L’umano come cosa. Lo scandalo degli Epstein Files
La divulgazione, grazie a una specifica legge del Congresso USA (Epstein Files Traparency Act, firmato da Donald Trump il 19.11.2025), degli Epstein FIles ha scandalizzato l’opinione pubblica occidentale. Jeffrey Epstein, finanziere condannato per pedofilia, è morto apparentemente suicida in carcere (2019) ed è risultato al centro di una fittissima rete di traffici e di ricatti internazionali di natura sessuale, un coacervo sconfinato e mostruoso di sesso, potere e soldi, che coinvolge molti potenti del pianeta, compresa la morigerata casa reale britannica. Gli oltre 3,5 milioni di pagine dei Files, la prova di questi traffici, scoperti grazie al lavoro della giornalista investigativa Julie K. Brown del Miami Herald (2018-2019) e al ruolo dei legali delle vittime di Epstein, che hanno combattuto per anni nei tribunali per la rimozione del segreto, sono stati resi pubblici dalla già citata legge, approvata a larga maggioranza. Trump è stato costretto a firmarla per contenere i danni. Qui finiscono le buone notizie dell’intera vicenda: il permanere di un tessuto democratico negli Stati Uniti di Trump sull’orlo della guerra civile, in particolare di quella caratteristica “liberal” del giornalismo d’inchiesta, quasi ignoto in Italia. Va ricordato però che, secondo le ultime notizie, i file messi in circolazione dal Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump sono solo una piccola parte del tutto. La desecretazione, inoltre, sembra essere avvenuta in maniera non solo parziale e piena di omissioni, ma tale da poter essere consultata con difficoltà, in maniera tale che il lettore comune non si possa fare un’idea chiara della loro mostruosità. Per questo Riley Walz, artista digitale, e Luke Igel, software engineer, hanno creato Jmail, una piattaforma che facilita la consultazione degli Epstein Files (L’Espresso, 3.2.2026). Sembrerebbe che lo stesso modo in cui sta avvenendo la desecretazione spinga verso un confuso quadro volto a creare una paura sociale diffusa, che rafforzi il bisogno dell’uomo forte”, in maniera tale che possa trarne vantaggio lo stesso Trump, il quale viceversa è gravemente compromesso in tutta la vicenda.
L’inflazione delle “spiegazioni psichiatriche”
A mio avviso le “spiegazioni psichiatriche” correnti sui media, largamente semplificatorie e mistificatorie, non spiegano nulla e tendono a buttare la croce su un gruppo di “folli”. Peccato che nel caso specifico si tratta di un gruppo di magnati del Big Tech, cioè il gruppo dominante delle più grandi aziende tecnologiche globali, caratterizzate da capitalizzazioni di mercato enormi, vasta influenza e ingenti investimenti, in particolare nell’intelligenza artificiale. L’economista Varoufakis, noto per aver fatto parte del governo Tsipras all’epoca della crisi greca, li chiama “tecno-feudatari”, dando per morto, in maniera spericolata, il capitalismo (Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, 2023). Vi compaiono alcuni nomi eccellenti: in primo luogo Trump, citato più di un milione di volte; il suo stretto collaboratore, anche se conflittuale, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, monopolista delle comunicazioni spaziali; Bill Gates, il fondatore della Microsoft; Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook e del colosso Meta; Jeff Bezos, fondatore di Amazon; Larry Page e Sergey Bain, co-fondatori di Google, Raid Hoffman, padrone di Linkedin.
Per loro è stata coniata una doppia definizione: una socio-economica e l’altra psichiatrica. Secondo Varoufakis il tecnofeudalesimo sarebbe una condizione post-capitalistica: i miliardari del Big-Tech sarebbero “signori feudali”, che parassitariamente grazie a un dominio monopolistico trarrebbero valore non più dalla produzione come nel capitalismo, ma dalla rendita sul valore prodotto dagli utenti delle piattaforme digitali, che come “servi della gleba” producono gratuitamente l’enorme massa di dati. In termini psichiatrici essi sarebbero personalità narcisistiche perverse o maligne, che incrociano tratti sadici e psicopatici, che seducono e manipolano l’altro, disumanizzandolo. Sottopongono il corpo femminile ad ogni sorta di sfruttamento sessuale, ben oltre, secondo quanto sembra emergere dai documenti, lo stupro e la pedofilia fino al vampirismo e all’antropofagia. Ci troveremmo di fronte a una forma estrema dell’antico maschilismo patriarcale. Lo stesso Massimo Recalcati su La Repubblica del 15.2. 2026 sembra sostenere questa tesi, parlandone in termini lacaniani. “Quello che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale …, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud … [che] sottomette la legge stessa al proprio smisurato godimento”. Anche qui saremmo al ritorno del patriarcato come se fosse mai stato superato.
