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diretto da Romano Luperini

Novecento maggiore. Saggi e lezioni di letteratura italiana contemporanea. Federico Masci e Niccolò Amelii dialogano con Bruno Pischedda

Quinta puntata del ciclo di interviste a cura di Federico Masci e Niccolò Amelii. La prima intervista a Tiziano Toracca si può leggere qui; la seconda ad Anna Baldini e Michele Sisto qui, la terza a Michela Rossi Sebastiano qui, la quarta a Ilaria Muoio qui. Il ciclo intende coinvolgere in una conversazione aperta opere di critici che negli ultimi anni hanno riflettuto attorno alla storia della letteratura italiana novecentesca, rivalutandone tendenze, periodi e movimenti o mediante categorie influenzate dagli aggiornamenti più recenti in merito ai motivi peculiari del modernismo italiano e alle discussioni sulle questioni legate al canone dominante e ai suoi necessari aggiornamenti, o attraverso metodologie caratteristiche della sociologia letteraria o ispirate alla teoria bourdesiana del campo letterario.

1)Nella nota introduttiva al volume tu insisti sulla necessità di affiancare all’analisi dei testi lo studio delle dinamiche editoriali, del mercato e del pubblico per comprendere il campo letterario contemporaneo. Attualmente quest’ultimo appare segnato sia dal ritorno dei generi “di consumo”, sia dalla centralità delle life narratives e delle scritture ibride. In che modo, a tuo avviso, andrebbe oggi ricalibrato il rapporto tra lettura formale e stilistica delle opere, ruolo dell’editoria e condizioni materiali e commerciali della produzione letteraria?

Servirebbe una risposta lunga e complessa, ancora da meditare. Quel che posso dire al momento è che l’apparato editoriale incide sempre più sul sistema letterario (uso sistema nel senso di Spinazzola: e chi domani o dopo raccorderà sistema e campo secondo Bourdieu sarà benemerito). D’altronde l’esplosione dei (nuovi) generi di consumo: fantasy e romances in tutte le possibili declinazioni è altra cosa, e prevalente, rispetto a quelle che chiamate narrative esistenziali, o bio-narrazioni, condotte su un terreno non finzionale. E vi incide, oggi più di ieri, semplicemente rifiutando la patente di pubblicabilità alle proposte che esulano da un siffatto perimetro. Come pare, il rifiuto fa base su una calcolabilità dei rischi di invenduto assai più sofisticata di quanto avveniva appena ieri: prima della finanziarizzazione dell’apparato editoriale (capitali di rischio, fondi di investimento, con le relative esigenze di utili e dividendi), e prima che la prefigurazione dei pubblici reali passasse da un generico «fiuto», romanticamente da attribuirsi all’editore proprietario, ad algoritmi per il solito attendibili che – dicono – sbagliano, quando sbagliano, per poche centinaia di unità.

La borghesizzazione generale del comparto, e la prevalenza del conto economico, relativo al singolo volume o alla collana, ha limitato ulteriormente la presunta autonomia del campo letterario. Sicché oggi, alla luce di quanto avviene, tenderei a rivedere la nozione di Editore come soggetto che media tra economia e cultura. Era questa una visione avanzata, tra le più concrete e moderne tra quelle sul tappeto. Al momento, però, mi sembra surclassata dall’immagine di editore come figura interamente o quasi interamente economica; con il pericoloso corollario di un sistema che si sclerotizza su una domanda letteraria già data, non più dinamica, e con il rischio che fasce significative di lettori abbandonino la scena. Non è una visione apocalittica (non è mio uso); è una visione che all’oggi non riesce a individuare un’agenzia che possa assolvere al – diciamo così – controllo di qualità: la critica specialistica, l’ambito della ricerca universitaria, la Rete nei suoi angoli più qualificati (dei quali mi pare che anche voi facciate parte)? Bisogna appunto pensarci, e con qualche dato in più.

