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Franco Battiato. Un lungo viaggio, breve e divisivo

Franco Battiato – Il lungo viaggio di Renato De Maria, trasmesso dalla RAI e diventato subito oggetto di discussioni animate sui social, è un biopic intimo e misurato, una sintesi vista soprattutto al femminile (forse non a caso: soggetto e sceneggiatura sono di Monica Rametta). Sono infatti le donne a dominare l’universo di questa riduzione di natura televisiva affettuosa e privata. Scomparso l’ineffabile filosofo Manlio Sgalambro, dispersi alcuni stimati colleghi come Lucio Dalla e altri, appena accennato il ruolo “assente” del padre, trovano spazio Juri Camisasca e Giusto Pio, nonché i produttori rappresentati come uomini d’affari piuttosto nervosetti. A parte soprattutto Camisasca, incontro giovanile e affine nella ricerca spirituale sottratta alle ragioni di mercato, quasi a confermare certe dichiarazioni di Bob Dylan sull’influenza decisiva del mondo femminile in ogni scelta umana, nel film di De Maria le donne costituiscono il filo rosso delle tappe di un’esistenza. E non tanto Giuni Russo, Alice o l’Ombretta Colli (insieme a Gaber) dei primi anni milanesi, oppure la fan Noa che cade sotto la pioggia per inseguire il suo idolo; le donne-chiave di Franco Battiato, secondo la sceneggiatura della Rametta, sono state due: la madre e Fleur Jaggy.

La madre e la scrittrice

L’inizio e la fine del film sono chiari: la madre è la presenza decisiva del cantautore, che le dedica La cura, uno dei suoi pezzi più celebrati. E’ lei che gli procura il primo pianoforte; è lei che lo raggiunge a Milano quando il cantautore naviga in ristrettezze tra Fetus e la pubblicità dei divani; è ancora lei che prepara gli arancini quando a Sanremo Alice canta Per Elisa e Giuni Russo se ne va gelosa e indignata (secondo una dichiarata libera ricostruzione per esigenze narrative). E per la madre, alla quale ha confessato che “ogni uomo è solo anche quando sta in compagnia”, il cantautore versa l’unica lacrima che concede, nel finale a Milo. Ma il film è attraversato costantemente anche da un’altra donna, la scrittrice e traduttrice Fleur Jaggy, incontrata a Milano a casa di Ombretta Colli e Giorgio Gaber, dove si giocava a carte con in palio i libri Adelphi di Roberto Calasso, marito di Jaggy. Tra il cantautore e l’autrice di Zurigo nasce un’affinità culturale e una collaborazione duratura: Fleur scriverà le parole de Le aquile, L’Oceano di silenzio e altri testi importanti; Franco, in TV alla trasmissione “Babele” di Corrado Augias, definirà I beati anni del castigo dell’amica un’opera di non comune perfezione stilistica. Il libro viene ricordato anche nel film, insieme al successivo La paura del cielo, inviato a Battiato in Sicilia con la dedica “con immutato amore”. Nell’opera di De Maria, Jaggy è la vera confidente, un punto di riferimento a cui confessare la propria visione del mondo e dell’amore fuori dal rapporto tradizionale di coppia, in nome di una libertà che è requisito fondamentale per ogni ricerca spirituale e creativa. La presenza ricorrente di queste due donne orienta il film sul versante privato e sentimentale, relegando la dimensione filosofica a un bignamino supportato da immagini dell’Etna innevato con le ascese contemplative del cantautore, sorta di novello Petrarca sul monte Ventoso.

Un film “divisivo”

Certamente il regista Renato De Maria non ha l’approccio originale e ruvido di Paz, l’opera del 2002 su Andrea Pazienza,ma qui contesto e produzione sono evidentemente diversi. Eppure la messa in onda del film ha scatenato sul web opposizioni e contestazioni. Molti lo hanno trovato riduttivo (vero e quasi inevitabile) e noioso, i musicisti e collaboratori del “Franco Battiato Group” hanno in particolare rifiutato la ricostruzione della scena in cui i produttori chiedono al cantautore canzoni più commerciali e vengono assecondati con una promessa che porterà a La voce del padrone. Indubbiamente chi ha lavorato e assaporato la realtà del rapporto con Battiato non può che avvertire le forzature drammaturgiche dell’operazione, che esaltano le contrapposizioni e appiattiscono le sfumature dei rapporti. Per contro, altri hanno apprezzato il film come mezzo di divulgazione, trovandolo anche commovente. Parecchi sono d’accordo sulla bontà dell’interpretazione di Dario Aita, che anche a me (oltre alla nipote del cantante) è sembrato calarsi in modo convincente e controllato nei panni dell’artista catanese. Anche Elena Radonicich (Fleur Jaggy) e Simona Malato (la madre) non sfigurano. I dialoghi semplificano ma non sono così banali e a tratti restituiscono l’arguzia e l’originale presenza di un musicista unico. Insomma, Marco Bellocchio in una serie di quattro o sei ore avrebbe fatto di meglio, magari ricordando la figura di Manlio Sgalambro o inserendo la turbolenta parentesi politica di Battiato (quando da assessore disse che “Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile” senza mai scusarsi) e il suo percorso interiore con una documentazione più approfondita e di spessore. Qui c’è solo quanto basta per far brillare la nostalgia e riascoltare pezzi che hanno segnato un’epoca.

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