarezza l’efficacia notevole della propaganda televisiva. Sono state soprattutto le persone della mia generazione (sono nato nel 1962) o di quella precedente a decidere di votare come la TV le invitava a fare, in un’azione forte che ha potuto contare su caratteristiche tipiche della propaganda sin dai suoi esordi in democrazia; quelli, per intenderci, immaginati e descritti con acume nel 1957 da Vance Packard in “I persuasori occulti”.
Anche nell’Italia del 2026 l’effetto desiderato è stato ottenuto tramite il controllo capillare della maggior parte dei canali e delle trasmissioni, in particolare dei telegiornali, e l’imposizione di tematiche e impostazioni discorsive del tutto estranee agli argomenti reali del confronto: in particolare, a farla da padrone sono stati il sentimentalismo e il sensazionalismo, suscitati oscenamente a partire da casi di cronaca mai analizzati e invece sempre strumentalizzati (i più noti: il caso Garlasco, la cosiddetta famiglia nel bosco, la morte di un bambino a seguito di un trapianto).
All’efficacia di questa strategia hanno contribuito alcune caratteristiche oggettive della comunicazione televisiva: in particolare, la sostanziale assenza di interazione, e quindi la totale passività del consumatore di contenuti, da una parte; e dall’altra l’attenzione continua e l’abitudine a trascorrere molto tempo di fronte al video, marcata in presenza di spettatori fidelizzati e in età abbastanza avanzata. A questo si aggiunge l’oculata gestione degli spazi e dei tempi comunicativi, tesa a coinvolgere e convincere la maggior parte delle persone. Magistrale, in questo senso, la rete Mediaset dedicata agli anziani, Rete4, che ha offerto differenti registri, impostazioni e stili, in grado di attirare un’estrema varietà di spettatrici e spettatori: dall’estremismo grezzo e urlato di Mario Giordano alla bonarietà di Paolo Del Debbio, al finto confronto e alla discussione quasi sempre tendenziosa del parterre di Nicola Porro.
Un capolavoro di pianificazione a fini di persuasione che ha certamente avuto pieno successo.
Non ci sono più i giovani di una volta
Mentre i giovani diventati adulti e anziani davano un deciso contributo alla vittoria del SI’, alla base del rifiuto della cosiddetta riforma e delle sue probabili implicazioni future si ponevano con grade fermezza i giovani di oggi. Quelli che un diffuso stereotipo descrive come rincoglioniti dallo smartphone e disinteressati a qualunque cosa che non sia il loro interesse immediato.
In modo speculare rispetto a quanto fatto per la televisione, si può immaginare una prima spiegazione di questo fenomeno che ha sorpreso tutti gli osservatori (e per primi gli statistici e gli analisti di professione), rifacendosi proprio ad alcune caratteristiche tipiche dei media giovanili e delle modalità di comunicazione che li caratterizzano.
La prima fra tutte è la posizione dell’utente, definito spesso “prosumer” in relazione all’opportunità offerta da strumenti come lo smartphone e in generale dalle piattaforme social di interagire con i contenuti visualizzati e proposti, esercitando creatività e critica. Se è vero che un simile tratto produce anche conformismo, eccessi e polarizzazioni, è altrettanto vero che evita spesso l’assunzione di una posizione puramente passiva di fronte a chi indirizza un messaggio: reazione, corresponsabilità, possibilità di diventare soggetto attivo nel discorso, hanno sicuramente determinato in larga misura l’attivismo e il coinvolgimento dei giovani nel dibattito pubblico su un tema che, secondo molti osservatori e in base a un diffuso stereotipo, non avrebbe dovuto coinvolgerli più di tanto.
Paradossalmente, in questo caso, anche la frammentarietà e la parcellizzazione della comunicazione, tipiche dei media in gioco, possono aver determinato una diversa esposizione ai messaggi propagandistici, e una crescente opportunità di entrare in contatto con idee e punti di vista plurali, che non potevano essere soggetti a controllo; cosa ovviamente molto più semplice nel caso della comunicazione televisiva. L’occultamento tramite algoritmo non ha la stessa efficacia della cancellazione dallo schermo, e i profili di molti protagonisti del dibattito, soprattutto quando sono famosi, sono attraenti e raggiungibili in qualsiasi momento.
Imparare dal presente
Dunque potrebbe non essere la storia, stavolta, a insegnarci qualcosa. Potrebbe essere stato il presente a rovesciare in modo piuttosto clamoroso logiche e aspettative, invitandoci a cambiare punto di vista.
La televisione potrebbe essere ancora quella di cui parlavano Neil Postman e Karl Popper: una “cattiva maestra” a disposizione del potente di turno, ben lungi dall’aver conseguito una “patente per fare TV”, condizione unica per assicurarne l’onestà intellettuale e perfino la moralità. E gli strumenti elettronici moderni potrebbero essere invece stati usati con intelligenza da tante persone giovani (e meno giovani), anziché farsene usare, come vorrebbero gli interessi politici e economici di chi vuole agire senza regole e senza controlli.
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