A Livorno, a Genova, a Ravenna i lavoratori mettono fine ai discorsi sulla scomparsa della classe operaria. Questi lavoratori hanno rilanciato la funzione della classe operaia come capace di organizzare e preparare le avanguardie. Hanno portato avanti l’idea che la classe operaia possa passare «dalla classe in sé alla classe per sé».
I lavoratori della scuola possono contribuire a questo processo dando il loro contributo alla costruzione di un fronte ampio e unitario. Da tale punto di vista si può dire che questi lavoratori si possono muovere come parte di un’avanguardia in cui si esprima anche la loro cultura umanistica e scientifica. Questa prospettiva può influenzare la formazione di un pensiero nuovo. In un certo senso si può dire che il movimento per la pace va oltre sé stesso e prospetta una situazione di cambiamento radicale. Sarà un percorso di crescita politica indubbiamente tortuoso e difficile. Ma si incomincia a vedere uno spiraglio di lotta fino a poco tempo fa inimmaginabile. La possibilità di ricadere nel corporativismo senza contenuti nuovi è ancora un rischio. Tale processo sarà realizzabile a mano a mano che le avanguardie operaie spontanee diventeranno più consapevoli e riusciranno a collegarsi fra loro, passando a una prospettiva più generale. Impossibile è immaginare il percorso del movimento per la pace, ma mi pare indubbio che per la prima volta dopo tanti anni si apra la possibilità che la lotta degli operari divenga una rivolta di massa. Se al movimento per la pace i giovani partecipano con entusiasmo alla lotta, si fa tangibile il processo della costruzione di un soggetto politico nuovo. Tale cambiamento rilancia la prospettiva di aggregazioni nuove anche di tipo partitico. L’alleanza studenti-operai acquista una luce nuova che solo apparentemente può essere percepita come ripetizione degli schemi del ’68. Allora era il Vietnam a catalizzare l’attenzione delle masse e a spingere alla lotta, oggi è la Palestina. (Da questo punto di vista – e non solo da questo – il Novecento non è «un animale morente», come sostiene Baricco nell’articolo Addio al Novecento dei ragazzi nelle piazze in La Repubblica del 9 ottobre 2025).
Una leader come Greta Thunberg, ad esempio, è passata naturalmente dalle lotte per la difesa dell’ambiente alla partecipazione alla spedizione della Flotilla. Con lei e con i giovani che sono scesi in massa nelle piazze per Gaza sopravvive la lezione del Novecento, seppure adeguata alla nuova situazione storica. È evidente che tra Novecento e oggi non c’è quella frattura che Baricco teorizza, ma che, anche all’interno di forme nuove di lotta, come quello della Flotilla, a muovere i giovani sia stato ancora l’impegno per la liberazione di un popolo dalla aggressione del più forte.
Anche l’alleanza fra operai, studenti e insegnanti è una ripresa di atteggiamenti e di comportamenti novecenteschi su cui occorrerà lavorare ancora; per esempio, creando fin da ora organismi comuni di agitazione e di lotta. L’unità fra questi soggetti andrà perseguita a partire anche dalla riflessione sulla condizione operaia e studentesca, sulla situazione del mondo del lavoro e della scuola in generale. Altri temi unitari su cui tali categorie sociali possono incontrarsi sono l’ambiente, i cambiamenti climatici e tecnologici, la questione femminile, i rapporti fra i sessi, le diseguaglianze. Insomma, si sono aperti spiragli nuovi a cui nessuno pensava fino a qualche tempo fa.
E’ vero che la categoria degli intellettuali è assente e che i rappresentanti della cultura non hanno più una funzione sociale, come è stato ancora nel Novecento, ma la stessa loro condizione di marginalità, contraddistinta dalla precarietà e dalla “crisi delle ideologie”, può spingerli a partecipare ai movimenti di protesta. Anche in questo probabilmente c’è una continuità tra Novecento e oggi.
Insomma, la lezione del Novecento è lungi dall’essere esaurita.
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Il limite della mobilitazione attuale è la natura meramente oppositiva e reattiva che, sia pur meritoriamente, la contraddistingue e ne segna i limiti entro lo spazio ristretto di una negazione (non dialettica ma) ricorsiva: anti-imperialista, anti-sionista, anti-bellicista, anti-fascista ecc. In questo senso, si tratta di una mobilitazione acefala, priva di programma (ad esempio, il potere popolare) e di prospettiva (ad esempio, il socialismo/comunismo). Occorre poi sottolineare che la presenza, dentro la “sinistra”, di una cultura anticomunista, della quale lo stesso estensore di questo articolo è un rappresentante esemplare, ostacola fortemente lo sviluppo di un metodo e di una teoria capaci di superare il movimentismo e la pura protesta: quel movimentismo e quella protesta che sono, per dirla con Mao, come i palloni che, quando piove, si afflosciano.