2) Nel saggio su Le due tensioni di Vittorini metti in evidenza una forte vicinanza concettuale tra le posizioni di quest’ultimo e alcune argomentazioni di Umberto Eco espresse in Opera aperta. Al contempo emerge una certa prudenza di Vittorini nel confrontarsi con le tesi di Eco nel dibattito sul numero cinque del “Menabò”, come mostra anche la lettera a Calvino del maggio 1962, in cui lo consiglia di evitare «incaute e ingenue solidarizzazioni» con lo stesso Eco nel suo contributo al fascicolo. Quanto hanno pesato, secondo te, oltre alle differenti prospettive teoriche, anche ragioni strategiche e di posizionamento nel campo letterario di quegli anni, soprattutto in un momento in cui la neoavanguardia sembrava intenzionata ad aprire un dialogo con la coppia Vittorini-Calvino, per poi affrancarsene?

Negli anni ’60 gli schieramenti pesavano molto, e non è improprio credere che Vittorini, incline a uno sperimentalismo sui generis, e Umberto Eco, allora esponente qualificato della neoavanguardia, si filassero poco. Però mi pare un dato di fatto che proprio in quegli anni emergesse, timidamente magari, ma significativamente, un fronte variegato deciso a riavvicinare i percorsi tra scienza e letteratura. Intendo Eco con le sue «metafore scientifiche», Debenedetti con le riflessioni sul «personaggio particella», appunto Vittorini nelle note stese intorno a una doppia tensione espressiva, tecnico-razionale e patetico-romantica, consolatoria, derivata, che egli avvertiva come strutturante lungo gli ultimi secoli della modernità. Era d’altronde un clima europeo: Charles P. Snow dava allora alle stampe, con grande esito pubblicistico, le sue conferenze dal titolo Le due culture; in Germania, nel nome di Uwe Johnson, si stava intanto esaurendo la cosiddetta «letteratura congetturale», che risentiva del relativismo einsteiniano e ancor più della fisica quantistica.

Il Vittorini ultimo era figlio di questo tempo; e nei suoi appunti editi post-mortem sembra condurre allo zenith alcune riflessioni già proposte per il “Bargello” nei tardi anni trenta (è esistito un populismo fascista che ha poi trasmigrato agevolmente nel populismo post-bellico). Ciò che mi sono sforzato di sottolineare, in ogni caso, sono due questioni diverse e dirimenti: 1 – il fatto che nelle Due tensioni, a causa di una dicotomia strutturale piuttosto rigida, e anti-storicista, viene messo del tutto fuori dai riflettori l’episodio dello scientismo naturalista, con gli impliciti di determinismo che sappiamo. 2 – il fatto che qui si sta disegnando forse l’ultima utopia novecentesca (un’utopia a noi oggi quasi insopportabile): quella cioè di una società completamente meccanizzata, denaturalizzata, come ambito in cui fossero aboliti separatezze cetuali e privilegi di classe. Pasolini, mi pare, nella fase corsaro-luterana aveva presentissimo questo Vittorini, lo prendeva a modello, ribaltandone però a tutta vista i presupposti: traducendo in catabasi luttuosa, ciò che il siciliano prognosticava alla stregua di una anabasi culturalmente e politicamente auspicabile, più felice.

3)Nel dibattito critico italiano il postmodernismo è stato a lungo valutato come una fase di disimpegno e di regressione letteraria. Nel tuo saggio su Eco proponi invece una prospettiva diversa, che ne valorizza il ruolo ricostruttivo, anche in rapporto alla coeva crisi dell’industria editoriale. Ritieni che oggi sia necessario rileggere la narrativa degli anni Settanta e Ottanta superando interpretazioni ideologicamente rigide? In che modo l’attenzione al mercato librario, alle condizioni materiali della produzione culturale e alle strategie formali degli autori può aiutare a ridefinire il posto del postmodernismo nel canone novecentesco?