Entrambe le posizioni mi sembrano un’apologia indiretta del capitalismo e del patriarcato.
Lo sviluppo capitalistico ha sempre “selezionato” nell’ambito delle varietà esistenti il tipo di personalità umane consustanziali alla propria incombente necessità.
Un discorso “a margine” su Noam Chomsky
Ancheil fondatore della grammatica generativa si è trovato coinvolto negli Epstein Files, creando notevole imbarazzo tra chi stima il suo lavoro culturale e soprattutto l’intera vita dedicata alla critica delle élite. I documenti dimostrano che i due si sono incontrati diverse volte tra il 2015 e il 2016 discutendo di politica, accademia e arte. Inoltre Epstein ha aiutato Chomsky a trasferire una somma ingente da un fondo legato a lui per la gestione di un patrimonio familiare di Chomsky. Nel 2019 questi ha consigliato al miliardario la strategia di ignorare le accuse dei media perché sarebbero state presto dimenticate. Secondo la moglie di Chomsky, a cui è stata affidata la difesa dell’intellettuale molto anziano e colpito da ictus, il marito sarebbe stato manipolato da Epstein che gli avrebbe fatto credere di essere vittima di una persecuzione ingiusta. Anche la giustificazione fornita che Chomsky era interessato a “capire dall’interno” il mondo della grande finanza sembra essere una toppa peggiore del buco. Come è stato scritto (Emilia De Rienzo, “Il costo del silenzio”, Comune-info, 10.2. 2026) Chomsky è venuto meno all’impegno di ogni intellettuale a “dire la verità” secondo l’indicazione di Edward Said. Tutto questo ovviamente non mette in crisi i fondamentali contributi scientifici e culturali di Chomsky, ma getta un’ombra grave sulla sua coerenza etica, che lascia sbigottiti tutti coloro che ne hanno condiviso la critica dell’establishment.
L’estrema reificazione dell’umano
L’attuale sviluppo capitalista, fondato sulle macchine elettroniche, spinge all’estremo limite le sue tendenze distruttive. L’essere umano – per usare una categoria centrale in Marx – è reificato, ridotto a pura e semplice cosa. Nella produzione capitalista gli umani sono trasformati in pura appendice delle macchine, asserviti al loro funzionamento, forza-lavoro ridotta a merce sul mercato da cui estrarre plusvalore. I padroni della rete, i miliardari del Big Tech, pensano che i soldi possono comprare qualsiasi cosa compresi i corpi umani, quelli femminili e quelli più deboli come i bambini in particolare, e utilizzarli a proprio uso e consumo come hanno sempre fatto. Perciò non ne hanno alcun rispetto. Per essi sono subumani, anzi disumani, “avatar”, riproducibili e consumabili a getto continuo. Possiamo pensare in maniera agghiacciante quanto poco possa importare a costoro il numero di corpi che muoiono in guerra in Ucraina come fossero un videogame; oppure i bambini sterminati a Gaza; o anche quanto possano importare i costi per gli umani e per l’ecosistema di una bomba nucleare o di un’intera guerra nucleare. Tanto stanno pianificando di sistemarsi a proprio agio su Marte. Questo futuro funesto e minaccioso assomiglia al mondo fantascientifico del film Elysium (2013). È una prospettiva che ricorda maledettamente l’ideologia e le pratiche inumane del nazismo: il saluto a braccio teso di Elon Musk assume un senso pregnante, non è il gesto di un “folle”.
Dobbiamo chiederci se stiamo un’altra volta allevando “l’uovo del serpente” per citare la metafora del film claustrofobico di Ingmar Bergman (1977). Questi signori vanno fermati in tutti i modi.
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