La mia idea di postmodernismo è molto chiara, e riverbera visibilmente anche sugli equilibri di oggi. Non si trattava (soltanto, in taluni casi circoscritti) di una deresponsabilizzazione dell’autore; e non si trattava soltanto di un revival tradizionalista. Il fatto che da noi neoavanguardie e postmodernismo siano saldamente intrecciati, vuol dire pure qualcosa. Io penso al postmodernismo, almeno agli inizi, come un fenomeno a suo modo sperimentale: solo che invece di concentrarsi sul linguaggio, sugli artifici stranianti consentiti dalla parola letteraria, ben volentieri si concentra sui generi, sulle loro ibridazioni funzionali: tutto in vista di un nuovo e più cordiale rapporto con il lettore. In breve: da un – elitarissimo – rapporto di collaborazione adempiente tra autore e lettore, esecutore e spettatore, così come teorizzato dagli avanguardisti prima maniera; si passa a un più normale rapporto di soddisfazione, che il soggetto lettore prova quando si sente perfettamente a proprio agio nel mondo narrativo predisposto dall’autore. A proprio agio: ossia in giusto equilibrio tra riconoscimenti del già noto ed esperienze inaudite; e in una relazione – eziologicamente intesa – non già tra soggetti pari e collaboranti; ma tra soggetti ineguali, in cui l’autore vede riconosciute, e magari potenziate, le proprie prerogative di status, mentre il lettore gli si affida con un certo piglio critico ma fiducioso, disposto com’è a cogliere ogni occasione in sé gratificante (a riguardo non posso che rinviare al mio Eco. Guida al Nome della rosa, Carocci 2016).

Tutto ciò rispondeva a esigenze interne al mondo della letteratura, come sempre nella modernità bilicata tra momenti di sovversione e di ricostruzione; ma rispondeva anche a imperiose ragioni extra-letterarie. Le gravi crisi editoriali che iniziano ad accamparsi tra fine anni ’60 e anni ’80 non possono che assecondare la chiusura del ciclo avanguardistico e il ripristino di un sistema a più alta leggibilità e vendibilità. Con una distinzione tuttavia, da inserirsi a partire proprio dagli anni ’80 e ancora più avvertibile nei ’90: ossia la scomparsa, nel postmodernismo, di quelle componenti ironiche, intellettualistiche, meta-testuali, che lo rendevano al tempo stesso piacevole e iperconsapevole (valido esteticamente). Dopo questa scomparsa, a restare sul tappeto, nudi e crudi, sono i generi; i generi «di consumo», in particolare, ma anche i generi fondativi della civiltà romanzesca: il romanzo storico, il ro-manzo di formazione/deformazione, il romanzo psicologico-sociale. In questo senso il post-modernismo ha vinto, continua a vincere; e ipotesi storico-critiche alternative come iper-modernismo, o surmodernismo, mi pare abbiano una validità minoritaria.

4) Nel saggio Apocalissi apocrife del Novecento: il caso Morante tu rifletti, attraverso lo studio di una costante rappresentativa, che nella scrittura morantiana è frutto di «rimandi, suggestioni e prestiti biblici», su una più generale «presenza dello scritturismo biblico nei romanzieri del nostro tempo». La tensione esplicitamente disforica di molte tra queste scrit-ture «che predilige i tempi vuoti rispetto alle scaturigini mondane, alle promesse mosaiche, alla passione-resurrezione del salvatore», in che modo può servire a mappare, dentro e fuori il nostro Novecento, esperienze romanzesche legate non solo alla riutilizzazione dei temi biblici, ma anche alla loro parallela rifunzionalizzazione laica?

L’idea di «apocalissi apocrife», come dico nel saggio, non è mia ma di Giuseppe Lupo. Io ne traggo le conseguenze specifiche in un romanzo della Morante come Aracoeli, e di qui getto una minima luce sul precedente La storia: implicato dichiaratamente con il Divenire, ma in modo non troppo nascosto destinato a sconfessare l’Essere e lo stesso atto genesiaco grazie al quale esistono a un tempo il mondo creato e l’uomo. In questo senso – e al di là di Lupo – si tratta di apocalissi apocrife, che, nonostante le professioni di fede testimoniate dall’autrice, non possono essere accolte in un canone globalmente cristiano.

Il Novecento italiano, e soprattutto la sua seconda metà, è però popolato di un contingente non esiguo di opere apocalittiche a sfondo laico, ateo e anche gnostico. Perdonate: non posso fare a meno di rimandare al mio studio: La grande sera del mondo. Romanzi apocalittici nell’Italia del benessere, Aragno 2012 (Aracoeli, Petrolio, Il giorno del giudizio, Dissipatio H.G, Il pianeta irritabile, la cosiddetta Trilogia atomica di Cassola). E qui a essere messa in causa è proprio l’esperienza del moderno, colto nella sua massima espansione (epoca dell’allargamento dei consumi), e nella sua costante tentazione autodistruttiva: il tema del conflitto nucleare sempre all’ordine del giorno. Su questi presupposti, e aggiungendosi ora la crisi climatica, lo schema biblico-apocalittico è più che mai vivo e persino pervadente.

5) Nell’approfondita lettura che dedichi a Cristo si è fermato a Eboli cerchi di attraversare criticamente aspetti diversi dell’opera leviana, approfondendo strutture narrative e offrendo analisi storico-culturali così da ottenere un’interpretazione complessiva. In questo senso, la particolarità del romanzo sembra risiedere in una palese contraddizione. Le radici culturali dell’autore, «una formazione di stampo storicistico» che presuppone «il senso di una globale progressione per quanto riguarda i rapporti interumani», sembra essere confutata, nel roman-zo, dall’idea di un’alterità irriducibile, di una «stratificazione asincrona e incomunicante del sistema antropico», che trova un esempio cardinale nella comunità di Aliano. Qual è il rap-porto tra la scrittura di Levi, le forme della sua cultura, e le opere che hanno tentato di restituire del meridione un’immagine diversa da quella che l’autore alimenta?

Dico subito una cosa, e non mi sento isolato nel dirla: Cristo si è fermato a Eboli è uno dei pochi veri capolavori che possiamo rinvenire nel periodo neorealista. Lo è per la qualità stilistica, per l’innovativa compagine saggistico-romanzesca; e lo è anche per l’inaudita visione che esso offre relativamente al mondo meridionale-contadino. Prima della sua comparsa eravamo fermi a Fontamara, a Gente in Aspromonte; dopo, in periodo appunto neo-realista, e sotto il segno di una accentuata conflittualità sociale, sarebbero venuti La luna e i falò, La malora, Le terre del Sacramento. E più tardi ancora, con una generale reversione dei punti di vista, sarebbe venuto Pasolini con Scritti corsari, dove la civiltà contadina è rap-presentata tramite un luttuoso e immedicabile rimpianto. Ma Pasolini era un comunista rivolto all’indietro, appunto, a cui non si sa bene se applicare l’etichetta di anticapitalismo romantico o quella di rivoluzione conservatrice. Per Levi è diverso, perché a conti fatti si tratta di un liberale progressista: gobettiano, sensibile al federalismo di Guido Dorso.

Qui mi pare nasca la particolarità e la felice riuscita dell’opera. La quale, nella consueta dialettica tra intenzionalità e inintenzionalità estetica, mette al lavoro, incrocia, due diverse Weltanschauungen e due diverse filiere disciplinari: da un lato una somma di dottrine politiche a sfondo emancipatorio, che fanno leva sull’uguaglianza e sulla parità di diritti (sia pure nelle relative sfere di autonomia amministrativa); dall’altro una serie costituita da storia delle religioni, psicologia junghiana degli archetipi, dei simboli, ed etnologia delle persistenze. Ma si può dire anche in modo più spiccio: da un lato le correnti del progressismo laico, non marxista; dall’altro un retaggio di contenuti provenienti dagli anni ’20-’30 e relativi alla cosiddetta crisi della civiltà (Benda, Ortega y Gasset, Spengler, il primo Mann). Un coagulo insomma, non privo di tensioni contraddittorie, ma snodato o in parte ricomposto agli occhi del lettore grazie a una scrittura di singolare nitore: coloristica, illuminata dalla ragione.

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